Pagina principale di riferimento: Fonti per la storia del brigantaggio preunitario e postunitario in Terra di Lavoro (1750-1870), a cura di Armando Pepe.
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Capo 6
ULTIMO FATTO DEL VECCHIO BRIGANTAGGIO
Paragrafo 1
Già si è veduto come intorno all'anno si gittarono anche per le montagne Pietro Innocenzo Di Legge, e Pietro Lavinia, ai quali poco dopo unissi ancora Crescenzo Casale, tutti e tre nostri compaesani. E nel capo medesimo si è accennato eziandio qual debba essere stata la cagione di sì iniquo divisamento.
Ora in questo aggiungere dobbiamo alcune altre cose, le quali in vero studio abbiamo lasciato di notare ivi alfine di trattarle nel capo presente ciò per la ragion che andando esse in certo modo collocate coll'ultimo fatto accaduto l'anno, e che per così dire chiuse e pose fine all'antico brigantaggio, si debba in tal modo un'idea più esatta di quando fu operato da' medesimi, e della loro fine infelice.
Paragrafo 2
Dee dunque sapersi che dopo la uccisione del Pomodoro non si ristettero essi, ma seguendo mai sempre il loro mal talento cercarono anche render inutili le ricerche dalla giustizia che per verità nulla lasciava intentato per averli nelle mani.
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Ma il loro mal animo e per meglio dire il loro odio crudele ond'erano fieramente dominati, mostrossi soprattutto contro del più volte nominato Carlo Antonio Cardinale ove del sindaco attuale Francesco Mario, e del di lui fratello Ferdinando e degli altri loro cugini, siccome quello ch'era tenente (sebbene in quel tempo ritirato con la pensione) de' così detti fucilieri stanziati in questo nostro paese per inseguire e distruggere il brigantaggio, denominati perciò Soldati de' monti.
A costui dunque divisarono di torre la vita. E a fine di sorprenderlo e averlo più facilmente nelle mani, così levarlo tosto dal mondo, si rinchiusero essi e si tennero per qualche tempo rimpiattati nella seconda casetta del summenzionato Rosario Mansillo, posseduta attualmente da' di lui eredi, la quale rimane nell'antica strada che dalla Chiesa Rurale delle Spiagge mena tuttora a Cagnasino, alla strada consolare e agli altri luoghi del nostro Agro.
Da questo loro iniquo disegno non potevano i medesimi andar ingannati e il Cardinale o un giorno o l'altro dovea necessariamente cadere fra i loro fieri artigli se Iddio per l'intercessione della Santissima Vergine di cui era estremamente devoto, liberato non lo avesse dalle loro mani. Poiché essendo egli usato recarsi spesso in un suo pantano sito nel luogo detto Cicerone attualmente diviso e posseduto da' suddetti suoi nipoti figli dei suoi figli Pietro e Luigi, sempre o quasi sempre
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batteva la detta strada e giunto alla casetta attualmente posseduta da Giuseppe Antonio Rizzi du Michele, ch'è l'ultima nell'andare all'ingiù, e la prima nel salire in paese, e ove in quel tempo dietro la medesima dal lato orientale eravi una scorciatoia che direttamente scendeva nella sottostante strada di cagnasino, il medesimo calzava per la stessa, e recavasi nel suddetto pantanello. Nel giorno adunque che i mentovati briganti eransi nascosti nella casetta del Mansillo, o qualche giorno dopo il Cardinale di buon mattino erasi al solito mosso di paese per ridursi in detto pantanello.
Giunto innanzi alla Chiesa della Santissima Vergine delle Spiagge il medesimo si levò il cappello di capo per salutare la madre di Dio, siccome è uso di è fatto sempre e si anche al presente da tutti di questo nostro paese, i quali passando non solamente innanzi a questa, ma a qualunque altra chiesa o Cappella con molta edificazione fanno questo atto di riverenza e quasi tutti recitano eziandio la salutazione angelica e le donne fannosi anche il segno della croce.
Il Cardinale era tutto con capo scoperto tenendo il cappello in mano, e avea appena voltato strada per proseguire il cammino per la strada che abbiamo detto, quando all’improvviso dalle finestre della summenzionata casetta sentissi scaricare addosso tre colpi di archibugio, che dovevano senza dubbio stramazzarlo a terra e renderlo all’istante freddo cadavere; ma per l’intercessione della Vergine non ne riportò che una ferita alla spalla destra.
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Ciò però nonostante il medesimo non si perdé di coraggio. Così ferito com'era, in luogo di fuggire prendendo la volta del paese, come avrebbe fatto ogn'altro, il medesimo proseguì il viaggio per la stessa strada passando anche sotto della casetta d'onde erano partiti i colpi e dovea supporre vi fossero tuttora i suoi nemici e giunto alla casetta dei Rizzi in luogo di prendere la scorciatoia proseguì il cammino avviandosi verso il giardino de' Parisella ove giunto voltò strada prendendo quella che gira intorno alle falde del monte ove rimane situato il paese, e che mena a Porta San Vito dandosi tutta la fretta di entrare in esso onde affin di chiamare la forza. Ma questa forse anche prima il medesimo fosse arrivato avvisata di già da altre persone o tiratasi anche dal rumore de' fucili scaricati in quell'ora com'anto incompattta; se non era uscita, stava già in procinto di uscire di paese.
E difatti i suddetti tre briganti, i quali dopo di aver sparati i colpi eransi partiti dalla preda, che credevano avesse presa la stessa volta (ed erano forse stati impediti dal vederlo proseguire il cammino dal fumo delle fucilate) giunti sotto la casa dei Vicini detta sotto il Palazzo s'incontrarono i medesimi in detta forza, con la quale si scambiarono diverse fucilate. In tale circostanza però mancò non rimanesse vittima Luigi Rizzi fu Tommaso, il quale a detta dei vecchi ebbe ad uscire salvo per essersi il medesimo riparato dietro dell'angolo orientale della Chiesa
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di S. Rocco, in quel luogo cioè ove precisamente trovasi innalzato il campanile della medesima. Ma la forza nulla poté ottenere, giacché i briganti dopo aver così accanitamente scaricato le fucilate contro la medesima, prese tosto la volta de' monti, e scomparve all'istante da' loro occhi.
Paragrafo 3
Alquanti giorni dopo dell'accaduto il Generale Cancelliere che risiedeva in Fondi per la direzione delle forze contro del brigantaggio, da spia sicurissima venne a sapere che i suddetti malfattori eransi tutti e tre ridotti nella casetta dei Centola denominata il Montano sita nella casa de' medesimi alle falde del Monte Arcano detta anche della Rocca nella contrada Ponte San Marco, la quale presentemente è posseduta dal summenzionato D. Ferdinando Cardinale uno de' nipoti del sullodato Carlo Antonio, e ove tenevasi ricoverato e ivi stesso stavano attendendo da un manutengolo di Monticelli del pane ed altre provvisioni necessarie. La cosa era verissima, ma la spia in parte fu in errore, poiché infatti non vi erano che Pietro Di Legge e Crescenzo Casale, mentre Pietro Lavinia se ne stava ricoverato nel detto luogo detto Ventarola sopra il monastero di San Magno.
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Non vi volle altro perché il detto Generale riunisse tosto tutte le forze non solamente di questo nostro paese, ma di Fondi ancora, di Lenola, Pastena, Sonnino e Terracina. Recatesi queste nel luogo suddetto circondarono tosto il Montano, e alla porta di esso vi posero per sentinella Giovanni (Crisostomo Clemente Maria) fu Ireneo, di cui abbiamo parlato al succitato capo. Il suo figlio tuttora vivente Luigi Pernarella ci narra che il padre in detta circostanza volle andare egli colle forza in luogo del figlio, affine di liberarlo da qualche gravissimo male e anche dalla morte che il medesimo senza dubbio dovevagli avvenire stante la sua poca età e molto più la sua inespertezza in caso toccato gli fosse di doversi mettere a fronte con tal razza di gente, quali erano i briganti consumati nella malizia, e in ogni sorta di misfatti. L'evento verificò ben presto la previsione del vecchio padre. Disposto adunque le forze nel mondo che si è detto, i briganti vedendosi così tutto all'improvviso assalir dalla forza, ebbero a trasalire di paura e spavento, ma il Casale perdendosi forse di coraggio, e, come è altresì credibile, nell'impotenza di opporre una valida resistenza deponevano anzi ogni speranza di salvezza, volle rimanersene così come se ne stava vicino al fuoco, quando al contrario il Di Legge ai primi rumori corse difilato a porsi dietro la porta.
Alcuni della forza entrati di dentro tutto di botto, e già alquanto inoltrati erano già per iscagliarsi contro del Casale onde farlo.
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prigioniero, il Di Legge non avvertito da essi uscì subitamente fuori dandosi a precipitosissima fuga.
Allora il Pernarella in luogo di sparargli contro, trovatosi forse confuso come egli è più da credersi, non poté far altro che lanciargli contro due colpi di baionetta che teneva in punta dal suo fucile, i quali non furono privi totalmente di effetto, poiché ebbe lo ferito gravemente ne' testicoli e nel braccio destro in quello che il suddetto Di Legge cercando anch’egli di difendersi, con il coltello che pur teneva in mano e disperatamente dimenava da una parte e dall’altra, ebbe anch’esso fatto al Pernarella due ferite, l’una alle labbra squarciandogli sforatamente la bocca e l’altra al braccio sinistro.
Dopo di che al Di Legge venne anche fatto di sottrarsi alla forza essendosi gettato a nuoto nel prossimo fiume S. Vito, ove essendogli stato stagnato dalle acque fredde il sangue delle sue ferite e correndo a tutto possa per esse, egli riuscì di raggiungere e trovare il suo compagno Pietro Lavinia ch'era tuttavia alla Ventavola.
Il Casale venne però dalla detta forza tradotto in Fondi, e quindi fatto il processo e tutt'altro richiedesi de iure venne condannato a diciassette anni di galera.
Dopo tre giorni poi dall'accaduto andarono a presentarsi in Fondi dal suddetto Generale Cancellieri il Di Legge e Lavinia, dal quale furono posti in prigione, e stando ivi finirono presto la loro vita morendo il
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primo morendo per le ferite ricevute, dell'altro poi neppur si conosce se il processo fosse stato espletato. Lo stesso Luigi Pernarella mi narra che egli medesimo incontrò per la strada di Fondi i suddetti due briganti Di Legge e Lavinia nel recarsi che questi facevano colà per presentarsi, che fu nel giorno stesso che anche egli recavasi nella stessa città affine di supplicare il suddetto Generale ad assegnare al padre ferito un qualche giornaliero sussidio, finché fosse guarito, lo che fu gli subito accordato avendogli assegnato carlini tre al giorno, quali furono puntualmente pagati per lo spazio di mesi tre in cui il Pernarella fu costretto a giacere in letto e tenersi cautelato in casa onde riaversi de' mali sofferti.
Paragrafo 4
Terminatisi dal Casale gli anni della pena, il medesimo non poteva avere la libertà se prima non trovavasi uno che garantito si fosse per lui, il quale dovesse poi rispondere al governo di qualunque altro inconveniente avesse commesso in seguito: il medesimo. A ciò obbligossi il sindaco allora D. Pietro Cardinale, figlio del suddetto Carlo Antonio. Lo che quanto torna ad onore del medesimo soprattutto per aver dato a dividere quanto stessegli a cuore il precetto Evangelico della dilezione de' nemici, e per ciò dimostrò non aver il medesimo
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covato mai in cuore, o almeno deposto da gran tempo l’odio contro del Casale per la grave ingiuria recata al padre suo, altrettanto serve di onta e di esecrazione al Casale medesimo e di scuola altresì ai posteri che con tal razza di gente camminar si dee cautamente; poiché il più delle volte mentre è per loro un gran bene, anzi un atto di carità il farli magrire nelle galere, il cavarneli fuori è piuttosto crudeltà, e non rade volte non serve a procacciar ad essi ed altri materia di disturbi e di dispiaceri senza fine. Se così avesse fatto il Cardinale avrebbe risparmiato tante ansietà e disturbi per sé e per la famiglia, tanti dispiaceri alla patria, e al garantito la sua rovina e dannazione eterna.
E che la cosa sia stata così lo mostrano chiaro gli avvenimenti che non poterono essere più tragici e dolorosi. Tornarono infatti il Casale in patria, e postosi a garzone sotto di Amadio Pernarella, di cui si è toccato parlare sul finire del capo precedente, fece tosto conoscere quanto sia vero il proverbio che il lupo cambia il pelo, ma non già il vizio.
Non andò quasi che accese un gran fuoco di disordine e di confusione nella sua stessa famiglia minacciandone e di confusione nella sua stessa famiglia minacciandone di tutti e sovra ogni altro disturbando il suo germano Cherubino a cagione delle divisioni ch’egli dicea non essere state esattamente eseguite. Vi son tuttora Monticellani che attestano averla più volte veduto nel mentre che lavorava ne’ campi, alzarsi con la mano o
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altro far de' segni e gesti, e di anche delle parole in vista e contro delle carrozze che passavano per la sottostante strada, che recavansi da Napoli a Roma o viceversa; gesti e parole che dimostravano abbastanza l'animo e la volontà che avea di assassinarle ove non fosse stato trattenuto da qualche ostacolo che glielo impediva per allora, ma che non avrebbe mancato di farlo in appresso.
Il che verificossi ben presto, poiché non molti giorni dopo la sua liberazione dalle galere il medesimo gittossi nuovamente per le macchie avendo tirato seco due altri nostri paesani.
Il primo chiamavasi Vincenzo Andrea Busseo figlio di Francesco Antonio fu Tommaso, di Fortunata fu Luca Di Legge, germano del tuttora vivente Mattia, nato addì 13 gennaio 1814. L'altro era Onorato Antonio Rizzi nato addì 2 marzo 1812 figlio di Salvatore Rizzi fu Giovanni Battista e di Maria Francesca fu Genesia Genesio Barlone, il quale Salvatore era anche il pubblico banditore chiamato "il mandatario," al quale uffizio e succeduto e tienlo presentemente l'ultimo de' suoi figli per nome Domenico.
Domenico Onorato Antonio era anche accusato di aver per moglie Maria Rosa fu Barnaba Canale, dalla quale avea anche avuta una figliola per nome Maria Grazia.
Questo gettarsi del Casale e de' mentovati compagni nuovamente per le macchie successe il disastro.
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Paragrafo 5
Ma non erano passati ancora molti giorni che tutti e tre andavano vagando per nostri tenimenti, che inaspettatamente i medesimi s’incontrarono con Raffaele Colantonio, il quale scappato dalle carceri anch'egli ridotto si era negli stessi tenimenti, ed erano più anni ancora che tenevasi cautelato e guardigno, e per aver combinato il primiero vestimento in quello di pastore, era lì fino allora riuscito sottrarsi alle ricerche della giustizia che continuamente inseguiva, siccome quelli che tanto premeva al governo e contro del quale aveva anche cacciato il taglione.
In sulle prime il Colantonio non conosciuto da essi ne anche egli si dié così di botto a farsi conoscere dai medesimi per tema senza dubbio di dover un giorno o l’altro venir tradito dagli stessi e così incappare incautamente in quel lacciuolo, da cui fino all'ora si fortunatamente era scampato. Non andò però quasi che il Colantonio scoperto pienamente il disegno de' suoi compagni, e soprattutto essendosi accertato della loro lealtà inverso di sé, non esitò per un momento a scoprire loro tosto che egli fosse, e per la malnata passione che populavagli tuttora in cuore di vivere ai danni altrui, non dubitò altresì di associarsi eziandio ai medesimi.
Frattanto incominciò a correr voce in paese che in luogo di tre eransi veduti quattro, e la cosa andò tant’oltre che recossi in paese il giudice di Fondi
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un certo Martini onde formarsene processo, e nel tempo istesso vedere eziandio se dato gli fosse di poter scoprire il quarto, che da molti affermavasi pure essere stato veduto.
A tal fine furono chiamati e interrogati dal suddetto giudice, ma con tuttociò non fu possibile il sapere chi egli fosse. Il luogo poi ove suddetti quattro briganti soleano ridursi di giorno, e aprendersi il necessario riposo la notte, era una grotta nella contrada detta Fasanà la quale e per essere in quel tempo circondata d'ogni intorno da alberi e da cespugli e molto più per avere l'apertura assai maleagevole e impervia a sguardo umano, rendevasi assai adatta a' loro disegni e alla sicurezza di loro persone.
Paragrafo 6
Ma stava per isoccecare anche per essi l'ora di por fine ad una vita sì scellerata e sì indegna, ed eccone il come.
Un giorno non si sa come il Casale ch'era il capo di quella comitiva, venne a sapere che fra non molto passar dovea carrozza ricca. Leone ordinò ai tre che fossero andati ad impostarsi nel luogo detto La Valle degli Impisi dietro Portella, e che se ne stessero ivi in attenzione della medesima, mentre egli se ne sarebbe rimasto nella grotta per essere alquanto accagionato
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di salute, e per sopraggiunta incomodato anche nelle gambe. I suddetti ubbidirono prontamente, si portarono al luogo designato, ove giunti stabilirono il Busseo per sentinella che star dovesse in vedetta, e tenerli avvisati d'ogni cosa, ed eglino si ritirarono alquanto più dietro onde non essere visti.
Allora sorse al Busseo il pensiero di abbandonare i compagni e la vita che menava e ritirarsi in paese. Preso pertanto il contrattempo che i medesimi dormivano, o pure che non potesse essere veduto dagli stessi, fuggissi subito da loro. Altri poi dicono che essi dovettero fermarsi nello stesso luogo tre o quattro giorni non avendo potuto ottenere nulla di quel che intendevano. Per la qual cosa il Colantonio disse al Busseo che rimanesse egli in quel posto, mentre egli col Rizzi andar volevano altrove (alcuni dicono verso Lenola) in cerca di altro bottino o ricatto.
Allora il Busseo vedendosi solo, abbandonò il posto, e prendendo la volta del paese e camminando così soletto per monti e per vie poco frequentate, ebbesi tosto ridotto alla casa paterna sita fuori del castello, ove quasi sin al 1864 circa vi ha abitato il detto suo germano Mattia, ma presentemente è tutta dirutta e abbandonata, e ivi rimangono appena le semplici mura.
Ivi giunto si rimpiattò nella stalla, da cui chiamato il mentovato Mattia gl'impose che fosse andato a chiamare l'arciprete Don Nicola Antonio Nanni. Andato questi il Busseo gli scoprì quanto mai di più rilevante
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concerner poteva la comitiva unitamente ancora al luogo ove ridursi soleva la medesima, ed in cui infallibilmente avrebbero potuto ritrovare il Casale e compagni, come pure che il quarto era il Colantonio. Il Nanni poi chiamato tosto il sindaco gli manifestò quanto aveagli detto il Busseo, che anzi tutti e due recavansi dallo stesso sentirono il tutto dalla medesima sua bocca. A tali nuove egli non è a dire qual piacere provato avesse il povero sindaco. Può dirsi che il medesimo in quel momento ritornato fosse da morte vivo, tanto era il dispiacere che aveva fino allora provato.
Di fatti ordini severi e minacce senza fine a lui venivano quasi ogni giorno dal governo ove presi non fossero tutti i briganti dovendo sopra di lui cadere tutta la responsabilità siccome quello che eragli reso garante. Perciò ognuno può facilmente figurarsi in quali apprensioni vivesse il medesimo e in quante maniere trovasse ancora il suo cuore agitato. Oltre a ciò tutte le persone delle rispettive famiglie de' suddetti briganti, delle quali molte sono tuttora viventi, erano mandate giornalmente dallo stesso in cerca de' medesimi con ordini severissimi e fierissime minacce ove ritrovati non li avessero.
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Pargrafo 7
Avuto il sindaco dal Busseo sì consolante notizia, e assicurato il medesimo di non soffrire nulla di male, chiamò tosto Domenico Antonio Gallozzi fu Giuseppe, di cui abbiamo fatto anche menzione, e manifestatogli segretamente ogni cosa per ordine, raccomandandogli a non perdere tempo, e anche in questa circostanza usare la sua bravura dimostrata già altre volte.
Il Gallozzi glielo promise e mantennegli la parola corrispondendo perfettamente ai suoi desiderii. Preso pertanto seco buon nerbo di forza composta tutta di uomini assai sperimentati nel maneggio delle armi, fra i quali primeggiava un certo Tommaso Di Legge nativo di casale o Casalviere di questa nostra provincia di Terra di lavoro distretto di S. Germano, Angelo Tarquinio soprannominato Fasciotta e altri, avviossi con questi al luogo designato sotto la guida dello stesso Busseo.
Ivi giunti senza far punto rumore il Gallozzi distribuì gli uomini in vari punti da lui creduti i più adatti all’uopo. Dopo di che ingiunse al Busseo fosse andato dentro la grotta dove stava il Casale, e in tutto riportato si fosse come reduce dall'uffizio commessogli. Egli poi col Di Legge e qualche altro piantassi innanzi alla bocca della grotta alquanto discosti dalla medesima.
Il Busseo adunque accostatosi alla grotta fece tosto il segno convenzionale, il quale in chi chiamava
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era di battere colle mani due pietre, in chi poi rispondeva consisteva in porsi in dito indice della mano destra alla labbra e in tal modo rinforzando il fiato intorno al medesimo cacciar fuori un suono rauco interrotto e strepitoso nella guisa appunto che usar sogliano i pastori co’ loro armenti ma principalmente colle capre.
Fatto pertanto il detto segno e avutane la risposta il Busseo entrò dentro la grotta. Nel mentre poi che il medesimo fingeva di dare al Casale conto de' compagni e di tutt’altro siccome è facile l’immaginarsi, bello bello andava sempre più allontanandosi dallo stesso e ritornandosi verso quella parte ove le palle non avrebbero potuto offenderlo. Dallo stormire delle foglie secche o da qualche altro movimento incautamente procurato da quei di fuori scosso il Casale, incominciò a temere e sospettare fosse qualcosa di male, perciò rivolto al Busseo gliene dimandò la cagione; ma questi tenendosi sempre sulle scuse e ripieghi andavasi sempre più allontanando come si è detto.
Allora il Gallozzi credendo giunto il tempo opportuno scaricò tosto sopra il Canale il suo fucile, ma disgraziatamente non prese fuoco. Altri dicono che avesse preso fuoco, il colpo fosse realmente uscito, ma che non lo avesse colto. Quello è certo si è che a tal rumore il Casale reso certo della forza cominciò a vomitar bestemmie orrende contro Dio e i suoi santi e
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alzandosi incontanente dal focolare ove sedea corse tosto a prendere anche egli il suo fucile. Ma egli in quello che il medesimo stava già per uscire fuori per fare anch’esso fuoco sopra della forza, il suddetto Tommaso Di Legge gli sparò contro il suo archibugio, ed ebbe tosto steso a terra morto.
Giò fatto il Gallozzi co’ militi entrò dentro e perquisìto ben bene ogni angolo della grotta, e presi tutti gli oggetti, lasciarono dentro il Busseo in attenzione de’ gli altri compagni, eglino poi s’oppostarono di fuori. Ma non passò molto che si videro giungere anche questi. Taluni dicono che non fossero venuti tutti e due insieme, ma prima l’uno e poi l’altro, e che il primo a comparire sia stato il Colantonio. Ma è più probabile il primo, cioè che fatto avessero ritorno alla loro grotta tutti e due insieme uniti.
Avvicinatisi alla medesima, il Colantonio fece solito segno al compagno che stava di dentro da loro creduto il Casale; ma alla risposta si accorsero che era il Busseo. Allora il Colantonio (e forse anche il Rizzi) prorompendo bestemmie o almeno in parole indegne contro la SS. Vergine, e in risentiti rimprocci contro del suddetto Busseo feceli sentire che fatto ne avrebbe le più aspre vendette fino a togliergli anche la vita per aver abbandonato il posto assegnatogli e disertato da essi. Nel mentre che da essi o da un solo dicevasi le suddette parole, il Gallozzi scaricò su di essi un altro colpo di fucile ed ebbe gravemente ferito il Colantonio
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nella pancia. A tal colpo il Rizzi che secondo alcuni erasi tenuto alquanto discosto da quel luogo se ne fuggì dandosi alla più precipitosa fuga. Del che addatosi Angelo Tarquinio gli corse dietro chiamandolo a tutta possa e intimandogli si fosse presentato e non aver a temere di nulla; poiché in caso se non era un giorno sarebbe stato l’altro che anch’egli caduto nelle loro mani, allora sarebbe stato peggio. Ma tali giuste rimostranze del Tarquinio furono tutte inutili e vane, poiché il Rizzi preso dalla più forte paura correva da disperato non sapendo forse neanche egli dove andasse, sicché in sul fare del giorno giunse vicino al ritiro di Terracina (monastero fondato da S. Paolo della Croce e per molto tempo abitato dai suoi religiosi, di poi dai RR.PP. Trinitari Scalzi, e presentemente dai Minori Osservanti di S. Francesco) che rimane un miglio e mezzo circa lontano dalla detta città.
Allora il Rizzi rientrato in sé pensò ai casi suoi e formò il disegno di presentarsi, siccome in effetti eseguì. Poiché calata la montagna del Ritiro, e preso la volta del nostro paese, così pieno di terrore e di paura com'era avviossi per la via dei pantani. Ivi veduto da Giuseppe Pedone padre dei tuttora vivente Gaetano e Francesco Paolo, fu dal medesimo preso e condotto a Portella a Domenico Rizzi commissario di Polizia.
Il fatto tragico della uccisione di Crescenzo Casale e di Raffaele Colantonio accadde il dì… del mese
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del suddetto anno 18 intorno alle ore tre o quattro di notte, ch'è quanto dire poco tempo che la forza giunse nel suddetto luogo La Fasana, che fu appunto intorno all'ora suddetta.
La presentazione poi di Onorato Rizzi successe due giorni dopo. Il Colantonio non morì subito, ma visse sino al dì seguente siccome vedremo più sotto. Dicasi per cosa certa che il medesimo vedendosi colpito gravemente ferito e perciò fuori d'ogni speranza di poter sopravvivere, anzi di non poterla durare a lungo, desse in amari gemiti e in divotissimo pianto, e rivolto ai militi loro dimandasse perché gli avessero fatto tal cosa. Al che i militi stessi non poterono trattenere le lagrime, e accostatisigli tutti intorno gli dimandarono perdono dicendogli che non erano stati essi, ma che avevano dovuto ubbidire alla giustizia e non lasciarono di prodigargli intorno ogni sorta di soccorso che per loro si poteva.
Siccome poi tutto ciò era avvenuto entro i limiti dello stato Pontificio, così il Gallozzi diesse tutta la fretta e premura di estrarne prima di giorno il cadavere del Casale, ed il Colantonio tuttora vivo come si è detto, e introdursi nel Regno. Per la qual cosa [parte illeggibile] fatti chiamare i pastori ch’erano in quei d'intorni, ordinò loro che avessero aggiustate delle pertiche a guisa di bara, lo che fatto fece porre sopra di esse il cadavere del Casale.
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Il Colantonio poi fecelo porre sopra di un mulo a guisa d'un sacco, cioè con la pancia sulla schiena dell'animale. Indi spedito al paese un messo al sindaco che informar lo dovesse di tutto l'accaduto, anch'egli in compagnia de' suoi militi si mosse per la volta del paese medesimo portando seco il Colantonio, e il cadavere del Casale che era portato sulle spalle de' suddetti pastori.
Il sindaco avuta la notizia tutto pieno di giubilo si mosse anch'egli in compagnia di molti altri cittadini alla volta di Portella per andare incontro alla forza, ma nelloscendere dal monte incontrarono presso la detta Chiesa delle Spiagge il capitano Conca che guidava un drappello di gendarmi i quali erano stati mandati da Gaeta in questo nostro paese con tutti i pieni poteri onde far mano bassa sopra tutte le rispettive famiglie de' briganti, e sul sindaco ancora.
Il Conca però udito dal lodato sindaco quanti erasi fino allora fatto, e informato di quanto era accaduto, si calmò, e soddisfatto anzi dell'impegno e solerzia dimostrata da' naturali, volle associarsi ai medesimi recandosi anch'egli al posto di Portella.
Giunta che fu la forza a Portella, il Colantonio fu inviato a Itri ove era nato, ma il cadavere del Casale fu trasportato nel nostro paese e collocato in mezzo della piazza sopra La Pietra del pesce, ove ad esempio e terrore di tutti rimase esposto tre giorni.
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Ciò fatto il sindaco fece anche gittare il bando pel paese facendo dire in dialetto patrio che tutti “quelli volevano vedere gliu vuappo di Crescenzo Casale fossero andati alla piazza”.
Tutti ebbero piacere d'una sì severa giustizia. Anzi i parenti suoi stessi più stretti ne furono pieni di giubilo avendolo dato a dimostrare con parole, e con salti ancora che nella piazza medesima davano alla presenza di tutti sul riflesso che il disgraziato Casale aveva procurato loro tanti dispiaceri e disagi e postili anche in gravissimo pericolo di essere tutti trucidati e terminati dal governo. Dopo tre giorni il cadavere del Casale come indegno del luogo sacro fu sepolto sotto le mura del paese e precisamente fuori di Porta S. Rocco nello stradello posto tra il giardino de’ Pernarella e l'orto degli eredi del fu Arcangelo Feccia. In quanto poi al Colantonio arrivato che fu a Fondi dalla forza posato in mezzo della piazza di S. Maria, e ivi tra bestemmie esecrando, dalle quali non avea mai cessato durante il viaggio, spirò tra l'infelice sua anima che fu.
Chiuderemo il presente capo col notare una cosa assai rimarchevole, e che è stata considerata da’ nostri vecchi tuttora viventi, ed è che tutti i periodi della vita scellerata del Casale si son tutti conchiusi nel numero 17. Di fatti 17 anni di età erano quando cadde nelle mani della giustizia al Montano.
Anni 17 fu
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nelle galere; 17 giorni parimenti rimase libero in paese dopo la sua scarcerazione; e 17 giorni rimase finalmente vagando pe' monti prima di venire ucciso, come si è veduto.
Fine del capo
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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]
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