Brigantaggio preunitario a Monte San Biagio, capo 5

Pagina principale di riferimento: Fonti per la storia del brigantaggio preunitario e postunitario in Terra di Lavoro (1750-1870), a cura di Armando Pepe.

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Capo 5

Continuazione della stessa materia dall'anno 1821 fino al …

Paragrafo 1

Venendo ora all'anno 1821 altra serie si para dinanzi, di fatti ed eccessi non meno gravi e sanguinosi dei precedenti. Il primo che si viene innanzi si è l'uccisione di un altro nostro compaesano che il volgo chiamava Bernardo, ma il suo vero nome di battesimo era Bernardino della stirpe dei Cesali ora quasi estinta.
Era desco figliuolo del fu Felice fu Bernardino Cesale e della fu Candida fu Ignazio Rizzi, ed era ammogliato e sua moglie era Maria Giuseppa fu Luca Benvenuto Di Legge e della fu Caterina fu Giuseppe Capolongo. Autori di sì orribile eccesso furono Luigi Iannotti, de' quali medesimi si è trattato di sopra al n. 14.
E questo fu il motivo per cui medesimi si gittarono anch'eglino brigante, o per meglio dire il requisito il più essenziale onde poter essere annoverato nella comitiva di Giovanni Battista Di Cola. Sia poi che un tale omicidio l'avessero i medesimi commesso di loro spontanea volontà affine di dar sfogo a qualche loro privata vendetta, sia che ciò fosse stato loro intimato dallo stesso Di Cola designandone ancora la vittima che sacrificare doveano, la cosa non è certa sebbene gli antichi a quest'ultimo propandano assai più volentieri.

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Quello certo si è che non in altro che a tali condizioni potevano tanto essi che tutti gli altri essere ammessi nelle loro file, e riconosciuti per seguaci. Lo che sia detto una volta per sempre. La morte del Cesale avvenne il 30 gennaio 1821 sotto il quale giorno viene anche registrato nel succitato Libro de' Morti della Parrocchia essendo egli in età di anni 35, mesi 3, giorni 21 esso de nato addì 20 maggio 1785. Un tale fatto successe nella contrada detta Gli travi, e quivi stesso egli morì senza che si sappia se abbia avuto tanto di vita da poter ricevere i conforti della Religione o almeno per rivolgersi di cuore a Dio e chiedere perdono delle sue colpe. Dall'autopsia fatta sul di lui cadavere si trovò che il medesimo era stato tolto di vita a ripetuti colpi di coltello o stile che fosse stato. Da quello stesso giorno il Iannotti ed il Pernarella gittavansi per le montagne e vennero aggregati alla banda di Di Cola.

Paragrafo 2

Ma non erano ancora trascorsi tre giorni da un fatto cotanto grave, e tutti ne parlavano tuttora con raccapriccio ed orrore che videsi il paese de bel nuovo funestato da un altro misfatto non meno barbaro e crudele che tutti pose in novello timore e spavento. Si fu questo un altro omicidio commesso da Francesco Saverio Grossi fu Serafino di cui abbiamo altresì fatto

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menzione nello stesso n.14 del presente capo, e fu anche motivo per lui di rifugiarsi nelle macchie e requisito altresì per essere anch’egli annoverato tra i satelliti del Di Cola.
L’infelice vittima ne fu un tale per nome Domenico Vona nativo di Fontana Liri, uomo in sui sessanta anni o circa, il quale da gran tempo trovavasi in questo nostro paese addetto siccome mugnaio al servizio del più antico mulino del paese detto perciò La Mola Vecchia sotto il comando e la direzione di Giovanni Battista di sopra menzionato, nativo anch’egli di detta Fontana Liri, siccome dello stesso lo sono stati sempre, e lo sono anche presenti padroni e garzoni non solo di detto mulino ma di tutti gli altri ancora. Riguardo al motivo che indusse il Grossi a cadere in sì orribile eccesso noi crediamo di doverci scostare da quello che ce ne hanno tramandato i vecchi, i quali ci narrano la cosa nel seguente modo.
Era la madre di lui Giovanna Agata Bove rimasta vedova di suo padre Serafino, il quale unitamente a lui aveva lasciato tre figli tutti maschi, de' quali era egli il primo e trovavasi allora nell’età di anni ventidue. Egli è perciò che più che agli altri fratelli, a lui in particolare modo incombeva il dovere di guardarla attentamente da ogni sinistro accidente le avesse potuto accadere, e nel tempo stesso far verso di lei tutti quelli uffici che fatto avrebbe il padre suo se fosse stato vivente.

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Ora egli avvenne che il Grossi fosse preso da forte gelosia contro del Vona a cagione di sua madre. Sia perché il medesimo fosse accorto di qualche amore segreto per parte dello stesso Vona, sia perché ne avesse sentito dire o sospettata di qualche cosa, sia finalmente per altro motivo che noi non sappiamo, egli è certo ch'era da qualche tempo che lo stesso aveva gettato gli occhi sopra di ambedue. Anzi la cosa andò che avendo la suddetta sua madre dovuto recarsi al summenzionato mulino affin di far macinare un po' di grano turco che fosse per uso di sua famiglia, il Saverio non volle mandarla sola, ma volle accompagnarla egli stesso e ciò a fine di risparmiarle qualche inconveniente che egli teneva per certo le sarebbe incòlto, ove fosse stata sola con solo, e senza veruno che la difendesse.
Come la pensava così di fatti avvenne. Stando ivi tutti e due in attenzione della fine della macinatura, il Vona ebbe a fare de' scherzi alla Giovanna Agata, i quali peraltro dovettero essere forse passeggieri e di poco o niun conto. Ciò non ostante al Grossi prevenuto com'era e con tanta passione che ardevagli in petto, non potevano essi garbare, e la fantasia alterata glieli accresceva a mille doppi di più.
Vi furono perciò anche delle chiacchiere e non poco che dall'una e dall'altra, anzi poco mancò non si verificasse quel che il Grossi già forse meditava in cuor suo. Ma sia che il medesimo si vedesse solo e non

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potesse perciò mettersi a fronte del Vona che sarebbe stato aiutato dagli stessi molinari, sia perché vi fosse della gente, sia finalmente per altro motivo, il fatto si fu che tali diverbi cessarono subito; ma il Grossi tutto infiammato nel volto si morse il dito facendo abbastanza vedere con ciò da qual tempesta di affetti fosse in quell'istante agitato e tutto sconvolto il suo cuore che non avrebbe mancato di scoppiare ben presto in terribilissimo uragano, siccome avvenne difatti non guari tempo dopo.
Perché fiso nel medesimo pensiero di volersi ad ogni costo vendicare del Vona per l'oltraggio fatto alla madre, e nel giorno stesso o pure nel seguente impostosi lunga la strada che mena al detto molino detta perciò La Via della Mola per cui il Vona spesso passar dovea, e propriamente nel luogo che non rimane assai discosto da quello ove presentemente trovasi il Camposanto detta anche perciò contrada o strada del camposanto.
Postosi adunque ivi in un luogo ove non potesse essere veduto da nessuno, e pel contrario il Vona non avesse potuto fuggire da nessun lato, giunto che questo fu egli gli fu subito addosso, e ghermitolo con un colpo di accetta nel capo lo stese subito a terra morto. Ciò accadeva il dì 1 febbraio del suddetto anno 1821. Il cadavere trasportato in paese dopo le formalità richiesta venne seppellito nel Cimitero della nostra Chiesa Collegiata.

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Paragrafo 3

Ma non erano passati ancora tre giorni da questo fatto connotato iniquo, che ne successe un altro assai più feroce, atroce, barbaro e crudele, che non poté a meno di non cavar le lacrime dagli occhi di ognuno.

Egli è la barbara uccisione di due seminaristi del Venerabile Seminario della vicina città di Terracina.
Da quanto si è detto altrove, ognuno avrà potuto osservare che sebbene non vi fosse da tutte le sunnominate bande di briganti, quando da una, quando da un'altra e quando ancora da più o da tutte quante insieme, una però vi era fra esse che quasi mai allontanavasi dagli stanti della Chiesa. Questa assai probabilmente dovea essere quella di Massarone; tale essendo altresì il sentimento quasi comune de' nostri antichi. La medesima padroneggiava massimamente i Monti Lepini, e sebbene non azzardasse mai trasferirsi nei luoghi vicini al mare, onde non passar le paludi Pontine attraversate da vari fiumi, spesso però recavasi a far bottino ne' paesi superiori e sopra tutto nella detta città di Terracina, i di cui abitanti mal sicuri erano di trattenersi per le vie della città dopo il tramonto del sole.

Molti tragici avvenimenti si verificarono. Ma il più terribile si è nel seguente.
Sul finire di gennaio suddetto anno 1821 quegli assassini invasero il Seminario che in quel tempo trovavasi

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stabilito nel Convento di San Francesco, donde trasportarono tutti gli alunni e maestri di essa, compresovi anche il rettore. Avendogli trascinati seco loro per le più scabrose balze dei monti, alquanti giorni dopo rilasciarono il suddetto rettore. E sebbene in seguito de' suddetti alunni ne avessero restituito la maggior parte dopo però averne ritirato molto danaro, tre essi però li ritennero seco, i quali furono anche trasportati ne' nostri tenimenti. Dessi erano i seguenti:
Pietro D’Issa, nativo di Terracina, dell’età di anni dodici, figlio dei furono Michele e Felicità Spignardi.
L'altro chiamavasi Giuseppe Papi, nativo di Prossedi, di anni quattordici, figli di Alessandro Papi, e di Maria Giuseppe Bernardini.
Il terzo finalmente era Don Giovanni Assorati, nativo della stessa città di Terracina, che tutti hanno conosciuto, poiché rimase fortunatamente libero dalle mani de’ briganti come ora si dirà.
Ritirato in casa, a suo tempo fu ordinato sacerdote, poi fatto canonico della Collegiata di San Giovanni e finalmente anche cappellano dell'ospedale di detta città ed è morto or sono pochi anni.
Egli è impossibile il descrivere le sevizie che i medesimi ricevettero in tutto quel tempo che furono con ai nuovi cannibali. Taluni dicono che ai due primi furono mozzate anche le orecchie e mandate ai rispettivi parenti affine di spingerli vie maggiormente a dar loro vistose somme di danaro. Ma tutto ciò era nulla in confronto del timore che essi avevano continuamente

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della morte che era loro sempre fra le mani come ognuno può figurarselo di leggieri. E questo si fu quello che salvò l’ultimo cioè l’Assorati dall’incorrere la sorte cui incontrarono gli altri due suoi amati compagni. Un giorno preso più che mai dall’amore della vita e resosi superiore a se stesso andò difilato a trovare Alessandro Massaroni, e protesosi ai suoi piedi e baciandogli li bagnandogli colle sue lagrime, chiamandolo ancora col dolce nome di Papà, gli si raccomandò con quanto più affetto poteva, suggerirgli l’amore che portava alla vita pregandolo colle più affettuose espressioni a liberarlo dalla morte. Il Massaroni, commosso fino alle lagrime, fattolo alzare da terra, lo racconsolò, promettendogli che lo avrebbe ad ogni costo liberato, siccome infatti avvenne.
Poiché poco dopo avendosi dato e parlare coi suoi satelliti, rappresentò loro che il giovane Assorati egli lo volea per sé, e disporne come meglio a lui talentava. In quanto poi agli altri ne avessero eglino fatto quel che ne volevano. Ciò detto prese l’Assorati, e consegnatolo a due di essi ingiunse loro che lo avessero accompagnato fino alle vicinanze di Terracina badando bene di non fargli nulla per via, anzi quando era da loro procurandosi che il medesimo fosse tornato sano e salvo ai suoi.

Non così però del D’Issa e Papi. Ad onta che i loro

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parenti si fossero smunti e privati d'ogni loro avere e sostanza fino a mandare a quegli inumani due piccoli cavalli di oro fatto per ornamento di tavolini da sale, i quali si conservano tuttora in una casa in Vallecorsa sebbene non sappiamo quale, ad onta ancora di ogni altra cautela e promessa, gl’infelici dovettero finalmente soccombere e rimanere vittime della loro ferocia e crudeltà di quei mostri.
Secondo il più volte riportato Libro Parrocchiale de’ Morti, ciò accadde il 1 di febbraio, ma nei registri degli atti di morte dello Stato civile di questa Municipalità ne’ quali vennero iscritti, la loro morte è notata sotto il 3 dello stesso mese di febbraio 1821 alle ore 20 festa del nostro glorioso Protettore San Biagio, che in quell’anno cadeva il giorno di sabato. Il fatto successe nella contrada detta Le Grotte e propriamente nel sito denominato Colle Matteo di pertinenza di questa nostra Comunità.
I vecchi ci narrano come cosa certa e già nota a tutti che i suddetti due seminaristi siano stati uccisi a ripetuti colpi di coltello da Pietro Paolo Di Rita, satellite della stessa banda Massaroni, di cui abbiamo fatto menzione nel capo precedente.
I loro corpi rinvenuti nel suddetto luogo furono presi e trasportati in questo nostro paese o la sera dello stesso giorno 3 febbraio o il di seguente ch’era domenica in cui suol farsi come seconda festa del sullodato Santo Protettore parimente Processione, la quale in

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venne funestata dallo spettacolo di sì atroce misfatto.
Giunti i cadaveri in paese furono depositati provvisoriamente nella abbandonata Chiesa di Sant'Antonio Abbate finché non fossero stati posti in accencio. Il perché il Reverendo Canonico ed Economo Curato Don Vincenzo Parisella di sopra mentovato ordinò si usasse intorno a' medesimi ogni sorta di riguardi, e ne diè perciò l'incarico alla b.ma di Nicola Pacione siccome quello ch'era assai conosciuta ed esperimentato molto valente e zelante in tutto ciò che riguarda il servizio di Chiesa. Di fatti questi adempì sì bene all'uffizio impostogli da attirare sopra il Paese tutto non solo viva gratitudine e riconoscenza altresì per parte de' parenti degli infelici, i quali ne rimasero altamente commossi indicibilmente straziati ed oppressi.
Dopo di essere stati interamente lavati vennero nuovamente vestiti dell'abito talare, e cotta, e così disposti furono con tutti gli onori funebri portati nella nostra Chiesa Collegiata, ove dopo di essere stati esposti tutta l'intera giornata di quella domenica 4 febbraio, vennero la sera dello stesso giorno tumulati nella chiesa medesima nella sepoltura dei Chierici, ove aspettano l'ultima tromba.

Paragrafo 4

Un altro fatto vedevasi accadere nello stesso mese di febbraio 1821 e non olto tempo dopo del già narrato

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vale a dire intorno ai 15 o 20 del detto febbraio.
Ora egli è da sapersi che sin dal principio dell'anno suddetto era stata istituita per la distruzione del brigantaggio una compagnia di militi, la quale veniva intitolata La Colonna mobile composta tutta di individui di Monticelli, Itri e Rocegugliema. Capo e guida della medesima era il sig. D. Nicola Antonio Cardi d'Itri con titolo di Tenente, il quale è tuttora vivente.
I Monticellani che facevano parte di detta Colonna erano Domenico Antonio Gallozzi fu Giuseppe, Pietro Cardinale fu Carlo, Luigi Rizzi fu Tommaso, Felice Parisella fu Pasquale e Luigi Pernarella fu Giovanni tuttora vivente, i quali unitamente agli altri già summenzionati d’Itri e Rocegugliema erano in tutto ventiquattro persone.
Un giorno il Cardi ordinò fossero usciti secondo il solito per l’indicato oggetto commettendoli tutti alla direzione del suddetto Domenico Gallozzi ordinando in pari tempo a questo li avesse menati nella montagna di San Vito, nel mentre che ei dovea trattenersi in Fondi.
Giunti in San Magno al sunnominato Luigi Pernarella, il quale andava alquanto discosto dai compagni e dietro a tutti, vennegli incontro uno sconosciuto, il quale al passo irresoluto e incerto e molto più dallo sguardo assai guardingo e sospettoso dava molto fondamento da dovere credere non potesse essere altri

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il medesimo che un fiero manutengolo di briganti, e forse brigante anch’esso. Laonde avvicinatosi più dappresso si fé a dimandargli che egli fosse, di qual parte e per dove fosse diretto. Ma avendogli quegli risposto interrottamente senza né anche sapere cosa mai si dicesse il Pernarella lo perquisì ben bene addosso, e trovogli cinque scudi, una forbicetta, un pacco di tabacco secco tuttora in foglie intere legate strette in lungo, e un guardamacchia (fucile) rotto che il medesimo diceva che lo portava in Fondi a fine di farlo accomodare.
Nel mentre però che lo stesso Pernarella adoperavasi in tal modo intorno allo sconosciuto ecco che sopraggiungono gli altri compagni che tornati indietro erano venuti anch'essi a vedere di che cosa mai si trattasse, e ravvisatolo per manutengolo o avendolo per lo meno assai in sospetto il Gallozzi ordinò fosse legato e tradotto nelle carceri di Fondi facendolo scortare per il suddetto Pietro Cardinale e un tale Abbate Recchia così chiamato per essere questi stato una volta Chierico. Egli poi e gli altri proseguirono il cammino prendendo la svolta di San Candido ove fecero tutti sosta. Nel mentre adunque che tutti stavano ivi riposati, e pensavano forse a prendere qualche ristoro onde corroborare le loro forze, intesero de’ colpi di scure che venivano da Dupanto e Vallemagna, come se stati fossero colpi dati da gente che stessero a tagliar legna. Allora il Gallozzi entrato in sospetto e forse

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certo che anche ivi dovessero essere de’ briganti, alzatosi incontanente dal luogo ove stava si mosse tosto verso Vallemagna ordinando ai suoi che lo avessero seguito andando egli alla testa di tutti. Ivi giunti vennero tutti ad accorgersi che dessi erano veramente briganti, e come di poi vennero anche a sapere ch’erano veramente i briganti, e come di poi vennero anche a sapere ch’erano cinque, e che in quella notte medesima in quel luogo istesso vennero a trovarsi riunite tutte le bande, quelle cioè di Gasbarrone, Massaroni, Mazzapenta, di Di Cola e così discorrendo, le quali tutte sorpassavano il numero di sessanta persone.
Le medesime stavano attendendo dai loro manutengoli una vaccina con delle altre provvisioni onde mangiare quivi insieme. Per verità la determinazione per parte del Gallozzi non poteva essere più inconsiderata non potendo la sua colonna di sì poco numero com’era mettersi a fronte co’ briganti tanto più che la posizione di questi era per essi assai vantaggiosa stando eglino nelle alture, il Gallozzi al contrario ed i suoi nel basso.
Nonostante però tutto questo il Gallozzi ordinò che si facesse fuoco addosso dando egli pel primo l’esempio. Ma non andò molto che dovettero tutti retrocedere e quel che è peggio nel ritirarsi che fecero trovaronsi tutti sparpagliati, e fu un vero miracolo non rimanessero tutti uccisi e massacrati. Il maledetto Pernarella, egli trovossi senza sapere come dentro d’un

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fosso, e che stando quivi ecco che poco stante vide venire altri due de' suoi compagni, e poi mano in mano degli altri ancora sino a formarsi il numero di cinque, co' quali trattennesi tutta quella notte nello stesso fosso esposti così al freddo e all’intemperie dell’aria essendo, come si è veduto, il mese di febbraio, ed ebbero a soffrire molto stante che quella notte fu una delle più rigide di quell’inverno.
Appena però che incominciò ad albergare il Pernarella disse ai compagni che avessero cangiata la polvere degli schioppi, e li avessero tutti posti in ordine per il motivo che, dovendo essi tornare in Monticelli siccome diviato aveano, era facile avessero dovuto avere qualche sinistro incontro.
Ubbedienti alle savie parole del Pernarella si posero tutti a governare i loro fucili. Ma non aveano ancora finito di allestirli e metterli in ordine, che ecco di bel nuovo si videro comparire davanti i briganti, che si posero subito a far fuoco sopra di essi. Sopraffatti allora essi dal numero maggiore di quelli, altro non fecero che allontanarsi a poco a poco da quel fosso e come meglio per essi potevasi sottrarsi alla vista de' medesimi, e giunti quindi in competente distanza darsi tutti alla più precipitosa fuga. In tal modo riuscì loro non senza però gravi stenti e sudori entrare sani e salvi in paese.

Come poi si venne a sapere i briganti eransi quella

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mattina recati colà a far fuoco sopra la forza col fine di allontanarla da quei siti onde così, senza verun impedimento, avessero essi potuto prendere e dividersi tra loro il denaro che quivi stesso tenevano depositato e nascosto.

Questo denaro dovevano dividerselo fra di loro sin dalla sera antecedente, ma non avevano potuto farlo essendo stati, come si è veduto, sopraggiunti dalla forza, che i medesimi non sapevano a che numero ascendere potesse. Detto denaro era quello che gli stessi aveano preso e avuto dalle rispettive famiglie degli infelici Seminaristi di Terracina, e la somma ascendeva all’esorbitante cifra di scudi ventiduemila.

Paragrafo 5

Ma tutti questi fatti per quanti sieno gravi ed enormi, in sé stessi, nulla però hanno che fare cogli altri che siano per soggiungere qui tosto. In tutto quel tempo che ciò accadeva e assai prima ancora non erano le sole popolazioni che trovavansi miseramente travagliate ed oppresse: lo sconcerto peggiore deploravasi nell’organismo sociale; vale a dire nel governo che è il primo perno intorno a cui aggirarsi e da cui solo dipende ogni benessere temporale delle medesime. Poiché è da sapere che sin dal giuramento del passato anno 1820 essendo stato Ferdinando I

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dietro le ipocrite e settarie insinuazioni de’ quattro generali Carascosa, Minichini , Rosaroll e Pepe costretto ad approvare la costituzione che i medesimi una mattina gliela ebbero presentata così tutto all'improvviso per la sola firma, da ciò videsi tosto venire un altro ordine di cose. Le quali oltre il disonore e scompiglio interno minacciavano ben anche la totale rovina del Regno.
Grazia a Dio che la cosa non durò molto a lungo; poiché mercé le armi tedesche cui invocò una seconda volta Ferdinando, rientrate queste nuovamente nel Regno sotto il comando del generale Frimont vennero le cose rimesse nel pristino stato. Non può negarsi però che durante detto stato le cose non si avessero avuto a deplorare gravissimi disordini in tutto il reame siccome egli è naturale ne debbano necessariamente avvenire secondo che si è sempre osservato e disgraziatamente l'andiamo sperimentando ne’ tempi in cui scriviamo.
Ora per tornare al punto prefissoci egli è da sapersi eziandio che tra gli altri effetti di detta costituzione quello dee annoverarsi altresì che riguarda il brigantaggio, cioè presentati che si fossero o in bande o per individui si dovesse da loro il perdono e restituirli a tutti i diritti di cittadinanza. Ciò nonostante i briganti non si presentarono subito, come si è potuto anche osservare di sopra; per molto tempo ancora ebbero essi a scorrazzare pe’ nostri monti e

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per gli altri. La totale loro presentazione avvenne in sul principio del mese di marzo 1821 o non molto tempo dopo.
Il luogo del loro convegno fu il vicino paese del Pico, ove furono ricevuti dall’Arciprete di quella chiesa Collegiata, e insieme ascritti dal medesimo alle società segrete, delle quali era forse l’arruolatore o per certo uno degli agenti di esse con pieni poteri.
La cosa ormai è tanto certa avere cioè il medesimo nutrito sentimenti di liberalismo che, ripristinato che furono le cose, egli ebbe a soffrire molto essendo stato mandato anche a Ponza d’onde a stento venne liberato dopo alcuni anni.
Il solo a non impacciarsi negli affari di sì detestabile setta e a non far comparire il suo nome nelle sue liste fu il Mezzapenta unitamente alla sua comitiva. Avuta pertanto la libertà, i briganti scelsero per luogo di loro dimora il nostro paese, il quale videsi di bel nuovo in seno tutte quelle bande che l’aveano allora tenuto in tanta agitazione e sconvolgimento.
Desse erano le bande di Gasbarrone, di Massaroni, di Di Cola e tutte le altre di sopra numerate, gli individui delle quali sorpassarono il numero di settanta persone.

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Paragrafo 6

Stabilitisi così dunque nel nostro paese eglino godevano la vera libertà al pari di tutti gli altri cittadini, e meglio ancora atteso quel riguardo che da tutti e dall'autorità stessa avea’esi per’ medesimi affine di cattivarsene l'affetto, e con tal mezzo impedire quanto era da loro temuto, che tornassero a far quello di prima.
Ciò proveniva ancora da quel presentimento che in tali circostanze nasce naturalmente in tutti cioè che ta la razza di gente quand'anche avesse a pervertire nell'intrapresa carriera egli è ben difficile vi possano astenere da quel che hanno fatto prima essendosi il vizio convertito in loro in natura molto più poi era da aspettarsi ciò ove i medesimi accorti si fossero di qualche dispetto o noncuranza, o ritornati fossero al mestiere di prima. E questa si è la ragione per cui anche quando i medesimi stavano per le macchie, da’ nostri paesani usavasi ogni sorta di riguardo anche ai parenti degli stessi e ciò perfino nella chiesa; poiché come ci narrano i vecchi, tutti li trattavano con buona grazia, cedevano loro il posto migliore, e le donne davan loro anche le proprie sedie.
Molto più poi ciò era fatto da essi allora quando i medesimi si furono ritirati in paese. Allora non vi fu sorta di attenzione che non fosse loro usata facendosi persino a gara di averli a padrini nel battesimo dei loro nati, e molti di fatti vi sono tuttora viventi

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che furono levati al sacro fonte da' briganti. Anzi l'autorità pubblica era quella che da l'esempio a tutti. Non vi era cosa che concernesse il pubblico servizio, e solita a farsi da' ministri subalterni, che dalla medesima non fosse fatta eseguire dagli stessi briganti. Di fatti essi erano che facevano le guardie sia dentro che fuori del paese; essi erano mandati per piantoni alle case per la riscossione della fondiaria, essi finalmente che, essendovi qualche mandato di arresto, catturavano il delinquente traducendolo anche alla pubblica carceri di Fondi. Non pochi giunsero anche a contrarvi matrimonio. Così Antonio Mastroluca si sposò Giuseppa Iolanda Terenzio fu Giovanni e della fu Onorata Taddei nativa di Fondi, ma sin da piccina domiciliata nel nostro paese. La medesima tuttora vivente e gode ottima salute, ed è insieme la levatrice approvata del Comune. Ella è conosciuta sotto il nome di Peppa di Laura dal nome della sua suocera e madre del suo secondo marito che fu Giuseppe Michele Polidoro fu Biagio.
Giovanni Battista Di Cola si sposò a Lucrezia Perna di cui si è fatto menzione nel capo precedente. Pasquale De Bonis si sposò ad Angela Maria figlia del fu Gennaro fu Biagio Pernarella, e della fu Annunziata fu Domenico Alfidei, nato qui 23 febbraio 1799. Biagio Fabrizio si sposò Maria Luigia fu Domenico Antonio fu Andrea Marrone, e della fu Anna Valleriana, nato qui addì 7 gennaio 1801.

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Mezzapenta si sposò una di Fondi per nome Angela, ed anche il matrimonio di questo fu celebrato nella nostra chiesa Collegiata al pari degli altri precedenti.
I nostri vecchi raccontano ancora che le feste nuziali di quest’ultimo cioè del Mezzapenta furono assai sontuose e piene di allegria. Il convito nuziale fu tenuto nella casa della fu Maria Concetta fu Amadio Teseo moglie del fu Zaccaria fu Giuseppe Bove, conosciuto sotto il nome di Maria Giuseppina, la quale casa è sita in Via Castello, ove il Mezzapenta abitava.
Al detto convito, oltre i parenti degli sposi, vi presero parte anche due Canonici della Cattedrale di Fondi. Altri poi si sposarono con altre donne forestiere. Così sarebbe stato ancora di tutti gli altri se tutti avessero avuto giudizio e senno. Ma il proverbio dice che il lupo è sempre lupo. Invece di dedicarsi alla fatica e ad adempiere a tutti i doveri di cittadino, la maggior parte de’ medesimi continuava a far segretamente quello che prima faceva in paese. Lungi dal pernottare in paese quasi tutti d’avanzi a scorrere la notte per la campagna e per monti affine di rubacchiare. Non vi era angolo o ridotto in cui non avessero fatto man bassa, e alle volte avessero ancora assassinato. Ma egli merita di essere notato qui che quello non poteva tutto ciò soffrire e forse l'unico a non impicciarsi in tutte queste ribalderie si fu Mezzapenta, il quale per sopra più non lasciava di rimproverare

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eziandio gli altri, e di avvisarli continuamente perché stessero tutti attenti. Ma ad onta di tutti questi rimprocci del Mezzapenta, eglino continuamente a far sempre lo stesso e ad andare di male in peggio. Tutto ciò non tardò molto, che andasse all'orecchio del governo, il quale perciò disponevasi segretamente a prendere e adottare le più energiche misure contro de' medesimi.

Ma quello che finalmente lo determinò ad impadronirsi di loro fu il fatto seguente che noi crediamo defraudare i nostri lettori se non lo raccontassimo per intero, e nella maniera onde avvenne.

Paragrafo 7

Questo sì è il sacrilego rapimento di alcuni religiosi fatto dalla comitiva di Antonio Gasbarrone. Avendo i satelliti di essa consumato il danaro che i medesimi aveansi procacciato per via di furti e di assassinii, sulla speranza di averne per gli stessi mezzi ancora dell'altro, e molto più per quel prurito e passione che aveano di vivere a danno altrui, si diedero di bel nuovo ad invadere ad armata mano le montagne. A fine poi di far grosso bottino ricorsero ad un

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ripiego che forse fino allora non era mai venuto loro in mente. Questo si fu di prendersela co' religiosi, e specialmente con que’ che medesimi nella loro ignoranza credevano assai ricchi. Con tale iniquo intendimento portavansi tutti nella Camaldoli di Frascati che rimane circa sedici miglia lontano da Roma, e di là presi quattro o cinque di que’ monaci eremiti di San Brunone, e trascinatili per le più scabrose balze de’ monti, se li ebbero condotti nei nostri tenimenti, ove per qualche tempo se li tennero nascosti e guardati nel luogo detto Cucciviento nella contrada Valmarina.

Egli non è a dire come si rimanessero allora i Governi, e specialmente quello del Pontefice alla nuova di sì iniquo e scellerato rapimento. Eglino non frapposero tanto tempo in mezzo, né vi è perciò cosa alcuna cui non mettessero tosto in opera onde avere nelle mani se non i facinorosi al meno quegl’innocenti religiosi vittime imbelli della loro barbarie. A tal effetto furono spediti soldati da per tutto.

Non vi era perciò paese per piccolo che sia ne' nostri dintorni che non avesse un piccolo drappello. Continue e non mai interrotte eran le pattuglie che movevansi da questi, a’ quali univansi eziandio altre persone adatte al maneggio delle armi. Ma con tutto ciò non potevansi vedere a capo di nulla e per quanto fossero fino allora adoperate le pubbliche forze, tutto era tornato inutile. Ma qual cosa può tornare mai utile quando a capo degli affari vi sono persone destre

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e capaci e, quel che è più risolute a compiere qualunque uffizio venga loro imposto fosse anche col dispendio della loro vita medesima. Or così appunto dee dirsi della cosa di cui trattiamo. Capo di tutti questi distaccamenti era un bravissimo tenente il quale risiedeva in Sonnino.
I vecchi non rammentano più se fosse stato questi il Carra oppure il Pavoni. Ciò però poco importa; poiché sia stato l’uno o l’altro tutti e due erano però bravissimi e superiori ad ogni prova, e quel che più monta, attaccatissimi all'augusta persona del Sovrano Pontefice e perciò prontissimi ancora ad eseguire qualsivoglia incarico venisse da quello loro affidato, né andasse anche la vita.

Fittosi adunque costui in capo di volere ad ogni costo venire a capo della cosa ricorse ad un stratagemma che assai gli valse all'uopo. Questo fu il servirsì degli stessi pastori delle montagne ma non in quel modo praticato avrebbero gli altri, e praticato lo abbiamo ancora veduto nel brigantaggio de' tempi nostri, ma in modo tutto diverso. Lungi però dal mettere a rumore le montagne e in maggior guardia gli stessi briganti col mandarli a chiamare appositamente gli aspetti che fossero andati da loro stessi in Sonnino come erano usi di fare tutte le feste a fine di sentirvi la messa.

Allora fattibili venire tutti alla sua presenza, senza punto intimorirli o minacciarli, ma con quel garbo

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e con quella arte e maniera ch’era tutta sua propria atta a far cadere i più avveduti e accorti; facevasi a scrutinarli ad uno ad uno. Ma con tutto ciò neanche riuscì nel suo intendimento. Perocché tutto quello che poté cavar loro di bocca si fu solamente ch'essi non ne sapevano nulla.
Solito gergo di tal sorte di gente che per salvar loro stessi non hanno ribrezzo di vedere massacrate intere popolazioni.
Ciò non ostante il tenente non si perdé di animo; ma risoluto com'era di volerla finta tentò altre vie. Avendo pertanto saputo che fra i pastori medesimi uno ve n'era che conosceva tutto e perciò era il solo che poteva renderlo soddisfatto, lo fé tosto chiamare.
Era questo un tale per nome Giovanni Di Tommaso germano di quel Pietro di cui si è parlato nel precedente capo a n. 2 e portava lo stesso soprannome del fratello defunto cioé Sinnacco. Molti ancora vi sono che hanno conosciuto il figlio di lui chiamato Silvestro che forse sarà ancora vivente comeché non istà più in queste nostre contrade.
Costituito adunque costui alla presenza del tenente, egli non è a dire ancora come gli si fosse adoperato intorno per cavargli qualche cosa di bocca, e quante promesse gli avesse fatto eziandio e assicurazioni sulla sua vita, della famiglia e bestiami.

A fine poi di maggiormente indurlo a svelare ogni

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cosa aprì alla presenza sua il cassettino del suo tavolino, e fattogli vedere le doppie di oro ond'era ripieno, gli disse che quelle sarebbero state sue e tutte gliele avrebbe date. Ma che, quando lusingavasi anzi teneva per certo di dovere riuscire nel suo divisamento, allora più che mai restò deluso ed ingannato. Anche questa volta tutte le sue premure e diligenze tornarono vane. Sicché disperato di non poter nulla ottenere permisegli di andare alla messa siccome lo stesso Sinnacco gliene faceva premura ed istanza.

Ma non avea questi messo ancora il piede fuori della sogliola della casa che il comandante già si era pentito di averlo mandato. Laonde crescendogli sempre più le ansietà e le smanie, dié subito ordine che, terminata la Messa, l'avessero di bel nuovo condotto alla sua presenza onde vedere se mai finalmente gli venisse fatti di ammollire quel cuore duro ed ostinato. Lo che fatto egli senza importunarlo di vantaggio o minacciarlo contentossi di dirgli solamente che quella mattina volealo a pranzo insieme a lui.

Il Sinnacco non lasciò fare sue scuse e portare eziandio varie ragioni onde esimersi da quell'onore vedendo assai bene qual fosse il fine di un tale invito. Ma il comandante tanto seppe dire e fare ancora che finalmente l'ebbe contentato.

Egli non è a dire poi com'avesse lo trattato, ché ognuno può figurarselo di leggieri. Ci restringeremo a dir solamente che sapendo il sullodato tenente che

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in vino veritas, così volle che a tavola quella mattina vi fosse posto del migliore e del più generoso e di varie specie ancora. Terminato il pranzo, quando il comandante vide giunto il punto opportuno, cioé a dire che il Sinnacco trovavasi già accalorato abbastanza dal vino e da altri liquori, e che questi cominciarono a produrre i loro mirabili effetti, presolo per mano portollo altra volta nel suo gabinetto.
E qui egli è più facile l'immaginarsi che: non lo esprimere a parole quello che si avesse fatto allora il comandante col Sinnacco onde fargli dire tutto. Nonostante però tutto questo egli era sempre inflessibile, solamente dopo tanti contrasti vennegli detto che non poteva parlare. Altro non vi volle perché il lodato tenente accertato da questo parole che il medesimo dovea conoscere ogni cosa, più che mai gli si mettesse addosso affine di fargli vomitare il tutto, e tanto difatti disse e tanto ancora seppe fare che finalmente gli riuscì a fargli svelare ogni cosa per ordine. Contento allora il buono e fedele comandante più che se gli fosse venuta la più grande fortuna; non esitò pur un momento a dar ordine alle sue genti che si fossero posti tutti sotto le armi.
Lo che fatto egli stesso alla testa de' soldati uscì di Sonnino avendo a guida lo stesso Sinnacco. Giunti tutti al luogo indicato, e che noi abbiamo accennato di sopra, trovarono che il tutto era veramente come aveva detto il Sinnacco.

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[Paragrafo 8]

Il primo che si parò loro innanzi agli occhi, e pria ancora che i medesimi fossero giunti, si fu la sentinella, che i briganti teneano in vedetta sopra la pianura affine di scorgere meglio e potere in ogni occorrenza avvisare a tempo i compagni.

Perciò la prima cosa che il prelodato comandante ordinò si fu di far fuoco sulla sentinella medesima, la quale cadde subito a terra morta. Al fischio delle palle, e molto più alla vista della fine infelice del compagno, vedendo quegli assassini che erano aggrediti dalla forza, presi dal timore di dovere anch’essi presi e uccisi, si diedero tutti alla fuga. Ciò vedendo la truppa pontificia si pose dietro di loro fino a impedire ulteriori inconvenienti.
Egli e perciò che i due governi, quello del Stato Ponteficio e quello del Re di Napoli non tardarono pur un momento a mettersi d'accordo fra loro onde sterminare da’ loro domini sì mala genìa d’uomini.
Sia perchè l’affare non fosse stato ben condotto, sia perchè vi fosse stata troppa condiscendenza

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per parte della truppa, il fatto si è che i tedeschi poco e quasi nulla poterono ottenere al loro intento.
Conciosiaché oltre a quello che abbiamo anche accennato di sopra, cioé che la maggior parte de’ briganti trovavansi fuori per le campagne come essi erano usi fare ogni notte; gli altri poi rimasi dentro il paese, comeché non conosciuti dai suddetti tedeschi, vennero fatti uscire fuori sotto divise di contadini giacché a questi si permetteva la libera uscita per le faccende campestri.
Ed in ciò i suddetti briganti erano anche aiutati da non pochi dei nostri paesani, come vuol sempre succedere in casi simili, avendo sempre tanto la parte favorevole quanto la contraria.
Agli altri finalmente ai quali non venne fatto di togliersi dal pericolo, riuscì nondimeno di nascondersi entro il paese medesimo e di farsi tenere anche segreti, siccome fra gli altri avvenne ad un tale che chiamavano Peppe l’Abbate;
il quale essendosi nascosto entro il camino della casa di Benedetto Parisella, ora posseduta dal suo nipote Leonardo Iannone, dopo la partita de’ tedeschi la mattina stessa se ne fuggì anch’egli sano e salvo.
L’unico ad essere ucciso fu Pasquale Parisella da Vallecorsa, di cui si è parlato. Se n’era questi fuggito sul tetto della casa del summentovato Domenico Gallozzi posta in via delle Rose poco discosto dalla Chiesa ove i medesimi erano anche saliti affine di spiare meglio le cose siccome quella che è la parte

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più alta non solo di esso Tempio, ma di tutti gli altri edifici del Paese.

Il vederlo adunque i tedeschi e lo sparargli contro co' fucili fu tutto uno. Se il Parisella non morì sull'istante, le ferite però furono tali, che venendogli meno le forze, e destituito di sensi, il corpo rimase abbandonato a se stesso, perciò qual cosa il corpo per la pendenza del tetto cadde miseramente nella sottostante strada denominata una volta Via dell’Erto, ora Sant’Antonio Abate. I presi furono due cioé Alessandro Massaroni e un altro che chiamavano Tiriticco.
Il Massarone fu preso nella suddetta casa di Domenico Gallozzi, ove avea sempre abitato dacché erasi presentato. Quando poi i tedeschi videro che non vi era a far nulla, ripartirono dal paese portando seco loro i due catturati. Partiti gli austriaci entrarono i Papalini non per altro forse che per vedere ed informarsi del risultato.

Ma nel partire che fecero poi anch'essi, giunti nel suddetto Vicolo S. Antonio Abate, ebbero a prendere un loro compagno, ed eccome il come.
Nello stesso Vicolo a mano dritta nell'andare verso l'antica Chiesa del santo tra la casa di Maria Carolina Parisella e quella di Donato Raso eravi un vano di circa tre palmi di larghezza, fatto a modo di condotto che in dialetto patrio dicesi Stracerna, fatto apposta per dar scolo alle acque piovane.
Nel tempo di cui parliamo sotto il piano del medesimo eravi eziandio il condotto della

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latrina della casa Raso, il quale poi alla bocca di detta Stracerna calando entro nella medesima, e finalmente vicino alla detta Chiesa per le mura di paese andavasi a scaricare nel piccolo giardino sottostante di proprietà della stessa famiglia Raso, ora posseduta da Francesco Saverio (Leonardo Filomeno) Parisella uno degli eredi di essa. Ora dentro della detta Stracerna erasi nascosto Antonio Mastroluca, ed eravasi tenuto occultato tutto il tempo che il paese era rimasto occupato dalle truppe.

Nel partire adunque che facevano i Pontifici come si è detto, giunti che furono vicino alla detta Stracerna, il Mastroluca tirò di là dentro un colpo di fucile contro de' medesimi e ferì mortalmente uno di essi. Egli non è a dire come rimanessero indignati tutti gli altri a sì crudele audacia.

Saliti subito e introdotti nella Stracerna rovistarono da per tutto, ma non poterono trovare, poiché l'iniquo erasi ficcato entro del detto condotto della latrina coll'intendimento di uscire nel mentovato giardinetto e porsi anch'egli in salvo. Ma era scoccata anche per lui l'ora fatale di dover perdere miseramente la vita. Come vi entrò non poté più uscire; poiché giunto ove appunto il condotto cala dal muro, siccome abbiamo notato, il meschino rimase incagliato non potendo più andare né avanti né addietro.

I pontifici sospettando che dovea esservi sotto qualche nascondiglio, o pure avendolo forse saputo dagli altri, ruppero appunto in quel punto ove il Mastroluca

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era rimasto intraversato, e scovatolo da quell'umido e lurido luogo, e trascinatolo a viva forza nella suddetta strada, gli tagliarono vivo vivo il capo lasciando il busto stramazzone a terra.
Dopo di ciò i soldati andarono in cerca del Reverendo Signor Canonico ed Economo Curato Don Vincenzo Parisella onde pregarlo a concedere loro la bara della Chiesa affinché si potesse trasportare in Terracina col minor disagio che si potesse il compagno ferito.

Il più volte citato Luigi Pernarella ebbemi narrato che, passando eglino vicino alla sua casa, il medesimo si fé loro innanzi e li richiese se aveano bisogno di qualcosa, ed eglino accettando la sua profferta lo portarono dove era il compagno e gli ordinarono l'avesse portato sulle sue spalle sino al piano siccome fé subito.
Ivi poi posto entro della bara fu dallo stesso Pernarella e da Giuseppe Venanzio Canale allora impiegato di Polizia portato sino al luogo denominato I Travi, di là poi fino a Terracina fu portato dai contadini che si trovavano in quelle vicinanze e stavano a mietere.

Ma appena giunse in detta città morì.
Il cadavere dell'infelice Mastroluca, come indegno della sepoltura Ecclesiastica, fu gettato all'immondizia fuori di Porta San Rocco tra il giardino de' Pernarella e l'orto degli eredi del fu Michele Arcangelo Pecchia e coperto con la terra. La parte del condotto rotta da' gendarmi Pontifici non fu mai più accomodata ed è tuttora scoperta. Così finì la scena di quel tremendo giorno, e da

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quel giorno, datisi i ribaldi rimasi liberi nuovamente per le macchie, cominciarono nuove pene per la patria.

Paragrafo 9

In questo stesso anno 1821 successe ancora la morte del brigante Antonio Mattei, compagno del Mastroluca, soprannominato anche il Gran Maestro. La fine di quest'anno fu veramente infelice, e quella doveva certamente aspettarsi da tal sorta di gente.
La cosa successe nel seguente modo. Il medesimo già da qualche tempo era stato preso e condotto de' bagni di Gaeta. Stando ivi adunque, non si sa come gli riuscì di fuggire impunemente dalle prigioni.

Recatosi pertanto nel luogo ove solea spesso praticar co' compagni, dimandò ad uno dei pastori se nulla sapesse de' medesimi. Uno di questi, appartenente alla sua banda stessa, cioè Massaroni, il quale era nativo di Ceccano, erasi già presentato al Governo Pontificio, dal quale perdonato era stato dal medesimo posto nuovamente per le montagne sotto pretesto di essere ancora brigante affine di servirsi di lui come mezzo per tirare tutti gli altri.

Dal pastore cui erasi diretto il Mattei fuggì indicato appunto questo, cioè il Ceccanese, ch'egli stesso

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credeva fosse brigante ancora. Non si volle altro perché il Mattei tosto si muovesse di là per andare in cerca. Trovatolo adunque mentre tutti e due facevano i soliti complimenti e congratulazioni di essersi nuovamente abbattuti insieme, il Ceccanese avvicinossi al Mattei come per baciarlo, ma in quella vece con un coltello che tenasi nascosto in mano gli tagliò interamente la gola.
A tal colpo il Mattei volendosi difendere, così a sangue caldo avventossi egli pure contro del Ceccanese, e rabbiosamente gli mozzicò al naso, e glielo rovinò a tal maniera che vi volle del tempo per guarirsi. Ma il Mattei non poté sopravvivere lungo tempo alla ferita ricevuta. Subito cadde a terra e poco stante morì. Tutto ciò avvenne in una delle montagne tra Fondi e Vallecorsa.

Paragrafo 10

In questo stesso anno 1821 si videro comparire altre due bande di facinorosi ad infestare le nostre contrade. Capi di esse erano due nativi di Lenola; l’uno chiamato Giovanni Battista Mastrobattista di mestiere legnaiolo, l’altro Lorenzo Catena. Questi poi un anno dopo, cioè nel 1822, fu seguito nei rei intendimenti da un altro suo fratello germano per nome Sotero, di maniera che nell'intervallo di poco tempo alle antiche bande vennero

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ad aggiungersi altre tre non meno perniciose e terribili. Di queste tre bande poco o nulla sappiamo. Quello è certo si è che tutti e tre facevano comitiva da sé. Quelle de’ suddetti germani Catena erano composte di circa sette o otto persone. Lo stesso sarà stato forse ancora del Mastrobbattista, ma la cosa non è certa.
Quel che è anche fuori di dubbio si è che in processo di tempo al suddetto Mastrobbattista unironsi molti altri de’ briganti di sopra numerati, come il Mezzapenta, il Iannotti e così via discorrendo. Anche lo stesso Sotero Catena non molto tempo dopo si fece della sua comitiva ma di poi videasi costretto ad abbandonarla affine di evitare il pericolo in cui trovossi di perdere evidentemente la vita. Motivo di ciò si era per avere il suddetto Sotero ucciso uno zio in terzo grado del Mastrobbattista, siccome quello ch'era fratello cugino di suo padre. Era questi quel Giacomo Pandozzi alias Marza, di cui abbiamo parlato di sopra nel capo precedente, il quale tanto si prestò in favore de’ suoi concittadini nel famoso fatto di Lenola, ma di poi non venne affatto premiato.
Taluni dicono che dal Comune di Lenola fu fatto guardiano de’ castagneti, ma senz'arma, mentre ciò viene negato dal suocitato Carmine Pandozzi tuttora vivente che è tra noi.
Il Marza adunque venne un giorno impostatato e ucciso dalla comitiva e dallo stesso Sotero Catena. Ciò avvenne il dì 25 marzo 1824. E nel giorno stesso l’anno

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seguente 1825 venne ucciso Sotero Catena. Egli fu tolto di vita da Giovanni Boccia padre di Antonio, tutti e due parimenti di Lenola, e che tutti hanno conosciuti siccome quelli che da moltissimi anni eransi stabiliti in questo nostro paese. Il motivo anche di essere venuti a fissare qui il domicilio si è perché il suddetto Giovanni in premio di aver ucciso il Catena, venne annoverato nella squadriglia di Monticelli.

Di Lorenzo poi altro non sappiamo, come si è altresì notato, non era unito a veruna comitiva e nella sua campagna avea uno d’Itri, che facea forse da capo in sua assenza. Riguardo finalmente al Mastrobbattista egli è da notarsi altresì che, a detta de’ vecchi, il medesimo non faceva male a chicchessia, né in verun modo permetteva che glielo avessero fatto alcuno de’ suoi o degli altri appartenenti alle altre bande, e per tutto il tempo che visse così fuggiasco e lontano dalla terra natia, non lasciò di guardare e difendere in modo particolare la città di Fondi, Lenola la sua patria e questo nostro paese Monticelli.

Paragrafo 11

Nell’anno 1822 un solo omicidio troviamo registrato nel più volte citato Libro Parrocchiale de’ Morti, il quale sebben per isbaglio fu però operato dagli stessi briganti e precisamente dalla banda di Giovanni

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Battista Di Cola. L’infelice vittima ne fu un altro nostro compaesano per nome Giuseppe Antonio Teseo figlio del fu Biagio fu Costantino, e della fu Anna fu Pietro Rizzi, nato qui addì 26 giugno 1782, marito di Anastasia figlia del fu Amadio fu Domenico e della fu Dionora fu Clemente Pernarella, e padre della tutora vivente Maria Rosa Teseo chiamata volgarmente Rosa d’Anastasia dal sopradetto nome di sua madre.

Il fatto avvenne nel seguente modo.
I briganti aveano mandato a chiedere a Teseo che avesse portato tanto di pane quanto potesse ricavare da un tomolo di farina. Egli per non essere molestato e molto più a fine di evitare qualche male che senza meno avrebbelgli fatto i briganti, credé bene di doverli favorire.

Allestito adunque e posto in ordine detto pane, non potendolo cacciare di paese tutto assieme atteso i rigori che vi erano e molto più le guardie che sovegliavano alle porte del paese, ricorse ad uno stratagemma che assai gli giovò.
Sotto pretesto di trasportare lo stabbio in campagna allestì il suo asinello nel modo che suol tenersi facendo diversi viaggi. In ognuno di questi viaggi entro la sporta dello stabbio non l’ebbe cacciato tutto di paese. La notte seguente che fu del 11 del mese di novembre il medesimo accompagnato da un suo nipote per nome Andrea figlio del suo germano Lorenzo, il quale portava sulle spalle il sacco col detto pane dentro,

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e da un altro che i vecchi non più rammentavano bene se sia stato Onorato Contestabile detto il Pinto manutengolo degli stessi briganti, quello stesso che aveagli fatta l'imbasciata, o Giagio Marrone, ma certo uno de’ due dovea essere, accompagnato, dico, dai suddetti erasi avviato verso il luogo, dovea sapere che doveano attenderlo. Giunti tutti e tre nel luogo denominato Còle di Pietro Troia, allo stormire forse delle foglie o al calpestio de’ piedi i briganti che stavano poco lungi, credendo che fosse la forza, si posero tutti in attenzione preparando e tenendo in ordine i loro fucili. Uno di essi però che fu Leone Pernarella credendosi fosse veramente la detta forza senz’altro aspettare diede fuoco al suo fucile e il colpo andò direttamente al Teseo, andandogli la palla in petto e propriamente alla bocca dello stomaco e uscendo di dietro.
Il Teseo non morì subito; ma ebbe il tempo di essere portato in paese, e qui confessarsi dal Rev. Can.co Giuseppe Mariano e ricevere gli altri sacramenti. Ciò avvenne intorno alle ore 6 del suddetto dì 11 novembre 1822. Il succitato Libro dice che egli venne in paese co' suoi piedi; ma dalla lodata sua stessa figlia Maria Rosa siamo assicurati che fu portato in ispalla dal suddetto suo nipote Andrea. La cosa benché avvenuta per isbaglio dispiacque agli stessi briganti, i quali in tutti i modi volevano uccidere il summenzionato Leone Pernarella e fu un miracolo che la scampasse. La suddetta Rosa ci dice ancora che era tanta l’ansietà degli stessi briganti intorno alla vita di suo padre che

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tutto quel tempo che sopravvisse alla ferita eglino non si moveano mai dal luogo detto il Riposaturo a fine di ispirare come stesse. Ma finalmente eglino stessi sentirono suonare la campana che annunziava il passaggio all’eternità. Ciò fu il dì 13 di detto mese di novembre 1822, cioè due giorni dopo che venne ferito gravemente.

Paragrafo 12

nel seguente anno 1823 due altri omicidii troviamo notati nel suddetto Registro Parrocchiale de’ Morti.
Vittima del primo ne fu un altro nostro compaesano per nome Biagio Teseo figlio del fu Curzio Giovanni fu Biagio e della fu Orsola fu Salvatore Rizzi, nato qui addì 14 maggio 1779 marito di Gesumina figlia del fu Giacomo fu Domenico Mariano, e della fu Anna Maria Mariole e padre di quell’Eleuterio brigante anch’egli e appartenente alla suddetta banda di Giovanni Battista Di Cola, di cui si è parlato nel capo precedente n. 14.
Qual sia stato il motivo di sì barbaro omicidio noi perfettamente lo ignoriamo. Quello è certo sì è che il medesimo venne tolto di vita da Luigi Iannotta della banda di Giov. Battista Di Cola. Ciò avvenne il dì 4 Dicembre detto anno 1823, nel luogo denominato Le Rave Rosse,

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o almeno in quel giorno fu trovato il suo cadavere in detto luogo. Vittima del secondo fu un tale per nome Domenico Valente Iacuetti, che neanche sappiamo di che paese egli fosse. Quello è certo si è che il medesimo era pastore e praticava per questi nostri tenimenti. È anche probabile sia stato ucciso dagli stessi briganti sebbene non più si conosca da quale banda o individuo in particolare venisse ciò fatto.
Il medesimo fu trovato ucciso nel luogo denominato L’Aequaro della Jatta il dì 12 dicembre detto anno 1823, che è, quanto dire, giorni 17 dopo l’uccisione di Biagio Teseo.

Paragrafo 13

In questo stesso anno 1823 videsi ancora comparire un’altra banda di facinorosi ad infestare i nostri monti sotto la guida e direzione di uno nativo di Sonnino. I nostri antichi non ci hanno più potuto indicare il vero nome del capo di essa.
Tutto quello che ci hanno saputo dire si è che il medesimo era conosciuto sotto il soprannome di Scettolino, il quale però nulla impedisce non possa essere stato il vero cognome del casato. Questa comitiva non contava più che cinque o sei individui, i quali, quanto scarsi di numero, altrettanto feroci e audaci erano ad ogni più

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ardua impresa. La maggior parte di essi dovea forse essere anch’essa del detto paese di Sonnino. Di questa banda abbiamo quanto segue.

Un giorno le autorità di Monticelli da spia certa e sicura venne a sapere che i medesimi trovavansi tutti nel luogo denominato il Castellone presso la Valle Gaetano. La cosa tanto più readevasi certa quanto che svelata veniva da un ch’era fratello germano di uno del numero de’ briganti stessi appartenenti alla detta banda per nome Fortunato Gargari, nativo di Agnone di Atina, il quale poi in premio di ciò fatto fu gendarme. Disgraziatamente quello stesso giorno in nostro paese trovavasi sfornito di forza, non vi erano che pochi individui.
Ciò nonostante per non compromettersi furono costretti a marciare que' pochi che si trovavano di guarnigione.

Questi furono il più volte nominato Domenico Gallozzi, il quale in quel tempo era sergente della squadriglia, la quale ne anch’essa trovavasi in quel giorno in paese, Luigi Vincenzo Parisella, capo civico, Francesco Antonio Padovano, Luigi Cardinale di Carlo Antonio, Luigi Pernarella di Gioacchino, Pietro Antonio Canale, Tommaso di Felice, Alessandro Giordano, Giuseppe di Vizio, e Luigi Pernarella di Giovanni, i quali tutti erano civici semplici e in tutto numero di dieci individui.
Giunti tutti sotto la guida dello stesso Fortunato Gargari nel luogo designato, questi distribuiti egli medesimo in diversi punti da lui creduti in più opportuni e datti a non farne iscappare

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neppure uno de’ suddetti briganti, ma invece a sorprenderli e racchiuderli tutti in mezzo.
Al mezzogiorno vi pose Luigi Pernarella di Gioacchino, Luigi Cardinale e Giuseppe di Vizio, al nord Pietro Antonio Canale, Tommaso di Felice e Alessandro Giordano; Domenico Gallozzi, Luigi Pernarella di Giovanni, Francesco Antonio Padovano e Luigi Parisella preseli seco sotto la sua scorta guidandoli egli stesso in cerca de’ malfattori.
Il primo che questi incontrarono si fu uno de’ suddetti briganti, il quale sbottonatosi le brache erasi già adagiato per fare i suoi bisogni corporali. Ora questi vedendosi tutto all'improvviso assalito dalla forza alzossi incontanente così come trovavasi dal luogo ove stava, e co' calzoni tuttavia in mano posesi a fuggire.

Al rumore di costui, e molto più ai replicati colpi di fucile che la detta forza facevagli addosso avvisati tutti gli altri del pericolo in cui trovavansi incappati, non frapponendo tempo in mezzo, si diedero anch’essi alla più precipitosa fuga non badando ai precipizi né ai perigli, ma tenendosi stretto alle piante di ginestra e ad ogni sorta di cespugli precipitavansi disperatamente dai burroni e dalle balze.
E benché così perseguitati dai civici, si fossero almeno alcuni incontrati ne’ medesimi spinti com’erano dalla paura e dalla disperazione tanto fecero e tanto seppero ancora adoperarsi che finalmente riuscì loro evadere dalle mani della forza e porsi tutti in salvamento nella contrada denominata Il Lauro.

La pagina 210 del dattiloscritto risulta mancante.

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[Un abitante del luogo, di cognome Pernarella, considerato ]

il pericolo a cui uno esponevasi in dover fare con gente capace di ogni sorta di male, per cattivarsi l’animo dei briganti credé bene trattar amorevolmente la spia.
Laonde accoltolo con tutta la buona grazia, per segno di gentilezza fecegli fare anche colazione dandogli, fra le altre cose, a mangiare due rocchi di salsiccia che il medesimo arrostì così subito allo spiedo.

Dopo di che colla stessa segretezza fecegli a parlare in questo modo, cioè che come gli venuto era allora da lui per l’indicato oggetto, badato avesse di mai più farlo in avvenire; giacché tutto quello che alla forza vien fatto prendere ai briganti, tutto vien poi distribuito fra i compagni. E poi quand’anche la detta baionetta fosse toccata a lui, ed egli l’avesse ancora, neanche gliela avrebbe mandata. Badassero adunque un’altra volta; poiché in caso diverso avrebbelo egli stesso legato in casa sua, e trascinatolo per le scale di essa avrebbelo senz’altro consegnato in mano della giustizia.

Dietro un tal rifiuto i briganti determinarono di vendicarsi del Pernarella e sin da quel momento andarono cercando ogni occasione e mezzo, da giungere a questo loro iniquo divisamento di dargli la morte. E riuscito veramente vi avrebbero se Iddio non vegliava alla sua difesa. Nulla più facile quanto di averlo nelle loro mani. Imperocché addetto com’era alle faccende della campagna, il medesimo usava spesso nella

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contrada Valmarina ove anche presentemente possiede la maggior parte dei suoi terreni; anzi costretto eravi dalla necessità affine di dare avviamento agli affari campestri, e invigilare sopra le opere, le quali tolte all'occhio del padrone poco o nulla esse fanno. Anzi vi fu ancora del tempo che il medesimo ciò faceva con tanto più di sicurezza, quanto che saputo avea per certo che i suddetti briganti eransi allontanati dai nostri tenimenti e ridottisi tutti negli Abbruzzi.

Sebbene anche senza di questo lo stesso era giunto a godere di una certa sicurezza sopra la sua vita per avervi posto a tempo dei mezzi da lui creduti i più valevoli ed efficaci a non farsi fare alcun male da' suddetti briganti. A tal uopo egli erasi servito degli stessi manutengoli, che in quel tempo oltre del suddetto Campomelano, erano Vincenzo Russo fu Giuseppe, Onorato Antonio Contestabile che abbiamo nominato di sopra, detto il Pinto, e soprattutto il brigante Serafino Iacuacci di cui abbiamo anche parlato altrove, il quale avendo per qualche tempo abitato in casa del Pernarella e per essersi la moglie di lui Domenica Antonia Di Micco vallecorsana essa pure sgravata ivi stesso di un bambino che fu dipoi battezzato nella nostra Chiesa Collegiata il dì 1 maggio 1821 col nome di Alessandro, per tutto ciò e per altri riguardi usati loro, avea col medesimo contratto amicizia di maniera che il Iacuacci in nessun modo non poteva non professargli gratitudine e riconoscenza. Nonostante però tutto questo i briganti s’erano fitto in capo di volergli ad ogni costo vendicare

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del Pernarella, e se aveano già decretata la morte. Ed eccone il come narratoci dal Pernarella stesso.

Presso della sua casetta nella detta contrada Valmarina faceavi anche la sua dimora un altro nostro compaesano per nome Innocenzo Marrone, figlio del fu Onorato fu Nicola Marrone, e della fu Maria Teresa fu Antonio Pezzucco, nato qui addì 20 febbraio 1879 marito di Maria Giuseppa fu Marco fu Bartolomeo Barlone, e della fu Innocenza fu Tommaso Polidoro, dalla quale ebbe anche una figlia per nome Maria Vincenza nata gli 26 maggio 1822.

Molti ancora vi sono che hanno conosciuto la detta Barlone, siccome quella che per molto tempo è stata anche la levatrice approvata del comune e morì nell'anno del colera 1837 addì di agosto.

Ora il suddetto Innocenzo Marrone era un altro de' manutengoli della summenzionata banda Scattolino e stavasene continuamente in campagna nella detta contrada Valmarina e propriamente nel pagliaio del fu Giuseppe Raso posseduto presentemente da suo nipote Alessandro Raso fu Domenico suo figlio. Verso la fine di agosto dell'anno 1824 il lodato Luigi Pernarella più d'una volta avea notato nel Marrone che questi verso la sera quando avea da parlare tutte le volte facealo sotto voce e più segretamente che potuto e quando più annottava, tanto più cresceva in lui l'ansietà e timore e tanto più ancora mostravasi cautoletto e guardigno. La qual cosa il Pernarella a chi mai attribuirla tanto più poi che egli credeva e parevagli anzi certo

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non essere ancora tornati dagli Abruzzi. Ma il motivo ben se lo conosceva il Marrone il quale sapeva per certo essere eglino ritornati, e che da qualche tempo andavano già scorazzando nuovamente per nostri tenimenti, come pure che verso sera solevano praticar per quelle vicinanze.
Cagione poi di tutte queste pene che pativa il Marrone e che l’avevano quasi gittato in un totale scoraggiamento si era il presentire la fiera tempesta che una notte o l’altra sarebbe venuta infallibilmente a scaricarglisi sul capo, di che egli o per averlo forse già inteso o per concetto fondato sospetto, ne viveva in timore. E ben n'avea ragione, perocché sebben fosse stato fino allora assai fedele ai suddetti briganti, e lo fosse tuttora, pure dal troppo conversare che il medesimo faceva co' soldati Pontifici che stavano all’Epitaffio co’ quali passava giornalmente buona pezza di tempo in giocare e in ogni altra sorta di divertimento, tutto ciò avea fatto entrare i medesimi in grandissimo sospetto, che egli dovesse quandochessia servirsi appunto di ciò per tradirli e farli un dì ospitare tutti nella mani della giustizia.

Questo adunque si era il motivo che rendevalo tanto angosciato non potendo non temere della risoluzione in che eglino sarebbero senza dubbio venuti, e che era d’aspettarsi certamente, del che forse gliene aveano già dato qualche segno chiaro e manifesto. E così infatti fu, poiché una notte i briganti se l’ebbero tolto di

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mezzo privandolo di vita e con ciò vendicandosi di quel male, che eglino credevano volesse far loro.
Ciò avvenne il dì 28 agosto del suddetto anno 1824 o qualche giorno innanzi nel luogo denominato il Sovararo o per certo in detto giorno fu ivi ritrovato il di lui cadavere, il quale trasportato tosto nel giorno medesimo in paese, dopo le formalità richieste dalla legge, venne seppellito nella chiesa nostra siccome può vedersi nel citato Libro de' Morti a foglio 189.
Lo stesso dovea ancora succedere in quella notte medesima al summenzionato Luigi Pernarella. Imperocché ucciso il Marrone i Briganti si recavano alla detta casetta affine di ammazzare anche lui. Ivi giunti e trovatala chiusa, e credendo pure dover egli essere dentro, si fecero ad aprire la porta senza però scassinarla; poiché levate alcune schegge intorno alla serratura di essa si fecero con la punta della baionetta a forare il ferruccio. Ma entrati dentro non ve lo trovarono come si credevano, e come dèva essere se Iddio non lo avesse liberato dalle loro mani.

Lo che avvenne in questo modo.

La sera antecedente sopraggiunto da una piccola febbre fecesi portare in paese. Il dì seguente avendosi dovuto portare in Terracina, giunto in Vallemarina volle prima recarsi alla casetta, e non vedendovi il Marrone, ne domandò contezza alla sua sorella germana Maria Pace tuttora vivente la quale non seppe dargli nulla. Non sapendo neanche egli nulla stesso fece al suo

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ritorno la sera dello stesso giorno, ma avendogli la detta sorella risposto che durante la giornata il Marrone non s'era veduto mai, il Pernarella entrò subito in sospetto fosse il medesimo andato dai briganti onde tramare cogli stessi qualche male agli innocui cittadini, e temendo ancora di essere preso egli stesso in sospetto dalla autorità d’intrighi collo stesso Marrone, giunti in paese andò subito a darne parte alla autorità medesima dichiarando essersi il Marrone allontanato dal luogo ove sempre solea praticare, e per tutta quella giornata non erasi mai veduto.

Poco stante giunse la nuova della uccisione di lui e poco dopo anche il cadavere. Riguardo finalmente alla suddetta banda Scattolino, non andò molto che anch’essa venisse a distruggersi e scomparire affatto da' nostri tenimenti coll'uccisione del detto suo capo.

Lo Scattolino fu ucciso dalla squadriglia del sullodato Domenico Gallozzi e vuolsi avesse fatto il colpo Tommaso Di Legge nativo di Casale o Casalvieri. Ciò avvenne nella contrada denominata Fontana de’ pezzenti e propriamente nel luogo detto Valle Casenove.

Anche il fratello del predetto Fortunato Gargari, di cui non sappiamo il nome, anche prima venisse ucciso lo Scattolino, fu preso anch’egli dalla stessa squadriglia e condotto in Monticelli, di qua poi fu trasportato in Itri ove venne immediatamente fucilato.

Fine del capo 5

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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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