Maffei, Giovan Camillo

Dizionario storico delle scienze naturali a Napoli dal Rinascimento all’Illuminismo

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Giovan Camillo Maffei (Solofra, XVI secolo) è stato un musicista e filosofo naturale italiano. Propugnatore di un aristotelismo non particolarmente innovativo sul piano delle scienze sperimentali, la sua Scala naturale è un'interessante testimonianza di quel fenomeno noto come "aristotelismo in volgare", che, nel Rinascimento, contribuì alla creazione di un lessico scientifico in lingua italiana.

Cenni biografici

Giovanni Camillo Maffei nasce a Solofra, vicino ad Avellino, nella seconda decade del XVI secolo. Proveniente da una famiglia benestante di orefici e possidenti, dopo la morte del padre per peste nel 1528, è avviato agli studi dagli zii paterni, i quali provvedono al suo sostentamento.
Completati gli studi, Maffei è a servizio della nobiltà napoletana. Dai suoi scritti, si evince la vicinanza alla duchessa di Gravina, feudataria di Solofra, dalla quale è impiegato come medico e musicista. Maffei esercita le stesse funzioni anche presso un nipote della duchessa, il conte d’Altavilla Giovanni Di Capua. Al conte, Maffei dedica le due opere date alle stampe, Le Lettere, pubblicate a Napoli nel 1562, e la Scala naturale, un trattato di scienze naturali stampato a Venezia nel 1564.

Contributo alle scienze naturali in Napoli

Con Maffei si è nel bel mezzo di quella temperie culturale napoletana che vede in Giovan Battista Della Porta (1535-1615) un punto imprescindibile del dibattito scientifico. È lo stesso Maffei ad attestare un legame della sua opera con quella di Della Porta, citandone la Magia naturalis. Nelle sue Lettere, Maffei tributa a Della Porta finanche un elogio. Ma si tratta di un’eulogia solo formale e che non corrisponde a una piena accettazione della cosmologia e della concezione della scienza dell’illustre collega.
Sulla scorta di Aristotele, nella Scala naturale Maffei afferma che non è possibile una scienza del contingente, a meno che - precisa - i sensi non vedano ripetersi più volte una determinata esperienza. Richiamandosi agli Analitici secondi e alla Metafisica di Aristotele, Maffei nega dignità di scienze alla medicina e all’astrologia (poiché confinate nell’ambito del singolare).
Il richiamo di Maffei al «dominio delle stelle» non corrisponde all’accettazione di una visione astrologica del cosmo, decisamente negata dal filosofo. Rifacendosi anche all’autorità di Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), Maffei dichiara che l’astrologia è inaffidabile non perché, a volte, gli astrologi possono sbagliare i loro calcoli e le loro predizioni, ma in quanto tale disciplina è in sé vana.
In linea con l’impostazione avicenniana già accettata da Pico (che Maffei dichiara di fare propria), la forma specifica, alla quale risalirebbe la virtù occulta di un «segreto della natura», è cagionata dall’azione di tutto il cielo, che è la base di un’ideale piramide costituita dalle «fiammeggianti linee» provenienti dalle stelle. Pertanto, tale forma specifica non è affatto provocata dall’influxus promosso da un astro o da una configurazione celeste (come sostengono, per esempio, i maghi naturali come Della Porta).
La riduzione all’ambito della scienza dell’attrazione magnetica o della virtù della scammonea di curare il colera – due dei «segreti della natura» maggiormente rievocati nel dibattito scientifico del tempo – è possibile – scrive Maffei – poiché si tratta di fenomeni che, come vuole Aristotele, l’osservatore vede ripetersi in natura con una certa regolarità. Difatti, per Maffei, una scienza dei «segreti della natura» è possibile solo se con essi si intendono quei fenomeni regolari che rientrano nel «per lo più» di Aristotele. È questo il caso dell’attrazione del magnete sul ferro e delle proprietà curative del rabarbaro, i cui effetti sono riscontrabili dall’osservatore – a dire di Maffei – con una certa «regolarità». Si tratta di un’impostazione fortemente contestata a Napoli tanto da Francesco Storella, professore di logica presso lo Studium napoletano negli anni ’50 e ’70 del secolo (1574-75), quanto da Della Porta, che giunge a negare la stessa regolarità del segreto della natura per eccellenza, ossia l’attrazione magnetica.

Impatto nel contesto italiano ed europeo ed eredità intellettuale

L’aristotelismo di Maffei è abbastanza convenzionale. Pur accogliendo la nozione di «segreto della natura», essa è ricondotta al solo dato empirico regolare e non al singolare (come avviene, invece, in quegli autori più inclini a favorire la ricerca sperimentale).
La Scala naturale gode di vasta fortuna editoriale (ben sette edizioni sono pubblicate a Venezia: 1564, 1573, 1581, 1585, 1607, 1600 e 1601) ed è ripresa dal filosofo e scrittore in lingua volgare italiana Cesare Rao. Nonostante Rao dichiari esplicitamente, nei Meteori, la sua dipendenza da Maffei, egli ne piega gli esiti in una direzione maggiormente incline al sapere astrologico ed empirico. In questo, più che di Maffei, Rao si fa seguace del conterraneo Francesco Storella, rievocato nel Sollazevol Convito e nelle Argute e facete lettere.
La Scala naturale resta, comunque, un interessante esempio di quel vasto e complesso fenomeno dell’aristotelismo in volgare che, nel Rinascimento, favorisce la nascita di un lessico filosofico e scientifico in lingua italiana.

Bibliografia

Opere di Giovan Camillo Maffei

  • Delle lettere del G.C. Maffei da Solofra, dove tra gli altri bellissimi pensieri di filosofia, e di medicina, v'è un discorso della voce e del modo d'apparare di cantar di garganta, senza maestro, non più veduto, n'istampato, Raymundo Amato, Napoli 1562.
  • G.C. Maffei, Scala naturale overo Fantasia dolcissima, Gio. Varisco e compagni, Venezia 1564.

Studi

  • Cesare Corsi, Maffei, Giovanni Camillo, in Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 67, Treccani, Roma, 2006, pp. 234-235.
  • Donato Verardi, La scienza e i segreti della natura a Napoli nel Rinascimento. La magia naturale di Giovan Battista Della Porta, Firenze University Press, Firenze, 2018, pp. 61-69.

ARTICLE WRITTEN BY DONATO VERARDI | STORIADELLACAMPANIA.IT © 2020

Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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