Fede e devozione a Piedimonte Matese tra medioevo ed età moderna: testamenti a favore del convento dei Domenicani (1419-1768)

a cura di Armando Pepe

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Pagina principale di riferimento: Documenti sulla Diocesi di Alife in età moderna e contemporanea

Fonti archivistiche

  • Archivio Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, Roma.
  • Archivio di Stato di Caserta.
  • Biblioteca provinciale francescana “Beato Ludovico da Casoria”, Napoli.

Ringraziamenti

Per consigli e suggerimenti mi corre l'obbligo di ringraziare i professori Massimo Carlo Giannini, Antonio Salvatore Romano e Giulio Sodano nonché i dottori Luca Al Sabbagh, Fabio Simonelli e Alessandro Giaquinto.

Avvertenze

Piedimonte Matese, secondo l’antica denominazione, era Piedimonte d’Alife.
In appendice documentaria tra parentesi tonde sono indicate le pagine originali del documento.
p. = pagina
f. = foglio.

Premessa

Rete insediativa dei Frati Predicatori in Terra di Lavoro

La rete insediativa dell’Ordine dei Frati Predicatori, comunemente chiamati Domenicani, nella provincia di Terra di Lavoro, in epoca medioevale, contemplava la presenza dei conventi di Gaeta (1229), Capua (1253), Aversa (1278), Sessa Aurunca (1303 circa), Fondi (1292), San Germano, l’attuale Cassino, (verso il 1335), Conca della Campania (1366), Pontecorvo (1334), cui nel 1399 si aggiunse il cenobio di Piedimonte d’Alife e nel 1458 quello di Pietravairano (Esposito, pp. 57- 58); fu una propagazione abbastanza lenta, irradiata su di una mappa a larghe campiture, preferibilmente in centri abitativi ove c’era una fervida vita culturale, commerciale e, latamente, imprenditoriale. All’interno dell’azione pastorale esplicata dalla Chiesa, i Domenicani, attraverso la predicazione, cercavano di contrastare, sul nascere, le germoglianti istanze ereticali, costituendo un vero baluardo dell’ortodossia cattolica. Plurimi erano i compiti che le comunità civiche assegnavano agli Ordini religiosi, non solo l’assistenza spirituale; i Domenicani, ad esempio, essendo molto dotti, oltre alle funzioni propriamente liturgiche e all’evangelizzazione popolare, impartivano un valido insegnamento, anche di tipo accademico, ad alunni sia interni alle proprie strutture, e dunque futuri religiosi e avviati pertanto alla vita contemplativa, sia esterni, i quali in seguito avrebbero ricoperto ruoli apicali nella società secolare.
Dopo il Concilio di Trento, punto di svolta essenziale per la Chiesa cattolica, rispondendo a nuove e cogenti istanze spirituali e disciplinari, l’Ordine domenicano, in modo endogeno, si ristrutturò, componendosi daccapo, in riferimento quantomeno ai territori dell’Italia meridionale, in mutate aggregazioni conventuali, ragion per cui si parla di riforma d’Abruzzo, avvenuta nel monastero di Chieti, dove nel 1578 fu aperto uno Studio generale o Facoltà teologica, di riforma della Sanità, quartiere napoletano sede di un rinomato cenobio, e, infine, di riforma di San Marco dei Cavoti, il cui promotore fu Padre Ludovico Papa da Maddaloni, morto nel 1640. Nei conventi affiliati alla congregazione di San Marco dei Cavoti, autorevole centro del beneventano, tra cui rientrava quello di Piedimonte, si seguiva con fervore la perfetta osservanza delle costituzioni dell’Ordine, c’era un clima di assoluto rigore, all’insegna dell’umiltà, non si dava peso ai titoli accademici, prediligendosi l’ascetismo. Nondimeno, non mancava la forza intellettuale, dato che la cultura non è obbligatoriamente proporzionale al titolo conseguito.

Breve storia del convento dei Domenicani a Piedimonte d’Alife

Sveva Sanseverino, vedova di Enrico della Leonessa, sposò in seconde nozze Giacomo Gaetani, ragion per cui i discendenti della famiglia Gaetani, dal 1383 fino all’eversione della feudalità, tranne un’interruzione triennale, detennero la signoria di Piedimonte, elevata a principato nel 1715. La nobile Sanseverino, dunque, di un robusto e intimamente compenetrato sentimento religioso, molto verosimilmente anche perché pronipote di San Tommaso d’Aquino, il celeberrimo Doctor Angelicus, per alleviare le esigue condizioni dei poveri, degli infermi e dei viandanti, che andavano in pellegrinaggio a Roma e negli altri luoghi sacri, nel 1399 creò dal nulla un ospedale, con acclusa una piccola chiesa per risanare le ferite delle anime. Per migliorare, rinnovare e rendere più fruttuoso il complesso da poco istituito, Sveva Sanseverino, il 4 luglio 1419 (altre pubblicazioni indicano il 1414), lo donò integralmente all’Ordine dei Frati Predicatori, che vi risiederono ininterrottamente fino al 1809, quando il convento fu soppresso dal governo.
Purtroppo, non per tutti i conventi si dispone di una copiosa documentazione; tuttavia, fortunatamente, per delineare a grandi linee l’atto istitutivo, e la storia del cenobio piedimontese, di primario interesse risulta la platea (ovvero l’inventario dei beni patrimoniali e le relative rendite, contenente dati preziosi e notevoli informazioni, altrove non rinvenibili), la quale copre un arco temporale molto lungo, ossia dal 1399 al 1768. Incomprensibilmente, per ragioni ancora oggi sconosciute, la cennata platea è conservata a Napoli, presso la Biblioteca provinciale francescana “Beato Ludovico da Casoria”, collocata nel Monastero di Santa Chiara; infatti, a rigore di logica, ci si sarebbe aspettati di rintracciarla in un archivio domenicano. La biblioteca francescana, previo apporto e necessaria conglobazione di preesistenti nuclei librari, fu fondata nel 1972 da Padre Fra’ Gioacchino Francesco D’Andrea, il quale, nel 1977 sull’Annuario dell’Associazione Storica del Medio Volturno, svelò alla comunità scientifica e dei ricercatori l’esistenza e lo spessore di primo piano della menzionata platea, dal titolo originario “Registro Generale delle cose spettanti a questo Convento di San Tommaso d’Aquino de’ Predicatori della Città di Piedimonte d’Alife, formato in quest’anno 1768”, acquisita definitivamente dal mondo degli studi.
Dante Marrocco, con gli strumenti filologici e storiografici a sua disposizione, aveva inquadrato la storia del cenobio domenicano, scrivendo, accoratamente e con ragione, nel 1965, che “il grande convento domenicano a Piedimonte, in Terra di Lavoro, per oltre quattrocento anni fu centro importante di spiritualità e di cultura” (Marrocco, p. 3) e pubblicando in silloge i tre Brevi Apostolici che papa Bonifacio IX emanò a favore dell’istituzione monastica, il primo, del 22 giugno 1395, inviato al vescovo della diocesi di Alife Giovanni Alferio, il secondo, del 1° febbraio 1397, inviato di nuovo allo stesso presule alifano, il terzo, infine, datato 22 aprile 1398, diretto al Priore provinciale Regni Siciliae [del Regno di Sicilia] dell’Ordine dei Frati Predicatori. Osservava con acutezza lo studioso piedimontese che “i privilegi spirituali concessi [al cenobio domenicano] erano di grande importanza, se si pensa che erano gli stessi della Porziuncola e di Santa Maria degli Angeli, di Assisi, dati ad un convento nuovo, senza storia e [dislocato] in un piccolo borgo” (Marrocco, p. 8). Ad onore del vero, tutti vescovi alifani, tennero in alta considerazione il cenobio domenicano, di cui, nel 1626, monsignor Girolamo Maria Zambeccari, nella relazione ad Limina, stilata di proprio pugno, scriveva: “In Piedimonte c’è il convento dei Domenicani, che comprende anche la chiesa di san Tommaso d’Aquino, con un reddito annuo di circa 600 ducati; nel convento domenicano abitano otto sacerdoti, quattro studenti, un lettore di filosofia, e quattro servi laici. Nella chiesa dei Domenicani esiste la Società del Santissimo Rosario, con un reddito annuo di circa 200 ducati, che si prende cura del Monte di Pietà, cui destina parte dei proventi; c’è inoltre in detta chiesa anche la Confraternita del Santissimo Nome di Dio, con un reddito annuo di circa cinquanta ducati” (Pepe, pp. 60-61). I presuli portavano l’esempio del convento in palmo di mano, poiché unanimemente ritenuto luogo di irradiazione culturale, fucina intellettuale che forgiava le menti di nuove generazioni di filosofi e teologi. Ciononostante, scendendo nei risvolti pratici, di vita vissuta, non mancarono diatribe, nate prevalentemente da questioni bagatellari, tra i Domenicani e gli altri Ordini religiosi presenti sul territorio; è il caso della già ampiamente altrove discussa causa intentata contro i Domenicani piedimontesi dai religiosi dell’Ordine dei frati minori cappuccini, i quali nel 1647 informarono addirittura papa Innocenzo X (al secolo Giovanni Battista Pamphili). A Roma, nell’Archivio generale dei Frati Minori Cappuccini si conserva un rarissimo documento che illustra dettagliatamente l’avvenimento, e che va letto integralmente, “(f. 1r.) Pretensione dei Padri di San Domenico della terra di Piedimonte sopra un canneto donato a beneficio del convento dei Cappuccini di detta terra. Varie scritture colla sentenza dell’illustrissimo e reverendissimo Monsignor Nunzio Apostolico in Napoli a favore dei Cappuccini, 1647. (f. 3r.) Beatissimo Padre, Li Cappuccini della terra di Piedimonte, Diocesi di Alife, humilmente espongono alla Santità Vostra che l’anno 1588 la quondam signora Donna Cassandra de Capua, ava del signor Duca di Traetto [l’attuale Minturno] e di Piedimonte, che fu fondatrice di questo monastero, comprò un pezzo di terra, che era come un’isoletta, circondata da ogni parte dal fiume Torano, et a sue spese vi fece fare il valcatoio [la gualchiera], e lo donò ai medesimi per farvi li panni per li Frati della Provincia; e dopo il signor Duca donò ai medesimi l’acqua per il detto valcatoio, con l’Assenso Regio, facendo anco menzione del valcatoio e terreno sopradetti; qual terreno, et acqua, è stato sempre goduto dai medesimi senza contraddizione alcuna. In una parte di detto terreno fu fatto un canneto, e i medesimi [frati cappuccini] hanno distribuite le canne alli vicini et, in parte, alli Padri di San Domenico del monastero di San Tommaso d’Aquino, del detto luogo, i quali hanno una vigna contigua al detto terreno; ma, perché li Padri Domenicani hoggi [adesso] pretendono che il detto canneto sia del loro monastero, e sopra di ciò è stata introdotta lite sopra il mandato de manutenendo [il mandato de manutenendo si dà nei giudizi di manutenzione, e non è altro che un ordine che dà il giudice in virtù di cui non può l’altra parte prendere il possesso di quella cosa che si controverte, (Pratica della Curia Romana, p. 94)] in possessione dicti canneti [nel possesso di detto canneto] tra i medesimi [Frati Cappuccini] e li Padri Domenicani, prima davanti a Monsignor Nunzio Apostolico di Napoli, e poi davanti all’Auditor Camerae [il tribunale romano dell’Auditor Camerae, ovvero il foro dell’Uditore della Camera Apostolica, nel 1647 era diretto da Monsignor Prospero Caffarelli, elevato al rango di cardinale da papa Innocenzo X, il 2 marzo 1654], a Padre Cavallitto e a Monsignor [Ascanio] Rivaldi, et, al presente, davanti a Monsignor Melchiorre, luogotenente [giudice per le cause civili] dell’Auditor Camerae, dove li Padri Domenicani domandano il mandato de manutenendo a loro favore; questa causa si prosegue perché i medesimi [Frati Cappuccini] giustificano le ragioni del loro monastero con gli strumenti della compra e della donazione di detto terreno, con il possesso di sessant’anni e più, pur non essendo soliti, i medesimi, praticare li tribunali; si tratta esclusivamente di difendere le ragioni del monastero dei Cappuccini, la proprietà del quale spetta alla Camera Apostolica. Pertanto, si supplica la Santità Vostra a voler restar servita d’ordinare che detta causa si veda extragiudizialmente, e sommariamente, da qualche Congregazione di Prelati, o Cardinali, come più piacerà alla Santità Vostra, ché il tutto si riceverà a grazia singolarissima della Santità Vostra” (Archivio Generale dell’ Ordine dei Frati Minori Cappuccini, provincia G. 89, sectio 5, O-R, “Piedimonte”). Definiti i termini della causa, aperto il dibattimento, espletati tutti i passaggi giudiziali, la sentenza emessa fu favorevole al convento dei Cappuccini. A distanza di due anni appena, a seguito dell’iter avviato da papa Innocenzo X il 17 dicembre 1649 “con il breve Inter caetera, che aveva avuto lo scopo di individuare le sedi conventuali in cui non si ravvisavano le condizioni per poter mantenere almeno sei religiosi e, di conseguenza, rispettare l’osservanza regolare” (Campanelli, p. 1). Precipitosamente, nel 1650, il procuratore generale dell’Ordine dei Frati Predicatori, il fiorentino Fra’ Domenico Maria Campana, apprezzato oratore, in quanto universalmente riconosciuto quale magnus concionator e prolocutor, (Taurisano, p. 105), inoltrò alla Congregazione romana dei Vescovi e Regolari, una relazione, verificata anche, in seconda battuta e con i dovuti riscontri, dal vescovo diocesano Pietro Paolo de’ Medici, che era stata scritta con dovizia di particolari dai Domenicani piedimontesi nella speranza che il loro monastero venisse risparmiato dalla soppressione. Della cennata relazione, rintracciata e pubblicata nel 2006 da Geppino Buonomo e Melissa Di Lorenzo, conviene leggerne per intero il foglio iniziale, molto saliente e, nella sua semplicità, assolutamente apodittico: “ (f. 291 r.) il monastero di San Tommaso d’Aquino, dell’Ordine dei Predicatori, sta situato dentro la terra di Piedimonte, diocesi di Alife, in mezzo alla piazza pubblica, chiamata di San Domenico; fu fondato ed eretto dall’eccellentissima signora Donna Sveva Sanseverino, contessa di Fondi, col Breve Apostolico spedito nel tempo del Pontificato di Bonifacio IX, l’anno X del suo Pontificato, il dì 8 di aprile 1390. Ivi fu impetrato l’Assenso Regio, concesso dal re Ladislao a dì 5 del mese di febbraio 1399, come il tutto si vede per istrumento in pergamena fatto dal quondam notaro Angelo di Pietro Sasso, di detta terra, quale si conserva nella cassa del deposito di detto convento. [Il monastero] have la [propria] chiesa sotto il titolo di San Tommaso d’Aquino, da molti chiamata San Domenico, [la quale sta] vicino al chiostro dalla parte dell’oriente; è di lunghezza palmi cento, di larghezza palmi trenta, con intempiatura lavorata di carta pittata con stelle indorate, et è vecchia; vi sono tre cappelle sfondate [dotate di copertura propria], la prima di Sant’Anna, la seconda del Santissimo Rosario, la terza del Presepio. Vi sono dodici altri altari, oltre all’altare maggiore con la custodia, dietro del quale vi è il coro, con due ordini di sedie di noce ben conservate; dietro del coro vi è la sacristia, con li stipi di noce anco lavorati, dove si conservano le robe pertinenti di detta chiesa” (Archivio Apostolico Vaticano, Congregazione Stato Regolari, Relationes I, 27, ff. 291r.-300v., “Convento di Piedimonte d’Alife), (Buonomo- Di Lorenzo, p. 53). Durante il XVIII secolo, grazie all’enorme sforzo di trascrizione delle fonti, anche di documenti minori se non minimi, confluiti nella platea, si raccolsero sistematicamente le memorie del cenobio, per cui se ha un prospetto che ne registra ogni singolo evento di vita quotidiana; ne emergono caratteristiche rassicuranti, quali solidità economica, insegnamento di alto profilo didattico, devozione filiale del popolo dei fedeli. Cionondimeno, durante il Decennio francese, più precisamente il 7 agosto 1809, il re di Napoli Gioacchino (Napoleone) Murat, con decreto n° 448, diede inizio alla soppressione degli ordini religiosi presenti nel regno, con la consequenziale confisca di tutti i loro beni e la trasmutazione dei conventi ad altro uso. Immediatamente, lo stesso 7 agosto 1809, per disposizione del cavaliere Luigi Macedonio, intendente di Terra di Lavoro, a Piedimonte, i commissari incaricati di abolire i conventi “con l’assistenza di Pasquale Girardi, primo eletto di questo comune” , procedettero “alla soppressione del monastero dei Padri Domenicani di questa città”, sfrattando “il priore, Padre Leopoldo Ambra, e il procuratore, Padre Domenico Cesareo” (Buonomo- Di Lorenzo, p. 74), e con loro tutti gli altri monaci. Si poneva fine ex abrupto alla plurisecolare presenza domenicana in terra piedimontese. Tutti i beni, case e terreni, che il convento domenicano aveva posseduto nei comuni di Piedimonte, San Potito e Alife, il 25 luglio 1812 furono completamente alienati, mediante esborso totale di 40 576.26 ducati, da Onorato Gaetani, duca di Laurenzana e principe di Piedimonte (Villani, appendice X, 76).

La popolazione piedimontese in età moderna (1532-1800)

Assodati dunque questi punti basilari, la considerazione più incidente da farsi è quella riguardo alla statistica della popolazione piedimontese, almeno per i dati disponibili e ricavati precedentemente da altri storiografi durante ricerche condotte negli archivi parrocchiali e di Stato, specialmente tra Caserta e Napoli. Andando a ritroso nel tempo, si può risalire al massimo fino al 1532, quando Piedimonte aveva 5750 abitanti, suddivisi. 1150 fuochi (nuclei famigliari). Ogni famiglia dunque era composta da cinque persone, escluse le persone consacrate, che menavano vita cenobitica. Con un rialzo demografico davvero impressionante, epperò inesorabilmente progressivo, nel 1545 gli abitanti erano 7180, ripartiti in 1436 fuochi, nel 1561 si contavano già 8300 abitanti, distribuiti in 1660 fuochi, nel 1595 si toccò il picco di 9060 abitanti, spalmati su 1818 fuochi, che si mantenne sostanzialmente stabile fino al 1648, quando il numero degli abitanti era lo stesso, cioè 9060, come il medesimo era il numero dei fuochi, ovvero 1812. In riferimento allo spazio temporale dei primi decenni del XVII secolo, a segno dell’industre e dinamica esistenza che si svolgeva nel centro posto alle pendici del Matese, di nuovo Monsignor Zambeccari, sempre nel citato resoconto del 1626, scriveva che “tutta Piedimonte, che beneficia di aria salubre, di ottime acque e di ogni cosa necessaria al vivere umano, conta quasi diecimila abitanti che, in gran parte, sono impegnati nella trasformazione e nella mercatura della lana” (Pepe, p. 59). Drasticamente però, a causa del funesto morbo pestilenziale del 1656, l’ammontare degli abitanti nel 1669 era crollato fino a scendere a 4645 abitanti, il minimo storico, ripartiti in 929 fuochi. Il nucleo dei componenti di ogni famiglia, tuttavia, rimaneva di cinque. Nel 1703 analoga era la quantità degli abitanti, 4645, e dei fuochi, 929. Nel 1754 ci fu una lieve diminuzione, scendendo gli abitanti a 4480, scompartiti in 896 fuochi. Nel 1800 gli abitanti risalirono a 6100, ciononostante il numero dei fuochi non è riportato. Evidentemente, volendo fare un’analisi, sia pure approssimativa, si nota il significativo incremento demografico dalla seconda metà del XVI secolo sino all’annus horribilis del 1656, che sconvolse Piedimonte e, con essa, il mondo. Piedimonte, dunque, risultava attrattiva e accogliente, capace di integrare le tante persone che vi accorrevano per fini lavorativi, dato che l’economia laniera cresceva a ritmi sostenuti. Dapprima la lana e, molto tempo dopo, precisamente nel 1812, il cotone, grazie all’intraprendenza dello svizzero Gian Giacomo Egg, Piedimonte ha sempre dato il meglio di sé, quella capacità di operare con volontà e perseveranza, seguendo la linea della lavorazione e/o trasformazione del tessuto. Conosciute per ogni dove, infatti, erano le coperte imbottite di lana, di provenienza prettamente piedimontese.

Artigianato e proto-industria

La dirompente forza delle acque, sgorganti dalle floride sorgenti poste alla falde del Matese, faceva di Piedimonte un centro ricco di energia idraulica, abilmente utilizzata dai tanti mulini ubicati lungo le rive del Torano, ma anche da altre attività proto-industriali, risalenti al Medioevo. Ciò è testimoniato da una ingente messe documentale di natura feudale, dagli apprezzi e dai relevi, entrambi atti di natura fiscale. Sia pure per sommi capi, tracciare una bozza di storia economica, relativamente a Piedimonte, risulta utile per avere un quadro più chiaro su come vi si affrontasse la vita quotidiana. Similarmente ai paesi situati lungo la fascia appenninica, Piedimonte fu un centro laniero di primaria consistenza, raggiungendo i suoi mercanti e imprenditori le prime posizioni, ininterrottamente dal 1625 al 1700, nell’acquisto della lana alla fiera di Foggia, la più importante del regno di Napoli. Le greggi che pascolavano sul Matese erano consistenti, alcune erano di proprietà di qualche confraternita piedimontese, contendendosi il primato la cappella di Santa Maria Occorrevole, a Monte Muto e quella di Santa Maria di Costantinopoli, allo Scorpeto; anche la confraternita del Santissimo Rosario, che aveva la propria cappella all’interno della chiesa annessa al cenobio domenicano, aveva un suo considerevole gregge. Nella lana e negli armenti si investiva, poiché da essi di conseguenza proveniva una relativa ricchezza che, a ricasco, si riverberava sull’intera cittadina; c’era tutto un microcosmo che girava attorno alla lana, dato che la lavorazione era complessa e prevedeva diverse fasi: la tosatura, sgrassatura, la cardatura, la tessitura, la garzatura, la cimatura, la stenditura o tiratura, da cui il nome di Tiratoio, trasformato nella variante dialettale locale, al singolare e al plurale, in ‘Tiratoia’ e/o ‘Tiratoie’, toponimo ancora presente nel tessuto urbano piedimontese. Lungo il corso del XVII secolo l’economia laniera assunse un aspetto proto-industriale, grazie alle intuizioni di alcuni attivissimi componenti di Casa Gaetani d’Aragona. “I Gaetani costituiscono un grande comparto proto-industriale nei primi decenni del Seicento. L’edificazione di questo complesso è tutt’uno con le strategie feudali […] Con il secondo duca di Laurenzana, Francesco Gaetani seniore, si aggiungono nuovi beni: decine di opifici feudali (alcuni comprati, altri costruiti). Ma è Alfonso Gaetani II, il terzo duca di Laurenzana, che valorizza maggiormente il complesso feudale, [poiché] conduce a buon fine il processo di costruzione del complesso proto-industriale. […] Francesco e soprattutto Alfonso Gaetani (II) acquistano in poco meno di quaranta anni, dal 1588 al 1637, ben 19 opifici, nel seguente ordine temporale: una tintoria nel 1588, una gualchiera nel 1599; una gualchiera nel 1600; una gualchiera nel 1620; quattro gualchiere nel 1634; cinque gualchiere nel 1635; tre gualchiere nel 1637. Francesco ed Alfonso (II) Gaetani investono una cifra pari a quasi 10000 ducati. Il secondo passo, con investimenti che vanno dai 15000 ai 20000 ducati, è la ristrutturazione del sistema idraulico e la razionalizzazione degli impianti, con il perfezionamento dei mulini per gualchiere, costruzione di tintorie, di tiratoi ed altri opifici” (Cirillo, pp. 106- 109).

Fasto e munificenza di casa Gaetani d’Aragona

La potenza economica e il prestigio dei feudatari piedimontesi si riflettevano soprattutto nella cultura, essendo palazzo ducale, nella sua imponente e tetragona austerità, un luogo ben frequentato e ambito dalla borghesia cittadina, dove giungevano le novità librarie, si discuteva di letteratura e filosofia, ma anche di musica e arte pittorica, senza preclusioni di sorta. In ogni paese, a loro infeudato, a Fondi come a Piedimonte, i Gaetani si ponevano come mecenati, promotori del bello, committenti d’eccezione, avendo un innato senso estetico. La loro collezione d’arte è rimasta nella leggenda. Il compianto storico francese Gérard Labrot, che nelle sue ricerche all’Archivio di Stato di Napoli, accompagnato da una nutrita schiera di studiosi, compulsava regolarmente i fondi notarili, scrisse con meraviglia di quella collezione, il cui inventario complessivo era contenuto in cinque volumi. Una collezione che raggiunse il proprio acme dal 1646 al 1741. Secondo Labrot “l’origine romana della famiglia conferisce alla collezione un’originalità e una ricchezza particolari” (Labrot, p. 237). Ad imprimere un’accelerata al collezionismo familiare fu il secondo figlio di Alfonso II, monsignor Giuseppe Gaetani, arcivescovo, patriarca d’Alessandria, in partibus infidelium [nei paesi degli infedeli] , nunzio apostolico a Firenze, residente a Roma: “il secondo inventario dei suoi beni, redatto nel 1710, testimonia della sua attività di collezionista; compra molti quadri bolognesi e romani, i Carracci, Claude Lorrain, e Salvator Rosa in particolare. Come la collezione del suo fratello maggiore Francesco, il suo imponente raggruppamento di quadri passa praticamente in blocco a suo nipote Niccolò Gaetani, e lascia Roma per Napoli. Quest’ultimo dispone di una collezione immensa-, poco meno di 939 quadri-, di cui l’accurato inventario permette di distinguere i differenti strati che la compongono; quadri della casa, di monsignore, del signor duca, o acquisiti da lui stesso e da sua moglie Aurora Sanseverino, donna di grande cultura e che animava un rinomato circolo culturale” (Labrot, p. 237). In una nota a piè di pagina, Labrot riporta che “l’inventario rende ugualmente conto di un secondo insieme di quadri, conservati nel palazzo ducale della famiglia, a Piedimonte d’Alife” (Labrot, p. 237, n. 7).

Rilevanze artistiche nel convento dei Domenicani

Le tante bellezze di Piedimonte sono state attentamente considerate da validissimi studiosi di fama nazionale, europea e mondiale. Relativamente all’architettura religiosa, agli artisti che si sono susseguiti e che hanno lasciato la loro impronta nel convento domenicano, si può dire che “la Trinità centinata [sagomata ad arco] della chiesa di San Tommaso d’Aquino, o di San Domenico, reca un’attribuzione a Belisario Corenzio” (Leone de Castris 1, p. 84), inoltre “sapore fiammingo ha la bella tavola con Sant’Elena e la vera Croce, della chiesa di San Tommaso d’Aquino a Piedimonte Matese, datata 1543, ma di difficile decifrazione a causa delle molte ridipinture” (Leone de Castris 1, p. 183). Pierluigi Leone de Castris segnala pure il dipinto, d’autore ignoto, raffigurante il Martirio di San Pietro da Verona, aggiungendo che “questa tavola, conservata nella cappella dei Confreda, dedicata a San Pietro da Verona, in San Tommaso d’Aquino (o San Domenico), a Piedimonte, è molto sciupata; tuttavia Dante Marrocco la ricorda firmata da ‘Battista Aretino’ e datata 1552. Non è improbabile che questo pittore possa identificarsi con quel ‘Battista’, nativo di Città di Castello e lì aiuto del Gherardi e del Vasari negli anni Trenta [del XVI secolo] in Palazzo Vitelli, ché le scabre ma energiche figure del Martirio hanno in effetti caratteri vasariani e, più ancora, alla Gherardi; o, in alternativa, con quel ‘Bastian Flori, aretino’, aiuto nel 1546 dello stesso Vasari alla Cancelleria” (Leone de Castris 1, p. 133). Lo stesso storico dell’arte, nel terzo volume del suo trittico, torna ad interessarsi del complesso monastico piedimontese, attribuendo a Belisario Corenzio “un ciclo a fresco, molto sciupato, d’una cappella nella chiesa di San Domenico, a Piedimonte Matese” (Leone de Castris 2, p. 209) e ponendo nel dovuto risalto, confermandone l’attribuzione, la Natività della Vergine, realizzazione di Fabrizio Santafede, poiché “è ricordata come opera di Santafede già da Bernardo De Dominici e da buona parte della bibliografia, oltreché da Dante Marrocco, che ne pubblica una sbiadita immagine” (Leone de Castris 2, p. 280).

La corporazione notarile piedimontese tra medioevo ed età moderna

Oggigiorno la rete per antonomasia è internet, ma strutture complesse, materiate di rapporti umani, parentali, sociali, lavorativi, sono sempre esistite. Organizzata, già a partire dal medioevo, a livello comunale, il notariato, considerato quale rete, godeva di autorevolezza universale, in quanto per accedervi bisognava essere portatori di publica fides ed essere riconosciuti come persone probe, integre e, di conseguenza, assolutamente affidabili. Attraverso la quantitativamente sostanziosa documentazione notarile, risalente alla fine del XV secolo, conservata presso l’Archivio di Stato di Caserta, di cui c’è uno scrupoloso repertorio online, si possono ricostruire le intermediazioni, ovvero le intelaiature delle operazioni che precedevano l’acquisto o la vendita di un bene, ma anche le trasmissioni patrimoniali e negozi di minore conto. La prassi della classe notarile si infiltrava forzatamente nelle questioni familiari, nella pubblica amministrazione e negli affari privati. Nei testamenti in questa sede presentati il primo notaio rogante è Angelo di Pietro Sasso, uomo di fiducia di Sveva Sanseverino, ma poi si incontrano successivamente tanti altri nomi e cognomi, che rimandano a persone che lavorarono senza intermittenza nel corso di più di tre secoli, come Aquilante de Martinis, attivo con tenacia per oltre trenta anni, dal 1532 al 1568. Quasi simultaneamente esercitava la professione anche il notaio Angelo de Julianis che, in più di cinquanta anni, ovvero dal 1545 al 1597 rogitò migliaia di atti, contenuti nell’impressionante cifra di 378 volumi in folio, mentre Ercole de Parrillis, abitante nel quartiere della Vallata, ove tenne un avviato studio, e molto frequentato, per cinquantaquattro anni, dal 1554 al 1608. Si annoveravano vere e proprie dinastie notarili, come la famiglia de Clavellis, anch’essa originaria della Vallata, quella dei Ciccarelli, che, approssimabile ad una moderna holding, sia pure di dimensione locale, coniugava l’attività professionale con un profittevole dinamismo imprenditoriale nell’industria laniera, ma c’erano anche i Paterno, alacri e costanti benefattori del cenobio domenicano, nonché la famiglia d’Agnese, fortemente impegnata anche nel consorzio civile e unanimemente tenuta in grande reputazione. Anche la famiglia de Angelis, i cui componenti spesso si dedicavano al sacerdozio, era fomite perseverante di notai. Lo stesso si può dire della famiglia Giorgio. Altre famiglie che contribuirono, in qualche misura, a fornire notai alla società piedimontese furono quella dei d’Amico, parallelamente ad una dinamicità imprenditoriale molto serrata, e quelle dei Gambella, dei de Contenta e degli Scasserra. Non censito nel catalogo notarile di cui s’è fatto cenno, ma non meno capace dei suoi colleghi, fu il finora sconosciuto Giovan Francesco d’Andrea, lungamente attivo a Piedimonte, in base agli estremi cronologici qui registrati, che vanno dal 1559 al 1605, per complessivi 46 anni di onorata carriera. Il notaio Giovan Francesco d’Andrea, come dimostrano i due testamenti al numero 40 dell’appendice documentaria, rogitati a Piedimonte rispettivamente il 16 ottobre 1603 e il 21 giugno 1605, era ben introdotto, per meritoria competenza o per inusitata affabilità, negli ambienti nobiliari tanto da scelto, per il disbrigo di un negozio delicato, da Lavinia de Penna, dei baroni di Ailano, e dal di lei figlio Muzio Genuese, fratello di Don Vespasiano, barone di Gallo [Matese], il quale fu loro esecutore testamentario.

I piedimontesi d’antico regime davanti alla morte

La presente ricerca si basa su 125 fra testamenti e donazioni, a favore del convento dei Domenicani a Piedimonte, collocati in un arco temporale che va dal 1419 al 1768. Gli atti legali, eseguiti per sola volontà muliebre sono 47, invece per decisioni maschili 66; quelli espletati insieme, da un uomo e una donna (marito e moglie, madre e figlio, padre e figlia, fratello e sorella) ammontano a 8, i restanti 4, viceversa, sono stati disposti da una pluralità di persone (confraternita del Santissimo Rosario, università di Piedimonte, casa Gaetani d’Aragona). Sotto il profilo strettamente sociologico, la provenienza di classe dei testatori e donatori, e/o delle testatrici e donatrici, è disomogenea, riscontrandosi tra loro sia magnati sia borghesi, nonché popolani, tutti devotamente affezionati al cenobio domenicano, con ogni evidenza centro propulsore di culto e spiritualità per Piedimonte e dintorni. Organicamente, nei loro intimi risvolti, tutti i documenti denotano persistenti segni di humanitas, che rappresenta il contrassegno, ovvero la particolare caratteristica della coeva società piedimontese. La liberalità dei componenti della famiglia Gaetani d’Aragona la dice lunga, e suggerisce manifestamente, di quanto essi non solo fossero tradizionalmente legati ad un bene comunitario, religioso, identitario, fondato dallo loro gloriosa antenata Sveva Sanseverino, ma soprattutto di quanto volessero porsi, con prodigalità, come tanti esempi da imitare nel dono. In una collettività profondamente gerarchizzata il feudatario indicava, indubbiamente, l’exemplum, ovvero la strada da seguire, e il popolo necessariamente s’adeguava. Gli atti donativi predisposti dai feudatari piedimontesi, rinvenibili in appendice documentaria, sono 12, all’incirca un decimo del totale; di alcuni leganti dell’aristocratica famiglia si hanno ben dettagliate prosopografie, di altri, per converso, come ad esempio per il gesuita Luigi Gaetani, omonimo del contemporaneo parente cardinale Luigi Caetani di Sermoneta, si hanno pochissime informazioni, se non quelle che fu machiavellico consigliere del nipote Alfonso II Gaetani d’Aragona e che morì a Milano, molto verosimilmente in qualche casa professa della Compagnia di Gesù. I testamenti tornano utili, dunque, anche perché offrono, in filigrana, infinite informazioni, le più disparate, circa donatori e donatrici. Il groviglio di relazioni, talvolta anche per richiedergli improrogabili mediazioni, che vedevano al centro il cardinale Luigi Caetani di Sermoneta, è fittamente corposo, potendosi rintracciare, nel formidabile carteggio di quest’ultimo, alcune significative lettere di Diana de Capua e della di lei figlia Giulia Gaetani che, nella loro austerità aristocratica, gettano nuova luce su aspetti non solo familiari ma riguardanti determinati punti salienti, attinenti sia al patronage, rigidamente inteso, nei confronti dei canonici della collegiata di Santa Maria Maggiore, sia a questioni di natura fiscale per dirimere le varie divergenze sorte tra il governo feudale e la curia vescovile. Un’altra illustre testatrice fu Giulia Acquaviva d’Atri, appartenente ad una casata “tra le più rilevanti della feudalità del regno di Napoli” (Sodano, p. 11), sposa di Antonio Gaetani dell’Aquila d’Aragona, conte di Alife e duca di Laurenzana e madre di Niccolò, la cui consorte fu Aurora Sanseverino. Giulia Acquaviva, alla sua morte, lasciò in legato al cenobio domenicano un capitale di 1100 ducati. Eloquenti e indicativi sono i testamenti rogitati nel 1656, quando la peste mieteva vittime a decine di migliaia, basti pensare che Piedimonte si dimezzò dal punto di vista demografico; in quelle pagine ogni minima parola risulta soppesata, non avendo chiunque certezza del domani, ma essendo disarmato e scoprendosi fragile difronte al contagio; insicurezze e paure erano patenti e, davanti all’ignoto, ci si appigliava al sacro. A quell’epoca, mentre imperversava il flagello icasticamente raffigurato nelle tele del pittore napoletano Micco Spadaro, in assenza di un congruo numero di notai, rogitavano anche i sacerdoti, muniti di particolari credenziali e opportunamente preparati. Nell’elenco di coloro lasciarono in dono beni parte dei propri averi al convento domenicano s’incontrano cognomi, come Trutta, d’Agnese, Giorgio, Paterno, e altri ancora, che, indelebilmente, sono rimasti nella memoria storica piedimontese. Particolarmente devota al medesimo cenobio, cui molto donò e fedele senza riserve a casa Gaetani d’Aragona, con la quale aveva un rapporto privilegiato costruito nel tempo, era la famiglia Gambella. Alle famiglie più in vista dell’agiata borghesia appartenevano alcuni donatori, come Niccolò Giorgio, protagonista culturale della vita del suo tempo, entusiasta poligrafo, autore di un memorabile volume, dal titolo “Notizie istoriche della vita, martirio e sepoltura del glorioso San Sisto I, papa e martire”, che, quando apparve, destò enorme interesse, tuttora vivo. Tuttavia, non solo i piedimontesi tennero in pregio il cenobio domenicano, dato che la sua fama determinò legati di altre persone, di luoghi lontani, come Isabella Brussone, di Marsicovetere, nel potentino, donatrice di 30 ducati, come si può vedere al documento 58. Una fama, in conclusione, che andava oltre i confini zonali.

Appendice documentaria

[Titolo completo del manoscritto conservato presso la Biblioteca provinciale francescana “Beato Ludovico da Casoria”, che si trova a Napoli nel monastero di Santa Chiara ]
Registro Generale delle cose spettanti a questo Convento di San Tommaso d’Aquino de’ Predicatori della Città di Piedimonte d’Alife, diviso in tre parti. Nella prima si enunciano i benefattori coi beni e pesi lasciati. Nella seconda, divisa in tre parti, si descrivono i territori colle loro piante, case e li censi. Nella terza si dilucidano pesi di messe, i fondi, ed i benefattori dai quali sono stati lasciati. Formato in quest’anno 1768.

I. Si spiega la composizione delle fonti documentarie, che hanno permesso di redigere la platea conventuale.

“(p. 1) Prima del 1538 di questo convento, che ha origine nel 1399, non si ritrova campione o registro alcuno, ma solamente alcune pergamene, che in più fascicoli si conservano in Archivio [accluso al cenobio]; si trova bensì, [con dati a partire] dal 1538, un piccolo registro, ovvero inventario, formato dal padre priore Fra’ Giacomo di Sant’Angelo, e proseguito appresso dai padri priori. Il secondo inventario, il quale è logorato e perciò se n’è estratta una copia, fu formato nel 1569. Il terzo fu fatto per mano di notar Alessandro Paterno nel 1589. Il quarto si conserva nell’Archivio di San Domenico Maggiore in Napoli, del quale se n’è estratta copia il 17 marzo 1768, e si stima che sia stato fatto nel 1590. Il quinto, molto logoro, e di questo anche se n’è estratta copia, fu formato nel 1618. Il sesto, che ancora si conserva nell’Archivio di San Domenico Maggiore in Napoli, fu formato nell’anno 1621 e se n’estrasse una copia nell’anno medesimo. Il settimo, [composto] di squarciafogli [fogli per appunti], fu fatto nel 1625. L’ottavo fu formato nel 1640 per mano del notaio Decio de Angelis. Appresso si sono fatti notamenti, varie descrizioni e spogli, specialmente intorno alle origini, ai beni ed ad altro, soprattutto nel 1725 circa dal Padre priore Giuseppe Pellegrino, ex vice maestro generale [dei Domenicani], e poi dal padre priore Pietro di Stefano, prima e dopo il 1750. A siffatte fatiche, col concorso di più religiosi, nel 1762 e nel 1764, si diede qualche ordine coll’aggiunta di nuove notizie e riflessioni. (p. 2) Nel 1766 si cominciò a dar mano a questo registro generale; si cercò di raccogliere tutte le scritture del convento, che stavano dentro e fuori dell’Archivio [cenobitico], e ridurle al miglior modo che si poté. Il registro generale, che è il presente, col concorso ancora di più religiosi, si è compiuto in quest’anno 1768 e si divide in tre parti: a) nella prima si descrivono in ordine cronologico tutti benefattori e i beni di questo convento di San Tommaso d’Aquino in Piedimonte; b) nella seconda si descrivono i territori, le case e i cespiti che attualmente si posseggono dal convento, con la loro origine ed annua rendita; c) nella terza si tratta delle messe [celebrate] per i benefattori e, finalmente, si descrive un indice alfabetico generale, che comprende le cose più notabili. Si confessa però che, per quanto ci si sia affaticati per formarlo con perfezione, nondimeno per mancanza di scritture e notamenti il presente registro non si è formato secondo quanto si desiderava, onde chi lo leggerà potrà compatire gli errori ed, avendo più lumi, disporrà di tutta la libertà di poterlo correggere”.

II. Si descrivono in ordine cronologico tutti benefattori del convento di San Tommaso d’Aquino

1. L’eccellentissima Donna Sveva Sanseverino, fondatrice

Piedimonte, 4 luglio 1419. Con uno strumento, rogato dal notaro Angelo di Pietro Sasso, Sveva Sanseverino dona un ospedale per i poveri, gli infermi e i pellegrini, con annessa chiesa, da lei stessa fondati nel 1399, all’Ordine dei Frati Predicatori.

“(p. 5) L’eccellentissima Donna Sveva Sanseverino, contessa di Fondi, moglie dell’eccellentissimo Don Giacomo Gaetani, utile padrone di Piedimonte d’Alife e pronipote di San Tommaso d’Aquino, avendo fondato un ospedale per i poveri, sotto il titolo di San Domenico, volle donarlo con tutti i beni annessi ai Padri dell’Ordine dei Predicatori e rifondarlo e dotarlo ancora in qualità di convento. Per poterlo dotare anche con alcuni beni feudali, ne procurò il Regio Assenso da Ladislao, Re di Napoli, emanato e spedito il 5 febbraio 1399. Per la donazione dei beni connessi all’ospedale ne supplicò e conseguì il Breve da Bonifacio IX, emesso e spedito l’8 aprile 1399. Finalmente, con strumento rogato dal notaro Angelo di Pietro Sasso, di Piedimonte d’Alife, il 4 luglio 1419, in presenza del padre Fra’ Giovanni di Civita, che in detto strumento viene enunciato Priore di questo convento, e del padre Fra’ Giovannuzio di Aversa, sono ratificate la fondazione e la dotazione del medesimo convento, al quale s’incorporano il detto ospedale, con la chiesa, le officine, gli orti e beni inclusi. (p. 6) Il Breve, ottenuto da Bonifacio IX, concede detto ospedale, assieme ai beni congiunti, ai Frati di San Domenico, con molte grazie e privilegi d’esenzione dal Vescovo e dal Capitolo alifano. Il Regio Assenso di Ladislao, Re di Napoli, ratifica e conferma la donazione di alcuni beni feudali- (antecedentemente fatta da Donna Sveva col consenso di Don Giacomo, suo marito, e di Giacomello Gaetani, figlio della medesima) - cioè di un giardino sito nella terra di Piedimonte, vicino a detta chiesa. Sveva Sanseverino diede in dono ai Domenicani un trappeto per l’olio; in più permise che sei pescatori potessero ‘anno quolibet una die tantum piscari in lacu Mathesis pro victu dictorum Fratrum, sine praestatione alicujus oneris’ [pescare un solo giorno ogni anno nel lago Matese per il vitto di detti Frati, senza il pagamento di alcun tributo]. Tutto il rapporto ed altro si legge nel detto strumento di ratifica, [rogato dal notaro Angelo di Pietro Sasso], duplicato- (perché divenuto logoro) - per accortezza del defunto Fra’ Giovanni Cioccia, da Morcone, priore (p. 7) di questo convento, il 28 aprile 1708. Aggiunta. Intorno a tale strumento di ratifica appresso si faranno alcuni notamenti; e frattanto, appare con chiarezza dalle scritture d’Archivio che molti anni prima che fosse formato il suddetto strumento di ratifica, i Frati Domenicani della Provincia del Regno (non trovandosi ancora eretta la Congregazione dei Padri di San Marco dei Cavoti) abitarono in Piedimonte, cominciando a prendere possesso dei beni da parte della fondatrice, mentre da altri ottennero donazioni e fecero anche delle compere e permutazioni a pro del convento. (p. 8) ‘Notamenti intorno ai beni notabili donati dalla fondatrice’. […] il giardino, detto anche cannavinella, [del convento], a novembre del 1590 con strumento rogato dal notaro Cesare Loffredo si vendé al quondam Roberto Gambella per annui ducati 20 fino al raggiungimento della somma di ducati 222; il [detto] giardino, o cannavinella, il 4 novembre 1611, con strumento rogato per mano del notaio Giovanni Michele Perrotti, fu venduto da Flaminia Gambella (figlia del defunto Roberto), unitamente con Violante d’Errico (moglie di Roberto e madre di Flaminia), con le proprie case, al Vescovo d’Alife Fra’ Valerio Seta da Verona, Servo di Maria, ed ancora è giardino dei Vescovi, confinante con l’orto del convento, detto “lo Sprecatore”. (p. 9) L’oliveto, detto ‘Plaggio’ o ‘Chiajo’ a [Monte] Cila si possiede dal convento. La “Corticella” non v’è dubbio che sia ‘la Vigna al Mercato’; parte però di essa ed altre porzioni della medesima sono appresso venute da altri in potere del convento.

2. L’eccellentissima Casa Gaetani di Laurenzana

Piedimonte, dal 1514 al 1684. Donazioni della famiglia Gaetani di Laurenzana al convento dei Domenicani.

“(p. 13) Non solamente l’eccellentissima Donna Sveva Sanseverino fu benefattrice ma anche: 1) L’eccellentissima Donna Lucrezia d’Aragona, che il 13 ottobre 1514 donò al convento un pastino [terreno] sito alla ‘Cupa delle Negge’ [cupa delle nebbie], venduto a gennaio 1666 per ducati 35; 2) l’eccellentissima Donna Franceschella Gaetani, lasciò in legato al convento 10 ducati annui; in più donò 20 ducati per fare il quadro di San Pietro Martire; 3) l’eccellentissima Donna Cassandra de Capua donò una grande cannavina al Convento il 26 marzo 1579; 4) l’eccellentissima Donna Camilla Revertero [Revertera] lasciò in legato il 18 aprile 1581, secondo quanto si rileva dalle scritture, ducati 800 con peso di messe; 5) l’eccellentissimo Don Alfonso (I) Gaetani , marito dell’anzidetta Camilla [Revertero], il 18 aprile 1581 al convento lasciò in legato ducati 250 con peso di messe; 6) l’eccellentissimo Don Francesco Gaetani, figlio dell’anzidetto Duca Don Alfonso I, l’11 giugno 1609 assegnò al convento ducati 36 per una messa giornaliera; ma il 23 settembre 1619 revocò tale assegnamento e promise di pagare in ogni anno ducati 40 per una messa giornaliera per adempimento del legato dell’eccellentissima Donna Camilla Revertero, prima moglie di detto Duca Don Alfonso I, suo padre; 7) l’eccellentissimo Don Luigi Gaetani, il dì 30 agosto 1639 lasciò in legato a questo convento annui carlini 48, corrispondenti al capitale di ducati 60; 8) l’eccellentissima Donna Giulia Gaetani a maggio 1647 quando si vestì da monaca donò al convento ducati 100; 9) l’eccellentissima signora Duchessa di Laurenzana nello stesso anno [1647] donò ducati 103 allo Studio [ del convento]; 10) l’eccellentissima Diana de Capua il 12 novembre 1664 lasciò in legato al convento ducati 200 con peso di messe; donò cose di sacristia ancora e diede ducati 30 per quietare il litigio che questo convento aveva con i Padri Cappuccini per ‘la Starza’; 11) l’eccellentissima Donna Cecilia Acquaviva il 7 novembre 1683 lasciò in legato al convento una somma per [celebrare] messe giornaliere; e dal marito, eccellentissimo Duca Don Antonio, furono assegnati [al convento] il 22 aprile 1684 beni stabili e ducati 100; (p. 14) 12) l’eccellentissimo Don Carlo Gaetani assegnò a questo convento il 4 marzo 1684 ducati 70 col peso di messe; 13) l’eccellentissimo Principe Don Francesco Gaetani nel 1734, quando l’eccellentissimo Duca Don Niccolò suo fratello era primo Ministro del Re Carlo in Napoli e governava lo Stato, si mostrò molto devoto dell’abito domenicano e con le pene [pecuniarie] che faceva pagare ai malviventi fece fare il piretto [cono] sommitale al campanile; 14) l’eccellentissimo Duca odierno Don Giuseppe [Antonio] Gaetani, figlio dell’anzidetto signor Principe Don Francesco e dell’eccellentissima Donna Giovanna Sanseverino, anch’egli s’è mostrato devoto all’abito domenicano; detta Donna Giovanna, in questo mese di dicembre 1768 ha mandato il medaglione d’argento a San Vincenzo, appeso vicino al quadro del Santo in chiesa, per l’adempimento del voto e per la grazia ottenuta da San Vincenzo, in vedersi liberato da un gravissimo male alla gola il giovanetto Don Francesco, figlio dell’odierno signor Duca”.

3. L’Università di Piedimonte

Piedimonte, dal 1561 al 1761. Donazioni e franchigie disposte per il convento dei Domenicani da parte dell’Università, termine che designava il comune.

“(p. 15) L’Università di Piedimonte si deve anche situare fra il numero di coloro hanno beneficato il convento, com’è stato nel vero in più cose. Nella formazione dei capitoli e statuti sopra le gabelle, sia della farina sia del vino, carne, olio od altro, che avvenne nell’anno 1561, rese esente con modo speciale questo convento. La medesima Università nel 1601 fece un parlamento [assemblea] e conchiuse di dare ducati 10 per elemosine al convento per fare il campanile. Dopo però il Concordato [del 1741] sono state determinati per questo convento tomoli 125 di farina franchi di gabella; nel mese di dicembre 1761 [le autorità civili] pretesero la gabella per i maccheroni, ma [in sede giudiziaria] rimasero perdenti; altre volte ancora pretesero la gabella del vino ma neanche ottennero l’intento; inoltre pretesero il diritto di passo alla Porta della Vallata, dal quale il convento è franco”.

4. Rizzardo Cubello

Piedimonte, 19 agosto 1418. Tramite testamento, rogato dal notaro Angelo di Pietro Sasso, Rizzardo Cubello dona un terreno al convento dei Domenicani.

“(p. 17) Rizzardo Cubello, il 19 agosto 1418, nel suo testamento, rogato dal notaro Angelo di Pietro Sasso, lasciò in legato al convento una terra sita ‘all’Arci’; il suddetto territorio ‘all’Arci’, detto anche Cupa di San Martino, è una porzione di un territorio seminativo di tomoli 34 circa, che si possiede dal convento. ‘Compra di territorio all’Arci’. Con un atto rogato dal notaro Angelo di Pietro Sasso, il 20 luglio 1419 il convento compra da notar Giovanni di notar Pietro un pezzo di terra sita nelle pertinenze di Piedimonte, dove si dice ‘all’Arci’, iuxta [presso] la terra di San Giovanni Gerosolimitano, iuxta la terra della chiesa dell’Annunziata della Vallata, iuxta la via pubblica, ed altri confini, per prezzo di once 4 d’oro».

5. Rita, o Fiorita, vedova del quondam Giovanni Cecaboccola [o Cecaboccula]

Piedimonte, 22 luglio 1419. Con atto rogitato dal notaro Angelo di Pietro Sasso, Rita Ceccaboccola fa varie donazioni al convento dei Domenicani.

“(p. 18) Rita, seu [o] Fiorita, per notar Angelo di Pietro Sasso il 22 luglio 1419 donò al convento tutti i suoi beni mobili, una con [insieme a] once quattro d’oro, con patto che vivente essa Fiorita ne fosse usufruttuaria, e dopo la sua morte fossero detti beni dati al convento. ‘Prima compera del territorio detto Chiusa, ora detto Fontanella’. Il convento il 12 agosto 1419 per notaro Angelo di Pietro Sasso compra da Giacomo Sisto d’Antonio, una possessione, seu [o] pastino, o territorio, sito in tenimento di Alife, dove si dice ‘la Chiusa’, iuxta [presso] la via pubblica da due parti, iuxta le case di Santa Maria Maddalena, di Alife, iuxta le case di San Pietro a Majella, ed altri confini, per il prezzo d’once d’oro 22. ‘Seconda compera del territorio detto Chiusa, ora detto Fontanella’. Il 21 febbraio 1472 per notaro Pietro de Gambellis il convento compra da Giovanni Salvatore di Marzano, della città di Alife, una terra aratoria sita in tenimento di detta città di Alife, dove si dice ‘la Chiusa’, iuxta le case del convento di San Domenico, iuxta la via pubblica ed altri confini, per il prezzo di once 16 e tarì 10. La terza porzione fu assegnata al convento per la cappella di San Filippo e Giacomo da Benedetto Iannitto il 2 dicembre 1494 ed è confinante con i beni di detto convento da due parti”.

6. Cecca di Petronza

Piedimonte, 31 luglio 1474. Tramite atto rogato dal notaro Pietro de Gambellis, Cecca di Petronza istituì il convento dei Domenicani quale proprio erede.

“(p. 19) Cecca, alias Ceccarella, [figlia] del quondam Nicola di Petronza, il 31 luglio 1474 con testamento rogato per notaro Pietro de Gambellis, e riassunto da notaro Battista d’Eremita il 21 luglio 1486, fece erede il convento di tutti i beni mobili e stabili e lasciò in legato alcune cose ad altre persone, costituendo distributore ed esecutore testamentario il padre priore del medesimo convento di San Domenico, nella cui chiesa volle essere seppellita. […] Si ha fondamento però [di credere] che l’antico pastino di Monticello [a Piedimonte], appresso venduto, e il pastino alle Torelle [a San Potito], anche appresso alienato, avesse origine da tal benefattrice”.

7. Margarita, moglie di Giorgio de Ruggia

Piedimonte, 1482. Margarita, coniuge di Giorgio di Ruggia, mediante testamento rogato dal notaro Gasparo Giorgio, lasciò in legato una casa al convento dei Domenicani.

“(p. 21) La suddetta Margherita durante il 1482, nel testamento redatto dal notaro Gasparo Giorgio, lasciò in legato alla chiesa di San Tommaso d’Aquino una casa terranea, sita nella terra di Piedimonte, iuxta [presso] la casa di Giovanni Nicolantonio Gambella, iuxta la via pubblica, ed altri confini. Quale fosse tal casa terranea, e se sia al convento pervenuta, non si sa; può sospettarsi di qualche bottega delle prime sita a man destra andando verso il Mercato, nel qual sito ebbero i beni gli antichi Gambella”.

8. Cubello de Rubeis

Piedimonte, 21 giugno 1492. Mediante atto rogato dal notaro Giovanni de Cubellis, Cubello de Rubeis dispose un legato a favore del convento dei Domenicani.

“(p. 21) Il signor Cubello de Rubeis il 21 giugno 1492 per notar Giovanni de Cubellis lasciò in legato al convento di San Domenico una sua possessione, sita in pertinenze di Piedimonte, nel luogo detto ‘il Toranello’, seu [o] ‘il Ponte di San Secondino’, iuxta [presso] il Torano d’acqua corrente, iuxta la via pubblica, ed altri confini”.

9. L’eccellentissima Lucrezia d’Aragona

Piedimonte, 13 ottobre 1513. Mediante atto rogitato dal notaro Angelo de Conciliis, Lucrezia d’Aragona dona un pastino al convento dei Domenicani.

“(p. 23) L’eccellentissima Lucrezia d’Aragona, duchessa di Traetto [o Traietto] e contessa di Fondi, il 13 ottobre 1513 con strumento rogato per mano di notar Angelo de Conciliis donò a questo convento di San Tommaso d’Aquino un pastino che aveva comprato da Sveva e Giovanni Onorato del quondam giudice Nardo Valente, sito in pertinenze di detta Terra di Piedimonte nel luogo detto ‘la Chiusa’, iuxta [presso] il pastino degli eredi del quondam Domenico Iacobello de Graffis, iuxta il pastino degli eredi del quondam Giacomo di Joannaccio ed altri confini, essendo priore di questo convento il padre Fra’ Bernardo d’Altavilla”.

10. Tommaso Cardone

Piedimonte, 17 ottobre 1536. Mediante atto rogato dal notaro Aquilante de Martinis, Fra Tommaso Cardone dona tutti i propri beni al convento dei Domenicani.

“(p. 24) Il Padre Fra’ Tommaso Cardone, figlio del quondam Giovanni Cardone, il 17 ottobre 1536, per notar Aquilante de Martinis solennemente professò in questo e per questo convento; dove prima chiamavasi Geronimo, nella professione gli fu imposto il nome di Fra’ Tommaso. Quindi tutti suoi beni furono devoluti a questo convento, tra i quali sette membri di case con un orto avanti, site nella porta del Rio, e di esse se ne pigliò possesso in nome del convento, come puranche di un’altra casa, consistente in più e diversi membri con un giardino, sita nel borgo di San Domenico, vicino ai beni della famiglia Iannucci e di Battista Perrino. (p. 25) […] Ritornando al detto padre Fra’ Tommaso Cardone, morì nel 1571, come rilevasi dall’introito del di lui spoglio, passato a luglio 1571. Rispetto poi alle case suddette, v’ha bisogno di lume per poterne fare giudizio quali fossero; s’ha fondamento che fossero porzione delle botteghe e case site a mano destra andando dalla Piazza [di San Domenico] al Mercato, dove han tenuto beni li Iannucci e li Perrino, come si rileva da altre scritture”.

11. Francesca di Balsamo

Piedimonte, 6 giugno 1542. Mediante atto rogitato dal notaro Aquilante de Martinis, Francesca di Balsamo dona tre staia d’olio al convento dei Domenicani. Il terreno da cui si ricavava l’olio anni dopo venne regalato al medesimo convento e, mediante strumento predisposto a Piedimonte il 22 febbraio 1682 dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), affittato a Giovanni Battista Occhibove.

“(p. 28) Francesca di Balsamo, il 6 giugno 1542, per notar Aquilante de Martinis donò al convento di San Domenico 3 staia d'olio provenienti dalle olive dell'oliveto suo, sito in territorio di Piedimonte, nel luogo dove si dice ‘la Bocca della Valle di Paterno’. Il terreno, ceduto tempo dopo dagli eredi al convento, il 22 febbraio 1682 per atto stilato dal notar Carlo Ciccarelli (senior) si censuò [diede a tributo e/o fittò] per 29 anni a Giovanni Battista Occhibove per annui carlini 3, con dover pagare, in ogni rinnovazione, carlini 5”.

12. L’illustrissima Donna Franceschella Gaetani

Piedimonte, 23 agosto 1545. Franceschella Gaetani, previa scrittura del notaro Giovanni de Collettis, fece alcune donazioni al convento dei Domenicani.

“(p. 28) Franceschella Gaetani, vedova di Roberto Gaetani, il 23 agosto 1545, per mano di notar Giovanni de Collettis, di Latina, fece il proprio testamento, nel quale tra le altre cose ordinò di essere seppellita nella chiesa di San Domenico, e propriamente nella sua cappella (cioè quella di San Pietro Martire). Lasciò, per l’anima sua, per la riparazione di detta cappella ducati 100. Lasciò ancora, per l’anima sua, per la riparazione di detta cappella altri 20 ducati, coi quali l’illustrissimo Don Ferrante [Gaetani] ne dovesse comprare una cona [d’altare], con la condizione che i Frati di detto Monastero di San Domenico fossero tenuti a celebrare in detta cappella due messe qualsivoglia dì per l’anima di essa testatrice e dei suoi defunti. Fra le aggiunte fatte all’inventario del 1538 si legge che Madama Franceschella Gaetani morì il 26 agosto 1545”.

13. Tommaso Lombardo

Piedimonte, 20 giugno 1559. Mediante atto rogitato dal notaro Giovan Francesco d’Andrea, Tommaso Lombardo donò un terreno al convento dei Domenicani.

“(p. 29) Tommaso Lombardo, il 20 giugno 1559 con strumento rogato per mano del notaro Giovan Francesco d’Andrea donò al convento di San Domenico un orto, sito in detta terra di Piedimonte, ubi dicitur [dove si dice] ‘alla Starza’. Lo stesso Tommaso Lombardo, il 5 settembre 1563, con strumento rogato per mano di notar Nicola Francesco di Paolo, donò al medesimo convento ‘quasdam eius domos, sitas et positas in dicta terra Pedemontis, ubi dicitur burgo di San Domenico, iuxta bona predicti conventus, juxta macellum, viam publicam et alios confines’ [alcune sue case, collocate, in detta terra di Piedimonte, in un luogo chiamato ‘borgo di San Domenico’, vicino ai beni del predetto convento, al macello, alla via pubblica e ad altri confini]”.

14. Antonio de Trutto [o Trutta]

Piedimonte, 25 ottobre 1571. Tramite atto rogitato dal notaro Ercole de Parrillis, Antonio de Trutto fece una donazione al Convento dei Domenicani.

“(p. 30) Il reverendo Don Antonio de Trutto il 25 ottobre 1571 fece il suo ultimo testamento, rogato per notaro Ercole de Parrillis, nel quale istituì erede Giovanni Battista de Trutto, suo fratello, e lasciò al convento ducati 10, da mettersi in compra di beni a beneficio di detto convento, con peso che i Frati di esso dovessero anno quolibet in perpetuum [ogni anni in pepetuo] celebrare una messa cantata per l’anima di esso testatore e suoi defunti”.

15. Giovanni Battista de Trutto [o Trutta]

Piedimonte, 1° gennaio 1589. Nel proprio testamento, rogato dal notaro Alessandro Paterno, Giovanni Battista de Trutto lasciò in legato 15 carlini all’anno al convento dei Domenicani.

“(p. 31) Giovanni Battista de Trutto, in un testamento formato dal notaro Alessandro Paterno il 1° gennaio 1589, lasciò al convento un legato d’annui carlini 15, con il peso che ogni sera si suonasse la campana grossa per la solita [preghiera] dell’Ave Maria dei Morti”.

16. Giovan Cola Cibalerio

Piedimonte, 24 dicembre 1572. Giovan Cola Cibalerio donò una terra aratoria al convento dei Domenicani.

“(p. 33) Il 24 dicembre 1572 fu fatto lo strumento della concessione della cappella a messer Giovan Cola Cibalerio, con promissione di celebrare una messa alla settimana e, nel dì della festa dei Santi Cosimo e Damiano, cantare la messa vespertina. In un foglio si enunzia che Giovan Cola Cibalerio lasciò in legato al convento di San Domenico una terra aratoria, sita vicino al ‘Molino della Ripa’ in Piedimonte”.

17. Ottavia de Trutto [o Trutta]

Piedimonte, 22 dicembre 1574. Ottavia de Trutto, tramite testamento rogitato dal notaro Angelo de Julianis donò 50 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 33) Ottavia de Trutto il 22 dicembre 1574, nel testamento rogato per mano di notar Angelo de Julianis, lasciò in legato al convento ducati 50, coi quali si facesse il coro, con peso d’una messa la settimana in giorno di venerdì”.

18. Alessandro Perrino

Piedimonte, 17 marzo 1577. Mediante scrittura del notaro Ercole de Parrillis, Alessandro Perrino predispose la commissione di una cona d’altare per la propria cappella, posta nella chiesa del convento dei Domenicani.

“(p. 34) Alessandro Perrino, il 17 marzo 1577, nel testamento rogato per mano del notaro Ercole de Parrillis, volle che fosse fatta una cona di mezzo di ducati 20 e posta nella cappella sua e dei suoi dentro la chiesa di San Domenico. Altra notizia non si trova di tal benefattore”.

19. L’illustrissima Donna Cassandra de Capua

Piedimonte, 26 marzo 1579. Cassandra de Capua, mediante atto rogato dal notaro Giobatta Caruso, dona un orto al convento dei Domenicani.

“(p. 35) Prima di venire al legato di Donna Cassandra de Capua, conviene premettere ciò che si registra appresso notar Pietro Macaro il 6 aprile 1557; si legge cioè che [il nobile] Francesco de Penna, alias de Fabrizio, [sposato con Aurelia de Costantinis, della Vallata] compra da Don Giovanni Gaetani, padrone di Piedimonte, e dalla illustrissima Donna Cassandra de Capua, vedova di Don Ferdinando, madre e figlio, una cannavina (tra i beni burgensatici), sita e posta nel luogo detto ‘la Porta della Vallata’ , iuxta bona [presso i beni] di Jacobi de Potentia et alios confines [altri confini]. Il 2 novembre 1558, per lo suddetto notaro Pietro Macaro, Donna Cassandra de Capua ricompra la suddetta cannavina dal nobile Francesco de Penna. Il 26 marzo 1579, per notar Giobatta Caruso, di Vitulano, la suddetta Cassandra fa donazione al convento di detta cannavina, per amor di Dio e per l’anima sua, del quondam illustrissimo Don Ferdinando Gaetani d’Aragona suo marito, e dell’illustrissimo Don Giovanni suo figlio, con condizione che i frutti di detta cannavina, sua vita durante, siano in beneficio di detto monastero, con la proprietà di essa cannavina, col peso però che detto monastero sia tenuto a celebrare e far celebrare tutte le messe legande e tutti i legati pii faciendis [da fare]”.

20. Notar Giovan Francesco de Clavellis

Piedimonte, 3 ottobre 1580. Giovan Francesco de Clavellis, mediante atto rogato dal notar Angelo de Julianis, si impegnò a dotare una cappella all’interno della chiesa del convento dei Domenicani.

“(p. 37) Al notaro Giovan Francesco de Clavellis il 3 ottobre 1580 per notar Angelo de Julianis fu fatta la concessione della cappella (sotto il titolo di San Girolamo e Sant’Agostino) con promissione di celebrarsi una messa la settimana in li dì delle feste, a patto che notar Giovan Francesco doti essa cappella di robe stabili e che paghi ciascun anno carlini 20”.

21. Bernardino di Giaimo

Piedimonte, 4 gennaio 1581. Bernardino di Giaimo, nel testamento rogato dal notaro Angelo de Julianis, impose ai propri figli delle regole, la cui contravvenzione avrebbe comportato un esborso pecuniario a favore della Confraternita del Santissimo Rosario, esistente presso il convento dei Domenicani.

“(p. 39) Bernardino di Giaimo il 4 gennaio 1581 per testamento, rogato dal notaro Angelo de Julianis, istituì suoi eredi Achille, Alessandro e Michele, suoi figli, e volle che restassero uniti sino a tanto che detto Michele fosse giunto all’età di anni 21; nel caso che alcuno di essi figli avesse voluto spartire avanti del detto tempo, allora sarebbe decaduto da erede e la sua eredità sarebbe stata annessa a quella degli altri figli; qualora tutti i figli avessero contravvenuto a questa sua ultima disposizione, o volontà, avrebbero dovuto pagare per pena ducati mille alla Confraternita del Santissimo Rosario di Piedimonte, nel qual caso il testatore avrebbe permesso modifiche”.

22. L’eccellentissima Donna Camilla Revertera

Piedimonte, 18 aprile 1581. Camilla Revertera, tramite atto rogato dal notaro Giovanni Francesco de Clavellis, assegnò una rendita di 20 ducati annui al convento dei Domenicani.

“( p. 39) L’eccellentissimo Don Alfonso (I) Gaetani, il 18 aprile 1581, con strumento rogato per mano del notaro Giovanni Francesco de Clavellis, assegnò al convento [una rendita di] ducati 20 annui con peso di una messa giornaliera nella sua cappella (che fu eretta sotto il titolo dell’Assunta) per [in ricordo di] Donna Camilla Revertera, olim [un tempo] sua moglie”.

23. L’eccellentissimo Don Alfonso Gaetani (I)

Piedimonte, 18 aprile 1581. Alfonso Gaetani (I), tramite testamento rogitato dal notaro Giovanni Francesco de Clavellis, dispose alcune donazioni a favore del convento dei Domenicani, nella cui chiesa in precedenza aveva costruito una cappella devozionale.

“(p. 40) All’eccellentissimo Don Alfonso (I) Gaetani d’Aragona, il 18 aprile 1581, con strumento rogato per mano del notaro Giovanni Francesco de Clavellis, dai Padri del convento si concedé un luogo dentro la chiesa, vicino alla cappella del detto notaro Giovanni Francesco de Clavellis e vicino alla porta piccola di detta chiesa, nel qual luogo l’illustrissimo signore Don Alfonso Gaetani si costruì una cappella per sua divozione; detto Don Alfonso Gaetani, stante la concessione suddetta, promise in detta cappella farci fare una cona di legno e da detto tempo assegnò al suddetto monastero annui ducati 20, con il peso che detti Frati e loro successori fossero tenuti a celebrare una messa ogni giorno in detta cappella per l’anima della illustrissima Donna Camilla Revertera di Napoli, già morta, olim [un tempo] (p. 41) moglie dell’illustrissimo signore Don Alfonso Gaetani; dopo la morte di detto illustrissimo signore le messe avrebbero dovuto essere celebrate per l’anima del medesimo”.

24. Onorata Confreda

Piedimonte, 3 giugno 1583. Onorata Confreda, tramite atto rogato da Cesare Loffredo, dispose un legato pecuniario a favore del convento dei Domenicani.

“(p. 41) Onorata Confreda il 3 giugno 1583, per notar Cesare Loffredo, fece un codicillo [aggiunta a un testamento per modificare e/o integrare le precedenti disposizioni] e volle che la cappella, eretta e fatta per lo quondam notar Giovanni Francesco de Clavellis, suo marito, nella chiesa di San Domenico, seu [o] San Tommaso d’Aquino, si accomodasse come si conviene, et annuatim, in salutem [annualmente, per la salvezza] della sua anima si celebrasse una messa alla settimana. Per tal legato pagava ancora carlini 15 Annibale de Clavellis, suo figlio, come appare da diversi notamenti”.

25. Nunzio Genuese

Piedimonte, 20 novembre 1584. Il sacerdote Don Nunzio Genuese, tramite atto rogato dal notar Ercole de Parrillis, diede in eredità alcuni terreni al convento dei Domenicani.

“(p. 42) Il reverendo sacerdote Don Nunzio Genuese, abate di San Gregorio, il 20 novembre 1584, per notar Ercole de Parrillis, fece il testamento, nel quale si legge che lasciò in legato tre pezzi di terra aratoria, siti nel tenimento di Piedimonte dove si dice ‘all’Arci’, alla propria cappella, costruita dentro la chiesa di San Domenico, con il peso che i Frati di esso monastero di San Domenico siano tenuti a dire una messa alla settimana”.

26. Serafino Sabetta

Piedimonte, 18 settembre 1585. Serafino Sabetta lasciò in eredità al convento dei Domenicani un piccolo peculio di 6 ducati e la propria bottega.

“(p. 42) Serafino Sabetta, prima del 18 settembre 1585, come si rileva da varie scritture, donò al convento ducati sei ed anche una bottega, senza che per detta donazione vi fosse peso alcuno”.

27. Scipione de Jannutiis

Piedimonte, 26 giugno 1591. Scipione de Jannutiis, con atto rogato dal notaro Emilio de Contenta, donò un terreno aratorio al convento dei Domenicani.

“(p. 46) Scipione de Jannutiis, il 26 giugno 1591, per notar Emilio de Contenta, lasciò in legato al convento- (con peso di celebrare nella cappella d’esso testatore, nominata San Tommaso e costruita dentro la chiesa di San Domenico, una messa la settimana in giorno di sabato) - un territorio aratorio, di moggia dieci circa, sito in tenimento di Alife, dove si dice ‘Campo dei Monaci’, iuxta [presso] li beni del signor Don Alfonso (I) Gaetani”.

28. Antonio Confreda

Piedimonte, 13 agosto 1590. Antonio Confreda, con strumento rogato dal notar Alessandro Paterno, dotò la propria cappella posta all’interno della chiesa annessa al convento dei Domenicani di una rendita perpetua. Con un secondo strumento, stilato a Piedimonte dal notaro Alessandro Paterno, il medesimo testatore fece altre donazioni a chiese, luoghi pii e preti.

“(p. 47) Antonio Confreda, il 13 agosto 1590, con strumento rogato per mano di notar Alessandro Paterno, donò alla propria cappella del Presepio, dentro la chiesa di San Domenico, la rendita di un pezzo di terra aratoria, sita in territorio di Piedimonte, dove si dice ‘le Nocete’, iuxta [presso] li beni degli eredi di Bernardino Macera, con pesi che i Frati del convento dicessero tre messe alla settimana in detta cappella. (p. 48) Con un altro testamento, rogato per lo stesso notaro Alessandro Paterno il 30 giugno 1591, Antonio Confreda fece molte disposizioni e legati a parenti ed estranei, a chiese, luoghi pii, ed a preti del corpo di Piedimonte e di Sipicciano, ai quali lasciò ducati 500, con peso di messe da celebrare nel convento. I beni da lui lasciati, sì mobili come stabili, furono molti, come si rileva dall’inventario, ma non riesce facile l’individuare quanti e quali di essi beni fossero pervenuti al convento”.

29. Vincenza Perrino

Vincenza Perrino nel proprio testamento, di cui non si riportano gli estremi né data e luogo di redazione, dispose un lascito, consistente in un appartamento di un non precisato palazzo napoletano, a favore del convento dei Domenicani.

“(p. 55) Vincenza Perrino a marzo 1590 morì, lasciando al convento la quarta parte d’una casa, o sia palazzo in Napoli, con peso di messe”.

30. Giacomo Genuese

Piedimonte, 30 aprile 1593. Giacomo Genuese, attraverso uno strumento rogato dal notaro Cesare Loffredo, lasciò una rendita di 100 ducati al convento dei Domenicani. Per adempiere il legato, Agostino Genuese, parente prossimo di Giacomo, mediante atto rogato a Piedimonte l’8 dicembre 1594, assegnò una vigna al medesimo convento.

“(p. 55) Giacomo Genuese il 30 aprile 1593, con stromento rogato per mano del notaro Cesare Loffredo, lasciò in legato al convento di San Domenico ducati 100 perché si celebrasse una messa la settimana in giorno di venerdì. Agli 8 dicembre 1594 il signor Agostino Genuese, con stromento rogitato per mano di notar Emilio de Contenta, per adempiere il detto legato di ducati 100 fatto da Giacomo Genuese al convento, assegnò una vigna sita nel luogo detto ‘sopra San Marco’, a Piedimonte, iuxta bona familiae de Franchis [vicino ai beni della famiglia de Franchis]”.

31. Vincenzo Perrino e Porzia Perrino

Piedimonte, 8 marzo 1594. Vincenzo Perrino e Porzia Perrino, tramite strumento rogitato dal notaro Giovanni Bernardino Laerta, istituirono quale proprio erede il convento dei Domenicani.

“(p. 56) Vincenzo e Porzia Perrino, prima degli 8 marzo 1594, lasciarono erede il convento di San Domenico. Infatti, a dì 8 marzo 1594 il convento vendette una casa, sita nel luogo detto “alla Crocevia” pervenuta dall’eredità di Vincenzo Perrino, a Giacomo Cini per ducati 325. Il 5 settembre 1596, per notar Giovanni Bernardino Laerta, di San Massimo, dal convento di San Domenico si ricevettero per mano dell’abate Giacomo Cini (siracusano, fratello del vescovo di Alife) ducati 70 a compimento dei ducati 325 pattuiti”.

32. Giovanni Battista Mastro

Piedimonte, 3 febbraio 1595. A Giovanni Battista Mastro, il 3 febbraio 1595 fu accordato un luogo all’interno della chiesa, annessa al convento dei Domenicani, per costruire una cappella.

“(p. 56) A Giovanni Battista Mastro, per molti servizi e benefici fatti al convento, i Padri il 3 febbraio 1595 con stromento per mano di notar Giovanni Cola Zitelli concedettero il luogo della lamia del campanile, con la fossa sotto la detta lamia, con la facoltà di ridurlo ad uso di cappella, farvi la finestra con inferriata, erigervi l’altare col quadro, con immagini ad arbitrio di detto Giovanni Battista; e promisero ancora di celebrarvi una messa la settimana per suffragio dell’anima del medesimo Giovanni Battista e di tutti i suoi defunti. Si obbligò detto Giovanni Battista, con i suoi eredi e successori, a corrispondere annuatim [annualmente] carlini trenta e nella festività di detta cappella a fare la pietanza a tutti i religiosi”.

33. Roberto Gambella

Piedimonte, 1° marzo 1596. Roberto Gambella, tramite testamento rogitato dal notar Cesare Loffredo, lasciò in legato 40 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 58) Il dottor Roberto Gambella, il 1° marzo 1596, per notar Cesare Loffredo, lasciò in legato al convento ducati 40 con peso di una messa la settimana, da celebrarsi in perpetuo nella cappella del Santissimo Rosario, per l’anima sua e dei suoi familiari”.

34. Marcantonio Bolognese

Piedimonte, 3 dicembre 1599. Marcantonio Bolognese, mediante testamento redatto dal notar Ercole de Parrillis, donò un terreno al convento dei Domenicani.

“(p. 59) Marcantonio Bolognese il 3 dicembre 1599 per notaro Ercole de Parrillis fece il suo testamento nel quale si legge che, per la sua anima, lasciò in legato al priore e ai frati di detta ecclesia e di detto convento di San Domenico di Piedimonte un pezzo di terra aratoria di tomoli circa 10 nel territorio d’Alife, dove si dice Pezzacanullo, iuxta [ vicino] la via pubblica, iuxta lo bono dell’ecclesia di San Francesco, iuxta lo bono del signor Fabio Barone, utile padrone di Alife, ed altri confini, purché il priore e frati, presenti e futuri, in perpetuum [per sempre] siano tenuti a, e debbano celebrare, e far celebrare, due messe la settimana all’altare e cappella di Santo Stefano”.

35. Giovanni Vincenzo de Parrillis

Piedimonte, 20 agosto 1600. Giovanni Vincenzo de Parrilli, mediante un atto rogato dal notar Ercole de Parrillis, attribuì 15 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 60) Giovanni Vincenzo de Parrillis, il 20 agosto 1600, mediante un atto rogato dal notaro Ercole de Parrillis, padre del medesimo testatore, legò al convento di San Domenico ducati 15”.

36. Giovanni Luigi Perrino

Piedimonte, 25 agosto 1600. Giovanni Luigi Perrino, tramite testamento rogato dal notaro Giovan Francesco d’Andrea, lasciò in legato 50 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 60) Giovanni Luigi Perrino il 25 agosto 1600, nel proprio testamento, redatto dal notaro Giovan Francesco d’Andrea, legò al convento di San Domenico ducati 50, con il peso di una messa la settimana”.

37. Porzia de Collettis

Piedimonte, 6 luglio 1601. Porzia de Collettis, mediante strumento rogitato dal notaro Prospero Paterno, donò un terreno aratorio al convento dei Domenicani.

“(p. 61) Porzia de Collettis, moglie di Vincenzo Perrino, e madre del signor Giovanni Luigi Perrino, il 6 luglio 1601, per notaro Prospero Paterno in suo testamento legò al convento [di San Domenico] una terra aratoria sita in tenimento di Alife, dove si dice «lo Toro», iuxta [vicino ai] li beni di Orazio Genuese, iuxta li beni di Filippo sacerdote del Vecchio, la via pubblica ed altri fini. Lassata (lasciata) per la quondam Porzia de Collettis, alla cappella di Santa Croce, con peso di una messa la settimana, come appare per lo suo testamento fatto per mano di notar Prospero Paterno, detta terra fu consegnata al monastero per Giulio Cesare Perrino, figlio ed erede di Donna Porzia, al dì 6 di luglio 1601”.

38. Scipione de Julianis e Faustina de Franchis (coniugi)

Piedimonte, 20 settembre 1601. I coniugi Scipione de Julainis e Faustina de Franchis, tramite atto rogato dal notaro Pietro d’Agnese, assegnarono un censo di 5 ducati annui al convento dei Domenicani.

“(p. 62) Scipione de Julianis e Faustina de Franchis, coniugi, il 20 settembre 1601 per notar Pietro d’Agnese, hanno assegnato al monastero di San Domenico un censo d’annui ducati 5, in perpetuum [in perpetuo], e li Frati hanno promesso di celebrare in perpetuum ogni settimana una messa sull’altare dello Spirito Santo”.

39. Vincenzo Figliano

Piedimonte, 5 settembre 1601. Vincenzo Figliano nel proprio testamento, rogato dal notaro Giovan Francesco d’Andrea, lasciò la propria abitazione, sita nel quartiere della Vallata al convento dei Domenicani.

“(p. 63) Vincenzo Figliano il 5 settembre 1601 in testamento rogato per mano di notar Giovan Francesco d’Andrea legò al convento una casa terranea alla Vallata con peso d’una messa alla cappella del Santissimo Rosario”.

40. Lavinia de Penna e Muzio Genuese

Piedimonte, 16 ottobre 1603. Lavinia de Penna, tramite testamento rogato dal notaro Giovan Francesco d’Andrea, legò 50 ducati al convento dei Domenicani. Muzio Genuese, figlio della medesima, il 21 giugno 1605, con un atto rogato sempre dal notaro Giovan Francesco d’Andrea, lasciò in legato al convento dei Domenicani 100 ducati.

“(p. 63) Lavinia de Penna, madre di Don Vespasiano Genuese, barone del Gallo, a dì 16 ottobre 1603 in testamento per notar Giovan Francesco d’Andrea, legò al convento [di San Domenico] ducati 50 con peso di messe; Muzio Genuese, figlio della medesima, tramite testamento rogato dal medesimo notaro Giovan Francesco d’Andrea il 21 giugno 1605, legò ducati 100 al convento, ancora con peso di messe. (p. 64) Vespasiano Genuese, barone del Gallo, a gennaio 1607, pagava ratealmente annui ducati 13 e ½ , ed erano detti ducati quelli lasciati da Don Muzio e da Donna Lavina de Penna”.

41. Giovanni Giacomo de Franchis

Piedimonte, 14 settembre 1605. Il gentiluomo Giovanni Giacomo de Franchis, tramite testamento rogitato dal notaro Pietro d’Agnese, legò 50 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 64) Giovanni Giacomo de Franchis, il 14 settembre 1605 in un testamento rogato per notaro Pietro d’Agnese, legò al convento [di San Domenico] ducati 50, con peso di due messe la settimana, una in giorno di domenica e l’altra in giorno di giovedì all’altare dello Spirito Santo e della Santissima Trinità per i suoi compianti et specialiter [specialmente] per Onorato de Cubellis”.

42. Pietro d’Amico

Piedimonte, 1607. Pietro d’Amico, attraverso un atto rogato dal notaro Giovanni Battista de Angelis, donò 150 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 65) Pietro d’Amico nel 1607 per notar Giovanni Battista de Angelis legò al convento [di San Domenico] ducati 150”.

43. Albenzio de Julianis

Piedimonte, 24 luglio 1608. Albenzio de Julianis, tramite testamento rogato dal notaro Giovanni Michele Perrotti, diede in lascito 40 ducati al convento dei Domenicani.

“( p. 66) Il dottor Albenzio de Julianis, il 24 luglio 1608 in testamento rogato per notar Giovanni Michele Perrotti, legò al convento e segnatamente al monastero di San Domenico ducati 40 in modo che se ne alimentassero li monaci di detto monastero”.

44. Cassandra Gambella

Piedimonte, 8 gennaio 1609. Cassandra Gambella, tramite strumento rogato dal notaro Giovanni Cola Zitelli, diede in lascito 6 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 66) Cassandra Gambella l’8 gennaio 1609 per notar Giovanni Cola Zitelli lasciò al convento [di San Domenico] il peso d’una messa la settimana in giorno di sabato all’altare del Santissimo Rosario, con riceversi per tal peso ducati 6 dagli economi della cappella del Santissimo Rosario”.

45. L’eccellentissimo Duca Don Francesco Gaetani

Piedimonte, 11 giugno 1609. Il duca Francesco Gaetani d’Aragona, tramite istrumento rogato dal notaro Giovanni Battista de Angelis, donò ed assegnò 400 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 66) L’eccellentissimo signor duca Don Francesco Gaetani d’Aragona, figlio del signor duca Don Alfonso [I], l’11 giugno 1609 con istrumento per notar Giovanni Battista de Angelis donò ed assegnò a questo convento [di San Domenico] annui ducati 36, per un capitale [complessivo] di ducati 400, da esigersi sopra li suoi beni, col peso di celebrare nella sua cappella dell’Assunta, sita dentro la chiesa di detto convento, una messa ai morti in ogni giorno, eccettuati li giorni di precetto, o vogliasi dire di festa. (p. 68) Lo stesso Don Francesco Gaetani, a 19 dicembre 1624, per notar Giovanni Scalese, di Napoli, fece il suo nuncupativo testamento, nel quale tra le altre cose si legge che: vuole, esso signor Duca testatore che si continui la celebrazione della messa ogni giorno in perpetuo per l’anima sua nella cappella del palazzo di Piedimonte; e quando detta messa non si celebrasse in Palazzo, vuole debba celebrarsi nella sua cappella nella chiesa di San Domenico di detta Terra [di Piedimonte]; e per l’elemosina [dispone che] si paghino alli Padri di detta chiesa ducati 36 ogni anno in perpetuo. La copia di tal testamento si conserva dai signori Trutta, ricavata dal signor notaro Carlo Ciccarelli (junior) nel 1742 per un atto pubblico”.

46. Francesco e Stefano Confreda

Piedimonte, 20 luglio 1612. Francesco e Stefano Confreda, tramite atto rogato dal notaro Giovanni Michele Perrotti, diedero 20 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 67) Francesco e Stefano Confreda, il 20 luglio 1612 tramite un atto rogato da notar Giovanni Michele Perrotti, ricevettero [in comodato d’uso] dal convento [di San Domenico] la cappella della Natività di Gesù Cristo, pervenuta [fatta costruire per il] al convento dall’eredità di Antonio Confreda, con dare al convento ducati 20 pro una vice tantum [per una volta soltanto], con l’obbligo di celebrare le prime e seconde vespere solenni e messa solenne nel giorno di Natale”.

47. Angela Gauzio [Gaudio]

Piedimonte, 18 luglio 1613. Angela Gauzio nel proprio testamento, rogato per mano del notaro Giacomantonio de Angelis, dispose che fosse celebrata una messa nella chiesa annessa al convento dei Domenicani; per la qual ragione Geronimo de Julianis, marito della medesima, mediante atto rogato il 29 agosto 1613 sempre dal notaro Giacomantonio de Angelis, si impegnò a versare 5 ducati annui al detto convento.

“(p. 70) Angela Gauzio [Gaudio] il 18 luglio 1613 nel suo testamento per mano di notar Giacomantonio de Angelis [volle che fosse celebrata] una messa la settimana alla cappella dello Spirito Santo [di patronato] della famiglia de Iulianis, per il quale peso ai 29 agosto 1613 per detto notaro si obbligò il dottor Geronimo de Julianis, suo marito, a pagare annui ducati 5”.

48. Vincenzo e Pietro di Lucca

Piedimonte, tra il 1614 e il 1615. Vincenzo e Pietro di Lucca, gentiluomini della corte dei Gaetani di Laurenzana, fecero varie donazioni al convento dei Domenicani.

“(p. 70) Vincenzo e Pietro di Lucca, gentiluomini dell’eccellentissima casa di Laurenzana, sono stati benefattori senza peso alcuno di questo convento poiché a febbraio 1614 e a maggio 1615 fecero delle donazioni per far costruire il muro della vigna”.

49. [Don Innocenzo Paterno,] Tullio Paterno e Alessandro Paterno

Piedimonte, 9 agosto 1620. I fratelli Don Innocenzo, canonico di Santa Maria Maggiore, Tullio ed Alessandro Paterno, mediante strumento rogato dal notaro Pietro d’Agnese, donarono un terreno al convento dei Domenicani.

“(p. 71) Possiede il convento [di San Domenico] un pezzo di terra aratoria, in territorio d’Alife, di moggia 5, in loco detto ‘sotto il ponte di San Aitoro’, confinante coi beni delle monache della Vallata, il Torano e la via pubblica, ed altri fini; pervenuto al convento dal legato di Tullio Paterno per due parti e da donazione del reverendo Don Innocenzo Paterno, canonico di Santa Maria Maggiore, per la terza parte, come da strumento rogato per mano di notar Pietro d’Agnese il 9 agosto 1620, con patto di celebrare nell’altare di essi Paterno, sotto il titolo di Santa Maria Assunta in Cielo una messa cantata in ogni mese. [Tullio e Don Innocenzo erano fratelli e figli di Alessandro Paterno]”.

50. Reverendo Don Giuseppe Nelli

Piedimonte, 12 febbraio 1637. Il sacerdote Don Giuseppe Nelli, mediante testamento rogato dal notaro Pietro d’Agnese, lasciò in legato alcune abitazioni al convento dei Domenicani.

“(p. 73) Il reverendo Don Giuseppe Nelli, canonico della Santissima Annunziata della Vallata, il 12 febbraio 1637 per notar Pietro d’Agnese legò al convento di San Domenico due case, comprate da suo padre, per celebrare messe nella cappella del Santissimo Rosario e del Presepio, dov’è l’immagine di San Giuseppe”.

51. L’illustrissimo signore Don Luigi Gaetani

Milano, 30 agosto 1639. Il gesuita Don Luigi Gaetani nel proprio testamento dispose al convento dei Domenicani fossero elargiti 60 ducati, donazione di cui si rinvenne traccia nello strumento del Duca Niccolò Gaetani, rogato nel 1725.

“(p. 73) L’illustrissimo Don Luigi Gaetani, il 30 agosto 1639, lasciò in un suo testamento [una rendita di] carlini 48 l’anno a questo convento [di San Domenico], acciocché in perpetuum [in perpetuo] si dicessero per l’anima sua tante messe, quante per detti carlini 48 ci capessero [fossero comprese nei 48 carlini]. Pagava la corte ducale e si celebravano dal convento messe 24; appresso messe 22. Si osserva aver ricevuto il convento il pagamento sino al 1656. Nel 1726 il pagamento era cessato. [Ad ogni buon conto] il detto Don Luigi Gaetani fece il suo testamento in Milano, dove morì; il capitale designato dal testatore era di ducati 60. (p. 74) Anni addietro si trovò in Napoli il testamento autentico, riportato parzialmente nello strumento d’accomodo fatto dal Duca Niccolò [Gaetani] nel 1725, in cui si fa menzione di tal legato, come di quello [disposto] per il convento dei Padri Carmelitani di questa città”.

52. Adorisia Caropreso

Piedimonte, 30 agosto 1639. Adorisia Caropreso donò 4 ducati e ½ al convento dei Domenicani.

“(p. 74) Adorisia Caropreso il 30 agosto 1639, come si rileva dal memoriale fatto dal Padre provinciale Fra’ Michele Torres lasciò al convento di San Domenico ducati 4 e ½ annui con peso di messe capienti”.

53. Fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario

Piedimonte, 19 novembre 1643. I confratelli della Congregazione del Santissimo Rosario disposero la celebrazione di una messa, durante la giornata della ricorrenza dei Defunti, nella chiesa annessa al convento dei Domenicani.

“(p. 75) I fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario il 19 novembre 1643 per notar Pietro d’Agnese, premesso comun parlamento dei fratelli suddetti, economi e Padri del convento [di San Domenico], con alberano [schema riepilogativo] da tutti firmato convengono che il convento celebri una messa cantata per i Morti con la [canzone] ‘Libera me, Domine’ in ogni primo lunedì di ciascun mese, in mezzo alla Chiesa”.

54. Fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario

Piedimonte, 8 aprile 1647. I confratelli della Congregazione del Santissimo Rosario, con strumento rogato dal notaro Giacomantonio de Angelis, assegnarono 30 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 75) I fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario l’8 aprile 1647 con strumento rogato per notaro Giacomantonio de Angelis dettero ed assegnarono al Padre Priore e ai Padri [del convento di San Domenico] un capitale di ducati 30”.

55. L’illustrissima Donna Giulia Gaetani e l’eccellentissima Duchessa di Laurenzana [Diana de Capua]

Piedimonte, maggio 1647. Donna Giulia Gaetani, prendendo gli ordini religiosi, donò 100 ducati al convento dei Domenicani; altri 100 ducati furono donati dalla duchessa di Laurenzana Diana de Capua.

“(p. 77) L’illustrissima signora Donna Giulia Gaetani donò al convento [di San Domenico] ducati 100 nel mese di maggio 1647, quando se vestì monaca. Nel medesimo anno [1647] furono donati altri ducati 103 dall’eccellentissima signora Duchessa di Laurenzana e Piedimonte (non s’esprime il nome) [Diana de Capua] per servire allo Studio, che stava in questo convento”.

56. Giovanni Girolamo Poanno (senior) e Pietrantonio Poanno

Piedimonte, 1627. Giovanni Girolamo Poanno, mediante atto rogato dal notaro Giacomantonio de Angelis, lasciò una cona d’altare, con l’effigie di San Carlo Borromeo alla chiesa del convento dei Domenicani; la donazione venne attuata mediante un ulteriore atto, rogato il 2 marzo 1630 a Piedimonte dal medesimo notaro Giacomantonio de Angelis.

“(p. 77) Giovanni Girolamo Poanno, figlio di Pietrantonio, nel suo testamento fatto per notar Giacomantonio de Angelis nel 1627, tra gli altri legati da farsi, lasciò al convento una cona nella chiesa di San Domenico con l’effigie di San Carlo [Borromeo], in modo da dotarsi detto altare quando sarebbe parso a Pietrantonio Poanno, suo padre. Con atto del 2 marzo 1630 per notar Giacomantonio de Angelis il convento di San Domenico ricevette da Pietrantonio Poanno una cona con l’immagine di San Carlo, lasciata per il quondam Giovanni Girolamo Poanno, figlio di detto Pietrantonio. Il detto Pietrantonio Poanno, il 19 giugno 1646 per notar Giacomantonio de Angelis, fece il suo testamento, nel quale lasciò eredi Carlo e Giovanni Girolamo Poanno, suoi nipoti; volle che il proprio cadavere fosse sepolto in questa chiesa e che fossero celebrate messe manuali; i nipoti [Carlo e Giovanni Girolamo] assegnarono al convento un capitale di ducati 12 per la celebrazione delle messe”.

57. Emilio Paterno [ed eredi]

Piedimonte, 23 luglio 1649. Emilio Paterno, con un atto rogato dal notaro Tommaso de Angelis, assegnò 75 ducati, da pagarsi ratealmente, al convento dei Domenicani.

“(p. 79) Prima di trattare i legati del detto dottor Emilio Paterno conviene avvertire come ai 3 febbraio 1595 il convento cedé a Giovan Battista Mastro un luogo nella chiesa per edificarvi una cappella, la quale s’edificò sotto al campanile, sotto il titolo prima di San Filippo e San Giacomo, dopo con il titolo di Sant’Anna, con la sepoltura di Zenobia Mastro, figlia ed erede di Giovan Battista Mastro, e moglie di Don Ascanio Ruggiero, nobile capuano; la detta cappella, per ducati 45, fu ceduta al dottor Emilio Paterno il 23 luglio 1649, mediante un atto rogato da notar Tommaso de Angelis. In detto istrumento si legge che il suddetto dottor Emilio Paterno cedé ed assegnò al convento annui ducati 6,75-, per un capitale di ducati 75-, consegnati dal reverendo Don Francesco Cittadino, di Castello, con il peso di celebrare in detta cappella ogni anno messe 24 piane, cioè una il sabato, l’altra il lunedì, ed una messa cantata solenne, in detta cappella, nel giorno di Sant’Anna. Nel quale istrumento si legge anche il consiglio dei Padri e la licenza del maestro provinciale Fra’ Tommaso de Vio. (p. 80) Nondimanco il suddetto dottor Don Emilio Paterno, oltre il rapportato legato, con testamento rogato per mano del notar Carlo de Clavellis il 26 agosto 1656 fece un nuovo legato, ovvero istituì in detto testamento suoi eredi il dottor Giuseppe Paterno ed altri suoi figli e, in caso di loro morte senza figli legittimi, e naturali, ordinò dovesse succedere nella di lui eredità il detto convento [di San Domenico] col peso, così, di dover dare in una sola volta ducati 200 al monastero di donne monache di San Benedetto della Vallata con l’obbligo di recitare quotidianamente un ‘Salve Regina’ in Coro, come di dovere i padri di detto convento celebrare perpetuamente una messa al giorno per l’anima di esso Emilio, di sua moglie e dei suoi figli nella cappella di Sant’Anna, costruita dentro la chiesa dello stesso convento. Morto il dottor Don Emilio in detto anno 1656, di là a pochi giorni se ne passarono all’altra vita due dei tre suoi figli ed eredi, restando superstite il detto dottor Don Giuseppe, che nel medesimo anno fece testamento, per lo detto notaro Carlo de Clavellis, nel quale istituì sua erede Porzia Paterno, unica sua figlia legittima, e ordinò che si dovesse adempiere il testamento fatto dal dottor Emilio Paterno, suo padre. Morto già il detto dottor Don Giuseppe Paterno nel 1663, si diede il caso che nel mese d’aprile 1670 morì anche la detta Porzia, in età infantile, quando la signora Anna Maria Gambella, moglie del dottor Don Giuseppe e madre di Porzia, pretese spettare ad essa l’eredità anche del defunto dottor Don Emilio; perciò con la medesima [Anna Maria Gambella] e con i suoi eredi e successori vi furono lunghi, strepitosi e dispendiosi litigi, come in più strumenti si rileva, e tra gli altri in quello rogato per notar Gennaro Fera, di Napoli, il 19 febbraio 1718, e poi ratificato in Piedimonte per notaro Tommaso Ciccarelli l’8 marzo 1718, ed in altre scritture. (p. 81) Fra tali litigi, però, poco o nulla vi s’intromise il convento, ma passarono far gli stessi eredi e successori di Anna Maria Gambella, madre di Porzia Paterno, e di Decia, moglie del detto dottor Don Emilio. Terminate intanto le liti, dagli eredi di detta Anna Maria, ch’erano i signori di Tommaso, di Castello, furono consegnati i 200 alle reverende monache della Vallata; restarono da dividersi ducati 800, dei quali se ne fecero sette porzioni, con aversi l’occhio [prestando la dovuta attenzione] anche alla transazione fatta tra gli avvocati del convento [di San Domenico] e [quelli] di detta Anna Maria. Tra le parti spettanti al convento c’era il pastino a Monticello, valutato per ducati 300”.

58. Isabella Brussone

Piedimonte, 18 settembre 1649. Isabella Brussone, della terra di Marsicovetere, per devozione donò 30 ducati al convento dei Domenicani, in cui viveva un suo fratello.

“(p. 85) Isabella Brussone, il 18 settembre 1649, legò al convento [di San Domenico] ducati 30, col peso d’un anniversario [una messa all’anno]; si rileva ciò da molte scritture. In un memoriale si legge che Isabella Brussone, della terra di Marsicovetere, per affetto e divozione che porta al convento di San Tommaso d’Aquino della terra di Piedimonte, e per rispetto del padre Francescantonio di Marsicovetere (domenicano), suo fratello, oltre le limosine di considerazione fatte a questo convento, ha altresì donato ducati 30, dei quali si ricevono tertiatim [trimestralmente] quolibet anno [ogni anno] carlini 27, col peso che si celebrasse secondo la sua intenzione un anniversario l’anno in perpetuum [in perpetuo] nella cappella del Santissimo Rosario, seu [ovvero] messa solenne del Santissimo Rosario nel mese di aprile”.

59. Achille de Parrillis

Piedimonte, 9 febbraio 1652. Il medico Achille de Parrillis donò 300 ducati al convento dei Domenicani.
“(p. 86) Il medico Achille de Parrillis, il 9 febbraio 1652, legò al convento San Tommaso d’Aquino ducati 300, col peso di messe”.

60. Clemenzia Brussone

Piedimonte, 15 maggio 1652. Clemenzia Brussone, della terra di Marsicovetere, donò 50 ducati al convento dei Domenicani, dove viveva un suo fratello.

“(p. 86) Clemenzia Brussone, sorella del padre Francescantonio Brussone, di Marsicovetere, e d’Isabella Brussone, il 15 maggio 1652 diede al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 50-, come si legge in un memoriale-, col peso d’una messa solenne ogni anno, [da celebrarsi] nel giorno del Santissimo Rosario nella medesima [ed omonima] cappella, per l’anima sua e dei suoi predecessori e successori, morti e morituri, in perpetuum [per sempre]”.

61. Nicola di Nicola, di Colle d’Anchise

Piedimonte, 2 giugno 1652. Nicola di Nicola il 2 giugno 1652 lasciò in legato 20 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 87) Nicola di Nicola, di Colle d’Anchise, il 2 giugno 1652 legò al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 20 con il peso di messe piane, come si rileva da un libro”.

62. Giovanni Giorolamo Poanno juniore

Piedimonte, 16 maggio 1653. Giovanni Girolamo Poanno juiniore, tramite testamento rogato dal notaro Tommaso de Angelis, lasciò in legato 200 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 88) Giovanni Girolamo Poanno juniore, figlio di Giovanni Girolamo Poanno (senior), e nipote di Pietrantonio Poanno, il 16 maggio 1653 con testamento per notar Tommaso de Angelis legò assolutamente a questo convento [di San Domenico], e propriamente all’altare di San Carlo, di sua famiglia, ducati 200, con peso di messe. In oltre legò, con lo stesso peso, altri ducati 200, ma condizionatamente, cioè in caso che Carlo suo fratello ed erede morisse senza figli. In detto testamento si legge “lascia all’altare di San Carlo, di loro famiglia, costrutto dentro la chiesa di San Domenico di detta terra, ducati 200, col peso che li monaci del monastero di detto Santo abbiano a celebrare tante messe capono [siano contenute nelle] alle entrate che perverranno da detti ducati 200. Item [Parimenti] lascia che, morendo suo fratello Carlo senza figli legittimi e naturali, succeda Isabella Vetere sua madre, con il peso di pagare altri ducati 200 al detto altare di San Carlo, e che i Padri di detto monastero abbiano similmente a celebrare le messe comprese nelle entrate che essi percepiranno. Premorendo detta Isabella su madre al detto Carlo, in tal caso [nell’adempimento del legato] succedano tutte le tre sorelle sopravviventi, nominate Lucrezia, Geronima e Nunzia”.

63. [Isabella Zapata e] Padre Fra’ Tommaso di Dominico, di Napoli

Napoli, 14 aprile 1648. Isabella Zapata, mediante atto rogato dal notaro Vincenzo Iannaccaro, donò tutti i suoi beni ai figli Suor Barbara e Fra’ Tommaso [al secolo Domenicantonio] di Dominico, il quale, a sua volta, con testamento redatto a Piedimonte il 1° luglio 1653 devolvé la propria quota, di 200 ducati, al convento dei Domenicani, dove aveva preso i voti.

“(p. 90) Isabella Zapata, vedova di Domenico di Dominico, di Napoli, nel suo testamento, rogato il 14 aprile 1648 per notaro Vincenzo Iannaccaro, istituì suoi eredi Suor Barbara di Dominico, monaca di casa del Terzo ordine di San Domenico, e Domenicantonio di Domenico, suoi figli. Il detto Domenicantonio di Dominico, assumendo il nome di Tommaso si vestì religioso domenicano nella nostra Congregazione de’ Cavoti, e propriamente in questo convento di Piedimonte, del quale fu figlio, e dove fece la sua solenne professione di fede. Poiché sua madre Isabella Zapata gli lasciò 200 ducati per comprare libri e per altre necessità religiose, Frate Tommaso, prima che professasse, per disposizione testamentaria titulo donationis [a titolo di donazione], il 1° luglio 1653 tramite atto rogato da notar Carlo d’Agnese, li devolvé al convento di San Tommaso d’Aquino”.

64. Gelsidia Paterno

Piedimonte, 26 marzo 1655. Gelsidia Paterno, con atto rogato dal notar Carlo d’Agnese, donò 10 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 90) Gelsidia Paterno il 26 marzo 1655 con atto rogato per notar Carlo d’Agnese legò ducati 10 a questo nostro convento [di San Domenico]. In questo legato non appare peso di messe né l’impiego di detti ducati 10”.

65. Livia de Benedictis

Piedimonte, 26 luglio 1656. Livia de Benedictis, tramite atto rogitato dal notar Carlo d’Agnese, assegnò 25 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 91) Livia de Benedictis il 26 luglio 1656 per notar Carlo d’Agnese legò al convento di San Domenico ducati 25 perché si celebrassero messe perpetue”.

66. Tomaso d’Ambrosa

Piedimonte, 26 luglio 1656. Tomaso d’Ambrosa, tramite testamento rogato dal notaro Carlo d’Agnese, dispose di assegnare il suo patrimonio al convento dei Domenicani, nell’eventualità che i propri figli fossero morti senza lasciare eredi; tuttavia, morendo l’intera famiglia a causa della peste, il testamento fu impugnato da Violante del Santo, cugina di Tomaso d’Ambrosa, la quale ebbe ragione in una causa dibattuta davanti al tribunale feudale di Piedimonte.

“(p. 91) Tomaso d’Ambrosa il 26 luglio 1656 per notar Carlo d’Agnese fece il suo ultimo testamento, nel quale istituì eredi i suoi figli e figlie; morendo tutti senza eredi, in tal caso succedesse in tale eredità il convento, col peso di messe capienti [comprese nelle entrate ereditarie] in perpetuum [per sempre]. Item [allo stesso modo] esso testatore lasciò in legato alla Congregazione del Santissimo Rosario il proprio orto, pieno di diversi frutti. Si diede il caso che morirono tutti gli eredi ed il convento fece istanza per tale eredità, ma dalla Corte di Piedimonte [ovvero dal tribunale civile di primo grado, organo giudiziario feudale] fu dichiarata erede Violante del Santo, sorella cugina di detto Tomaso d’Ambrosa, il 6 marzo 1657”.

67. Giovan Vincenzo Caranci

Piedimonte, 28 agosto 1656. Giovan Vincenzo Caranci, tramite testamento rogitato dl notaro Salvatore d’Amico, istituì erede di tutti i suoi beni il convento dei Domenicani.

“(p. 93) Giovan Vincenzo Caranci il 28 agosto 1656, nel testamento rogato per notar Salvatore d’Amico, istituì suo erede il convento di San Domenico, col peso di tante messe la settimana in perpetuum [per sempre] per esso testatore e per sua moglie Zenobia Menatante, e per tutti li suoi trapassati”.

68. Virgilia Brando

Piedimonte, 6 settembre 1656. Virgilia Brando, mediante il notaro Carlo de Clavellis, fece due testamenti; nel primo lasciò erede il convento, nel secondo, invece, alcuni suoi familiari, elargendo al convento dei Domenicani una sola donazione di 50 ducati; pertanto sorse una lite giudiziaria, che si concluse con una transazione tra le parti, per cui il convento riuscì ad ottenere la somma di 200 ducati; l’atto transattivo, ovvero la definizione della vertenza, fu rogato a Piedimonte il 31 agosto 1658 dal notaro Tommaso de Angelis.

“(p. 93) Virgilia Brando, moglie di Francesco de Jannutiis e sorella di Francesco Brando, il 6 settembre 1656, per notar Carlo de Clavellis fece due testamenti; nel primo lasciò erede il convento, nel secondo lasciò erede Francesco Brando, fratello suo, e Giovan Vincenzo de Parrillis, marito della sorella [cognato], e soli ducati 50 al convento. Pretendendo nondimeno il convento l’intiera eredità di Virgilia Brando, in virtù del primo testamento, il detto Giovan Vincenzo de Parrillis venne a transazione col convento, al quale diede ducati 200. Lo strumento di transazione fu rogato per mano del notaro Tommaso de Angelis il 31 agosto 1658”.

69. Vittoria d’Amico

Piedimonte, 6 settembre 1656. Vittoria d’Amico, tramite testamento rogato dal fededegno sacerdote Don Achille de Contenta, attraverso una serie di successioni lasciò finalmente la propria eredità al convento dei Domenicani.

“(p. 94) Vittoria d’Amico, vedova del quondam Iacovo [Giacomo] Caprarello, il 6 settembre 1656 in testamento per il reverendo Don Achille de Contenta, lasciò per sua erede Lella Pironte, che, morendo, lasciò erede Fabio Dragonetti, il quale, morendo, lasciò unico erede il convento di San Domenico di Piedimonte, con il solo peso di una messa cantata da celebrarsi ogni anno”.

70. Geronima Gambella

Piedimonte, 10 settembre 1656. Geronima Gambella, tramite testamento rogitato dal notaro Carlo de Clavellis, lasciò in legato 1200 ducati al convento dei Domenicani; il testamento, tuttavia, non produsse alcun effetto.

“(p. 95) Geronima Gambella, moglie del signor Confredo di Confreda, il 10 settembre 1656 in testamento [rogato] per notar Carlo de Clavellis, istituì suo erede il detto Confredo di Confreda, suo marito; item [la testatrice] lasciò in legato al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 1200, perché i reverendi Padri di detto convento dicessero in detta chiesa una messa al giorno in perpetuum [per sempre], subito seguita la sua morte, per salute della sua anima; la quale messa perpetua era da celebrarsi nella Cappella del Presepe, che sta dentro detta chiesa di detto convento. Notar Carlo de Clavellis, poco dopo fatto tal testamento, rimasto in fasciculis [nei fascicoli], in tempo di peste se ne morì. Così si rileva dagli atti di Corte [di primo grado], che seguirono dopo la morte di detta Geronima; dai quali atti, del suddetto legato di Geronima Gambella non si rileva averne ricevuto cosa alcuna il convento, ma che questi avesse cessato di proseguir tal lite e niente avesse ricevuto”.

71. Giuseppe Dragonetti

Piedimonte, 16 settembre 1656. Giuseppe Dragonetti, tramite testamento rogato dal fededegno sacerdote Don Basilio Menatante, lasciò in legato 400 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 96) Giuseppe Dragonetti in tempo di contagio, ovvero il 16 settembre 1656, per il reverendo Don Basilio Menatante fece testamento e lasciò sue eredi Porzia e Maria Dragonetti, sue sorelle carnali; morendo [nel caso fossero morte anche] le sorelle, il testatore dispose che gli sarebbe dovuto succedere [subentrare] come erede il convento di San Tommaso d’Aquino, purché si dicessero tante messe perpetue in ragione di carlini 4 la messa. Il testatore lasciò inoltre a detti Padri di San Domenico di Piedimonte ducati 400 in modo che si dicessero tante messe perpetue in ragione di carlini 4 la messa”.

72. Fabio Dragonetti

Piedimonte, 26 settembre 1656. Fabio Dragonetti, mediante testamento redatto dal fededegno sacerdote Don Ferrante Giannuccio, dispose che la quota assegnata alla nipote Antonia de Contenta, nel caso in cui quest’ultima fosse morta senza eredi, sarebbe stata conferita al convento dei Domenicani.

“(p. 96) Fabio Dragonetti il 26 settembre 1656 per il reverendo Don Ferrante Giannuccio fece il proprio testamento nel quale istituì suoi eredi i nipoti Onofrio e Francesco, tutti figli di Geronima Dragonetti, sua sorella. Item [allo stesso modo] assegnò ducati 100 a sua nipote Antonia de Contenta che, se fosse morta senza eredi, avrebbe dovuto lasciarli alla chiesa di San Domenico, di Piedimonte. Inoltre [il testatore] volle che il proprio corpo fosse sepolto nella chiesa di San Domenico”.

73. Domizia Meola

Piedimonte, 7 dicembre 1658. Domizia Meola, tramite testamento rogato dal fededegno sacerdote Don Damiano Gualtieri, lasciò in legato 30 ducati al convento dei Domenicani.
“(p. 102) Domizia Meola il 7 dicembre 1658 in testamento rogato dal reverendo Don Damiano Gualtieri legò al convento [di San Domenico] ducati 30, con peso di messe”.

74. Rosina Iannucci

Piedimonte, 17 aprile 1660. Rosina Iannucci, con istrumento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), lasciò i propri beni al nipote Ovidio della Torre, a condizione che quest’ultimo a sua volta avesse dato 100 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 103) Rosina Iannucci il 17 aprile 1660 con istrumento per notar Carlo Ciccarelli (senior) fece donazione di tutti i suoi beni ad Ovidio della Torre, suo nipote, (p. 104) a condizione che quest’ultimo, appena saputo della morte di essa Rosina, avrebbe dovuto dare e pagare ai reverendi Padri del convento di San Tommaso d’Aquino di detta terra [di Piedimonte] ducati 100 in modo da celebrare messe per salute della sua anima, ogni anno in perpetuum [in perpetuo]”.

75. Giulio Battiloro

Piedimonte, 28 giugno 1662. Giulio Battiloro nel proprio testamento, rogato a Piedimonte il 18 giugno 1650 dal notaro Giacomantonio de Angelis, aveva donato un terreno al convento dei Domenicani; donazione che venne confermata dagli eredi legittimi mediante un secondo atto, rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior) nel luogo e nella data riportati all’incipit.

“(p. 104) Giulio Battiloro, nel suo ultimo testamento, rogato il 18 giugno 1650 per notar Giacomantonio de Angelis, confermato nell’istrumento rogato per volontà degli eredi il 28 giugno 1662 dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), lasciò in legato al convento di San Tommaso d’Aquino di Piedimonte una certa terra aratoria sita in tenimento di Alife, nel luogo detto ‘Arborone’ [Alberone], col peso di messe per l’anima sua, da celebrarsi nel modo e forma che avessero gli eredi convenuto”.

76. Tommaso Perrino

Piedimonte, 26 novembre 1675. Tommaso Perrino, con strumento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), donò un querceto al convento dei Domenicani.

“(p. 108) Il signor Tommaso Perrino, il 26 novembre 1675 con istrumento per notar Carlo Ciccarelli (senior), donò a questo convento [di San Domenico] un querceto al ‘Torrione’, col peso di un anniversario l’anno nel giorno della sua morte, che seguì il 5 maggio 1686”.

77. L’eccellentissima duchessa Donna Diana de Capua

Piedimonte, 12 novembre 1674. La duchessa Diana de Capua lasciò in legato 200 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 111) L’eccellentissima duchessa Donna Diana de Capua, in suo testamento fatto il 12 novembre 1674, nel quale giorno passò all’altra vita, legò a questo convento [di San Domenico] ducati 200, con il peso di un anniversario l’anno; il dì 27 novembre 1675 l’illustrissimo signor Duca Carlo Gaetani, figlio della medesima Diana de Capua, pagò al convento i 200 ducati, lasciati per la quondam eccellentissima signora Donna Diana de Capua, sua madre, al medesimo convento, col peso che i Padri pro tempore di detto convento dovessero ogni anno in perpetuo celebrare nella loro chiesa un anniversario per l’anima sua nel giorno di sua morte. (p. 112) La suddetta eccellentissima Diana de Capua, prima di fare il detto legato di ducati 200 a questo convento, aveva ancora fatti al medesimo altri benefizi, per essere devota dell’Ordine, cioè aveva donate robe di sacristia e di chiesa; ed, oltre a ciò, diede ducati 30 a questo convento, esortando i Padri a cedere un territorio ai Cappuccini, sito nel luogo detto ‘La Starza’, o ‘Isola’, vicino al loro ‘Valcaturo’ [gualchiera] nel 1647, quando (p. 113) tra questo convento e quello dei Padri Cappuccini vi fu una gran lite per tal territorio, ceduto alla fine con tal mezzo”.

78. Antonia de Ferrigno

Piedimonte, 22 maggio 1677. Antonia de Ferrigno, abitante nel quartiere della Vallata, tramite testamento rogato dal notaro Francesco Andrea Paterno, istituì proprio erede, universale e particolare, il convento dei Domenicani.

“(p. 113) Antonia de Ferrigno, vedova del quondam notar Decio de Angelis, della Vallata, la cui casa sta sita dove si dice ‘a Paterno’, il 22 maggio 1677 in suo testamento rogato per notar Francesco Andrea Paterno, suo nipote, istituì in qualità di proprio erede universale, e particolare, questo convento [di San Domenico]”.

79. L’eccellentissima Donna Cecilia Acquaviva

Piedimonte, 7 novembre 1683. Donna Giulia Acquaviva, tramite testamento rogato dal notaro Giuseppe Angelillo, lasciò un capitale di 1200 ducati, ricavabile da apposite rendite, al convento dei Domenicani.

“(p. 119) L’eccellentissima Donna Giulia Acquaviva, il 7 novembre 1683 per notar Giuseppe Angelillo, di Sant’Angelo, in testamento legò al convento di San Tommaso d’Aquino un censo affinché si celebrasse una messa giornaliera per l’anima sua. L’eccellentissimo Duca Don Antonio Gaetani, marito ed erede testamentario della medesima, il 22 aprile 1684, in adempimento di tal legato, assegnò al convento alcuni beni stabili del valore di ducati 1100 e con l’annua rendita dei medesimi di ducati 66, così apprezzati da Pompilio Albanese, di Piedimonte”.

80. L’eccellentissimo Duca Don Carlo Gaetani di Laurenzana

Piedimonte, 4 marzo 1684. Il duca Don Carlo Gaetani di Laurenzana, con istrumento redatto dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), assegnò al convento dei Domenicani un capitale iniziale di 1400 ducati oltre ad una elargizione perpetua, deducibile dalle rendite di casa Gaetani, di 70 ducati annui.

“(p. 122) L’eccellentissimo Duca Don Carlo Gaetani, il 4 marzo 1684 con istrumento rogato per notar Carlo Ciccarelli (senior), cedé ed assegnò a questo convento di San Tommaso d’Aquino di Piedimonte ‘annuos ducatos septuaginta una cum eorum capitali ducatorum mille et quatuor centum’ [settanta ducati annui insieme ad un capitale di ducati millequattrocento]. (p. 123) Li suddetti 70 ducati annui non si pagano più dall’Università di Piedimonte, ma per decreto del Sacro Regio Consiglio (emanato nel marzo 1755) si pagano dall’odierno eccellentissimo Duca Giuseppe Gaetani”.

81. Reverendo Don Antonio Lombardo

Piedimonte, 11 dicembre 1684. Il reverendo Don Antonio Lombardo, tramite testamento per mano del notaro Carlo Ciccarelli (senior), lasciò in legato un orto al convento dei Domenicani.

“(p. 124) Il reverendo Don Antonio Lombardo l’11 dicembre 1684 in suo testamento per notar Carlo Ciccarelli (senior) legò a questo convento una casa con orto sita sopra San Rocco con peso di messe ad tempus [temporaneamente]”.

82. Costantino Battiloro

Piedimonte, maggio 1685. Costantino Battiloro lasciò in legato 25 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 125) Di Costantino Battiloro si fa menzione in un memoriale, dai Padri formato ed esibito al vice Padre Generale della Congregazione, il visitatore Fra’ Alberto da Letino, nel quale si supplica di poter accettare, per la celebrazione di due messe cantate l’anno, la concessione di 25 ducati mediante un legato, -disposto dal testatore, ovvero Costantino Battiloro-, cui fu dato l’assenso l’8 maggio 1685”.

83. Suor Livia Mazzacca

Piedimonte, 7 maggio 1686. Suor Livia Mazzacca, con atto rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), lasciò in legato 75 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 125) Suor Livia Mazzacca, del nostro terzo Ordine, nel testamento rogato il 7 maggio 1686 per notar Carlo Ciccarelli (senior) lasciò al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 75”.

84. Lorenza Martello

Piedimonte, 5 luglio 1686. Lorenza Martello, tramite testamento rogato dal fededegno sacerdote Don Tommaso Gauzio, lasciò in legato 4 tomoli di grano, da consegnarsi perpetuamente al convento dei Domenicani ogni due anni.

“(p. 126) Lorenza Martello, di Alife, vedova del quondam Giovanni Gallucci, di Latina, il 5 luglio 1686 fece testamento per mano del reverendo Don Tommaso Gauzio [Gaudio], canonico della cattedrale di Alife, nel quale lasciò eredi i suoi figli. Item legò e lasciò al venerabile monastero del glorioso San Domenico, della terra di Piedimonte, ogni due anni tomoli 4 di grano per carità in perpetuo”.

85. Santillo Corigliano

Piedimonte, 17 novembre 1686. Santillo Corigliano, tramite testamento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), lasciò in legato al convento dei Domenicani 80 ducati, da consegnarsi in contanti in una sola rata.

“(p. 126) Santillo Corigliano, di Solofra-, marito di Caterina d’Ambrosa-, abitante in Piedimonte, il 17 novembre 1686 per notar Carlo Ciccarelli (senior) fece il suo ultimo testamento, designando erede la moglie et signanter [ e segnatamente] lasciando in legato al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 80, che teneva in contanti, affinché si celebrassero messe per la sua anima”.

86. Anna Ferruccio [Ferrucci]

Piedimonte, 3 settembre 1692. Anna Ferruccio, mediante testamento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), lasciò in legato 35 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 128) Anna Ferruccio [Ferrucci], il 3 settembre 1692, nel testamento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), legò al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 35, senza peso alcuno”.

87. Annibale Cerrone

Piedimonte, 29 aprile 1694. Annibale Cerrone, con istrumento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (senior), donò 250 ducati al convento dei Domenicani per comprare cose utile alle sacre celebrazioni.

“(p. 129) Annibale Cerrone, marito di Maria Bolognese, il 29 aprile 1694 con istrumento rogato per notar Carlo Ciccarelli (senior) donò al convento, affinché si comprassero utensili per la sacrestia, un capitale di ducati 250”.

88. Bernardina Pacifico

Piedimonte, 1° settembre 1694. Bernardina Pacifico, tramite strumento rogato dal notaro Tommaso Ciccarelli, donò un terreno aratorio al convento dei Domenicani.

“(p. 131) Bernardina Pacifico, vedova del quondam Domenico Macera del casale di Sipicciano, il 1° settembre 1694 con istrumento rogato per notar Tommaso Ciccarelli donò al convento di San Tommaso d’Aquino un territorio aratorio, ma incolto, di tomoli tre, sito nelle pertinenze del casale di San Potito, nel luogo detto di “S. Cassiano”, iuxta [presso] i beni di detto convento, i beni dei reverendi canonici della collegiata di Santa Maria Maggiore di Piedimonte, i beni di Filippo di Fusco, ed altri fini”.

89. Michelangelo Ragucci

Piedimonte, 17 dicembre 1705. Michelangelo Ragucci fece una donazione di 20 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 131) Michelangelo Ragucci il 17 dicembre 1705 donò al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 20, con peso d’un anniversario perpetuo nel giorno di sua morte”.

90. Pietro Ragucci

Piedimonte, 15 febbraio 1708. Pietro Ragucci elargì 25 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 132) Pietro Ragucci il 15 febbraio 1708 lasciò al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 25 col peso di una messa cantata semplice”.

91. Diana Ragucci

Piedimonte, 2 maggio 1710. Diana Ragucci, con testamento rogato dal notaro Giuseppe Ciccarelli, lasciò per volontaria disposizione 20 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 133) Diana Ragucci nel proprio testamento, rogato il 2 maggio 1710 per notar Giuseppe Ciccarelli, lasciò in legato al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 20, col peso d’una messa cantata ogni anno nel giorno della sua morte”.

92. Padre Fra’ Antonino de Grandmaison

Piedimonte, 26 giugno 1716. Il monaco, di origine francese, Antonino de Grandamaison, donò al convento dei Domenicani, della cui famiglia religiosa faceva parte, 150 ducati.

“(p. 136) Il Padre Maestro Fra’ Antonino de Grandamaison, francese, figlio di questo convento di San Tommaso d’Aquino, il 26 giugno 1716 diede al medesimo convento ducati 150”.

93. Niccolò Giorgio

Piedimonte, 10 giugno 1718. Il dottor Niccolò Giorgio, mediante testamento rogato dal notaro Nicola Gambella, lasciò in legato la somma di 155 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 138) Il dottor Niccolò Giorgio il 10 giugno 1718 in suo testamento per notar Nicola Gambella a questo convento di San Tommaso d’Aquino fece un legato del capitale di ducati 155 con il peso d’una messa la settimana in perpetuum [per sempre] per la salute della sua anima, da celebrarsi nell’altare di San Domenico”.

94. Vincenzo Perrino

Piedimonte, 6 settembre 1719. Vincenzo Perrino, tramite testamento rogitato dal notaro Tommaso Ciccarelli, lasciò in legato 25 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 140) Vincenzo Perrino il 6 settembre 1719 per notar Tommaso Ciccarelli fece il suo ultimo testamento, lasciando in legato ai reverendi Padri del Convento di San Tommaso d’Aquino ducati 25, col peso di celebrare ogni anno una messa in perpetuum [in perpetuo] per la salute dell’anima sua”.

95. Pier Filippo Giorgio

Piedimonte, 21 settembre 1720. Pier Filippo Giorgio, mediante testamento rogato dal notaro Nicola Gambella, elargì un capitale di 150 in favore del convento dei Domenicani.

“(p. 141) Pier Filippo Giorgio il 21 settembre 1720 in suo testamento per notar Nicola Gambella lasciò in legato al convento di San Tommaso d’Aquino un capitale di ducati 150 con il peso di una messa la settimana nell’altare di San Domenico ed una messa cantata solenne pro defunctis [per i defunti] con suono di organo nel giorno della sua morte”.

96. Alessandro d’Errico, oblato

Piedimonte, 12 e 16 giugno 1723. Alessandro d’Errico, per mezzo di due strumenti rogitati dal notaro Tommaso Ciccarelli, fece cospicue donazioni al convento dei Domenicani, nella cui famiglia religiosa entrò in qualità di oblato, cioè di laico che, senza pronunciare i voti, offre i propri servigi.

“(p. 143) Alessandro d’Errico, di Castello di Piedimonte, con libero consenso della moglie Maria Riselli, si fece oblato in questo convento di San Tommaso d’Aquino di Piedimonte, con donare sé stesso ed i suoi beni al convento, con alcuni pesi ad tempus [temporaneamente] ed altri in perpetuum [per sempre], per mezzo di due istrumenti rogati per mano del notaro Tommaso Ciccarelli il 12 e il 16 giugno 1723. Si asseriva in detti istrumenti di voler donare i propri beni mobili e stabili al convento con alcune condizioni, che erano: a) che il convento gli dovesse dare vitto e vestito; b) che i Padri dovessero seppellire il suo cadavere nella sepoltura dei religiosi; c) che dopo la morte di esso Alessandro i Padri si obbligassero a celebrare nella chiesa del convento suddetto in perpetuo sette messe piane la settimana e altre tredici messe cantate l’anno, ovvero una al mese e l’altra [la tredicesima] nel giorno anniversario della sua morte, con notturno cantato e suono d’organo. Nella donazione non erano comprese alcune cose d’oro e d’argento, che tiene sua moglie Maria Riselli, cui erano riservate alcuni capitali. Il suddetto Alessandro passò all’altra vita il 6 maggio 1727”.

97. Maddalena Palumbo

Piedimonte, prima del 1727. Maddalena Palumbo donò, per mano del Padre Maestro Fra Antonino de Grandmaison, 100 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 154) Maddalena Palumbo, prima del 1727, nel quale anno morì il Padre Maestro Fra Antonino de Grandmaison-, francese di nazione, figlio di questo convento [di San Domenico] e confessore di detta Maddalena-, consegnò manualiter [a mano] al medesimo Padre Maestro ducati 100 in moneta d’argento per far celebrare messe”.

98. Angela Maria de Tommasi (monaca claustrale benedettina)

Piedimonte, 17 aprile 1731. Suor Angela Maria de Tommasi, monaca di clausura nel monastero benedettino di San Salvatore, tramite testamento del notaro Tommaso Ciccarelli assegnò 45 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 158) Angela Maria de Tommasi, monaca benedettina nel monastero di San Salvatore di Piedimonte, il 17 aprile 1731 per notaro Tommaso Ciccarelli, con licenza di monsignor Vescovo di Alife [Gaetano Ivone (o Iovone)] assegnò al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 45, con il peso di una messa ogni mese”.

99. Nicola Sanillo

Piedimonte, 11 luglio 1734. Per disposizione di Nicola Sanillo la di lui moglie, Catarina Riccio, con strumento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (junior), assegnò al convento dei Domenicani terreni e denaro contante.

“(p. 160) Per Nicola Sanillo, di San Potito, la moglie Catarina Riccio l’11 luglio 1734 con istrumento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (junior), diede al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 25 in denaro contante e due pezzi di terreno, siti al grande querceto vicino a San Potito, e propriamente nel luogo detto ‘li Cerri’, contigui ai beni di detto convento, col peso di una messa cantata l’anno da celebrarsi ad libitum [a piacere] per l’anima di detto Nicola Sanillo”.

100. Carlo de Angelis

Piedimonte, 6 giugno 1735. Carlo de Angelis stabilì a favore del convento dei Domenicani una donazione di 30 ducati, eseguita dal figlio Carmine.

“(p. 160) Per Carlo de Angelis, il 6 giugno 1735, il signor Carmine de Angelis, figlio del medesimo, diede al convento ducati 30, con peso d’una messa cantata, con suono di organo, per l’anima di detto Carlo, in ogni anniversario della di lui morte, che era avvenuta il 21 novembre 1733”.

101. Beatrice Nelli

Piedimonte, 2 giugno 1736. Beatrice Nelli, con strumento rogato dal notaro Carlo Ciccarelli (junior), fece alcune donazioni al convento dei Domenicani.

“(p. 163) Beatrice Nelli con pubblico istrumento, rogato per mano di notar Carlo Ciccarelli (junior) il 2 giugno 1736, fece una donazione alle tre cappelle del convento di San Tommaso d’Aquino-, cioè del Santissimo Rosario, di San Domenico e di San Vincenzo-, delle sue doti e beni corredali, da consegnarsi al convento da Roberto Nelli, suo padre, e Michelangelo Porto, di Faicchio, suo marito, col peso di cento messe piane per l’anima sua”.

102. Giacomo di Stefano

Piedimonte, 13 febbraio 1741. Il dottor Giacomo di Stefano donò 45 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 165) Il dottor fisico Giacomo di Stefano il 13 febbraio 1741 diede al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 45, col peso di una messa piana da celebrarsi ogni terza domenica di ciascun mese dell’anno”.

103. Padre lettore Fra’ Agostino di Lella

Piedimonte, 13 febbraio 1741. Fra Agostino di Lella donò 55 ducati al convento dei Domenicani, della cui comunità religiosa faceva parte.

“(p. 166) Il Padre lettore Fra’ Agostino di Lella, di Cerreto, figlio di questo convento di San Tommaso d’Aquino, il 13 febbraio 1741 diede al medesimo convento ducati 55”.

104. Niccolò Luzzi

Piedimonte, 13 febbraio 1741. Niccolò Liuzzi attribuì 45 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 167) Niccolò Luzzi il 13 febbraio 1741 assegnò al convento [di San Domenico] ducati 45 col peso di dodici messe piane l’anno, da celebrarsi ogni primo venerdì di ciascun mese”.

105. Niccolò Macera

Piedimonte, 20 maggio 1741. Niccolò Macera, tramite testamento rogato dal notaro Giovanni Giacomo Gallo lasciò in legato 82 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 168) Niccolò Macera, vedovo della quondam Lucrezia Giacchetti, il 20 maggio 1741 per notar Giovanni Giacomo Gallo fece il suo ultimo testamento, nel quale, fra i legati da lui fatti vi è uno a pro di questo convento, ed è il seguente: ‘Ai Reverendi Padri del convento di San Tommaso d’Aquino di questa città lascio in legato ducati 82, col peso di messe in suffragio da celebrarsi in perpetuum [per sempre]’. Il legato è stato eseguito”.

106. [Il reverendo Don Andrea Ciccarelli per i defunti] Notar Carlo Ciccarelli (junior) ed Anna Costantini, coniugi, e il dottor Lorenzo Ciccarelli, figlio.

Piedimonte, 15 ottobre 1744. Per i defunti Carlo Ciccarelli (junior) ed Anna Costantini, coniugi, e Lorenzo Ciccarelli, figlio, il reverendo Don Andrea Ciccarelli, componente della medesima famiglia, attribuì 75 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 170) Per i suddetti Notar Carlo Ciccarelli (junior), Anna Costantino e Lorenzo Ciccarelli, il reverendo Don Andrea Ciccarelli, anch’egli figlio di detti coniugi, assegnò ducati 75 al convento [di San Domenico] con istrumento rogato il 15 ottobre 1744 per mano di notar Giovanni Giacomo Gallo, col peso di tre annue messe cantate, e ciascheduna con notturno, da celebrarsi il 16 agosto (per notar Carlo), il 23 ottobre (per la signora Anna), l’8 luglio (per il dottor Lorenzo), nei quali giorni passarono all’altra vita”.

107. Onorata Petella

Piedimonte, 15 febbraio 1745. Onorata Petella elargì 30 ducati a favore del convento dei Domenicani.

“(p. 171) Onorata Petella il 15 febbraio 1745 diede al convento [di San Domenico] ducati 30, col peso di una messa cantata da celebrarsi il 21 agosto di ogni anno”.

108. Casimiro Gambella

Piedimonte, 12 maggio 1745. Per volontà di Casimiro Gambella, morto il 16 agosto 1744, furono assegnati dagli eredi 30 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 172) Per volontà del defunto Casimiro Gambella, il 12 maggio 1745, quando era Priore il Reverendo Padre Maestro Fra’ Alberto Chiarizia, furono consegnati al convento [di San Domenico] ducati 30, col peso di una messa cantata semplice da celebrarsi ogni 16 agosto, poiché il testatore era morto in quella data l’anno 1744”.

109. Anna Ragucci

Piedimonte, 14 giugno 1746. Per volontà di Anna Ragucci, defunta il 16 luglio 1745, dagli eredi furono attribuiti 35 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 173) Per volontà della defunta Anna Ragucci il 14 giugno 1746 furono assegnati al convento di San Tommaso d’Aquino ducati 35, col peso d’una messa cantata, con suono d’organo e di campane, da celebrarsi nel giorno della morte della medesima, che era avvenuta il 16 luglio 1745”.

110. Dottor Francesco d’Agnese

Piedimonte, 16 agosto 1750. Francesco d’Agnese donò 30 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 174) Il dottor Francesco d’Agnese, poiché a lui ed a tutta la sua casa fu concesso un luogo dentro la chiesa per sepoltura, il 16 agosto 1750, per gratitudine o per altro onesto titolo, liberaliter [benevolmente] diede al convento [di San Domenico] ducati 30”.

111. Teodora Venditto

Piedimonte, 28 settembre 1752. Teodora Venditto, abitante nel quartiere della Vallata, tramite strumento rogato dal notaro Giovanni Giacomo Guerra, assegnò 50 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 175) Teodora Venditto, originaria di Baia, e dimorante nella Vallata di Piedimonte, essendo Priore Fra Raimondo Guerra, il 28 settembre 1752 con istrumento rogato per notaro Giovanni Giacomo Gallo assegnò al convento [di San Domenico] ducati 50, con peso di due messe cantate semplici, da celebrarsi all’altare maggiore in perpetuum [per sempre]”.

112. Dorotea Cunti

Piedimonte, 26 luglio 1753. Dorotea Cunti donò un terreno, in cui c’erano alberi e viti, al convento dei Domenicani.

“(p. 176) Dorotea Cunti, di Latina, il 26 luglio 1753 donò al convento [di San Domenico] un territorio arbustato e vitato [con alberi e viti], sito in pertinenze della terra di Latina, nel luogo detto ‘L’Aria Vecchia’ iuxta [presso] i beni di Giovanni Battista Cunti e altri confinanti, col peso perpetuo di tante messe l’anno, per la sua anima, in ragione del bene donato”.

113. Padre lettore Fra’ Pietro Martire di Stefano

Piedimonte, 3 agosto 1754. Fra’ Pietro Martire di Stefano diede in dono 10 ducati al convento dei Domenicani, della cui comunità religiosa faceva parte.

“(p. 177) Il Padre lettore Fra’ Pietro Martire di Stefano, figlio di questo convento [di San Domenico], il 3 agosto 1754 diede gratis al medesimo convento ducati 10”.

114. Nicola e Grazia Grande (coniugi)

Piedimonte, 3 agosto 1755. I coniugi Nicola e Grazia Grande, nel testamento rogato dal notaro Giovanni Giacomo Gallo, eleggendo come luogo di sepoltura la chiesa annessa al cenobio dei Domenicani, inserirono una disposizione che vincolava il trasferimento dei loro beni, dopo la morte dell’unica figlia nubile Anna, al medesimo convento.

“(p. 177) Nicola e Grazia Grande, coniugi, il 3 agosto 1755, nel testamento rogato per notaro Giovanni Giacomo Gallo inserirono una disposizione, come segue: ‘Nicola elegge come luogo di sepoltura l’oratorio dei Fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario e Grazia la fossa delle Sorelle del Santissimo Rosario’ [nella chiesa all’interno del convento di San Domenico]. I predetti coniugi, altresì, istituirono erede universale la loro comune figlia Anna Grande, vergine in capillis [donna ancora nubile], a condizione che, seguita la morte di detta Anna, succedesse nell’eredità il convento di San Domenico. Per tal donazione il peso era di 200 messe piane da celebrarsi in perpetuum [per sempre] a suffragio delle loro anime”.

115. Maria Tartaglia e Domenico Buontempo (coniugi)

Piedimonte, 16 settembre 1755. Maria Tartaglia, tramite testamento rogato dal notaro Giovanni Giacomo Gallo, lasciò erede universale di tutti i suoi beni il convento dei Domenicani.

“(p. 179) Maria Tartaglia, vedova di Domenico Buontempo, il 16 settembre 1755 per mano di notar Giovanni Giacomo Gallo, fece il suo ultimo testamento, lasciando erede di tutti i suoi beni questo convento [di San Domenico], con il peso di annuali messe piane in proporzione all’eredità”.

116. Lucrezia Paterno

Piedimonte, 30 ottobre 1756. Lucrezia Paterno, mediante istrumento rogato dal notaro Carlo Scasserra, donò un terreno al cenobio dei Domenicani.

“(p. 181) Lucrezia Paterno il 30 ottobre 1756, con istrumento rogato per notar Carlo Scasserra donò al convento [di San Domenico] un pastino che si trova nei pressi del convento dei Padri Cappuccini, con il peso di una messa piana ogni settimana”.

117. Rosa Natalizio

Piedimonte, prima del 17 agosto 1757. Rosa Natalizio, con atto rogato dal notaro Giovanni Giacomo Gallo, diede parte della propria eredità al cenobio dei Domenicani.

“(p. 182) Rosa Natalizio, prima del 17 agosto 1757, data in cui avvenne la sua morte, fece l’ultimo testamento, rogato dal notaro Giovanni Giacomo Gallo, in cui dispose che una porzione della propria eredità fosse assegnata a questo convento [di San Domenico], con peso di messe annue in ragione del cespite”.

118. Padre lettore Fra’ Marcellino Bucci

Piedimonte, 16 settembre 1756 e 26 marzo 1760. Padre Marcellino Bucci, mediante due atti donativi, diede la complessiva somma di ducati 55 al cenobio dei Domenicani, di cui faceva parte.

“(p. 184) Il Padre lettore Fra’ Marcellino Bucci, di Prata [Sannita], figlio di questo convento [di San Domenico], il 16 settembre 1756 diede al medesimo convento ducati 30. Il 26 marzo 1760 il detto Reverendo Padre Bucci diede al convento altri ducati 25”.

119. Giacomo Mancini ed Angela Pollastrino (coniugi)

Piedimonte, 2 agosto 1758. I coniugi Giacomo Mancini ed Angela Pollastrino donarono 25 ducati al cenobio dei Domenicani.

“(p. 185) Il signor Giacomo Mancini, di Pietramolara [Pietramelara], e la signora Angela Pollastrino, di Piedimonte, coniugi, il 2 agosto 1758, donarono al convento [di San Domenico], per divozione verso l’Ordine, un capitale di ducati 25”.

120. Casta Barbato

Piedimonte, 27 aprile 1673. A suffragio dell’anima di Casta Barbato, il suo genitore, Giovanni Battista, donò 25 ducati al convento dei Domenicani per la celebrazione di messe.

“(p. 185) Per la defunta Casta Barbato, da Giovanni Battista Barbato, padre della medesima, il 27 aprile 1763, quando era Priore il Padre Urbano Maselli, di Morcone, furono dati al convento [di San Domenico] ducati 25, col peso di una messa cantata da celebrarsi ogni anno nel mese di marzo, tempo in cui era morta la predetta Casta”.

121. Anna Perrino

Piedimonte, prima del 6 novembre 1763. Anna Perrino conferì 35 ducati al convento dei Domenicani.

“(p. 186) Anna Perrino, prima del 6 novembre 1763, nel quale giorno accadde la sua morte, tramite il suo confessore Padre Giovanni Lonardo Fusco, essendo Priore il Padre Fra Alberto Chiarizia, assegnò al convento [di San Domenico] ducati 25, con il peso d’una messa cantata semplice da celebrarsi ogni anno ad libitum [a piacere]”.

122. Porzia Barbato

Piedimonte 18 febbraio 1764. Porzia Barbato assegnò 25 ducati al convento dei Domenicani affinché si celebrassero messe perpetue in memoria della sorella Casta.

“(p. 187) Porzia Barbato, per mano di Giovanni Battista Barbato, suo padre, il 18 febbraio 1764 assegnò al convento [di San Domenico] ducati 25, col peso di una messa cantata semplice da celebrarsi ogni anno nel mese di novembre [in memoria della sorella Casta]”.

123. Suor Osanna Francomacaro

Piedimonte, 22 gennaio 1767. Suor Osanna Francomacaro, mediante testamento rogitato dal notaro Carlo Scasserra, istituì erede universale e particolare il cenobio dei Domenicani.

“(p. 187) Suor Osanna Francomacaro, religiosa professa domenicana, il 22 gennaio 1767 per notar Carlo Scasserra fece il suo ultimo testamento, lasciando erede universale e particolare il convento di San Tommaso d’Aquino di Piedimonte, (p. 188) col peso di celebrare ciascun anno in perpetuum [per sempre] per salute e suffragio della sua anima un anniversario solenne, con messa cantata, nel dì della propria morte”.

124. Padre lettore Fra’ Alberto Savinetti

Piedimonte, 10 aprile 1768. Fra’ Alberto Savinetti, il 10 aprile 1768, donò 25 ducati al convento dei Domenicani, della cui comunità faceva parte.

“(p. 195) Il Padre lettore Fra’ Alberto Savinetti, di Paduli, figlio di questo convento di San Tommaso d’Aquino, il 10 aprile 1768 diede al medesimo convento ducati 25”.

III. Sono elencati tutti i beni conventuali

Conviene, però, fare un metodico elenco dei beni allodiali in disponibilità al cenobio domenicano, dislocati anche nella diocesi di Caiazzo, in modo da dimostrarne il relativo agio o, perlomeno, le fonti di sussistenza; è opportuno enumerarne i terreni posseduti, con la data del titolo di proprietà, anche per motivi inerenti alla georeferenziazione dei luoghi, per una questione di palpabile concretezza.
I Frati Predicatori piedimontesi avevano i seguenti proprietà agrarie [tra parentesi tonde sono indicate le relative pagine della platea] : “1) Orto ai Seponi, o Sprecatore, dal 4 luglio 1419 (p. 233); 2) Chiajo o Plaggio, dal 4 luglio 1419 (p. 235); 3) Vigna al Mercato, dal 4 luglio 1419 (p. 237); 4) Canini, dal 4 luglio 1419 (p. 241); 5) Squedre, Squarciaventoli, Cerqua grossa, dal 14 luglio 1419 (p. 245); 6) Arci o Cupa di San Martino, dal 19 agosto 1418 (p. 247); 7) Fontanelle, o sopra San Silvestro, o Alberone, dal 12 agosto 1419 (p. 251); 8) Zumpo d’Orlando, Posta, dal 20 aprile 1506 (p. 255); 9) Cannavina in San Potito, prima del 1538 (p. 257); 10) Bocca di Valle Paterno, dal 6 giugno 1542 (p. 259); 11) Sejole, prima del 1575 (p. 261); 12) Cannavina al Condotto, dal 26 marzo 1579 (p. 263); 13) Nocete, dal 13 agosto 1590 (p. 265); 14) Guastaferri sopra la via, dal 13 agosto 1590 (p. 267); 15) San Picozzo, o Campisi maggiore, dal 13 agosto 1590 (p. 269); 16) Pezza Gambella, o Gaudari, dal 31 giugno 1591(p. 271); 17) Magliocchi in San Potito, dal 30 giugno 1591 (p. 273); 18) Sant’Eramo in Alvignano, dal 30 giugno 1591 (p. 275); 19) Sette Case in Dragoni, dal 30 giugno 1591 (p. 277); 20) Pioppo, o la Pera, dal 5 febbraio 1593 (p. 279); 21) Vado della Fico, o anche Giardino, dal 30 giugno 1591 (p. 281); 22) Pezza Canciello, o sotto la Maddalena, dal 3 dicembre 1599 (p. 283); 23) Toro, dal 6 luglio 1601 (p. 285); Autura, prima del 1611 (p. 287); 24) Ponte di Sant’Adiutore, prima del 9 agosto 1620 (p. 289); 25) Pero Nespo maggiore, più vicino ad Alife, dal 12 novembre 1648 (p. 291); 26) Pero Luparo, o Comparata, in Sant’Angelo [d’Alife], dal 22 dicembre 1657 (p. 293); 27) Torrione, dal 26 novembre 1675 (p. 295); Fontana Roccio, in Sant’Angelo di Raviscanina [Sant’Angelo d’Alife], dal 27 novembre 1675 (p. 301); 28) Guastaferri sotto la via, e Ficolandina, prima del 1679 (p. 303); 29) Vaccarizzo, o San Martino pastino, dal 17 febbraio 1683 (p. 305); 30) Troffa, dal 10 maggio 1683 (p. 309); 31) Cesa, Cerquagrossa, Sardarulo, Cerri, dal 22 aprile 1684 (p. 311); 32) Fornace, o il Molinello, dal 22 aprile 1684 (p. 329); 33) Pero Nespo 2°, o minore, detto anche Lenza, dal 14 maggio 1686 (p. 331); 34) San Cassiano, dal 1° settembre 1694 (p. 333); 35) Monticello, dal 26 agosto 1656 (p. 335); 36) Starza in Carattano, dal 19 febbraio 1718 (p. 339); 37) Campisi minore, detto ‘venti coppe’, dal 1656 (p. 341); 38) Frese, in Alife, e Crepacuore, in Baia, [rispettivamente dal] 2 dicembre 1736, [e dal] 23 marzo 1763 (p. 343); 39) Corte delli Mungioli, dal 19 aprile 1740 (p. 347); 40) Spaziani querceto, Pirocca pastino, Zecchetella pastinello, dal 1758 (p. 349); 41) Fontana di Guidone, dal 24 ottobre 1757 (p. 353); 42) Cerquelle, dal 27 ottobre 1757 (p. 357); 43) Corte del Piscopo, dal 24 ottobre 1757 (p. 359); 43) Torone, dal 24 ottobre 1757 (p. 363); 44) La Cortatta, o Cortatte maggiore, dal 24 ottobre 1757 (p. 365); 45) Spinapoce, dal 24 maggio 1759 (p. 367); 46) Fiesto Padulo, o Prato, dal 24 maggio 1759 (p. 369); 47) Boscarello, dal 24 maggio 1759 (p. 371); 48) Pezza delle Moniche [Monache], o vero Le Fontane, dal 24 maggio 1759; 49) Saetta, o Ponte delle Tavole, dal 17 settembre 1761 (p. 375); 50) Limata Cupa moderna, dal 5 ottobre 1763 (p. 377); 51) Parchetello, dal 19 febbraio 1764 (p. 381); 52) Pastinello sito a San Pietro, dal 6 agosto 1765 (p. 385); 53) Pantanello Padulo, o al Bosco, dal 5 febbraio 1766 (p. 387); 54) Prati, o Fiesto, dal 20 febbraio 1766 (p. 389); 55) Pastino alle Squedre, dal 24 febbraio 1766 (p. 391); 56) Pantano Mazzarro, dal 12 ottobre 1766 (p. 393); 57) Alberone, o Arvarone, o Erbarone, dal 12 maggio 1768 (p. 397).

Bibliografia minima ragionata

Attorno all’insediamento dell’Ordine dei Frati Predicatori in Terra di Lavoro è utile consultare il volume di Luigi Pellegrini, Che sono queste novità? Le religiones novae in Italia meridionale (secoli XIII e XIV), Liguori, Napoli 2005 ( prima edizione 2000), in cui è costantemente presente il rapporto centro-periferia e il dato particolare all’interno del quadro generale.
Per avere una panoramica sullo stanziamento dei Domenicani in Italia meridionale, sullo sviluppo della loro rete organizzativa ed assistenziale, dal Medioevo fino all’età contemporanea, resta d’imprescindibile rilevanza compulsare l’opera in tre volumi di Gerardo Cioffari e Michele Miele, Storia dei Domenicani nell'Italia meridionale, Editrice domenicana italiana, Napoli 1993.
È opportuno, per maggior compiutezza, sfogliare il libro di Luigi Guglielmo Esposito, (a cura di) Gerardo Cioffari, I domenicani in Campania e in Abruzzo: ricerche archivistiche, Editrice domenicana italiana, Napoli 2001.
La silloge dei Brevi Pontifici a favore del cenobio piedimontese è stata pubblicata da Dante Marrocco, Bonifacio IX per i Domenicani di Piedimonte, Tipografia Triplex - Salvi e Russo, Capua 1965.
Per quanto concerne gli aspetti storico-artistici del complesso monastico domenicano a Piedimonte la più completa e aggiornata monografia rimane quella di Geppino Buonomo e Melissa Di Lorenzo, Il convento e la chiesa di San Tommaso d'Aquino: arte, fede, cultura, Tipografica del Matese, Piedimonte Matese 2006.
Ad ogni buon conto, il primo ad illustrare le potenzialità della platea del convento domenicano piedimontese fu Padre Gioacchino Francesco D’Andrea, che pubblicò il lungo articolo: Il convento di san Tommaso d’Aquino (San Domenico) di Piedimonte Matese in un registro del secolo XVIII, (pp. 73- 92), nell’Annuario edito nel 1977 dall’Associazione Storica del Medio Volturno, stampato presso la tipografia Laurenziana di Napoli in quel medesimo anno.
Per avere una più approfondita visione e acquisizione dei problemi cui si trovavano di fronte i presuli alifani si rimanda al volume curato da Armando Pepe, Le relazioni ad limina dei vescovi della diocesi di Alife (1590-1659), Youcanprint, Tricase 2017.
In merito alla storia proto-industriale in età moderna efficace strumento di consultazione e studio ad ampio spettro rimane il contributo di Giuseppe Cirillo, Verso la trama sottile. Feudo e protoindustria nel Regno di Napoli (secc. XVI- XIX), Ministero per i beni e le attività culturali Direzione generale per gli archivi, Roma 2012. Volendo ampliare le conoscenze intorno all’effettiva portata culturale di Casa Gaetani d’Aragona, nel quadro complessivo della nobiltà meridionale, si rimanda alle superbe pagine di Gérard Labrot, Peinture et société à Naples (XVIe –XVIIIe) siècles, Champ Vallon, Seyssel 2010.
Un puntuale regesto iconografico si può rintracciare nel prezioso volume di Pierluigi Leone de Castris (1), Pittura del Cinquecento a Napoli (1540-1573), fasto e devozione, Electa Napoli, Napoli 1996.
Si veda pure di Pierluigi Leone de Castris (2), Pittura del Cinquecento a Napoli (1573-1606), l'ultima maniera, Electa Napoli, Napoli 1991.
Per maggiori cognizioni sulla famiglia paterna di Giulia Acquaviva si legga il volume di Giulio Sodano, Da baroni del Regno a grandi di Spagna. Gli Acquaviva d'Atri: vita aristocratica e ambizioni politiche (secoli XV-XVIII), Guida, Napoli 2012.
Intorno all’epidemia pestilenziale del 1656 si legga l’estremamente particolareggiato studio di Giampiero Di Marco, Terra di Lavoro nell’anno della peste, Arte tipografica, Napoli 2002.
Sulle questioni legali e giudiziarie legate al mondo ecclesiastico e, di conseguenza, alla fattispecie del mandato di manutenendo, si rimanda al volume: Pratica della curia romana che comprende la giurisdizione de’ tribunali di Roma, e dello Stato; e l'Ordine Giudiziario, che in essi si osserva. Con una raccolta di Costituzioni, editti, riforme, nella stamperia di Antonio Fulgoni, Roma 1797.
Sulle conseguenze del Breve apostolico Inter caetera un interessante studio è quello di Marcella Campanelli, Geografia conventuale in Italia nel XVII secolo: soppressioni e reintegrazioni innocenziane, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2016.
Per un parallelismo con il ruolo del sacerdote fededegno e, in quanto tale, riconosciuto pubblicamente dalla società coeva, si veda il volume di Ian Forrest, Trustworthy Men: How Inequality and Faith Made a Medieval Church, Princeton University press, Princeton 2018.
Per conoscere la cronotassi della gerarchia dell’Ordine dei Predicatori si può consultare l’indispensabile supporto del Padre domenicano Fra’ Innocenzo Taurisano, Hierarchia Ordinis Praedicatorum, Pars Prima, Roma Unione Typografica Manuzio, Roma 1916, in cui si trovano le serie dei maestri Generali (1216-1916), dei maestri del Sacro Palazzo Apostolico (1217-1916), dei commissari del Santo Uffizio (1542-1916), dei procuratori Generali (1256-1916), dei segretari della Sacra Congregazione dell’Indice (1580-1916).
Sempre sulla storia e sulla gerarchia domenicana si consulti l’altrettanto valido immenso lavoro di Angelus Walz, Compendium Historiae Ordinis Praedicatorum, Herder, Roma1930.
Sull’alienazione dei beni ecclesiastici durante il Decennio francese rimane sempre valido il monumentale lavoro di Pasquale Villani, La vendita dei beni dello Stato nel Regno di Napoli (1806-1815), Banca Commerciale Italiana, Milano 1964.
A proposito della storia e della funzione del notariato italiano si può leggere il libro a cura di Vito Piergiovanni, Hinc publica fides. Il notaio e l'amministrazione della giustizia. Atti del Convegno internazionale di studi storici, Antonino Giuffrè, Milano 2006.
Sulla nascita e parte della storia del Sacro Regio Consiglio (in relazione al documento numero 80) si legga il volume di Carla Pedicino, Il Sacro Regio Consiglio nel Regno di Napoli (1442-1648): contributo a una storia sociale dell’amministrazione, Biblion, Milano 2020.

Sitografia ragionata

Sull’industria laniera si può consultare il link: <https://www.clarusonline.it/2019/04/10/la-produttiva-e-pregiata-pastorizia-del-matese-nei-secoli-xvii-e-xviii-in-documenti-inediti/>.
Intorno alla storia della Congregazione dei Vescovi e Regolari un validissimo strumento si può trovare seguendo il link: <https://www.storiadellachiesa.it/glossary/congregazione-dei-vescovi-e-regolari-e-la-chiesa-in-italia/>.
Per ulteriori indagini nell’Archivio generale dell’Ordine dei frati minori cappuccini si consulti il sito, di cui si segnala il link: <https://www.ofmcap.org/it/curia/uffici-e-servizi/archivio-generale>.
Per leggere un accurato un profilo biografico di papa Innocenzo X si segua il link: <https://www.treccani.it/enciclopedia/papa-innocenzo-x_%28Dizionario-Biografico%29/>.
Sul cardinale Prospero Caffarelli, Uditore Generale della Camera Apostolica, si rimanda al link: <https://www.treccani.it/enciclopedia/prospero-caffarelli_res-55a8fd00-87e9-11dc-8e9d-0016357eee51_(Dizionario-Biografico)/>.
Sul funzionamento del tribunale della Camera Apostolica si veda Cathopedia, al link: <https://it.cathopedia.org/wiki/Uditore_della_Camera_Apostolica>.
La cronotassi dei Maestri generali dell’Ordine dei Frati Predicatori si trova al link: <http://www.domenicani.net/page.php?id_cat=3&id_sottocat1=91&titolo=I%20Maestri%20dell%27Ordine>.
Sul decreto della soppressione dei conventi in età napoleonica si segua il link: <https://www.archivaecclesiae.org/ae/files/annoXII-XVII_026.pdf>.
Per l’inventario delle Fonti relative alla soppressione dei conventi in Terra di Lavoro presso l’Archivio di Stato di Caserta si segua il link: <https://www.ascaserta.beniculturali.it/fileadmin/risorse/PATRIMONIO_DOCUMENTARIO/CULTO_I.B..pdf.>.
Sull’intendente di Terra di Lavoro nel 1809, Luigi Macedonio, si rimanda al link: <http://www.rterradilavoro.altervista.org/articoli/15-04.pdf.>.
Si può trovare un approfondimento sulla rete parentale dei Gaetani d’Aragona verso la fine degli anni Trenta del XVII secolo leggendo il contributo al link: <http://www.ereticopedia.org/il-duca-e-il-vescovo>.
Riguardo alla morte del duca Alfonso II Gaetani, dovuta ai postumi di ferite riportate in battaglia, si veda l’epistola scritta da Diana de Capua e Porzia Carafa a tutela dei propri interessi presso la corte vicereale di Napoli, leggibile al link: <http://www.storiadellacampania.it/corrispondenza-epistolare-casa-gaetani-d-aragona>.
Su Niccolò Gaetani dell’Aquila d’Aragona si veda la voce nel Dizionario Biografico degli Italiani, al link: https: <//www.treccani.it/enciclopedia/gaetani-dell-aquila-d-aragona-niccolo_%28Dizionario-Biografico%29/>.
Chi voglia leggere il libro di Niccolò Giorgio sulla vita di San Sisto può farlo al link:
<https://play.google.com/books/reader?id=V8RUAAAAcAAJ&pg=GBS.PP4&hl=it&printsec=frontcover>.
Per visionare i fondi notarili presenti all’Archivio di Stato di Caserta si segua il link:
<https://www.ascaserta.beniculturali.it/patrimonio/i-fondi/archivi-notarili>.
Per ulteriori chiarimenti sul Sacro Regio Consiglio si rimanda al link:
<https://play.google.com/books/reader?id=gZFNs198HNAC&pg=GBS.PP1&hl=it>.
Sulla famiglia de Franchis si legga l’articolo al link:
<https://www.clarusonline.it/2019/11/20/caravaggio-e-il-matese-uniti-dallillustre-opera-di-de-franchis/>.

Indice dei testatori e donatori

In ordine cronologico
Sveva Sanseverino; 2) Casa Gaetani di Laurenzana; 3) Università di Piedimonte; 4) Rizzardo Cubello; 5) Rita Ceccaboccola; 6) Cecca di Petronza; 7) Margarita, moglie di Giorgio de Ruggia; 8) Cubello de Rubeis; 9) Lucrezia d’Aragona; 10) Tommaso Cardone; 11) Francesca di Balsamo; 12) Franceschella Gaetani; 13) Tommaso Lombardo; 14) Antonio de Trutto [o Trutta]; 15) Giovanni Battista de Trutto [o Trutta]; 16) Giovan Cola Cibalerio; 17) Ottavia de Trutto [o Trutta]; 18) Alessandro Perrino; 19) Cassandra de Capua; 20) Giovan Francesco de Clavellis; 21) Bernardino di Giaimo; 22) Camilla Revertera; 23) Alfonso Gaetani (I); 24) Onorata Confreda; 25) Nunzio Genuese; 26) Serafino Sabetta; 27) Scipione de Jannutiis; 28) Antonio Confreda; 29) Vincenza Perrino; 30) Giacomo Genuese; 31) Vincenzo Perrino e Porzia Perrino; 32) Giovanni Battista Mastro; 33) Roberto Gambella; 34) Marcantonio Bolognese; 35) Giovanni Vincenzo de Parrillis; 36) Giovanni Luigi Perrino; 37) Porzia de Collettis; 38) Scipione de Julianis e Faustina de Franchis; 39) Vincenzo Figliano; 40) Lavinia de Penna e Muzio Genuese; 41) Giovanni Giacomo de Franchis; 42) Pietro d’Amico; 43) Albenzio de Julianis; 44) Cassandra Gambella; 45) Francesco Gaetani; 46) Francesco e Stefano Confreda; 47) Angela Gauzio [Gaudio]; 48) Vincenzo e Pietro di Lucca; 49) [Don Innocenzo Paterno,] Tullio Paterno e Alessandro Paterno; 50) Don Giuseppe Nelli; 51) Don Luigi Gaetani; 52) Adorisia Caropreso; 53) Fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario; 54) Fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario; 55) Giulia Gaetani [e Diana de Capua]; 56) Giovanni Girolamo Poanno (senior) e Pietrantonio Poanno; 57) Emilio Paterno [ed eredi]; 58) Isabella Brussone; 59) Achille de Parrillis; 60) Clemenzia Brussone; 61) Nicola di Nicola; 62) Giovanni Giorolamo Poanno juniore; 63) [Isabella Zapata e] Padre Fra’ Tommaso di Dominico; 64) Gelsidia Paterno; 65) Livia de Benedictis; 66) Tomaso d’Ambrosa; 67) Giovan Vincenzo Caranci; 68) Virgilia Brando; 69) Vittoria d’Amico; 70) Geronima Gambella; 71) Giuseppe Dragonetti; 72) Fabio Dragonetti; 73) Domizia Meola; 74) Rosina Iannucci; 75) Giulio Battiloro; 76) Tommaso Perrino; 77) Diana de Capua; 78) Antonia de Ferrigno; 79) Cecilia Acquaviva; 80) Carlo Gaetani di Laurenzana; 81) Don Antonio Lombardo; 82) Costantino Battiloro; 83) Suor Livia Mazzacca; 84) Lorenza Martello; 85) Santillo Corigliano; 86) Anna Ferruccio [Ferrucci]; 87) Annibale Cerrone; 88) Bernardina Pacifico; 89) Michelangelo Ragucci; 90) Pietro Ragucci; 91) Diana Ragucci; 92) Padre Fra’ Antonino de Grandmaison; 93) Niccolò Giorgio; 94) Vincenzo Perrino; 95) Pier Filippo Giorgio; 96) Alessandro d’Errico; 97) Maddalena Palumbo; 98) Angela Maria de Tommasi; 99) Nicola Sanillo; 100) Carlo de Angelis; 101) Beatrice Nelli; 102) Giacomo di Stefano; 103) Padre Fra’ Agostino di Lella; 104) Niccolò Luzzi; 105) Niccolò Macera; 106) [Don Andrea Ciccarelli], Carlo Ciccarelli (junior), Anna Costantini e Lorenzo Ciccarelli; 107) Onorata Petella; 108) Casimiro Gambella; 109) Anna Ragucci; 110) Francesco d’Agnese; 111) Teodora Venditto; 112) Dorotea Cunti; 113) Fra’ Pietro Martire di Stefano; 114) Nicola e Grazia Grande; 115) Maria Tartaglia e Domenico Buontempo; 116) Lucrezia Paterno; 117) Rosa Natalizio; 118) Padre Fra’ Marcellino Bucci; 119) Giacomo Mancini ed Angela Pollastrino; 120) Casta Barbato; 121) Anna Perrino; 122) Porzia Barbato; 123) Suor Osanna Francomacaro; 124) Padre Fra’ Alberto Savinetti.

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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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