La comunità dei Piccoli Apostoli a Piedimonte Matese

di Archivio Nomadelfia

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Mentre la Seconda Guerra Mondiale stava per concludersi, improvvisamente giunse a Piedimonte Matese il visionario e carismatico sacerdote Don Zeno Saltini, predicatore d'eccezione e propagatore del semplice dettato evangelico. Con l'appoggio concreto del professore Giovanni Caso, valente medico, il quale sarebbe diventato senatore nella prima legislatura repubblicana, Don Zeno Saltini creò la comunità dei Piccoli Apostoli, germe iniziale da cui sarebbe spuntato il più ampio progetto di Nomadelfia, dapprima a Fossoli, frazione di Carpi, in provincia di Modena, e poi nel comune di Grosseto, dove tuttora esiste. La venuta di Don Zeno e l'applicazione fattiva di tanti piedimontesi, di ogni origine sociale, produssero nel centro matesino uno straordinario desiderio ontologico, ancor più forte perché prodottosi nel periodo postbellico, di fare del bene, che ancora rimane ancorato nel territorio. Quando la comunità dei Piccoli Apostoli, nel 1954 chiuse i battenti, l'eredità morale e immateriale passò ai Salesiani che, ancora oggi, pur non essendo più presenti a Piedimonte, raccolgono i frutti del loro generoso insegnamento. Il senatore Giovanni Caso, prematuramente scomparso nel 1958, donò i propri e cospicui terreni affinché il sogno di Don Zeno diventasse realtà.
Si pubblica di seguito una raccolta di documenti che testimonia questa storia.

Documenti dall’Archivio di Nomadelfia

Dal racconto di don Zeno a Fina (1964)

Sono stato a Pompei parecchio tempo. Poi si diceva sempre che al più presto andavano a Roma, che avanzavano…
Ma io lì di quegli altri non ho saputo niente e da lì fino a Pompei e poi anche dopo, io ho mai saputo niente. Io ero già al buio e non ho mai saputo niente di Nomadelfia, di nessuno. D'Urso, quando siamo stati a Salerno, è andato a Messina perché aveva i suoi genitori, io ho continuato da solo e io ho mai più saputo niente.
A Piedimonte d'Alife
Per circa un anno non ho mai saputo niente di nessuno. A Cassino non si muovevano, era diventata una questione grossa, non passavano. Sicché la guerra continuava e intanto io fui chiamato da un Vescovo1 a parlare, a fare una novena a Piedimonte d'Alife.
E lì io ho detto: “Vengo, ma io voglio dire le mie idee però, se no cosa vengo a fare?”, nel Duomo di Piedimonte d'Alife. “E le mie idee sono queste” e gli ho dato un librettino, che ho scritto là in quei giorni, l'avevo scritto ai Vescovi della zona liberata.
Allora lui ha letto questo. Allora il Vescovo dice: “Venga pure, venga pure. Ci faccia il piacere che dica proprio quelle”.
Sicché comincia questa novena2: ma lì non siamo mica in Alta Italia, sono dei superstiziosi in quei paesi là, una cosa dell'altro mondo, una religiosità tutta strana. E io dovevo fare la novena della Madonna Immacolata.

Ho cominciato a parlare di giustizia

Io ho cominciato a parlare di giustizia. La giustizia una sera, la giustizia quell'altra, e insomma parlavo a fondo di questi problemi. Molti vennero, la chiesa, il duomo era sempre pieno, ma una sera ho detto: “Ma voi signore che siete sempre qua… Io ho saputo che voi venite qua tutte le sere a sentire il discorso della novena, ma mi dicono che a casa vostra avete la donna di servizio e non possono neanche venire in chiesa perché venite voi. Ma che razza di giustizia è questa? Chi siete voi? Delle divinità, da permettervi di lasciare a casa le vostre donne di servizio per venire voi? Ma queste devono venire, hanno diritto di venire senza anche il vostro consenso”.

Le donne di servizio in chiesa

Ci vuole altro: la sera dopo, sciopero di tutte le donne di servizio e si riempie la chiesa di donne, le altre hanno dovuto stare a casa. Allora io parlo a quelle di servizio…
Dico: “Voi l'avete contro di me perché io dico queste cose e perché ci sono le donne di servizio questa sera. Lì c'è il Vescovo - c'era il Vescovo in cattedra - Eccellenza mi dica se ho ragione o torto perché io ho già finito, io parlo in nome della Chiesa”. “Bene bene, continui, continui”.
Sicché sono tutti rimasti: “Il Vescovo è diventato matto!” Invece era un uomo molto in gamba. E continuavo la novena, quando al sabato sera, cioè alla vigilia della festa (io ho sempre parlato di giustizia) quando ho finito, la sera: “Oè questo prete è venuto a fare la novena a noi e non ha mai fatto il nome della Madonna. Ha sempre parlato di giustizia, nove sere sempre di giustizia”.
Il giorno dopo è festa, una festa enorme. Allora arriva il giorno della festa, il pontificale, il Vescovo pontificava e io dovevo fare il discorso di chiusura in tutta questa grande solennità e vado su e dico:

L'Immacolata

“Avete mai capito voi cosa vuol dire la parola immacolata? È senza macchie, è il simbolo più vivente, più vivo e più storicamente più importante e più mistico che ci possa essere sulla giustizia. Che cos'è la giustizia? Osservare la legge. Lei l'ha osservata in pieno, invece voi non la osservate mai, perciò lei è il simbolo della giustizia”.
E ho parlato della Madonna come simbolo della giustizia. È il più grande simbolo che ci possa essere della giustizia, in quanto tutta la legge è osservata, e la legge è la volontà di Dio. Un entusiasmo dell'altro mondo.

Il dottor Giovanni Caso

Io dico: “Adesso vado via”, mi ero fatto amico di molti, specie di un certo dottor Caso, che poi è diventato senatore, pareva una brava persona, molto. Lui venne da me e dice: “Guardi io ho ascoltato tutte le nove sere e condivido perfettamente le sue idee. Adesso finita questa guerra, bisogna muoversi in quel senso lì, e io dico che sostengo questa tesi”.
Infatti siamo stati senz'altro molto intimi.
E lì hanno fatto - non so se ne avete sentito parlare - una piccola opera di ragazzi e l'hanno chiamata: Opera Piccoli Apostoli, come la nostra.

Nella parrocchia di S. Marcellino

Nell'altra chiesa di S. Marcellino che c'è a Piedimonte d'Alife (sono due parrocchie), quelli della parrocchia: “Altro che Gesù Cristo, altro che la Madonna è molto più forte - dicono loro - Macché Gesù Cristo davanti a S. Marcellino? Macché. La Madonna? Macché. S. Marcellino? Per l'amore del Cielo un grande santo e grande protettore”.
Allora non m'hanno mica voluto chiamare a fare la novena, c'era un altro. Allora manca, l'oratore non è venuto. Sicché dicono: “Se venisse don Zeno ci farebbe un piacere”.

“Non parli della giustizia…”

“Guardi don Zeno - dice - venga lei, ci faccia il piacere di venire lei, ma abbia la bontà di non parlare di giustizia, perché senta, può parlare anche di altri argomenti”. “Quali per esempio?”. “Dell'amore”. “Perbacco, volentieri. Anzi va bene”.
Allora vado, comincio: ”Io non mi sono mai azzardato a parlarvi dell'amore in questa cittadina perché è un discorso che senza dubbio offende, mentre la giustizia non c'è male, si può misurare la giustizia. Per esempio, per la giustizia tu hai due paia di scarpe, e ne dai una a quella là e una la tieni te.
Per esempio hai due vestiti, uno lo dai. Questa è giustizia, il consiglio di S. Giovanni Battista, quindi questa sarebbe la giustizia, cioè dai ma non ti spogli insomma. Per esempio hai due appartamenti, uno lo dai a quello che non l'ha e tu tieni quell'altro”. Poi andavo all'ingrosso, cominciavo ad andare.
E tutti ascoltavano. “Quindi la giustizia mi pareva più adatta per voi che reagite tanto perfin davanti alla giustizia.

L'amore

Comunque vi parlo di amore, adesso vi dico subito come è. Hai due paia di scarpe? Si presentano due che sono senza scarpe, dai due paia di scarpe a loro e rimani scalzo te. Hai due case? Vai fuori di casa, sotto una pianta a dormire, dai una casa a uno e una casa all'altro. Hai due cappelli? Via tutti e due, questo e a quello là. Due maglie? Questo e quello là”.
Insomma questi qui diventavano verdi, bianchi. Sicché ho fatto un discorso che ho fatto odiare in un modo ma anche crudele l'amore di Cristo. Robe dell'altro mondo.
“Ma Cristo? Ma che robe sono? Questo è Gesù Cristo”. Sicché feci questa adorazione, loro si sono morsi la bocca e le lingue e tutto per avermi chiamato.
Io gli ho detto: “Va bene, ora sentite mò - c'era anche il parroco - guardi lei arciprete, dico a lei non parli di amore a questa gente, cominci a fare i conti che è più importante. E così cominciate ad aprire i portafogli, voi avete la gente alla fame”.
(don Zeno racconta anche della predicazione con il crocifisso “che si smontava”, ndr.)
Allora io assistevo a queste cose e poi sono tornato a Napoli, poi verso Cassino, insomma dietro le truppe così. Poi sfondarono a Cassino e sono andato dietro alle truppe, a piedi, sui muli, sui cavalli, sui camioncini queste robe qua. Sono arrivato, quando le truppe sono entrate in Roma, pochi giorni dopo c'ero anch'io.

Statuto dell’Opera Piccoli Apostoli di Piedimonte

Art.1
È istituita, addì 1 settembre 1944, in Piedimonte d'Alife, l'Opera Piccoli Apostoli, su iniziativa di Don Zeno Saltini e del prof. dott. Giovanni Caso.
Art.2
La prima finalità dell'Opera è quella di modellarsi sullo Statuto e sul programma della Fondazione di don Zeno Saltini, in Mirandola e S. Giacomo Roncole, in provincia di Modena. […]
Art.5
In attesa di raggiungere, in Piedimonte d'Alife, una così alta e difficile sistemazione, che è basata sulla formazione, la presentazione e la ricerca di mamme di vocazione, la nostra Opera Piccoli Apostoli assumerà la forma di assistenza, all'ombra delle Parrocchie e sotto l'alto Patronato del Vescovo<Nota a piè pagina: Il Vescovo aveva fatto il 14 giugno un decreto per erigere nella sua diocesi l'Opera Piccoli Apostoli.>. […]
Art.8
La Scuola Artigiana non avrà limitazione per tutti quei reparti che si riterranno utili di impiantare, ma per ora sarà formata dalle seguenti sezioni:
Falegnameria e Ebanesteria
Officina Elettro-Meccanica
Sartoria
Scuola Musicale bandistica
Scuola di Fisarmonica
Scuola di Canto corale
Scuola di Orchestrina
[…]
Art.14
Tutti i Piccoli Apostoli maggiorenni e minorenni sono tenuti a frequentare le scuole, ed a ritenere come vera cultura quella che fa possedere la conoscenza di Dio, delle Sue rivelazioni e delle Sue cose create; della conquista delle virtù e delle scienze, scaturite dal lavoro umano, per modellarsi nella verità a vivere Dio, e solo Dio, santificando tutte le espressioni della vita umana e ripudiando le mortificanti falsificazioni che gli uomini osano mettere nella vita fra Dio e le sue creature.
Art.15
La preghiera ufficiale dei Piccoli Apostoli, che va recitata almeno una volta al giorno, è la seguente:
O Gesù, Salvatore del Mondo, proteggi l'Opera Piccoli Apostoli, affinché anch'Essa, nella Tua Chiesa Cattolica, possa seguirti Eroicamente, santificando tutte le forme della vita umana e conservando in esse la Tua presenza. Così sia.
Piedimonte d'Alife, 1 settembre 1944
f.to don Zeno Saltini
f.to prof. Giovanni Caso3

Interviste a mons. Espedito Grillo e a Roberto Altobelli (1973)

Piedimonte Matese (CE) 17/08/1973

Intervista a mons. Espedito Grillo

P. Fausto: siamo nel Seminario di Piedimonte d'Alife [ora chiamato Piedimonte Matese] e Monsignor Grillo Espedito, il provocatore un po' della venuta di Don Zeno nella zona, ci racconta il suo incontro con Don Zeno; ci descrive un po' l'ambiente storico del paese e ci dice quale fu l'effetto, la risonanza di Don Zeno che diede qui nella zona.
Mons. Grillo: ai primi di maggio del 1944 avevo bisogno di un predicatore e mi rivolsi a Monsignor Miranda di Napoli. E con un giorno di ritardo del Novenario, arrivò questo sacerdote più o meno magrino, con una sottana più o meno malandata, senza colletto, con un fazzoletto legato al collo, con una fisarmonica e iniziò il Novenario.
Fin dalla prima sera mi accorsi che più che oratore classico, cioè quegli oratori roboanti, con parole roboanti e con enfasi, era piuttosto un conferenziere, ma un conferenziere "aratore", cioè sotto questo aspetto annunziava e spiegava simpaticamente il Vangelo, la giustizia.
Si accorse subito dell'ambiente: era pieno dopoguerra, tutti i partiti in fervore: fazioni, lotte intestine, lotte cittadine, e più che lotte: odio tra gli iscritti di un partito o l'altro pratico. E io che avevo visto mediante i ritiri di perseveranza la chiesa piena di uomini ogni mese, soffrivo tanto nel vedere la chiesa deserta di uomini appunto perché più attaccati ai partiti. E c'erano tutti i partiti a Piedimonte, i rappresentanti di tutti i partiti che stavano al Governo o volevano andare al Governo.
P. Fausto: Non presenti alla predicazione di Don Zeno?
Mons. Grillo: No, no, lì in paese. Allora venuto questo tempo di partiti la chiesa si vede deserta di uomini. C'erano solo donne. Don Zeno si accorse subito di questo dissesto. I comunisti che gridavano: "Pane e lavoro!". Gli altri partiti gridavano: "Lavoro e pane". E pane e lavoro, e lavoro e pane; fatto si è che la chiesa era deserta e nessuno pensava al grande Novenario.
E dalla prima sera incominciò Don Zeno a parlare della giustizia. Ma in una maniera così originale, così attraente, e vorrei dire così nuova, da suscitare un po' l'interesse. Allora i comunisti subito dissero: "È venuto un predicatore comunista". I democristiani subito dissero: "È venuto un ribelle". I liberali dissero: "Deve essere mandato via!". Gli altri partitini, il Partito d'Azione specialmente: "Tutti i preti devono dire questo!". E anche nel clero si era cominciato un po' a essere seccati di questa innovazione.
Don Zeno imperterrito continuava ogni sera. Fin che una sera usci a parlare sulla giustizia che non può prescindere dalla religione, e la religione che non può prescindere dalla giustizia. Anzi mi ricordo una frase: "Se si parla di democrazia, la vera democrazia è la Chiesa! Perché democrazia significa fratellanza, una famiglia, i figli, la vera democrazia". E poi uscì a parlare della devozione all'Immacolata. E parlando diceva che siamo tutti fratelli. Come è possibile questa divisione anche in campo religioso? O prendere la religione come fosse una specie di assicurazione alla vita. Io signora vengo in chiesa, mi faccio i quindici sabati, vengo al Novenario, mi faccio la Comunione, poi torno in casa e trovo la persona di servizio che non ha lavato bene il pavimento. E incomincio a gridare: "Qua hai fatto, qui hai fatto peggio. Avanti, continua…" Credo, diceva Don Zeno, tutti i Rosari e le Comunioni fatte al mattino dovevano essere, come andati a Dio come hanno distrutto questa mancanza di carità? E queste offese continua ad una povera persona che hai curvato la schiena a lavare i pavimenti?"
Quella sera che diceva queste cose c'era una persona di servizio di una famiglia distinta. Ritornò in casa e disse alla padrona: "Ha ragione Don Zeno!". "E chi è don Zeno?". "Il predicatore, ha detto che voi maltrattate, ecc. ecc.". Figurati, questa persona che era al suo servizio, fece una specie di sciopero bianco. E la padrona interessata subito ricorse al marito. Il marito venne in chiesa: "O mandate via questo predicatore, questo viene a sobillare il popolo, questo viene a mettere zizzania, questo viene e a mettere… Lo mandate via o avverto la Pubblica Sicurezza…".
E la sera calmai le acque. E la sera appresso dissi subito, vidi subito sotto al portone due carabinieri. Mi premurai due sedie: "Accomodatevi perché in piedi è brutto!". Don Zeno imperterrito, presente anche il Vescovo, continuò la sua tesi in tutti i particolari. La giustizia in tutte le sue sfumature. La giustizia che scaturisce dal Vangelo, dalla fratellanza.
E veramente dopo la predica ai carabinieri dissi: "Siete venuti perché?". "Non abbiamo trovato niente di male!". Io non dissi niente a Don Zeno. Disse alla sera appresso: "Li vedesti due carabinieri?". "Sì, sì!". "Che sono venuti così a spiare?". Allora Don Zeno ha spinto: quale era la ragione? Rispose: "Mi hanno accusato di essere, di uscire fuori binario e fare piuttosto della politica da sinistra. E la colpa non è mia, la colpa è sua - fece segno al Crocefisso - il Vangelo, è Lui che l'ha fatto, non l'ho fatto io!". E quindi uscì questa barzelletta.
Continuò il Novenario e continuarono le pressioni presso di me di mandare via il predicatore.
Un'altra barzelletta avvenne una sera: c'era un bel numero di bigotte, ma più che bigotte, sarebbe offensivo, sono morte, ma di "beatelle", di vecchiette al Novenario che hanno sentito una perorazione dopo la predica: "Oh Maria, benedici qua, là, ecc.". Allora avvicinano Don Zeno: "Ha parlato troppo bene, però la perorazione non l'ha fatta". "Va Beh!" disse Don Zeno.
La sera appresso quando Don Zeno spunta, spiega quello che deve spiegare, poi disse: "Sono stato accusato che non faccio la perorazione. La faccio subito: "Oh Madonna metti in testa a sta gente tutto quello che ho detto!", Poi se ne è sceso.
Una domenica mi disse: "Potrei venire alla chiesa tua di domani?". Io credevo di far vedere le fotografie, viene domani.? Uscì con la fisarmonica in mezzo al piazzale e i ragazzi appena videro un prete con la fisarmonica gli si accodarono e cento, quasi duecento ragazzi tornarono indietro. Don Zeno fece la spiegazione, non c'era ancora la Messa dei bambini, fece la spiega e poi disse: "Adesso mi dovete fare un piacere. Dovete essere leali perché il bambino è leale: il bambino è questo, il bambino è quello: ditemi chi di voi è stato a Messa questa mattina. Chi non alza la mano non è andato a Messa. Dei duecento ragazzi una decina aveva sentito la Messa. Mi chiamo e disse: "Questa è la Parrocchia con i rumani (???), i ragazzi non vanno a Messa!".
Così è continuato dopo il Novenario. Come normalmente mi permisi di dargli la busta e lui: "Non ti permettere neanche". La prima volta in vita mia che un predicatore non prendeva la paga. Abitava qui in Seminario perché in casa mia c'era la mamma moribonda, veniva solo a pranzo e a cena. Anzi ricordo che a cena voleva la minestrina e nella minestrina voleva mettere sempre il vino bianco. "Don Zeno metti il vino bianco?". "Sì, perché dà più calore". E lui di sera condiva la minestrina col vino bianco. Tutti particolari…
Abitava qui in questa stanzetta dove adesso c'è la scalinata e finito il Novenario passava giornate intere a scrivere. Questo è niente; quando al mattino venivo io a chiamarlo: "Don Zeno devi dire la Messa", perché non aveva orario. "Senti, senti, senti che cosa ho scritto stanotte". E mi faceva sentire quelle pagine che stanno riportate nel libro "Tra le zolle", o "Alle radici". (n.d.r. sono nel libro: "Alle radici").
E una mattina parlò delle prostitute. Le compativa in una maniera tale, le vedeva con un occhio di bontà tanto che lui stesso leggendo quello che aveva scritto piangeva. Ma piangeva con lacrime. Veramente poi mi raccontò una sua esperienza nel modenese che alla sera rubava un camion, o glielo prestavano, perché poi lui non aveva legge. E andava a tutte le strade dove stavano 'ste ragazze ad attendere i clienti, le prendeva, le portava sul camion e le portava nella sua casa. Li le faceva cenare, gli dava qualche cosa di danaro e le esortava a lasciare questa strada che non porta felicità. La sua tesi era questa: "Lo fanno per il bisogno". Hanno bisogno, se avessero danaro, se avessero come vivere, come pensare allo stomaco, non farebbero quest'altro. E poi le mandava via.
Questo ogni sera; una sera una zona e una sera un'altra zona. Anzi mi ricordo questo particolare, che diceva lui: una sera non trovò il camion. E andò in motocicletta. Passando per una strada un uomo fece lo stop, e lui lo mise dietro. Andava in tuta, e un bel momento passò un gatto nero da là e quello: "Ferma, ferma, ferma! È passato un gatto!". E lui disse: "Ferma? Perché ferma? Statte zitto che chi ti porta è più nero del gatto!" Quell'uomo a queste parole stette zitto. Quale fu la sua meraviglia quando arrivati dove doveva arrivare lui toglie la tuta e c'era la sottana sotto (da prete!).
Quindi tutte queste barzellette mi raccontava dicendo che ogni sera per lui era un martirio, un tormento pensare che le strade erano infestate da queste ragazze da malavita.
È rimasto qui e alla mattina quando diceva la Messa, quando trovava un passo dell'Epistola o del Vangelo bello, fermava la Messa, chiamava il Sagrestano: "fa venire il Parroco". E correva e lui: "Senti, senti!". E dimenticando io e lui la Messa, lui spiegava e io ascoltavo il commento all'Epistola o al Vangelo. I commenti sempre a suo favore, alla sua tesi di giustizia e carità.
Altro Parroco, il primo ad essere convertito, mi correggo, fu proprio Giovanni Caso. Si converti in una maniera così radicale che subito volle seguire in tutte le sue idee, grandi e piccole, tanto da essere io ripreso continuamente dalla moglie, questi d'appresso quando …? perché l'Onorevole Caso non pensava più alla famiglia e mi confessava che dieci lire in tasca, allora, bruciavano.
La moglie diceva: "Se tu volevi fare il monaco appresso a Don Zeno non ti dovevi sposare". E siccome ero stato io la causa di farlo venire, mi malediceva, mi rimproverava. E io dicevo: "Scusate ma io so che l'Onorevole prende alla lettera tutto quello che dice Don Zeno". Così fece l'Opera dei Piccoli Apostoli a Piedimonte, in una maniera fenomenale, dando tutto se stesso. Peccato che poi la fine non è stata così gloriosa come la… La fine politica: gli venne un infarto mentre faceva un comizio contro la Democrazia Cristiana, perché il Signor Ministro che non nomino, visto che è ancora Ministro, non lo volle neanche ascoltare.
VOCE: Qual è?
Mons. Grillo: Questo è un fatto che non vi interessa. Certo che lui non doveva cambiare partito, si mise con i monarchici. E io gli dissi: "Onorevole questo tradimento non dovevate farlo in nome di Don Zeno". Dice: "Mi hanno costretto!". "Mah!". E alla sera che dove aveva spiegato in teatro il perché era uscito dalla Democrazia Cristiana, un infarto, arrivò a dire la parola: "Scusate…" e cadde a terra morto.
Beh sono, non è castigo di Dio, sono attualità. Va Beh!
E l'altro Parroco, un santo uomo dell'altra Parrocchia, anche lui perdette la testa per don Zeno. Io, un certo Don Lucio Ferritto. Io non ebbi idea di perdere la testa per don Zeno per questa ragione, che avevo un dolore enorme; per noi sacerdoti la mamma è tutto e poi io sono un sentimentalone. Solo a pensare che doveva morire mia madre di cancro. Dico: "Signore non mi fare disperare". E una volta Don Zeno che mi vide avvilito, stanco, afflitto, mi riprese dicendo: "Questi sono sentimentalismi". Mi fece così male. L'unica nota stonata in bocca a questo a mio sfavore di Don Zeno. Chiamò sentimentalismo un buon sacerdote che doveva assistere la mamma e che sapeva che i giorni erano contati.
Quindi non ebbi il tempo, però al mattino aveva la fortuna di essere chiamato per vedere che cosa scrivesse, avesse scritto di notte. E quei commenti; mi ricordo quel pianto sulle prostitute, ma un pianto proprio a dirotto.
E pare, non mi ricordo nient'altro. Questo è certo, che quel Novenario fu radicale, anche se allora puzzava di comunismo perché le idee avanzate. Questo è certo che abbiamo da allora, almeno io, da allora ho seguito Don Zeno passo passo. L'ho visto condannato dalla stampa, l'ho visto profanato, l'ho visto calunniato, l'ho visto quindi in una sofferenza enorme. Io che ne tenevo, ne tengo e ne terrò come in concetto come un santo. Ho visto Don Zeno eclissarsi in nome della Chiesa quando lasciò l'abito e mi preoccupai: si fa la Comunione ogni mattina?" "Si fa la comunione ogni mattina". "Allora è prete!". Poi finalmente seppi la verità che si, la Santa Sede ispirata da due Onorevoli che sono ancora vivi, dovette dire a Don Zeno: "Senti è meglio che ti metti in disparte come prete e togli i debiti e i guai da persona civile e non coinvolgere la Chiesa". E don Zeno obbedì! E me lo ha ripetuto. Ieri al clero ha detto: "La Fede, l'obbedienza alla Chiesa sono le cose che più mi commuovono". L’obbedienza alla Chiesa!
Ho esultato di gioia quando ho saputo che era stato riammesso nella Chiesa, prese la sottana e le stesse riviste che lo calunniarono, le stesse riviste come "Oggi", riportò tutte le fotografie, le diverse fasi che sono in mezzo al "mare magnum" del mio studio. Ma certo che adesso finalmente, e non nascondo che sono andato dal Signore a ringraziare.
Secondo me il ritorno, che la verità si deve sapere, secondo me il ritorno di Don Zeno è per quest'opera così grande, che l'opera è così grande che se Gesù è stato incompreso tanto più noi poveri uomini. A questo è certo, che è esultato di gioia. E mi feci propagandista: "Don Zeno è tornato, Don Zeno è tornato! Quando poi ho saputo dopo che non era stato mandato via mai, è tornato in mezzo a noi.
Poi ho saputo tanti fatterelli che mi hanno amareggiato l'anima, e cioè che molti Prefetti l'hanno messo alla porta. Ecco perché dicevano: "Abbiamo sofferto insieme a lui. Molti Ministri lo hanno messo alla porta, e quindi ha dovuto soffrire un periodo, in quel periodo dopo il 44verso Don Zeno un periodo di tormento e di martirio.
Lui qua mi diceva che un giorno i ragazzi stavano senza pane, era andato dal Prefetto di Modena e non lo volle neanche ricevere. E lui prende i ragazzi, tutti quanti, li mette in fila, li porta a Modena, o a Grosseto, non mi ricordo quale era il Prefetto, li fa sedere tutti quanti a terra, allora si montano a guardia, quando il Prefetto fa un'ordinanza per il pane a questi ragazzi. Il Prefetto si dovette affacciarsi, vide i ragazzi a terra, nessuno li poteva muovere: "Loro si alzano quando avranno pane!".
E tanti altri fatterelli che adesso mi sfuggono. Questo è certo che quando ho saputo che Don Zeno stava in male acque gli ho scritto e non ho avuto mai una risposta. Quando ho saputo che stava in gloria, che era stato finalmente compreso dalla Chiesa, dal Governo, ho scritto e non ha risposto a me. Forse ai …? non risponde. Ma non credo, forse la lettera gli è arrivata proprio…
E finalmente un mese fa ho avuto un bigliettino di Don Zeno; l'unico bigliettino che devo conservare o non devo conservare? poi mai una risposta, mai. Questo è certo, che lo abbiamo seguito continuamente, seguito continuamente.
Dicevo che l'altro Parroco si era convertito a essere Piccolo Apostolo. E si presentò a Don Zeno. Don Zeno disse, siccome l'altro Parroco aveva la malattia dei pranzi, e guidava le Autorità mediante i pranzi: faceva le sue opere sociali. Li piegava mediante la gola queste autorità. Don Zeno tutto questo non lo ammetteva. Ad ogni modo mutandosi ancora, ha fatto tante opere ed è pure dimenticato, Don Lucio Ferritto. Don Zeno disse: "Sì, sì e tu vuoi essere, perché tu ne soffri a non essere Piccolo Apostolo. Però sei capace - lo invitò ad un pranzo il giorno appresso - sei capace di sostituire il Sindaco o il Tenente dei Carabinieri, una autorità con due straccioni? Domani stesso?". A questo proposito così contrario, il povero Parroco disse: "Lasciamo stare!".
Disse: "Se sei capace di dire al Sindaco: "Togliti da là perché ci sta un fratello che ha più bisogno di te", allora tu sei degno di essere Piccolo Apostolo.
E mi pare che non mi ricordo nient'altro per quanto possa passare nella mente.
La fisarmonica nelle carceri. Qua c'erano le carceri e Don Zeno quasi ogni giorno andava nelle carceri a far cantare, a suonare per i carcerati.
Ha preso l'idea di fare uscire molta gente, brava gente dal bigottismo gretto, meschino, personale è stata sempre un'idea fissa di Don Zeno.
La signorina Bigiullo se ne è venuta e fu mandata lì, ma non era il tipo, perché ex monaca, voleva come padre spirituale Don Zeno e voleva Don Zeno che alimentasse la sua vita mistica. Don Zeno aveva tutt'altro che pensare e fece capire che non era quello il suo posto. Essere una mamma, e fare la mamma è già servire Dio. Ma quella abituata all'ufficio orale, abituata non solo a tutte quelle pratiche di pietà: a S. Giuseppe, a S. Antonio, a S. Pasquale e a S. Nicola, un bel giorno fece i bagagli e se ne venne. Fatalmente io già la vedevo non adatta a quel posto. Subito la avvicinai e dissi: "Come va'? Sei uscita dal Monastero, adesso che potevi fare da mamma…". "E ma qui Don Zeno non ci lasciava neanche pregare". Sì, sì, questo è sogno…
Devo anche dire con dolore che i giovani che sono stati là sono venuti, mà indifferenti. Ieri sera a vedere quei film, a vedere quei giovani pieni di entusiasmo; insomma quei giovani di Piedimonte che sono andati lì poi questo entusiasmo non l'hanno portato qui. Eh sono misteri della vita.
E così credo che Don Zeno passò da qui fino alla Liberazione di Roma, che se non sbaglio è il 6 giugno (1944).
Poi è ripartito. "Don Zeno dove andate?". Disse: "Vado incontro ai miei figli", che venivano dalla Sicilia, perché pure aveva fatto il passaggio di nascosto dall'altra Italia, che stavamo divisi, e si era fermato qui nel meridione. Così noi dobbiamo alla guerra, dobbiamo questo onore e questo piacere di avere avuto Don Zeno in mezzo a noi. E poi mi ricordo particolarmente almeno due libri: "Tra le zolle" e "Alle radici", ricordo: li ha scritti qua dentro. Tutta la notte a scrivere, tutta la notte a scrivere.
L'Onorevole Caso… E poi con l'Opera Piccoli Apostoli ci ha fatto rivivere, sebbene le cose non andavano diritte, perché Don Zeno è una cosa e l'Onorevole era un'altra. E più che altro voleva scimmiottare e ci è riuscito nel prendere i ragazzi, vedi che banda!
(stanno guardando fotografie) Nella Banda anch'io sono musicante: suono il flauto. L'ha visto ?
P. Fausto: Sì, sì
Mons. Grillo: Questa è la Basilica di S. Paolo.
P. Fausto: A Roma?
Mons. Grillo: A Roma!
P. Fausto: Senta, e le posso rivolgere qualche domanda?
Mons. Grillo: Sì, sì!
P. Fausto: Così per precisare quale è…
Mons. Grillo: Anche per correggere altre cose.
P. Fausto: In una lettera l'Onorevole Caso, ma non è una lettera, è un po' un promemoria nel quale rivede un po' l'inizio del suo incontro con Don Zeno e la sua decisione di fondo come… E gli dice che risale proprio al Novenario, come diceva lei pocanzi. Ma lui dice che in quella circostanza gli Alleati portarono in carcere Don Zeno, o per lo meno lo portarono in Caserma. È vero?
Mons. Grillo: Caserma? Fu richiamato. Tanto è vero che non ce ne accorgemmo neanche, pure io; lo sapemmo il giorno appresso. Chiedemmo spiegazione e il Colonnello, il Capitano che sia.
(Interruzione per telefonata)
quindi noi ci preoccupammo il giorno appresso. Don Zeno non ci aveva detto niente. E disse: "Sono semplicemente informazioni, non vi preoccupate". Gli alleati ci tenevano a tenerci amici noi preti. Quindi non ebbe nessun esito. Ciò che hanno domandato a lui era così, ha visto dove sto io qua? (si rivolge a una fotografia)
P. Fausto: Sì, diceva: gli han domandato?
Mons. Grillo: che cosa han domandato a lui non ha detto, chissà per, questo si per…
P. Fausto: Dell'Opera Piccoli apostoli fondata da Don Zeno e patrocinata qui dall'Onorevole Caso, dai documenti non ci risulta come era strutturata proprio come nuclei.
Voglio dire, era costituita in piccole famigliole come era a S. Giacomo Roncole e più tardi a Fossoli, o no? come era?
Mons. Grillo: Aveva piuttosto l'idea di Istituto che di famiglia.
P. Fausto: C'erano Amministratori, c'erano…?
Mons. Grillo: Amministratori c'era. E la ragione è questa: ci mancavano i locali. E poi erano ragazzi di strada, la disciplina lasciava un po' a desiderare perché il …(?) non era all'altezza. E si andava avanti proprio con la mano di Dio, si andava avanti. E si correva lì come non dico come …(?), ma un orfanotrofio. In c'era anche in cui io avevo il refettorio del Papa. Questo refettorio del papa si aveva la roba anche mediante l'Onorevole Caso, giungeva qui dal Vaticano. Avevamo un gruppo qui e un gruppo nell'altra Parrocchia. E poi da solo poi faceva lui. Quindi l'intervento del Papa.
Quindi era tutto a base di nutrimento, di stomaco perché allora il problema era questo. Noi abbiamo avuto la sfortuna di avere sei mesi qui gli alleati. Tutto il tempo di Cassino, Piedimonte era la zona di riposo degli Alleati. E lei mi insegna che significa i soldati e il riposo… Questa era la parte sfortunata. La fortuna era che ci portavano la Provvidenza e con la Provvidenza chissà, dopo Don Zeno eh!, con la Provvidenza la moralità andava un po' giù. Posso dire che c'era il lato positivo: per esempio i Pastori Protestanti facevano tutt'uno con i preti cattolici americani e ascoltavano la Messa, scenette, visite, quindi sotto questo aspetto religioso i protestanti andavano con i cattolici e i cattolici con i protestanti. Quindi tolleravano una fratellanza proprio, però il soldato in riposo…
Sei mesi, tutti i bombardamenti di Cassino, per sfondare Cassino, è stato più disastro, lì è stato disastro materiale, qui è stato un disastro morale. Sebbene anche lì curarlo, sebbene anche la televisione, e sono successi i patatrac. Ma qui un disastro morale perché avevano le truppe canadesi, marocchine, americane, inglesi. Il riposo… I più educati sono stati gli inglesi, ma gli americani: ubriaconi e scostumati. Insomma ci hanno fatto soffrire in una maniera terribile.
I tedeschi ci hanno fatto soffrire per la paura, quindi gli uomini nascosti sui tetti e sai, ecc. Ma c'era disciplina. Venuti gli americani, poi sei mesi a sopportarli. Ma per sei mesi c'era da mangiare. Finiti gli americani poi è subentrato il refettorio del Papa. Le due Parrocchie di Piedimonte più i Piccoli Apostoli. Erano centri di Refezione.
Questi (i ragazzi) erano interni, quindi oggi sarebbe come una specie di Istituto. L'eredità l'hanno presa i Salesiani. A proposito di Salesiani, quando si è visto che l'Opera aumentava e si allargava e ci si poteva fare un Istituto nuovo, allora l'Onorevole Caso chiese e ottenne dal Comune quel terreno dove stanno i Salesiani adesso. E incominciò a fabbricare e lì passarono poi ufficialmente i Piccoli Apostoli.
Ma pure là ci mancava la disciplina, avvenivano dei disordini non tanto belli, quindi si venne a determinazione di chiedere una Casa salesiana. E si è combattuto due anni per averla. I superiori erano contrari perché ci sta Caserta vicino. Poi finalmente si è avuto a grazie a Dio fanno un bene, molto bene, anche se sono un po' esenti da tutti e da tutto. Ma quando si fa il bene da chi viene, viene; non fa niente! E allora i Salesiani sono stati creati per stare in mezzo ai ragazzi. Sarà anche a mo’ di Istituto e non a mo’ di famiglia, ma dico che fanno bene ai ragazzi. E arte e mestieri, idee dell'Onorevole Caso, tanto è vero che il padiglione delle macchine ha il nome di "Giovanni Caso". È stato commemorato da un salesiano, un certo Don Larco, quando si è inaugurato, proprio con mirabili parole dicendo che l'onorevole Caso è morto con la cura ai fanciulli, eredità dataci da Don Zeno.
P. Fausto: E i sacerdoti della zona, Don Lucio Ferritto, lei, un certo Don Salvatore Vitale di Casapesenna.
Mons. Grillo: Don Vitale non l'ho mai visto qui.
P. Fausto: Beh altri sacerdoti. Qualcuno di questi è diventato Sacerdote Piccolo Apostolo o no?
Mons. Grillo: No, no, nessuno. Perché è un'Opera che solo don Zeno. Io ho paura, speriamo di no, che alla morte di Don Zeno non c'è chi lo sostituisca. Perché don Zeno ha un carisma tutto speciale per portare avanti una città fatta a famiglia. Ma chi ce la fa? Io non credo. La Provvidenza vede e provvede!
Tanti Istituti hanno cambiato fisionomia alla morte del Fondatore. I Fondatori hanno… Io perciò augurai a Don Zeno cento anni. Speriamo che, che sia dopo usciti…, l'Opera continua quest'Opera che dovrebbe essere più propagata. Dovrebbe essere insomma Nomadelfia…(?) [non si capisce]
P. Fausto: Qui c'è la lettera di Caso a Don Marchi dove dice: "Don Grillo Espedito mi assicura di aver trovato una donna di vocazione che fra qualche mese potrà fondare qui la prima famiglia di Piccoli apostoli.
E dunque un'altra cosa: nel '46 Caso scrive una lettera a Don Zeno nella quale dice, tra l'altro: "Ho voluto consultare le Autorità Governative circa l'esecuzione del tuo progetto.
Poi ho visto una lettera quest'oggi dai Salesiani dove l'Onorevole Caso scrive a una autorità governativa, adesso non ricordo il nome, e parlando di quattromila ettari di bosco da disboscare, da bonificare per una Nomadelfia matese.
Mons. Grillo: Matese… Non ricordo.
P. Fausto: Non ha saputo niente? È stata una cosa, così, di una divergenza nata quasi subito tra Salvatore Altobelli e Caso? Proprio nella visione dell'Opera? Cioè ad un certo punto, Altobelli così scrivendo a Don Zeno dice che… (interruzione) 22/2/47 cioè "7 febbraio 47, lettera di Salvatore Altobelli a Don Zeno. Citazione soltanto: "Qui le cose vanno sempre poco bene, forse perché si fa troppa politica":
Mons. Grillo: Beh questo un po' risponde a verità, ma era il tempo.
P. Fausto: Quarantasette?
Mons. Grillo: Il tempo, perché lui si doveva mantenere da deputato passò senatore. Però tra questi che, si sapevano mostrare tutti questi figli di comunisti.
Ecco nel 50, a settembre, l'Onorevole Caso insiste ancora con Don Zeno dicendo: "L'Opera di Piedimonte si trova ad una sua svolta decisiva. Essa ha bisogno di assistenza religiosa e spirituale e innovativa. Ho fatto presente al Vescovo che avrei proposto ai Salesiani di affidare loro l'incarico".
C'è un pezzetto della lettera di Don Zeno a Caso, in risposta all'invocazione, diciamo, è del settembre 50: "al fine di non venire meno ad una promessa che ho fatto al Signore, d'accordo con il tuo tanto buon Vescovo di Santa Memoria, penso che Nomadelfia in questo momento deve assumersi la sua stabilità anche a corso di duri sacrifici. Io non sapevo che tu ti fossi rivolto ai Salesiani. Verrò! - Era nel 50 quando faceva il Congresso di Modena -
Mons. Grillo: Sì, si.
P. Fausto: Quindi era oberato di lavoro Don Zeno, anche sopra i cappelli - "Verrò al fine di assumermi in nome di Nomadelfia la responsabilità della continuazione di quanto hai fatto in nome di Nomadelfia stessa. Prenderò con me un sacerdote Piccolo Apostolo che potrebbe fermarsi e fondare definitivamente Nomadelfia a Piedimonte."
Mons. Grillo: Ecco, e perché non ha fatto questo?
P. Fausto: Pare che gli accordi presi con i Salesiani erano già precipitati.
Mons. Grillo: Ah, ecco!
P. Fausto: Pare, eh!
Mons. Grillo: Invece noi abbiamo dato un'altra versione qui. Abbiamo dato la versione che, visto che Don Zeno era venuto qui. Chiudi lì… [fa spegnere il magnetofono e racconta a viva voce a Padre Fausto…]

Intervista a Roberto Altobelli, fratello del fu Salvatore Altobelli, già Dirigente dell'Opera Piccoli Apostoli assieme all'On. Caso

Ci racconta il primo incontro con Don Zeno, quando lo conobbe, quando lo incontrò, l'impressione che gli fece Don Zeno.
Roberto: Il primo incontro è stato proprio a casa mia, quando per la prima volta venne a Piedimonte. Mi ricordo che era di sera. Vennero a casa tutti, erano altre persone che io non ricordo i nomi, ma quello che mi fece più impressione era proprio la figura di Don Zeno che si vedeva già nel suo volto la carità cristiana.
Io domandai subito a mio fratello chi fosse, e mio fratello Salvatore con una grande gioia disse: "Questo è il Fondatore dei Piccoli Apostoli". Da quel giorno in me è nata una fede di carità cristiana, e sono rimasto affezionato ed attaccato a questa grande Opera che purtroppo adesso non è più con noi perché è stata consegnata ai Salesiani, sempre in Piedimonte Matese.
Però quello che ricordo sono i sacrifici enormi che sono stati fatti dal Senatore Caso di Piedimonte; da mio fratello Salvatore che allora era Direttore dei Piccoli Apostoli e da Don Zeno che per parecchi mesi è stato in mezzo a noi con sacrifici enormi, lottando dappertutto pur di sollevare dalla miseria bambini e famiglie intere.
E quando all'inizio cominciarono ad arrivare, ad affluire questi ragazzi che venivano poi da tante Provincie, da tante città come Capua, S. Maria Capua Vetere, Caserta, e da tutti i paesi dei dintorni, mi faceva una impressione tale… Perché arrivavano proprio effettivamente dei poveri: mal vestiti, mal ridotti, pieni di fame. Una impressione che effettivamente mi è rimasta tanto e che ricordo tanto dei sacrifici che si facevano.
Quando arrivavano sti ragazzi mio fratello mi chiamava e diceva: "Controlla sti bambini, vedi se… Hanno bisogno di aiuto subito". I ragazzi la prima cosa che gli veniva dato: della roba calda. E poi gli si dava il posto dove dormire. Si faceva i salti mortali perché aumentavano giorno per giorno i bambini perché Don Zeno con la sua bontà, con la sua carità, con la sua parola aveva scolpito nelle famiglie di questa gente - è vero? - il sollievo, il benessere.
Ecco infatti quando incominciarono ad aumentare, man mano si arrivava a duecento e trecento. Ricordo un particolare: una sera avevamo già dato la refezione ai ragazzi e sentimmo bussare alla porta. Arrivarono una diecina di ragazzi accompagnati dai loro genitori e mi ricordo il paese dal quale erano venuti: Messercola, in Provincia di Caserta, vicino a Capua. Ragazzi che facevano pena solamente a guardarli: con cappelli lunghi, tutti strappati, rovinati, scalzi.
Allora il Senatore Caso e mio fratello, che stavano nella Direzione, accolsero sti ragazzi. Dissero: "Non vi preoccupate, adesso vi daremo un posticino anche a voi". Mi chiamarono. Io stavo sopra con i ragazzi per metterli a dormire. Mi dissero: "Devi preparare una diecina di posti letto". E io gli dissi: "E dove li mettiamo? È tutto pieno! Non c'è posto." "Ma come?, disse, fai tutto il possibile. Cerca di trovare qualche cosa". Non c'erano letti, non c'erano materassi. Mi preoccupavo di questi ragazzi a mandarli indietro, però non avevo il coraggio di dire: "Non c'è posto!" né al Senatore Caso né a mio fratello. Dice: "Trovati il posto per metterli". E infatti c'era un ripostiglio a fianco al dormitorio sopra…
P. Fausto: Quello che mi hai fatto vedere ieri sera?
Roberto: Benissimo! E allora dissi io: "Ma c'è uno sgabuzzino dove ci sta della roba brutta dentro, come devo fare?". Dice: "Fai un miracolo, questi bambini devono restare". E il Senatore Caso mi disse la stessa cosa. Allora andai sopra, pigliai i giovani più grandi e feci rapidamente la pulizia a questo locale, e mi preoccupavano i letti e i materassi.
Uscii fuori senza dire niente a nessuno, perché dovevo fare il possibile per dare posto a quei ragazzi. E chiesi ad alcune famiglie qui vicino dei materassi e dei letti. E tutti nel nome di Don Zeno mi dettero questa roba. Chi mi dava una coperta, chi un paio di lenzuola, chi materassi e feci i posti per questi ragazzi. E in quel momento vidi la gioia nel volto di sti ragazzi e poi quando scesi giù e dissi: "Ho messo a posto ogni cosa", tutti quanti diedero un sospiro di gioia - è vero? - che io ero riuscito a mettere a posto sti ragazzi arrivati.
E man mano che passavano giorni la truppa aumentava sempre di più. Si facevano sacrifici, e quello che era più brutto, delle volte mancavano i vitti [il vitto], le cose necessarie: il pane, farinacei, tutta sta roba che occorreva. Il Senatore Caso diceva sempre: "Nel nome di Don Zeno, dice, non aver paura. Dice: non tirarti mai indietro che il Signore e grande e potente e ci aprirà sempre le porte. Come infatti i ragazzi hanno sempre mangiato; hanno sempre avuto quello che ne avevano bisogno giornalmente.
Erano curati bene, dalla mattina alla sera si svolgeva tutto un programma. La svegli alla mattina con ginnastica in cortile per farli muovere un po'; pulizie personali tutte adattate da noi con docce fatte da noi; tutti sacrifici fatti da noi. Poi c'erano delle officine attrezzate per dare un mestiere ai ragazzi. Nella giornata si davano un po' di lezioni e scuole con altri insegnanti e altri impiegati che erano e che si adoperavano per questa grande opera che Don Zeno aveva iniziato. E poi a mezzogiorno si andava a pranzo con delle brodaglie anche provvisorie, ma si mangiava.
Il pomeriggio un po' di riposo, poi delle belle passeggiate in montagna, poi delle lezioni, delle conferenze che si facevano continuamente. Poi dopo man mano, man mano ha incominciato a incrementarsi, si è formata la Scuola Musicale con una bellissima Banda con tutti i ragazzi dei Piccoli Apostoli e col Maestro Prof. Cesare; il quale ha fatto dei sacrifici enormi veramente, formando una bellissima banda che poi ha girato tante città facendo onore a questa grande Opera che Don Zeno ha iniziato qui nel nostro paese a Piedimonte.
E io personalmente ricordo Don Zeno; ricordo Don Zeno sempre sorridente in mezzo a noi. Con i sacrifici che lui faceva, e chissà nella sua anima quanti pensieri aveva, quante preoccupazioni, ma a noi non ce le ha mai dimostrate. Continuava a camminare nella sua grande opera che aveva iniziato.
P. Fausto: Il tuo compito specifico nell'Opera quale era? Sembra che eri istruttore.
Roberto: Io facevo l'Istruttore e il Prefetto della scuola, però mi dedicavo a tutto. Anche a scopare delle volte, facevo anche le pulizie per dare coraggio ai ragazzi e fargli vedere che io ero il primo che lavorava. Gli facevo ginnastica, facevo l'istruttore da ginnastica. Li accudivo come un padre di famiglia, li portavo a letto a dormire, li controllavo uno per uno, gli facevo le pulizie personali. Delle volte si vedeva qualche insetto in giro e allora facevo una tosatura generale e una disinfestazione generale: ai letti, ai ragazzi, a istituti. E alla sera mi ritiravo a casa stanco morto e non avevo il coraggio di dire a nessuno: "Sono stanco, non ce la faccio più". Continuavo tanto che ero dimagrito in un modo spaventoso.
Poi un bel giorno sono iniziate, sempre con la guida di queste alte persone che vi ho nominato prima: Don Zeno, il Senatore Caso e mio fratello Salvatore: le Mostre dell'Artigiano. Sempre con l'aiuto di tutti i giovani dell'Opera Piccoli Apostoli. Ci siamo fatti un nome, dappertutto venivano a visitare questa Mostra. I ragazzi lavoravano, facevano dei bei lavori in alluminio e in ferro. Effettivamente delle belle opere!
Poi la Mostra si è ingrandita ancora di più e si è avuto la fortuna ed il piacere di avere anche alte personalità dello Stato venendo da Roma: Ministri e Sottosegretari. Ricordo tanto il lavoro e i sacrifici che facevano i giovani. Poi per incrementare un po' l'Opera sfruttavamo il nostro cortile, che avevamo fatto una pista da ballo per sfruttare la situazione, per incrementare qualche cosa, per fare qualche po' di moneta. I ragazzi si mettevano alla porta e quei pochi incassi che facevamo con cinematografi, con serate da ballo e con orchestra; con i soldi che facevamo si aiutava l'Opera Piccoli Apostoli che si è incrementata sempre di più.
Poi col passare degli anni l'Opera è diventata grande e allora il Senatore Caso fu costretto a darla ai Salesiani. I quali in un primo mento non volevano perché c'erano troppi ragazzi, come la cifra che ho detto prima: erano trecento ragazzi.
Infatti fu iniziata la costruzione, sempre dal Senatore Caso e con la guida di Don Zeno, dell'Opera Piccoli Apostoli. Dove c'è anche un progetto piccolo, una fotografia, e fu iniziata quest'Opera. E il controllo degli Operai era fatto sempre da tutti i Piccoli Apostoli. Il lavoro che si faceva era sempre diretto dai Piccoli Apostoli. Poi ad un certo moneto i fondi sono finiti, gli aiuti finirono e allora il Senatore Caso fu costretto a chiedere l'aiuto ai Salesiani se avessero voluto l'Opera.
A noi dispiacque a tutti questa cosa, avremmo voluto che si continuasse a dirigerla noi, ma purtroppo non si poteva più andare avanti così. La povertà ce la aveva addosso terribilmente. Infatti dopo tanti sacrifici fatti, riuscirono a controllare con gli altri sacerdoti salesiani, pigliarono i Piccoli Apostoli. E come infatti oggi in Piedimonte Matese ci sono i salesiani, ma tutto il popolo di Piedimonte dice: "Andiamo giù dai Piccoli Apostoli". Questa cosa mi fa venire da piangere ogni volta che ci penso e quando passo vicino a quell'Istituto penso a tutti i sacrifici che noi abbiamo fatto.
All'inizio mi ricordo la situazione della Scuola dell'Artigianato non era compresa bene nel nostro luogo e ci fu un po' di lotta. Perché forse dava fastidio, chissà come la pensavano gli artigiani della zona, anche qualche autorità, è vero?, che non appoggiava questa grande Opera.
Però con tutto ciò, con tutti questi sacrifici, con tutte queste difficoltà, il Senatore Caso, dopo aver chiesto consiglio a Don Zeno, ha iniziato la Scuola dell'Artigianato.
Infatti la Mostra fu fatta esclusivamente per incrementare l'artigiano e la Scuola dell'Artigianato di Piedimonte. Che dopo poco tempo fu istituita pure una Scuola dell'Artigianato in Piedimonte, però statale. Che non fu da noi diretta, ma direttamente dalla Provincia. Che sono anche le Scuole Industriali, ma sempre iniziata e voluta da Don Zeno e dal Senatore Caso. Cioè le prime pietre sono state messe proprio da loro, ed è stato un bel frutto e parecchie persone si ricordano questo particolare. Che prima hanno lottato e adesso devono ringraziare Iddio che noi qui a Piedimonte abbiamo delle ottime scuole sempre iniziate dall'Opera Piccoli Apostoli.
Gli Oratori, da noi fondati sempre dai Piccoli Apostoli…
P. Fausto: Che scopo avevano di preciso?
Roberto: Lo scopo era quello di tenere, almeno durante la giornata, dei bambini poveri. Tenerli fino ad un certo orario, dargli da mangiare e da bere che erano poveri. Si poteva dare qualche vestito. E man mano incrementarlo sempre di più questo Oratorio in opere buone e sempre con la fondazione dell'Opera Piccoli Apostoli.
Questi Oratori furono fondati i primi a Gioia Sannitica in Provincia di Benevento, allora Provincia di Benevento; poi a S. Angelo d'Alife, Poi a S. Gregorio Matese e poi a Castello Matese. Questi quattro qua mi ricordo, poi l'altro non ricordo dove fu fatto. E che poi iniziando questi Oratori si sono incrementati; uno è rimasto come Opera Piccoli Apostoli a S. Angelo d'Alife, gli altri mente sono rimasti lo stesso, però sotto le Parrocchie senza più il nome di Piccoli Apostoli.
P. Fausto: Ma questi Oratori ci andavano i Piccoli Apostoli da Piedimonte?
Roberto: No! Ci andavano i primi giorni per iniziare, ma l'Oratorio; poi fu consegnato ai vari Parroci della zona con altri giovani volenterosi che si appassionarono a queste grandi cose iniziate da Don Zeno.
P. Fausto: Il Senatore Caso nel febbraio dei '45 accenna all'inizio del cinematografo con il cinema di Pinocchio.
Roberto: Di Pinocchio…
P. Fausto: Ma quale era proprio lo scopo preciso del cinematografo qui in Piedimonte? Perché facevate il cinematografo per la gente come Opera Piccoli Apostoli?
Roberto: come Opera Piccoli Apostoli! Lo scopo, il fine, era quello di dare la possibilità, prima cosa a tanta gente che non andava al cinema per le loro possibilità.
P. Fausto: Era gratuito?
Roberto: Gratuito! E secondo era quello di fare attaccare sempre di più all'Opera Piccoli Apostoli tante famiglie. E noi davamo spettacolo quasi tutte le sere con dei film. Il primo, me lo ricordo, fu Pinocchio, la vita di Pinocchio. E il nostro salone, attaccato sempre all'Opera Piccoli Apostoli di Piedimonte, ogni sera era gremito di gente, gente di ogni categoria. Tanto che poi fummo costretti che questi spettacoli durante l'estate li davamo in cortile, e io facevo anche da operatore cinematografico. Facevo un po' di tutto. E me ne accorgevo sempre di più che la gente si affezionava e si attaccava ancora di più: vecchi, giovani, bambini, di ogni categoria.
Venivano da noi. "Stasera si fa il cinema dai Piccoli Apostoli", si diceva per strada. Dovunque si sbraitava: "Stasera si balla, si suona dai Piccoli Apostoli; e si incrementava sempre di più l'Opera.
E dico una cosa un po' privata mia: ebbi anche la fortuna in quelle belle serate di lavoro che facevo ai Piccoli Apostoli di incontrare mia moglie. È vero? Sposarla, perché mi sono fidanzato proprio durante i cinematografi che la gente veniva a vedere nei Piccoli Apostoli, di conoscere mia moglie e di sposarla. E oggi grazie a Dio ho una bella famiglia e gli ho dato quell'istruzione che ho io appreso da Don Zeno e dal Senatore Caso e da mio fratello.
P. Fausto: Nel 1945, nel luglio, il Senatore Caso scrive a Don Zeno ricordandogli il suo impegno verso Piedimonte, e gli chiede di mandare un sacerdote come elemento coordinatore. E più tardi, due mesi dopo, insiste ancora di più dicendo: "Visto il tuo silenzio, visto che non rispondi, la Direzione Spirituale dell'Opera per ordine del Vescovo, è stata assunta dall'Assistente Diocesano della Gioventù Cattolica Maschile, di Azione Cattolica.
Ricordi qualche particolare? Il nome di questo sacerdote?
Roberto: No, questo particolare non me lo ricordo, che poi tante cose che naturalmente per gli impegni che avevo giornalmente con l'Opera non mi facevano pensare i nomi e i cognomi di tutta questa gente, perché quanta gente è stata con noi a lavorare!
P. Fausto: È venuto però un sacerdote?
Roberto: È venuto un sacerdote, mi ricordo il secondo sacerdote che è venuto, Gargiullo, che è stato tanto tempo con noi ed era il sacerdote spirituale di tutto l'Istituto e viveva completamente con noi. Poi sono venuti altri sacerdoti, e quello che ha fatto pure sacrifici enormi è stato la buon'anima di Monsignor Ferrito, che era anche Parroco della nostra Basilica Pontificia e che è stato continuamente in mezzo a noi, con Don Zeno, con il Sen. Caso e con tutti gli altri dell'Opera Piccoli Apostoli.
P. Fausto: Monsignor Grillo in una lettera a Don Zeno parla di una signorina cosiddetta, chiamata Picciullo.
Roberto: Picciullo, si!
P. Fausto: E dice di inviarla a Fossoli proprio perché potette là nell'Opera Piccoli Apostoli, oramai già diventata Nomadelfia però nel '47, potesse assorbire lo spirito di famiglia…
Roberto: E farla conoscere qui da noi.
P. Fausto: Esatto! Voi puntavate, miravate a fare anche delle famigliole? Un giorno che i vostri ragazzi si fossero sposati, avessero formato una famiglia, oppure con dei volontari; o no?
Roberto: Questo qua era proprio il programma iniziato di creare queste famiglie come Don Zeno aveva stabilito e aveva iniziato questa grande Opera. Poi la nostra sfortuna, che ci ha perseguitato sempre, non ci ha permesso di realizzare questa grande opera come Don Zeno la voleva. E alla fine è andata a finire, come ho detto prima, che fu assorbita dai Salesiani. Ma l'inizio era proprio questo, se non che le nostre possibilità, i nostri locali, la nostra zona, non ci permetteva di creare queste famiglie come ha fatto Don Zeno in altri posti.
Chi contrario… All'inizio aveva iniziato bene, poi ad un certo momento incominciavano ad optare. Dicevano continuamente al marito di lasciare i Piccoli Apostoli, di darli ai Salesiani, di trovare qualche uscita perché lui finisse di fare questa vita massacrante perché lui, il Senatore Caso, stava dalla mattina alla sera in mezzo ai ragazzi, abbandonando ogni cosa insomma. Allora la moglie insisteva sempre con questa cosa: "Lascia stare i Piccoli Apostoli, dalla ai Salesiani". Così il Senatore Caso fu costretto, prima per il lato finanziario perché incominciarono a mancare parecchie cose; e poi secondaria cosa per la responsabilità enorme perché era una grande Opera che aumentava sempre di più.
P. Fausto: poi con l'arrivo dei Salesiani, pian piano il Senatore Caso si è ritirato un po' nelle quinte, Ha lasciato a loro…
Roberto: Si è ritirato nelle quinte, però stava sempre a contatto continuamente con i Salesiani perché non voleva assolutamente che i bambini venissero abbandonati. Ecco infatti come ho detto pure prima, c'è rimasto il nome. Il nome non Salesiani, perché per noi piedimontesi, per il volere i per tutti i sacrifici che Don Zeno ha fatto nella nostra zona, noi diremo sempre ad alta voce - a qui a cento anni fin quando il Padreterno ci darà vita - diremo sempre: "I Piccoli Apostoli", non Salesiani. Non per volere male ai Salesiani. Questa è la verità, la pura e sincera verità perché noi abbiamo fatto dei sacrifici per questa Opera. Che Don Zeno ci ha messo il seme e noi abbiamo continuato con tutto l'animo, con tutto il cuore, con una vera carità cristiana quello che Don Zeno ci ha insegnato e noi lo abbiamo portato a termine. Sia pure con povertà e con sacrifici, però ci è rimasta un'Opera a Piedimonte che non si chiama Salesiani. E ci tengo a ripeterlo; si chiamano "Piccoli Apostoli", fondata da Don Zeno Saltini.
P. Fausto: Senti, per caso tu hai assistito al Novenario che Don Zeno predicò nella…
Roberto: No, Novenario no perché ero talmente attaccato a queste costruzioni, a queste cose che non mi davano un momento di pace, neppure di vedere i miei più cari amici. Uscivo al mattino alla cinque da casa mia e andavo di servizio ai Piccoli. Mi ritiravo alla sera alle undici, undici e mezzo quando vedevo con esattezza che tutti i ragazzi dormivano. Questo è il fatto. Cioè a Piedimonte esistono i Piccoli Apostoli, non i Salesiani.
P. Fausto: I ragazzi poi usciti dall'Opera Piccoli Apostoli sono stati poi in contatto. In relazione con voi? sono venuti a trovarvi? In che rapporti…?
Roberto: I ragazzi che sono usciti dall'Opera Piccoli Apostoli, che hanno avuto un insegnamento veramente esatto e preciso, non si scordano mai sia del luogo dove è stato creato l'Opera Piccoli Apostoli, e sia di noi. Infatti adesso si sono creati una famiglia, hanno una posizione, hanno gli impieghi, stanno bene, ringraziano tutto quello che noi gli abbiamo insegnato, è vero? E vengono spesso con le loro famiglie e non si scordano anche di chiamarmi, anche all'età di padri di famiglia e figlioli sposati, mi chiamano sempre: "Prefè come stai?". MI vengono a salutare continuamente. E a me mi fa tanto piacere. Come pure c'è un operaio che lavora qui a Piedimonte, anche lui padre di famiglia, è uno dei gioielli dell'Opera Piccoli Apostoli perché era addetto ai lavori pesanti della cucina, che gli americani lo chiamavano: "Jack".
"Jack" lo chiamavano. E continuamente quando lui mi vede, viene anche a visitarci a casa qua, e dice: "Prefè, Prefè", e mi viene sempre a salutare e a trovare. Anche le cuoche della zona. È un piacere sentirli sempre e che si ricordano con tanto affetto con questa grande Opera che Don Zeno ha iniziato a Piedimonte.
Ricordo un particolare, che il Senatore Caso disse a tutti i ragazzi in una festicciuola fatta da noi, dice: "Se il Signore ci benedice e la Provvidenza ci aiuta, io farò tutto il possibile di pigliare dei pullman e di portarvi a vedere dove sta Don Zeno". Se no qui questo fatto poi non avvenne e i ragazzi nominavano sempre: "Don Zeno, Don Zeno". E avevano piacere di vedere il posto dove stava Don Zeno. Ma questo fatto non avvenne per la miseria che ci stava addosso continuamente.
(interrotto)
È vero? per avere una boscaglia, una zona per costruire questa, la Nomadelfia qui a Piedimonte. Però non mi sono interessato perché erano cose delicate che trattavano loro direttamente, però so che il Senatore Caso assieme a mio fratello stavano discutendo varie volte con il Comune di Piedimonte e con la Forestale per avere questa zona e che poi non si ottenne. E poi come è andata a finire, che fine ha fatto, non lo so.
Poi l'Opera Piccoli Apostoli, andavamo a tagliare a Matese, sul Matese, sul Massiccio del Matese con il camion. Noi ci segnavano delle piante, perché noi avevano bisogno di legna per cucinare per l'Opera Piccoli Apostoli e non ne avevamo.
E così il Senatore Caso si rivolgeva al Comando della Forestale. Dato che lui era ben voluto da tutti; era tutto tra Napoli e Caserta dappertutto dove andava il Senatore Caso gli volevano bene. Così la Forestale ogni tanto ci chiamava, ci portava al Matese e diceva: "Io vi do queste piante. Tagliatevele e portatevele a casa" Così infatti con i Piccoli Apostoli tagliavamo sti alberi. Con i fusti grandi facevamo dei lavoro nelle scuole, nei Piccoli Apostoli; con la legna facevamo per cucinare così si andava avanti insomma con la carità cristiana che loro…
(interruzione)
Quello che faceva impressione era una cosa: che l'insegnamento di Don Zeno che aveva dato al Senatore Caso e a mio fratello Salvatore, era questo: che quando si facevano delle manifestazioni il nostro rifugio dell'Opera Piccoli Apostoli, era il rifugio di tutti, di tutti i colori politici. Perché per noi, Opera Piccoli Apostoli, non esistevano i valori politici. Allora da noi venivano comunisti, socialisti, missini, monarchici, liberali. Gente di tutti i colori. E infatti l Senatore Caso era felice di abbracciare questa gente e non guardava il colore politico, guardava le persone. E le persone si scordavano del colore politico e tutti guardavano l'Opera, la grande Opera Piccoli Apostoli.

Conferenza del Prof. Giovanni Guadagno (5 dicembre 2002)

Il secondo dopoguerra nella media Valle del Volturno 1943 – 1954
da Giovanni Caso a Giacinto Bosco

La speranza della conclusione della guerra per l’Italia, nata in conseguenza dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, ebbe la sua presenza anche nelle comunità del territorio alifano-matesino.
Perciò, l’11 settembre del 1943, convinti che la guerra fosse finita, ad Alife, il secondo centro più popolato del territorio, i fratelli Armando e Guglielmo Pensa, e Ferdinando Rossi, provenienti da Piedimonte d’Alife e collegati con gli antifascisti beneventani Raffaele De Caro ed il prof. Giuseppe Fragola, liberali vicini a Benedetto Croce, costituiranno un “Comitato dell’Italia libera”.
Per rinuncia dell’agronomo Pietro Farina, che, durante il ventennio, era stato tenuto sotto controllo per le sue convinzioni politiche non sempre coincidenti con quelle del regime fascista, venne nominato Presidente del Comitato, il dott. Giuseppe Avecone, che, in quel momento, ricopriva ancora la carica di Commissario Prefettizio fascista del Comune.
Il 17 settembre il “Comitato” si riunirà, in una stanza riservata di una trattoria nel centro storico di Alife, con lo scopo di creare le basi per un’intesa e per una collaborazione di tutte le correnti che nel Comune si riconoscevano come antifasciste. In questa occasione i partecipanti decisero di modificare il nome del “Comitato”, da quello “dell’Italia libera” a quello “della Liberazione Nazionale”, e di scegliere come suoi componenti: Giovan Giuseppe De Cesare, un sincero antifascista vigilato nel “ventennio” perché dichiaratamente socialista, Mario Di Matteo, Dante Cappello, del Partito d’Azione, Giovanni Farrace, controllato durante il fascismo perché comunista, il sacerdote Egidio Ciaramella, i già citati Pietro Farina ed Armando Pensa, e Teodorico D’ Onofrio, segretario del comune. Si stabilì, nella stessa circostanza, di ampliare il “Comitato” con nuovi elementi di sicura fede antifascista.
Ma la speranza della fine del conflitto rimase ben presto delusa.
Il 1° ottobre del ’43, nel territorio alifano-matesino iniziarono i primi rastrellamenti tedeschi di uomini abili a predisporre i fronti di guerra del Cassinate per fermare l’avanzata degli Anglo-Americani. E, dalla stessa data, i Tedeschi ordinavano la consegna di apparecchi radio, cavalli, carretti con relative attrezzature, automezzi, generi alimentari…
Dopo le prime incursioni di aerei alleati nel territorio (un aereo americano la sera del 9 ottobre lanciò bombe sul centro abitato di Alife colpendo mortalmente sette persone), il 13 ottobre, lo scontro tra gli Anglo-Americani ed i Tedeschi sulle rive del Volturno fu violentissimo.
In quella terribile giornata, all’inizio della quale si diede luogo all’attraversamento del fiume nei pressi di Triflisco da parte degli Alleati, aerei americani, poco dopo mezzogiorno, bombardarono il centro storico di Alife, uccidendo 44 civili, e, nella serata dello stesso giorno, sul monte Carmignano di Caiazzo, vennero barbaramente trucidati per rappresaglia dai Tedeschi 23 cittadini, tra cui vecchi e bambini.
Dopo la conquista di Sant’Angelo e di Raviscanina del 25 ottobre, finalmente il territorio alifano-matesino veniva liberato dalla presenza tedesca.
In data 30 ottobre si costituì ad Alife il “Fronte Nazionale della Liberazione” in una riunione in casa del prof. Ciaramella, essendo il paese per metà distrutto, nelle persone di Ciaramella Egidio (Democrazia Cristiana), De Cesare Giuseppe (Partito Socialista), Farrace Giovanni (Partito Comunista), Di Muccio Anacleto (Democrazia del Lavoro), Isabella Pasquale (Partito Liberale) e Cappello Dante (Partito d’Azione), con questa dichiarazione: “considerata la impellente necessità di ridare al nostro paese la libertà necessaria per ogni vivere civile, aderiamo al Fronte Nazionale della Liberazione e ci costituiamo in Comitato. Nello stesso tempo eleggiamo segretario il prof. Ciaramella”.
Ed il 5 novembre, in un locale di piazza Roma, a Piedimonte d’Alife, nascerà il “Comitato del Fronte Nazionale di Liberazione”, costituito dal dott. Giovan Giuseppe D’Amore, Presidente della locale sezione nazionale combattenti, dal rag. Antonio Troiano del Partito Liberale, dall’avv. Vincenzo Cappello della Democrazia del Lavoro, dal prof. Alfarano rev. Marcello per la Democrazia Cristiana, dal dott. Di Panni Francesco del Partito d’Azione (Libera Italia), dal prof. Giacinto Cirioli del Partito Socialista, e dal sig. Romeo Simonetti del Partito Comunista.
Alla fine di ottobre del ’43, a Piedimonte veniva dimissionato l’ultimo podestà, il duca Filippo Gaetani, appartenente ad una nota nobile famiglia locale, che da secoli aveva esercitato un notevole potere politico, oltre che sociale, economico e culturale, non solo a Piedimonte, ma su tutto il territorio, ed alla quale apparteneva il conte Livio, deputato fascista nelle legislature iniziate nel 1929 e nel 1934, e componente del Consiglio Nazionale dei Fasci e delle Corporazioni dal 1939, che, nel 1933, aveva sposato Fiammetta Sarfatti, figlia naturale di Benito Mussolini e della giornalista Margherita Sarfatti.
Il 20 novembre del ‘43, a Piedimonte sarà nominato Commissario straordinario l’avv. Vincenzo Di Matteo, che si dimetterà dopo qualche mese per essere sostituito da un altro Gaetani, il conte Antonio, che rimarrà in carica fino al 1944, quando, scelta dal locale C.L.N., si insedierà una giunta costituita dai rappresentanti del Partito d’Azione (dott. Alfredo Ricigliano), del Partito Democratico del Lavoro (avv. Vincenzo Cappello), del Partito Comunista Italiano (sig. Vittorio Ceraci), della Democrazia Cristiana (avv. Vincenzo Di Matteo), e, come supplenti, i rappresentanti del Partito Liberale Italiano (dott. Ferdinando Tedesco) e della Democrazia Cristiana (sig. Federico Lupoli). In questa occasione fu nominato sindaco il dott. Alfredo Ricigliano del Partito d’Azione che, però, nell’inverno del ’44, si dimise, per essere sostituito dall’avv. Vincenzo Cappello del Partito Democratico del Lavoro, che rimase sindaco di Piedimonte fino al marzo del 1946, fino a quando cioè, per la prima volta, si svolgeranno libere elezioni amministrative.
Intanto la ricostruzione della provincia di Caserta dell’11 giugno del 1945, che ricomprenderà i territori dell’alifano e di gran parte del matesino, sarà accolta in genere con favore, anche se le distruzioni ed i disastri della guerra, tanti e tutti allora ancora evidenti, non potevano consentire facili entusiasmi o sollecitare illusioni per un immediato futuro migliore. Il territorio alifano-matesino si presentava allora senza adeguati collegamenti con la nuova provincia, dal momento che gli impianti della ferrovia Napoli-Piedimonte d’Alife erano stati resi inservibili dalla guerra (il treno, partendo da S.M. Capua Vetere raggiungerà Piedimonte solo nel 1963), così come il ponte “Regina Margherita” sul Volturno, pur’esso distrutto dagli eventi bellici, che univa il territorio alifano con quello di Dragoni, sarà ricostruito solo nel 1953.
Nelle prime elezioni amministrative del 24 marzo 1946 a Piedimonte d’Alife, il più importante centro della media Valle del Volturno, la lista della D.C., che comprendeva anche candidati dichiaratisi indipendenti, otteneva, con il 51,46 % dei voti, 16 seggi, mentre a quella dei Partiti Comunista, Socialista, e d’Azione, con il 34,43 %, venivano attribuiti 4 seggi, e nessun seggio venne riconosciuto alla lista dei candidati del P.L.I., dei D. del Lavoro, degli Unionisti e dei Reduci, che ebbero il 13,90% dei voti; lista nella quale si era candidato, senza ottenere successo, il sindaco uscente avv. Cappello.
Come sindaco fu scelto ancora un Gaetani, il conte Filippo, che si dichiarerà indipendente, mentre ci si preparava alle più importanti elezioni del referendum istituzionale e dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

Così in queste vicende politiche dell’inizio del secondo dopoguerra, come già è stato sottolineato dal compianto Giuseppe Capobianco nella premessa al suo opuscolo del 1986 sulla figura di Antonio Marasco, un comunista piedimontese molto attivo nell’organizzazione del movimento operaio locale a partire dal 1919 e soprattutto nel secondo dopoguerra, l’importante e preminente ruolo avuto dalla famiglia Gaetani nella storia della media Valle del Volturno non può essere ignorato. Se si volesse partire già solo dalla proclamazione del regno d’Italia, egli scrive, va sottolineato il particolare ruolo politico che ha avuto nel territorio matesino e la straordinaria “capacità gattopardesca” della famiglia Gaetani; una famiglia, infatti, che fu, prima dell’Unità, borbonica; che ebbe esponenti importanti tra i rivoltosi napoletani nel ’99, come Onorato che aveva sposato una Serra di Cassano; che fu napoleonica, poi; di nuovo borbonica; e, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, sarà presente nel Parlamento Piemontese, come costituzionale con il conte Roberto, come radicale con il conte Antonio, e, di nuovo, fino al 1905, come costituzionale con il conte Luigi.
E mentre al senato dal 1908 rimaneva fino al 1924 il principe Nicola Gaetani, nel 1923 un altro conte della stessa famiglia, Roberto, diventerà membro del triunvirato fascista locale. Poi, come già ricordato, il conte Filippo sarà podestà di Piedimonte dal 1935 al 1943, il conte Antonio sarà nominato “rettore” per la provincia di Benevento, e Francesco Gaetani per quella di Napoli; mentre il ricordato conte Livio, imparentato con i Torlonia, consultore nazionale fascista dal 1929 al 1943, diventerà anche commissario dei Consorzi riuniti di bonifica della Campania.
Anche nel secondo dopoguerra si evidenziò il particolare ruolo politico e l’adattamento della famiglia Gaetani al nuovo sistema. Quel conte Antonio, rettore di Benevento e che era stato anche podestà di Castello d’Alife, nel 1944, infatti, per nomina alleata, come già ricordato, fu Commissario Prefettizio di Piedimonte d’Alife, e, poi, candidato monarchico alle elezioni provinciali del 1956, e per conto della D.C., candidato alla camera dei deputati, nel 1958, e, nel 1960, candidato al comune di Piedimonte d’Alife. Si tratta di quel conte Antonio, e questo va anche ricordato per comprendere le motivazioni del consenso che i Gaetani continueranno ad avere a Piedimonte, che, trasferitosi provvisoriamente nel Milanese, aiutò gran parte degli operai tessili piedimontesi, rimasti disoccupati, a trovare lavoro nello stabilimento “Carminati” di Gallarate, come ci ricorda il già citato rappresentante comunista nel C.di L.N., poi diventato socialista, Romeo Simonetti quando ha scritto nell’introduzione di una sua raccolta epistolare dattiloscritta: “ A causa della distruzione per gli ultimi eventi bellici (quelli dell’ottobre del ’43), del vecchio cotonificio, grazie a lui (Antonio Gaetani) soprattutto, si deve la realizzazione, nell’anno 1954, in Piedimonte d’Alife del nuovo stabilimento cotoniero dai benemeriti fratelli Radice: stabilimento che ha permesso la ripresa socio-economica della nostra benemerita cittadina”. Cotonificio che conterà negli anni ’80 più di 500 operai, senza che tra loro i sindacati confederali riuscissero mai ad avere significative adesioni, e che ora risulta desolatamente chiuso ed inutilizzato.
Mentre Francesco, il già ricordato “rettore” fascista di Napoli, fu capolista per la D.C. nelle elezioni municipali di Piedimonte nelle amministrative del 1946, e sindaco della stessa città, fino al settembre del 1947; ed ancora Ugo sarà eletto Consigliere provinciale con il M.S.I. nelle elezioni del 1952. Un altro Gaetani, il conte Mario Giovanni, intanto, già era stato nominato Commissario Prefettizio del comune di Alife, incarico che svolse dal gennaio del 1944 all’aprile del 1945.
Il secolare, straordinario e, talvolta, travagliato ruolo dei Gaetani nel territorio alifano-matesino, in questo secondo dopoguerra, però, andrà gradualmente assumendo, soprattutto a partire dalla metà degli anni sessanta, contorni sempre più marginali, mentre altri personaggi e nuovi scenari politici si imporranno.
Ma per comprendere questo ricambio politico dobbiamo ritornare a quell’ “ottobre del 1943” ed ai particolari fatti che accadranno soprattutto a Piedimonte a partire dal 1944.

Il 25 ottobre del 1943, come già ricordato, le truppe tedesche, che avevano combattuto sul Volturno in attesa di spostarsi sulle più attrezzate linee del Cassinate, incalzate dai soldati anglo-americani della Va armata comandata dal generale Clark, abbandonarono definitivamente il territorio alifano-matesino.
Ora, la pianura alifana, non più teatro diretto di guerra, ospiterà un reggimento della 34a divisione americana, un campo di riposo per le truppe impegnate sul fronte cassinese, e due campi aerei. E tra le truppe in riposo e la popolazione dell’alifano e del matesino circolerà il periodico “Corriere Alleato”, fatto stampare dagli Alleati nella tipografia “La Bodoniana” di Piedimonte d’Alife.
Il già ricordato agronomo Pietro Farina, che fu anche un attivo pubblicista alifano fino ai primi anni del secondo dopoguerra, nel suo diario, ancora inedito, in data 23 ottobre del 1943, annotava: “Centinaia di carretti, di asini, di cavalli, di muli, scendono lentamente dalla catena montuosa del Matese trasportando indumenti, attrezzi, donne, ragazzi, vecchi e malati. I giovani più ardimentosi procedono impavidamente sulle strade polverose, i tortuosi sentieri, i campi seminati e sconvolti dalla furia dei combattimenti, scansando buche, mine, fossati, trabocchetti, trincee, …. Ritornano dimagriti, macilenti, malati, atterriti dallo spettro della fame e dalla mancanza delle case di abitazione”.
Finalmente, la guerra con tutte le sue terribili violenze, per chi abitava nel territorio alifano-matesino, era veramente finita.
E la media-Valle del Volturno, dopo essere stata “caposaldo della difesa tedesca e, poi, retrofronte di Cassino” - scriverà più tardi, nel 1947, don Pasquale Panella, un altro diretto testimone delle tragiche vicende militari di quel periodo - ora è “ la terra di nessuno”. Ma “In simile iattura - aggiunge don Pasquale - il buon cuore dei naturali della zona (così a S. Gregorio) rifulse, approntando - ai profughi, agli sbandati, agli ex prigionieri, ai soldati - cibi, vesti e ricovero sempre gratuiti. Ed in quel periodo, scrive ancora il sacerdote, specialmente il clero locale fu “di incitamento a tali opere di bene e dovette sostenere il peso della stessa cosa pubblica, mentre gli altri abbandonavano i loro posti”. E racconta ancora: “… venne tra noi, per brevissimo tempo, uno sfuggito alla mitraglia tedesca dalle terre di Modena, il sac. don Zeno Saltini, il quale portò una scintilla che fu custodita e poi produsse: per opera del Prof. On.le Caso a Piedimonte d’Alife (fu la prima opera di vera ricostruzione e che attualmente fiorisce), e per opera di collegati ad Alife. Ci sono importanti problemi da risolvere per la nostra ricostruzione, ma tra questi non è inferiore quello dell’infanzia: e proprio questo ci additò don Zeno ed a questo vogliamo restare fedeli occupandocene sempre meglio. Formare l’infanzia è l’unica via per risollevarci dal fondo in cui si è precipitati”.

Chi era don Zeno?
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il sacerdote don Zeno Saltini, accusato di aver esaltato l’avvenuta tregua dell’Italia con gli Alleati, per sfuggire definitivamente alla cattura tedesca, partì, il 19 settembre dello stesso anno, con 25 giovani, da San Giacomo Roncole (Modena), dove aveva fondato, nel 1933, l’Opera Piccoli Apostoli. Il viaggio durò due mesi, prima di poter attraversare fortunosamente, sul fiume Sangro, il sospirato fronte, che divideva il Nord, occupato dai nazi - fascisti, dal Sud “liberato” dagli Alleati.
Il 26 novembre 1943, don Zeno ottenne dall’autorità militare alleata un lasciapassare per poter incontrare padre Pio a S. Giovanni Rotondo, dove aveva dato appuntamento ai suoi giovani accompagnatori il 22 gennaio del 1944. Dei 25 partiti con lui, a S. Giovanni ne incontrerà solo quattro, perché gli altri erano tornati indietro per arruolarsi tra i partigiani modenesi. Da S. Giovanni Rotondo andrà a Bari, dove assisterà al bombardamento tedesco del porto; poi, a Brindisi, a Taranto e, infine, a Napoli.
Il 31 dicembre del ‘43 sarà a Casapesenna, ospite di don Salvatore Vitale (del quale attualmente dovrebbe essere in corso il processo di beatificazione), che ispirato proprio da don Zeno, fonderà “La Piccola Casetta di Nazareth” per accogliere bambini poveri. Continuando nel suo peregrinare, don Zeno, all’inizio di febbraio del 1944, giungerà a Pompei, ospite di mons. Ercole Crovella.
E’ l’ 11 maggio del 1944 quando don Zeno giunse a Piedimonte.

In un’intervista rilasciata nel 1973 a Padre Fausto venuto a Piedimonte da Nomadelfia, la nota fondazione creata da don Zeno a Fossoli di Carpi (Modena), e, dal 1953, trasferita nella Maremma grossetana e tutt’ora in piena attività, monsignor Espedito Grillo, allora parroco dell’Annunziata di Piedimonte, tra l’altro, ricordava: «ai primi di maggio del 1944 avevo bisogno di un predicatore e mi rivolsi a monsignor Miranda di Napoli. E con un giorno di ritardo del Novenario, arrivò questo sacerdote (don Zeno) più o meno magrino, con una sottana più o meno malandata, senza colletto, con un fazzoletto legato al collo, con una fisarmonica e iniziò il Novenario. Fin dalla prima sera mi accorsi che più che oratore classico, cioè quegli oratori roboanti, con parole roboanti e con enfasi, era piuttosto un conferenziere, ma un conferenziere “oratore”, cioè sotto questo aspetto annunziava e spiegava simpaticamente il Vangelo, la giustizia. Si accorse subito dell’ambiente: era pieno dopoguerra, tutti i partiti in fervore: frazioni, lotte intestine, lotte cittadine, e più che lotte: odio tra gli iscritti di un partito o l’altro. E io che avevo visto mediante i ritiri di Perseveranza la chiesa piena di uomini ogni mese, soffrivo tanto nel vedere la chiesa deserta di uomini appunto perché più attaccati ai partiti … C’erano solo donne. Don Zeno si accorse subito di questo dissesto. I comunisti che gridavano: “Lavoro e pane”. E pane e lavoro, e lavoro e pane; fatto si è che la chiesa era deserta e nessuno pensava al grande Novenario. E dalla prima sera incominciò Don Zeno a parlare della giustizia. Ma in una maniera così originale, così attraente, e vorrei dire così nuova … Allora i comunisti subito dissero: “E’ venuto un ribelle”. I liberali dissero: “deve essere mandato via!”. Gli altri partitini, il Partito d’Azione specialmente: “Tutti i preti devono dire questo!”. E anche nel clero si era incominciato un po’ a essere seccati di questa innovazione. Don Zeno imperterrito continuava ogni sera. Fin che una sera uscì a parlare di giustizia che non può prescindere dalla religione, e la religione che non può prescindere dalla giustizia».
Il 23.03.44, il parroco Grillo, aveva implorato effettivamente mons. Miranda con una lettera accorata perché lo aiutasse a trovare tra gli ordini religiosi un oratore “che - come scrisse - porti fervore e nuove parole adatte, in questi tempi difficili, a tutti i guasti”. “Vent’anni or sono - egli scrive - la mia parrocchia era «rossa» e oggi si sforza di ritornare tale”. E poi, il parroco era preoccupato anche perché - come scrive: “un gran numero di «signori» che quasi mai si ribassano ad ascoltare la parola di Dio, usa venire a dilettare l’occhio e l’orecchio” e la loro partecipazione potrebbe costituire un’occasione per “cibare” le loro anime.
Il Novenario continuava, ma la parte più reazionaria e conservatrice sia politica che clericale della città faceva pressione sul parroco Grillo perché il predicatore venisse mandato via. Ma, alla fine, molti rimasero scossi ed affascinati per le “predicazioni” di don Zeno.
Racconta ancora il parroco Grillo “il primo ad essere convertito … fu proprio Giovanni Caso. Si convertì in una maniera così radicale che subito volle seguire (don Zeno) in tutte le sue idee, grandi e piccole … Così fece l’Opera Piccoli Apostoli a Piedimonte, in una maniera fenomenale, dando tutto se stesso…”.
Giovanni Caso, dal 1932 libero docente di Medicina del Lavoro all’Università di Napoli, e già sindaco di Piedimonte nel 1924, dopo essere stato eletto come consigliere comunale in una lista dei combattenti in contrapposizione a quella fascista; sarà autore di pubblicazioni di chiara ispirazione fascista, tra le quali “Dall’intervento alla marcia su Roma”, dove esaltava il nuovo regime, e “Dal sindacato di classe allo stato corporativo” del 1929. Aveva quarantotto anni, invece, quando conobbe don Zeno. E lui stesso così ci descrive l’incontro: “Maggio 1944 - incontro con don Zeno Saltini, confuso io nella folla degli ascoltatori nel Santuario di A.G.P. ed Egli nella luce della Cattedra della verità cristiana. Una folgorazione sul mio corpo, una scossa allo spirito addormentato in vecchie formule ed in abusati preconcetti morali e sociali, un attimo di esitazione e poi la mia conoscenza intima con Lui, sacerdote e sociologo, apostolo di Cristo il quale sembrava nuovo, nel fragore della battaglia di allora e nel cozzo degli egoismi …”

Il 15 giugno del 1944 don Zeno, tra l’altro, così scriverà da Piedimonte ai Piccoli Apostoli del Modenese: “Sono come in esilio; errabondo tra mille miserie di popolo; …. Così alla notizia della liberazione di Roma io sento viva la speranza di rivedervi e riabbracciarvi presto. Quando ho sofferto! Quando soffro! E in questa sofferenza ho voluto lasciare un dono a questa Italia Meridionale bagnata da tante mie lacrime: l’Opera Piccoli Apostoli nella Diocesi di Alife”.
E più avanti scrive: “Ho bussato a tante porte , ho scongiurato autorità e ricchi a salvare l’innocenza in abbandono…
Ho incontrato uomini e tra essi Sacerdoti che faranno miracoli quando potranno essere con noi una cosa sola. Io vi vedo qui attorno al mio scrittoio in questo ospitalissimo Seminario di Piedimonte a scrivere la mia benedizione e a dirmi con quella prontezza che tanto ricordo: “Don Zeno, pronti; corriamo …”. Invece sono qui solo a piangere una inoperosità che finirà per essere stata il più fecondo seme della più feconda rinnovazione di questo popolo di Piedimonte che senza dubbio sarà un faro di luce e di amore a tutta l’Italia Meridionale”.
Certo è che, don Zeno, trasferitosi a Roma alla fine del giugno del ’44, il 1° settembre dello stesso anno, in Piedimonte d’Alife, per iniziativa del prof. Giovanni Caso, e con l’approvazione del vescovo Luigi Noviello, viene istituita l’Opera Piccola Apostoli, modellata in parte sullo Statuto e sul programma della modenese Fondazione Piccoli Apostoli (che diventerà, nel 1948, Nomadelfia) di don Zeno Saltini.
Il 25 febbraio del 1946 il prof. Caso, che sarà eletto, soprattutto per il consenso popolare ottenuto con la istituzione dei Piccoli Apostoli a Piedimonte, nella lista della D.C. all’Assemblea Costituente nelle votazioni del 2 giugno dello stesso anno, comunicava a don Zeno che l’Opera di Piedimonte dai 30 allievi iniziali del 1° settembre 1944 ora ne assisteva 470.
Il 15 settembre ’46, intanto, iniziava le sue pubblicazioni, che dureranno due anni, il quindicinale “Libertas”, come organo della D.C. dell’Alifano, stampato nella tipografia “La Bodoniana” di Piedimonte, e diretto dal ventitreenne insegnante Franco Cobianchi, che sarà, poi, segretario politico provinciale della D.C. dal 1975 al 1980.
Dopo qualche mese dall’elezione a deputato, l’on. Caso può assicurare don Zeno del buon andamento dell’Opera. Molte porte gli sono state aperte, e può scrivergli in data 25 maggio 1947: “L’Opera Piccoli Apostoli di Piedimonte d’Alife va avanti discretamente con tre oratori (uno per ogni parrocchia) e così pure per i vicini paesi di Alife, San Gregorio, Gioia, S. Angelo, Prata Sannitica. Viene somministrata la pietanza calda al mezzogiorno, con i generi che ci fornisce l’U.N.R.R.A.. La Scuola Artigiana è allocata nei locali dell’Edificio Scolastico e contiene un centinaio di ragazzi. E già il secondo anno che presso di essa è istituito un corso per meccanici generici”.
Gli stanziamenti governativi per l’Opera, ora, non mancano. Scrive ancora l’on. Caso il 27.8.1947 ad un collaboratore di don Zeno che si lamentava per la poca attenzione dei governanti nei confronti dell’opera Piccoli Apostoli modenese “Condivido le vostre lagnanze ma … il già ottenuto … è sempre qualcosa di fronte alla trascuratezza dei passati governi anticlericali. Io ho una fiducia angelica negli on.li De Gasperi e Andreotti i quali sapranno ben superare le pastoie burocratiche per compiere un’opera di carità sociale”.
Il 18 aprile del 1948 Giovanni Caso, candidato al senato, avrà a Piedimonte il 78,21% dei voti, trascinando col suo ottimo risultato quello democristiano della camera dei deputati del 72,24%; mentre nel settembre del 1947 al comune di Piedimonte si era dimesso, ufficialmente per motivi di salute, il sindaco Francesco Gaetani, ed era stato eletto in sua vece il prof. Angelantonio Caso.
Giovanni Caso, quindi, eletto senatore può continuare a curare ancora meglio la sua “Opera Piccoli Apostoli”, che divenne sempre più una sicura fonte di consenso elettorale anche perchè ha trovato ad Alife un collegamento molto serio nel sacerdote don Pasquale Panella, fondatore, in qualità di Piccolo Apostolo, di un “Opera” collaterale a quella di Piedimonte, denominata “Le R.O.S.E. dell’Ausiliatrice”, e, dal 1949 al 1954, di un periodico mensile denominato “L’Eco dell’Ausiliatrice”.
Ed è soprattutto questo sacerdote che guiderà la ricostruzione materiale e morale di Alife e che collaborerà ad organizzare la sez. della D.C. locale, portandola alla vittoria in diverse elezioni amministrative e politiche del dopoguerra, assumendosi talvolta la responsabilità di tenere direttamente comizi in piazza. Anche se, per comprendere il forte recupero delle destre (43% dei voti validi) verificatisi al Alife nelle elezioni del 18 aprile ’48, oltre l’ottima tenuta della D.C., che prenderà il 48% dei voti, mentre alle sinistre andrà solo l’8% dei consensi, non va trascurata la candidatura di un insegnante locale nella lista del Blocco Nazionale ed il ruolo che ebbero gli Alifani d’America che si erano riuniti in un potente sodalizio chiamato “Alife Society of America” che, il 22 febbraio del 1948, proprio alla vigilia delle prime elezioni politiche dell’aprile del 1948, inviò ai cittadini di Alife, tramite l’Amministrazione Comunale, un manifesto da pubblicizzare dove, tra l’altro, si legge: “Seguendo ansiosamente gli avvenimenti politici che avvengono in Italia, sentiamo il dovere di rivolgere a voi… un appello, acciocché nelle prossime elezioni politiche nazionali che si terranno in Italia, con il vostro voto possiate portare la sconfitta dei candidati del Partito Comunista che vogliono allontanarvi dall’amicizia sincera e fraterna degli Stati Uniti d’America per soggiogarvi a quella dittatoriale della Russia Sovietica. Il popolo americano, di cui noi ci onoriamo di far parte, è pronto a darvi quell’aiuto che vi metterà in condizioni di riacquistare la vostra libertà politica e commerciale e riprendere nel mondo il posto di grande nazione”.
In una corrispondenza del 14.6.1948 l’on. Caso, intanto accogliendo una richiesta di don Zeno, che proprio in quell’anno aveva trasformato l’Opera Piccoli Apostoli in Nomadelfia (termine derivato dal greco che significa “La fraternità è legge”), è pronto a creare una Nomadelfia anche a Piedimonte su una superficie considerevole di terreno.
Ed il 19 marzo 1949, Giovanni Caso, a proposito dell’assistenza pubblica all’infanzia abbandonata o in difficoltà, proporrà al senato un ordine del giorno dove elogerà l’opera benefica già svolta nel campo dell’assistenza sia privata che pubblica, ma inviterà il Ministro dell’Interno a voler proporre al Parlamento opportune norme sull’unificazione dell’assistenza ai fanciulli, tenuto conto come egli scrive: “che a questi … occorre soprattutto il caldo affetto della famiglia del sangue e, ove questo manchi, sostituirlo con i matronati”.
Così le convinzioni di don Zeno, attraverso Giovanni Caso ed altri senatori, riecheggiarono in Parlamento.
Ma il 22 marzo del 1950, nuove e strane notizie giungono al senatore Caso, che insieme ai senatori Riccio e Medici interpelleranno il Presidente del Consiglio dei ministri ed il ministro dell’interno, “per conoscere se risponde a verità quanto è pubblicato dalla stampa quotidiana circa la vendita all’asta pubblica dei beni mobili di Nomadelfia ed in caso affermativo quali provvedimenti intendono adottare di urgenza per evitare lo scempio della dissoluzione di un’opera altamente sociale …”.
La crisi di Nomadelfia del 1950 coinciderà con la nascita di seri problemi anche all’Opera Piccoli Apostoli di Piedimonte, e con l’inizio del declino politico di G. Caso.
Il 14 settembre del 1950 l’on. Caso comunicherà a don Zeno di aver richiesto al Vescovo della Diocesi di Alife, Giuseppe della Cioppa, l’autorizzazione a prendere contatto con i Salesiani di Caserta.
Don Zeno non sarà d’accordo sulla decisione dell’on.le Caso e lo inviterà, il 22.5.50, a rifiutare le proposte dei Salesiani ed a fondare anche a Piedimonte, senza indugio, Nomadelfia. Si impegnerà a portare personalmente un sacerdote P.A. a Piedimonte, che potrebbe fermarsi per fondare Nomadelfia. Ma, in verità il rapporto tra i due non era più quello di una volta, per un’imprevista caratterizzazione politica che don Zeno diede alla sua vita ed alla sua opera.
Don Zeno, nel febbraio del 1950, aveva creato, infatti, un movimento politico nuovo: “Il Movimento della fraternità umana”, che proponeva una vera democrazia diretta e l’abolizione di ogni forma di sfruttamento da parte del capitale privato e dello Stato. Aveva tenuto una serie di discorsi in tutta la provincia di Modena, a Torino, a Milano, a Siena, a Brescia, a Verona, a Mantova, a Ferrara e a Reggio Emilia, creando molti entusiasmi intorno al suo progetto; mentre le forze politiche del governo e gli ambienti ecclesiastici cercavano, invano, di fermare la sua iniziativa. Per questo il governo aveva bloccato ogni aiuto per Nomadelfia, che, perciò, entrerà in una profonda crisi finanziaria. Ed il 5 febbraio 1952, il S. Ufficio ordinerà con decreto a don Zeno di lasciare Nomadelfia e di mettersi a disposizione del proprio Vescovo. Nel decreto si preciserà che una commissione farà fronte alle passività, e che, a Nomadelfia, saranno inviati i Salesiani. Don Zeno ubbidirà. Forse non fu una semplice coincidenza il fatto che anche l’on. Caso si fosse rivolto ai Salesiani per portare avanti l’ “Opera” a Piedimonte. Il 28 settembre del 1950 Giovanni Caso scriverà: “Mio caro don Zeno …. Io ci tengo a dirti che mi sono rivolto a loro (ai Salesiani) sapendo di far bene perché ai P.A. Piedimontesi mancava e manca l’assistenza religiosa”.
La corrispondenza tra i due divenne sempre più laconica.
Nelle elezioni amministrative, intanto, del 25 aprile del 1952, a Piedimonte si registra in tutte le liste un ampio ricambio dei candidati, dei 48 del 1946 saranno ricandidati solo 8. La lista della D.C. avrà il 47,56% dei voti, e 16 seggi; la lista Rinascita, di sinistra, il 27%, con 2 seggi, e quella del P.N.M. e M.S:I. il 25,14%, con 2 seggi. Ormai la D.C. mostra una notevole capacità d’attrazione, mentre la destra, con la quale si schiera il già ricordato conte Antonio Gaetani, come era avvenuto in molti comuni del Sud, riesce a contendere alla Sinistra la conquista della minoranza. In questa occasione viene rieletto sindaco l’avv.Vincenzo Cappello, che, disgregatosi il Partito Democratico del Lavoro nel 1947, diventa nello stesso anno presidente del Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano, e successivamente Presidente della locale Banca del Matese, mentre si avvicinava sempre più alla D.C., al quale partito il figlio Dante (il cui ruolo nelle vicende politiche ed amministrative sarà, nei decenni successivi, molto incisivo non solo sul territorio alifano-matesino, ma di tutto il casertano), dopo aver militato nel partito d’azione, già aveva aderito, e col quale era stato eletto, nell’ottobre del 1946, nel consiglio comunale di Alife. Ma altre difficoltà dovrà affrontare ed altre umiliazioni dovrà subire l’on. Caso. Non ultima quella di non essere ricandidato senatore nelle elezioni politiche del 1953, quando sarà sostituito, soprattutto per volontà di Amintore Fanfani, come rappresentante della D.C., dall’on. Giacinto Bosco, nel sicuro collegio di Piedimonte d’Alife-Sessa Aurunca. L’on. Bosco, già eletto senatore nel 1948 nel collegio di S. Maria Capua Vetere - Aversa con il simbolo dello stemma civico della sua città natale S.Maria C.V. in una coalizione di monarchici, missini e democristiani di destra, si era distinto nel corso della difficile legislatura 1948 -1953, dopo essere passato dal gruppo misto a quello della D.C., nei dibattiti parlamentari e negli incarichi internazionali che gli erano stati affidati.
Ed al fine di chiarire come sia comparsa la figura dell’on. Giacinto Bosco sullo scenario politico dell’alifano-matesino utile appare l’intervista comparsa sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 ottobre 2001, a firma del giornalista Angelo Agrippa, al sammaritano onorevole Giuseppe Santonastaso, tra l’altro, si legge: “ … il padre di Giacinto Bosco, il medico condotto Manfredi, era molto amico di mio padre, uno dei primi marescialli dei carabinieri di origine meridionale, arruolato nel 1895. Fu mio padre a chiedermi di favorire l’ingresso di Bosco nella D.C..
Ma l’on. De Michele, parlamentare sammaritano, si oppose, con lui un altro leader politico di allora, Piscitelli, di Cervino. Bosco non la spuntò; tanto che nel ’48 si presentò con una lista civica avente per simbolo, anche una corona. Insomma arrivò il ’52 ed io, da vice segretario della sezione della D.C. di S. Maria C.V., promossi un altro tentativo contro il mio amico segretario di sezione. E così l’iscrizione di Bosco fu accettata per un solo voto”. Però, alle elezioni del ’53, l’on. Bosco venne eletto a Piedimonte e non nel collegio di S.Maria, dove si ritenne di doverlo punire del tradimento politico facendolo scendere dal 59,03% di voti presi nel 1948, al 29,05%.
Così come, per la comprensione dei personaggi e degli avvenimenti politici degli anni successivi, importante, credo, uno dei ricordi di un simpatico retroscena elettoralistico raccontato dall’on. Dante Cappello e pubblicato sempre sul “Corriere del Mezzogiorno” al giornalista Agrippa il 18 luglio del 2001: “… don Giacinto in campagna elettorale girava con la tuba in testa per i paesi dell’alto casertano e parlava di politica estera. Io lo richiamai e gli dissi : …. don Giacì, ma se continuate così, qui che sono tutti contadini, non raccogliete nulla. Fate come me: dispensate saluti, date pacche sulle spalle e abbiate un po’ di attenzione per i bambini … L’indomani mi recai a casa sua, a S.Maria C.V.. Aveva i polsi gonfi e coperti da impacchi di liquido vegetale: aveva stretto troppe mani”.
Non va trascurato, ma è tutto da approfondire, poi, il ruolo che hanno avuto nella candidatura e nei positivi risultati elettorali dell’on, Bosco nel collegio di Piedimonte-Sessa delle due logge massoniche di Piedimonte: la “Ercole d’Agnese” e, l’altra, “I figli del Matese”, che, interrotte le loro attività durante il Fascismo, si ricostituiranno nell’immediato dopoguerra. Va segnalata in particolare la presenza nell’ambiente massonico piedimontese negli anni cinquanta dell’agronomo Alfredo Carfì che allora svolgeva la sua attività professionale nel Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano, diventato nel ’47 completamente autonomo.
Alfredo Carfì era un massone, che già inviato dal Fascismo al confino perché, sebbene segretario politico del partito fascista di Avellino, e, poi, federale della stessa città, aveva tenuto nascosto la sua appartenenza alla Massoneria, e che lasciò tanto rimpianto, soprattutto nell’ambiente massonico locale, che, alla sua morte avvenuta negli anni sessanta, nascerà una loggia che porterà il suo nome.
Intanto nella competizione elettorale provinciale del ‘52 sarà eletto il democristiano Paolo Farina, nativo di Alife e figlio del già citato pubblicista locale Pietro, anch’egli notoriamente massone. Paolo Farina nel comune di Piedimonte sarà superato, soprattutto per motivi campanilistici, dal candidato del M.S.I. e P.N.M, dal già citato conte Ugo Gaetani, che sarà, come già ricordato, anche eletto.
Solo il 12 settembre del 1954, all’on. Caso, intanto, venne dato l’attesa notizia che dal mese successivo i Salesiani sarebbero giunti a Piedimonte per iniziare le loro attività presso l’Opera dei Piccoli Apostoli, che da due anni aveva preso ormai il nome di Opera Sociale Ragazzi di Don Bosco.
Ma ormai il ruolo politico di Giovanni Caso nel territorio alifano-matesino si era concluso inesorabilmente.
Così a Piedimonte se terminerà la storia dell’Opera Piccoli Apostoli, ed inizierà quella della presenza dei Salesiani, la vicenda umana di Giovanni Caso si concluderà definitivamente il 9 aprile del 1958.
Il fondatore dei Piccoli Apostoli a Piedimonte morirà stroncato da un infarto, nel teatro cittadino Mascagni, mentre svolgeva un comizio per le elezioni politiche del maggio 1958, nel quale intendeva dimostrare soprattutto di non aver mai abbandonato i suoi ideali democratici e cristiani, anche se il non essere stato candidato senza giustificati motivi politici nel 1953, lo aveva indotto, poi, a sposare la causa del P.M.P.
L’episodio della tragica morte di Giovanni Caso viene raccontato così da mons. Espedito Grillo nella già citata intervista del 1973: “gli venne un infarto mentre faceva un comizio contro la Democrazia Cristiana … Certo che lui non doveva cambiare partito, si mise con i monarchici. E io gli dissi: “Onorevole questo tradimento non dovevate farlo in nome di Don Zeno”. Dice: “Mi hanno costretto!” - “Mah !”. E alla sera che, dove aveva spiegato in teatro il perché era uscito dalla Democrazia Cristiana, un infarto, arrivò a dire la parola “Scusate …” e cadde a terra morto.”
E mentre il già uscente senatore Giacinto Bosco nel 1958 veniva confermato, riuscendo primo eletto del gruppo democristiano della Regione Campania, ottenendo a Piedimonte il 49,90% dei voti (nel 1953 aveva raggiunto il 38,50%), la lista del P.M.P. per l’elezione della Camera dei deputati, otteneva il 14,64%, soprattutto perché era candidata la signora Masella Maria, moglie di Giovanni Caso, che raccolse, su 762 voti di lista, 655 preferenze. Così, mentre la nuova era politica, simboleggiata soprattutto dalla figura di Giacinto Bosco, che si affermava e consolidava, per il suo spessore culturale e politico, sempre più a livello nazionale oltre che nel collegio senatoriale alifano-matesino e sessano, la vicenda umana e politica di Giovanni Caso con le sue luci e le sue inevitabili ombre definitivamente veniva consegnata alla storia.

LA VOCE DEL MATESE - 4 febbraio 2002

La “piccola” opera di Don Zeno
di Giovanni Guadagno

Ai primi di maggio del 1944, don Espedito Grillo, parroco del seicentesco Santuario piedimontese dell'Annunziata, chiese ad un sacerdote di Napoli di sua conoscenza, don Miranda, di cercargli un buon predicatore per il Novenario da tenersi in preparazione della festa del 16 maggio, in ricordo dell'Incoronazione della statua della Vergine Immacolata del 20 maggio 1894.Monsignor Grillo cercava per il Novenario di quell'anno un buon predicatore almeno per due motivi. Il primo, perché le chiese di tutta la Diocesi, dopo le terribili violenze belliche che nell'ottobre dell'anno precedente avevano devastato il territorio alifano - matesino, si sentivano impegnate più che mai a guidare le comunità locali e a sostenerle nella difficile opera di ricostruzione materiale e morale. Lo stesso vescovo, Luigi Noviello, aveva proclamato il 1944 "Anno Giubilare" ed aveva stabilito che l'inizio di esso dovesse coincidere con la festività dell'Incoronazione dell'Immacolata, dando così alla festa di quell'anno un particolare significato. Intanto don Miranda aveva scelto come "buon predicatore" don Zeno Saltini.
Racconta in un'intervista del 1973 il parroco Grillo: "Don Zeno si presentò più o meno magrino, con una sottana più o meno malandata, senza colletto, con un fazzoletto legato al collo, con una fisarmonica ed iniziò il Novenario". Ed aggiunge: "Fin dalla prima sera, mi accorsi che più che oratore classico, cioè quegli oratori roboanti, con parole roboanti e con enfasi, era piuttosto un conferenziere "oratore", cioè sotto questo aspetto annunziava e spiegava simpaticamente il Vangelo, la giustizia. Prima di quel Novenario - racconta sempre il parroco Grillo - la sua chiesa era "deserta di uomini". C'erano solo donne…; ma quando già dalla prima sera del Novenario don Zeno parlò di giustizia, in maniera così originale, così attraente, e vorrei dire così nuova…allora i comunisti subito dissero: "E' venuto un predicatore comunista!". I democristiani subito dissero: "E' venuto un ribelle!". I liberali dissero: "Deve essere mandato via!". Gli altri partitini, il Partito d'Azione specialmente: "Tutti i preti devono dir questo…!" Don Zeno imperterrito continuava ogni sera. Finché una sera uscì a parlare sulla giustizia che non può prescindere dalla religione, e la religione che non può prescindere dalla giustizia…". Racconterà il prof. Giovanni Caso, allora docente di medicina del lavoro all'Università di Napoli e poi deputato alla Costituente e senatore dal 1948 al 1953 che, nell'ascoltare don Zeno sentì "una folgorazione…una scossa allo spirito addormentato in vecchie formule e in astratti preconcetti morali e sociali". Allora nessuno sapeva a Piedimonte che quel sacerdote venuto da Napoli per predicare durante il Novenario, in realtà proveniva dal modenese, dove aveva fondato a vantaggio di ragazzi privi di genitori o abbandonati, l'Opera Piccoli Apostoli e che, per aver esaltato l'armistizio dell'8 settembre del 1943, i Tedeschi avevano stabilito un premio di mezzo milione per chi lo avesse trovato "vivo o morto". Don Zeno rimase solo qualche mese a Piedimonte, ma già nel settembre del 1944, per sua sollecitazione, sotto gli auspici del Vescovo e per volontà di Giovanni Caso, nacque anche a Piedimonte la benemerita Opera Piccoli Apostoli con collegamenti in quasi tutte le parrocchie della Diocesi, alla quale aderivano laici e sacerdoti. L'Opera si distinse per le numerosissime iniziative a favore dell'infanzia più svantaggiata socialmente ed economicamente. Rimase in vita fino al 1953, quando il suo fondatore, non riuscendo più a sostenere un'Opera diventata per lui eccessivamente onerosa e difficile da gestire, ritenne di affidare tutte le straordinarie ed efficienti strutture ormai costruite, i beni e centocinquanta ragazzi interni ancora assistiti dall'Opera, all'ordine dei Salesiani di San Giovanni Bosco.

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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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