Pagina principale di riferimento: Fonti per la storia del brigantaggio preunitario e postunitario in Terra di Lavoro (1750-1870), a cura di Armando Pepe.
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Capo 4
Continua la stessa materia del brigantaggio dall'anno 1815 sino all'anno 1820.
Paragrafo 1
Anche quest'anno 1815 di cui entriamo a favellare distinguevsi fra tutti gli altri per molti fatti dolorosamente in esso verificatisi. Anzi da quanto si dirà sembra dovessi dire che questo anno sia appunto quello che in certo modo abbia aperto la porta a novelli malfattori, i quali unitisi ai primi ne accrebbero notabilmente le fila, che non lasciarono dipoi di andare crescendo ognora più negli anni susseguenti. Molti avvenimenti pertanto viderisi in essi accadere.
Paragrafo 2
Il primo successe il dì 27 gennaio detto anno 1815 ch'è quanto dire mesi due e giorni quindici dopo la morte della giovinetta Rosa di cui abbiamo parlato nel fine capo precedente. Questo si fu un altro barbaro omicidio dagli stessi briganti commesso sulla persona di un povero vedovo nativo di Terelle per nome Pietro di Tommaso soprannominato Sinnacco. Noi non sappiamo se il medesimo si trovasse già stabilito e domiciliato qui nel nostro paese, ovvero si fosse solamente recato in quel tempo a fine di far isvernare gli animali siccome è uso proficuo anche di presente di molti pastori
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degli altri paesi non lontani dal nostro e specialmente quelli di Terelle. Quello è certo si è che il doloroso fatto avvenne sopra del monte nel luogo denominato La Fala, ove il medesimo attendeva e custodiva e pascolava gli armenti, che il più delle volte citato Libro de' Morti dice ch'erano di sua proprietà. Nulla però dice ove trovato venisse il suo cadavere, il quale peraltro dovrà senza dubbio essere stato trasportato qui in paese e seppellito al solito nel cimitero della nostra Chiesa Collegiata.
Paragrafo 3
Un altro fatto stesso anno 1815 il quale, sebben non riguardi il nostro paese né sia accaduto in esso egli è buon però che tutti lo sappiano. Dee sapersi pertanto che sin dall'anno antecedente 1814 era insorta un'altra comitiva di facinorosi ad invadere le nostre montagne. La medesima era denominata Calabresotta dal cognome forse ovvero soprannome che avea di Calabria brestotto il capo di esse quantunque i nostri vecchi non ci abbiano saputo indicare più il vero nome, ed era composta di circa venti persone, delle quali, oltre all'essere tutta gente di male affare com'è naturale che lo siano tal vezza di vagabondi e oziosi, molti erano anche disertori di reggimenti, e perciò assai abili al maneggio
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delle armi. Manutengolo di essi era un tale di Lenola per nome Giacomo Pandozi soprannominato Marza il quale fu padre di Carmine a tutti noto, il quale assai tempo fa lasciato il detto suo originario paese, si è ritirato e fissato il suo domicilio qui fra noi avendovi preso anche moglie da cui ha avuto numerosa figliuolanza,
e che fino al dì d’oggi in cui scrivo (18 dicembre 1877) è tuttora vivente e gode ottima salute.
Ora fra le altre cose avevano i suddetti malfattori divisato di sorprendere e impadronirsi di due di Lenola siccome quelli che erano assai ricchi in danaro e sostanze, cioè del Canonico Don Francesco Antonio De Simone, e del secolare Don Giuseppe De Longis. Sebbene vi siano altri che dicono che non questi, ma due altri non meno diviziosi volessero essi prendere cioè il prete Don Pio Boccia ed un sacerdote per nome Don Francesco Pandozi.
Ma con buona pace di tutti noi diciamo che nessuna ingiuria si fa ad essi se si creda e si dica ancora che loro intendimento era di prendere tutti e quattro e gli altri eziandio se veniva loro fatto. A tal fine concertata la cosa fra loro pensarono ai mezzi e posero tutto in opera onde venire affine del loro reo intento. La cosa veramente era bella e fatta; poiché sapendo i medesimi che la maggior parte de' galantuomini di Lenola soler ogni giorno ridursi in sul far della sera in un luogo assai delizioso ed ameno poco discosto dalla detta terra denominata Il Lago da un gran pozzo d’acqua che vi ha vicino alle due Chiese Rurali di San
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Biagio e di San Rocco; così credevano, e difatti sembrar dovea a tutti ch'era questa un'occasione assai propizia e favorevole onde venire facilmente a capo del loro iniquo divisamento, anzi tale da non poter infallibilmente sfuggire e mancare.
Ma quel Dio che veglia alla guardia degli innocenti non permise un tanto male, anzi in quella fossa medesima che avevano essi scavata per gli altri permise che vi cadessero eglino stessi. Poiché avendo voluto i medesimi servirsi per tal intento dello stesso Pandozi e concertato con esso lui del modo da tenersi, questi fé tutto il contrario di quello che avevano insieme combinato; giacché egli è da sapersi ancora che nel mentre questi sembrava favorire i briganti, e nel caso particolare di cui trattiamo dare loro la cosa bella che fatta, molto più però faceva egli la parte de' suoi concittadini, ed è da credere ancora che del favore de' suddetti briganti il medesimo servivasi unicamente per tenerli continuamente in sull'avviso onde non incappare nelle loro mani. In fatti i signori di Lenola avvisati segretamente dal Pandozi e informati appieno da lui de ogni cosa non solo si tennero sin da quel punto cautelati e guardinghi, ma servironsi di lui stesso per farne parte alla giustizia mandandolo ipso facto a Fondi ad avvisare il Generale Amici, il quale era stato mandato apposta per la distruzione del brigantaggio, e faceva la sua ordinaria dimora in detta città.
Tutti ci dicono come cosa fuori di dubbio che il Marza nel recarsi a Fondi a chiamare la forza, v’impiegò lo spazio
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di un solo mezzo quarto di ora, lo che sarebbe impossibile a credersi, se non fosse constatato da persone che verificarono il fatto coll’orologio alla mano.
Il medesimo poi tornato a Lenola quando credé giunto il tempo opportuno egli stesso menò i suddetti briganti nel luogo convenuto e feceli rimpiattare tutti nel casino della famiglia Rosati che era ivi stesso vicino al suddetto Lago come in agguato e in attenzione de' signori. Intanto il generale Amici radunate le sue forze dall’intero circondario, le condusse egli stesso sulla faccia del luogo e fatto circondare il detto casino ordinò tosto il fuoco contro de' briganti, i quali in luogo di arrendersi rispondevano con altrettanto audacia facendo anch’essi fuoco sulla truppa. Allora il generale diè ordine si mettesse fuoco al casino, che tosto eseguito rimase tutto incendiato e arso. De' briganti tre furono vittime delle fiamme, tutti gli altri furono presi e condotti a Fondi, ove il suddetto Amici ordinò fossero tutti posti in carcere e ivi stesso scannati dopo però confessati e comunicati se pur far lo volevano. Lo che venne in pochi giorni eseguito dallo stesso carceriere Bottocelli.
Il fatto di Lenola successe il dì 15 aprile di detto anno 1815 e i nostri vecchi tuttora ci raccontano che poco mancò che a sì orribile catastrofe non si fosse trovato anche il famigerato brigante Luigi De Angelis colla sua comitiva.
Giusta il convegno egli dovea unirsi alla suddetta
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banda Calabresotta e rinchiudersi nel casino Rosati. Se ebbe la sorte di scamparla ciò fu perché nel mentre vi si recava si accorse della forza e forse vide ancora che per ivi stesso la medesima era diretta, onde ebbe tempo a fuggire e porsi in salvo.
Paragrafo 4
Siccome abbiamo di sopra accennato anche in quest’anno 1815 molti si furono quelli che si gittarono per le montagne ad accrescere la fila de' malfattori. I primi che noi troviamo aver ciò fatto si furono (Felice) Vincenzo Barlone, Isidoro Rizzi, e Andrea Perna. I primi due erano nostri compaesani. Il primo cioè Vincenzo Barlone era figlio del fu Sotero fu Giacinto Barlone, e della fu Crescenza fu Simone Rizzi, nato qui addì 29 novembre 1794. Il secondo cioè Isidoro era figlio di Giuliano fu Giuseppe Rizzi, e della fu Caterina fu Francesca Fusco, nato parimente qui addì 8 febbraio 1787. Questi era fratello germano a quello Onorato di cui ci è toccato parlare nel cap. n. stato brigante sotto Michele infermo.
Molti tuttavia vi sono che lo hanno conosciuto siccome quello che fu il padre di quel Giuseppe a tutti
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parimente noto soprannominato Peppe di Rosa dalla madre che chiamavasi con tal nome, il quale morì or sono pochi anni cioè addì 30 gennaio 1866. Andrea Perna poi era nativo di Gaeta siccome anche lo erano il suo padre per nome Domenico e una sua sorella chiamata Lucrezia della quale ci toccherà parlare anche in seguito.
Sin dall'anno 1804 e forse anche prima tutti e tre erano venuti a stabilirsi in questo nostro paese, e Domenico vi era passato anche a seconde nozze avendosi sposata una certa Angela Robondo nativa del vicino Paese di S. Lorenzo, dalla quale ebbe due altri figli, l'uno per nome Luigi, e l'altra chiamata Maria Angelica. Tornando a quello dicevamo di sopra motivo pe' suddetti tre a gittardi anch'essi a vita cotanta scellerata ed infame si fu l'omicidio da essi commesso sulla persona di un altro nostro compaesano per nome Luigi Mansillo figlio del fu Guglielmo fu Modesto Mansillo, ed ella fu Giustina fu Brunone Reale, marito di Evangelista fu Domenico Marrone, e della fu Giovannangela Alfidei, nato addì 17 febbraio 1780. Qual si fosse la cagione di sì orribile misfatto noi perfettamente la ignoriamo. Molti inclinano a credere sia stato per affari d'interesse o per diverbi avuti il giorno innanzi o non molto tempo prima. Quello è certo si è che un sì barbaro omicidio fu dagli stessi commesso la notte del 27 giugno del suddetto anno 1815 nel luogo denominato Cagnasini nel suo poderetto che a detto luogo rimane assai dappresso posseduto attualmente dal suo nipote Francesco
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Mansillo.
Il medesimo trovavasi ivi affin di custodire dai ladri i cocomeri dei quali correva allora la stagione essendo come si è detto, il mese di Giugno. In quell’ora egli stava riposando entro del suo piccolo tugurio o capanna che vogliamo dire alzata da terra per mezzo di quattro o più pali, come qui usasi comunemente da tutti specialmente nei luoghi pantanosi affine di meglio garantirsi dall’umidità che abbonda assai nel nostro agro. Pria di venire all'atto escando il medesimo fu anche chiamato da' suddetti facinorosi. La mattina fu trovato ucciso e dall’esame fatto sul cadavere si rinvenne che l’infelice era stato tolto di vita con un tiro di pistola. Da questo stesso giorno que' tre omicidari si diedero anch’esso profughi per le montagne.
Paragrafo 5
Questo stesso mese di giugno e pochissimi giorni dopo del già narrato venne funestato da altro omicidio quanto barbaro e crudele, altrettanto degno della comune esecrazione siccome quello che fu commesso a pieno sangue freddo e per solo ostentazione e bravura che in dialetto patrio suol indicarsi ed esprimersi col termine di vuapperia o squarcioneria. Dee adunque sapersi che in quest’anno, siccome abbiamo anche accennato
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di sopra, il re Ferdinando IV cui nel tratto di quest'anno stesso vennegli dato il titolo di Ferdinando I emanò il decreto di perdono a tutti quei briganti i quali ravveduti e pentiti di quanto aveano fatto fino allora abbandonata avessero la loro vita e si fossero presentati al governo del re. Era poi stabilito che tale presentazione dovesse farsi nella città di Capua e per lo meno che ivi recarsi dovessero i presentati affine di ricevere il salvacondotto ed esser restituiti alla primiera libertà.
Assai tempo però cioè circa due mesi prima che un tale indulto fosse dato o almeno venisse notificato, i briganti, sia perché ne avessero subodorato qualcosa, sia perché doveanselo aspettare di certo dalla bontà del re, sia per altro motivo, tutti e la massima parte di quegli almeno de' nostri contorni abbandonate le foreste, doveansi ritirati in questo nostro paese, ove viveano sicuri e in piena balìa di loro medesimi, e per sopraggiunta senza il minimo timore di dover ricevere quandochessia molestia alcuna sia per parte del governo sia per parte de' notturnali con tutto che continuassero nel vezzo antico di andare continuamente rubacchiando specialmente in tempo di notte per ogni angolo della nostra vasta campagna.
Bella disposizione invero per approfittare della clemenza sovrana, la quale produsse bellissimi frutti come vedremo in seguito. Vuolsi notare però che tra i briganti paesani v'erano Michele Scarica e i tre nominati di sopra cioè Vincenzo Barlone, Isidoro Rizzi e
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Andrea Perna; come pur che non solo vi erano i briganti del regno, ma quegli ancora appartenenti agli stati della Chiesa, e tra questi un tale Andrea Caricasolo, nato di Sonnino, di cui non v'ha più memoria a qual banda si fosse appartenuto.
Ora sia perché una tal cosa fosse già andata all'orecchio del governo sia per altro motivo che noi non conosciamo, il certo si è che dato l'indulto del perdono, non andò quasi che venisse anche ordine dal governo stesso di far conoscere agli Statisti che la grazia sovrana riguardava i suddetti del Re e non altri e che perciò si dovessero tutti licenziare e rimetterli al governo del Pontefice e in caso di resistenza anche arrestare.
L'incarico di comunicare un tal ordine ai suddetti della Chiesa fu dai rispettivi dato superiore a Don Carlo Cardinale, il quale da molto tempo trovavasi ritirato in Fondi a fine di evitare i pericoli che avrebbe potuto incogliervi stando nel proprio paese a cagione dei tanti nemici che qui avea e che forse non avrebbe lasciato di insidiargli anche la vita.
Un giorno dunque recatosi il Cardinale in paese con molta compagnia parte di squadriglie e parte di paesani tutta gente d'arme, si fe' a comunicare ai sudditi Pontifici l'ordine ricevuto, e perciò ingiungere loro di doversi tosto presentare al governo del Papa, e da quello vedere di poter direttamente ottenere il perdono facendo in pari tempo conoscere loro eziandio che l'insistere e l'ostinarsi di vantaggio non farebbe che
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molestare i superiori, turbar lui stesso, ma non potrebbe produrre alcun effetto nel senso da loro stessi desiderato. Tutto ciò accadeva vicino alla piazza del paese sotto l’arco così detto del macello, ove il Cardinale aveva fatto radunare tutti i briganti.
Ora uno apertamente alla squadriglia che circondava il Cardinale e non lo lasciava mai solo si era quel Paolo Parisella, di cui abbiamo parlato nel capo precedente, figlio de' coniugi Gio. Battista Parisella e Rosa Cipolla trovati uccisi tre anni prima alle Pere della Corte.
Dopo il Cardinale ebbe parlato, tutti si furono persuasi alle ragioni da lui adotte, e i sudditi Pontifici pensarono far tosto ritorno alle loro patrie.
Congedati per sì bel modo presero commiato da lui e si posero tosto in cammino prendendo la volta dello Stato Romano, e per isbrigarsi più presto si avviavano per la Porta San Vito.
Ma eh! orribile a dirsi. Non aveano i meschini fatti che pochi passi quanti sono dal suddetto arco del Macello fino alla casa attualmente posseduta e abitata da Eleuterio Di Cola fu Luigi Antonio Fortunato, che quivi stesso lo Caricasolo venne percosso con un tiro di fucile dove tuttora trovasi. Di ciò non contento corsegli anche sopra e recisogli colla sciabola l’orecchio destro, così in aria di trionfo se lo pose al capocollo come coccarda.
Il succitato libro dei Morti dice che i colpi furono
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due, ma tutto il contrario si ritiene dai nostri vecchi molti dei quali furono anche testimoni oculari. Quello è certo si è che il misero cadde subito a terra involto nel proprio sangue, e tutto quel che poté egli fare in quell'istante si fu di rivolgersi al Signore e dimandargli umilmente perdono delle sue colpe, e giovò a sperare che l'abbia fatto e che Iddio gli abbia usato misericordia assicurandoci l'istesso Libro che il medesimo non lasciò d'invocare più volte i dolcissimi Nomi di Gesù e di Maria, e con questi santissimi nomi in bocca spirò l'anima sua e la rese al suo Creatore. Tutto ciò accadde il dì 30 giugno del suddetto anno 1815 ch'è quanto dire quattro giorni dopo l'uccisione di Mansillo nel luogo di sopra indicato cioé in mezzo alla Porta San Vito vicino la porta della casa del lodato Eleuterio di Cola, di dove trasportato il cadavere nella nostra chiesa Collegiata, venne ivi stesso seppellito.
Paragrafo 6
Da quel che diremo da qui in avanti vedrassi assai chiaro cosa debba aspettarsi mai da tutti coloro che caduti una volta si sono ingolfati e incalliti ne' vizi e in ogni sorta d'iniquità. Egli è tutto inutile lo sperare che debbono essi altra volta rinsanare e
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ritornare a’ sensi di umanità, tanto il vizio trovasi in loro radicato che può dirsi convertito in natura. Perciò il Principe degli Apostoli li paragona a due sorte di animali, ai cani cioé e ai porci, i quali tutte le loro delizie le trovano, i primi nel trangugiare e quel che han vomitato, gli altri nel rivoltarsi nel lezzo del loro porcile: Canis reversus ad suum vomitum; et sus lota in volutabro luti (Ep. II cap. 2. V. 22).
E ciò per farci intendere che nulla è più facile per costoro quanto il ritornare alle antiche sozzure; e poiché tale si è l’ostinazione e la durezza ancora e la perversità del loro cuore che loro pare non poter vivere senza di esso. Quindi la esposizione ci insegna altresì che per quanto adoperarsi possiamo loro d’intorno, ella è tutta opera perduta, e presto o tardi si vedrà che con altro debbano essi ripagarci che con ingratitudine e sconoscenza senza pari, e il più delle volte giungono anche a servirsi de’ benefizi stessi come di altrettante armi per rivoltarle contro de’ loro benefattori. Tale si è appunto la condotta tenuta dai summenzionati briganti. Eglino aveano già ricevuto il perdono, e insieme con questo potevan dire che avevano ricevuto ogni loro bene.
Ferdinando IV che dagli scrittori vien paragonato a Tito, e chiamato anche Costantino redivivo, poiché anch’egli considerava come perduto quel giorno cui regalato non avesse con qualche tratto di sua reale munificenza, tanto era l’amore sviscerato che portava
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ai suoi sudditi, Ferdinando, dico, avea nuovamente aperto le sue braccia, e accolti tutti amorosamente al suo seno paterno, e dato loro la pace e insieme con questa anche la libertà tanto da assi bramata. Ma eglino ingrati a tanta magnanimità e benevolenza, si servirono di questa pace stessa e libertà ricevuta come di altrettante armi micidiali da rivolgere contro del loro stesso padre e benefattore. Non andò molto che quasi tutto tornarono al vomito e a ravvolgersi nel lezzo di prima.
In fatti a riserva di Michele Scarica e di alcuni altri ben pochi che si mantennero felici, tutti gli altri continuarono a far quello che aveano fatto prima contaminandosi in ogni sorta di scelleratezza.
Egli è vero che di essi la giustizia riuscì a prendere alcuni e a punirli secondo essi si meritavano; ma la maggior parte rese inutili tutte le ricerche che essa adoperar poteva onde averli nelle mani. E da qui poi ne venne ancora che appunto per evadere all'occhio vigile della giustizia medesima, i medesimi si diedero ad ingombrare di bel nuovo le montagne, e col loro cattivo esempio a richiamare novelli malfattori, e così accrescere il terrore e lo spavento alle misere popolazioni e disturbare la pace del regno. Quanto ciò sia vero si vedrà chiaramente dal fatto che siam per soggiungere nel numero seguente, il quale servirà altresì a comprovare che poco o nulla si mantennero essi fedeli alle promesse fatte, che anzi la pace per parte loro non fu che effimera ed ipocrita, e se vogliamo dirlo anche
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francamente, non fu per essi che un pretesto e requisito necessario a poter con più agio continuare impunemente nello sfogo della loro malvagia inclinazione.
Paragrafo 7
Il fatto è l'aggiunzione di altri novelli briganti alle già dette bande de' briganti vecchi, la quale vi desi accadere in quest'anno stesso 1815 e non molto tempo dopo dai fatti già narrati.
I primi a gittarsi si furono due altri nostri compaesani, cioé Pietro (Innocenzo) Di Legge e Pietro Lavinia. Il primo era figlio del fu Luca Benvenuto fu Innocenzo Di Legge, e della fu Caterina fu Giuseppe Giovanni Capolongo, nato qui addì 18 aprile 1795. Il secondo poi cioé Pietro Lavinia era figlio del fu Domenico Antonio fu Giuseppe Lavinia e della Angela fu Mauro Di Crescenzo, nato parimente qui addì 28 aprile 1792. Motivo per questi a gittarsi anch'essi ad una vita cotanta malvagia e disperata, oltre all'indole dell'anime efferate e perverse, pare sia stato quello ancora di sottrarsi alle ricerche della giustizia nelle cui mani un giorno o l'altro doveano certamente cadere atteso il
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loro commesso sulla persona di un altro nostro compaesano. Era questi un tale per nome Teodoro Rizzi soprannominato Pommodoro, figlio del fu Salvatore fu Benedetto Rizzi, e della fu Caterina fu Francesco Pedone, marito di Domitilla fu Sebastiano Femurra e della fu Ascenza Manzella, nato qui addì 7 febbraio 1769. Un sì grave misfatto fu da’ suddetti Di Legge e Lavinia commesso il dì 7 ottobre dello stesso anno 1815, nella contrada Vallemarina, ove fu rinvenuto il corpo e osservato altresì che il medesimo era stato tolto di vita a colpi di sciabola o stile che fosse. Tutto ciò trovasi registrato nel succinto Libro de' Morti a foglio 151.
Luigi Pernarella tuttora vivente figlio del fu Giovanni Crisostomo Clemente Maria, il quale fu altra vittima di cotesti cannibali siccome vedremo fra breve, mi ebbe narrato più d’una volta che trasportato il cadavere del Rizzi in paese, non venne subito seppellito, ma posto entro il cimitero della nostra Chiesa Collegiata, e ciò per cagione senza dubbio di attendere il Giudice per dar luogo onde alle formalità della legge, come è uso si è sempre praticato in simili casi sino ai dì nostri. Ora in quella notte che il cadavere era sopra terra intorno alle ore 6 italiane, cioè a dire un quarto d'ora dopo della mezza notte essendo egli perfettamente sveglio, e senza che potesse perciò prendere abbaglio veruno e rimaner ingannato, intese ben chiaro e distinto suonare tre colpi della campana maggiore di detta nostra Chiesa. Per la qual cosa credendo
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il medesimo fosse giorno, alzossi incotamente da letto e con tutta fretta dissi allestire la colazione che doveasi portare agli operai in campagna.
Ma avendogli sua madre Geltrude La Serra detto essere ancora notte mancando gli ancora assai tempo a far giorno, egli si ripose in letto, e poco dopo sentì l'orologio toccar le ore sei. Noi lasciamo ai nostri lettori le riflessioni che credano doversi fare su tal fatto che a noi sembra aver assai del prodigioso e indicare grandi cose. Sarebbe il mistero del Mane, Thecel, Phares e di preludio funesto per la nostra patria! Riguardo poi a quello che abbia potuto indurre il Di Legge e Lavinia a cadere in sì orribile eccesso, oltre a ciò che abbiamo di sopra accennato, cioè l'indole malvagia del feroce e prava loro animo, sembra altresì che debba essere stato quello altresì che ce ne hanno tramandato i nostri vecchi. Secondo che questi ci hanno narrato più volte, il fatto è successo pel seguente motivo. I Di Legge e Lavinia erano compagni del Rizzi e perciò usavano bene spesso andar rubacchiando tutti e tre insieme. In processo però di tempo avvenne che i primi che furono presi da forte gelosia e rancore contro il Rizzi, e ciò o perché fossero i medesimi entrati già in sospetto che il Rizzi fino allora non avesse fatto parti uguali, o perché fossero certi ancora di qualche segreto o maneggio o frode da lui continuamente adoperato a loro danno, lo onde a tagliarsi d'impaccio di- visaron sbrigarsi tosto di lui col dargli la morte siccome
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fecero effettivamente e noi lo abbiamo veduto di sopra. Né qui si ristettero i malvagi ma seguendo sempre più il loro mal talento, sin da quel giorno gittoronsi anch'essi per le montagne onde rendere inutili le ricerche della giustizia, che nulla lasciava intentato onde averli nelle mani. Qual sia stato la loro fine infelice, noi lo vedremo nel capo dovendo in questo occuparci unicamente di altre bande che si videro sorgere dopo di essi e de' danni dalle medesime procurati, e cioè a fine di osservare l'ordine che ci abbiamo stabilito sin da principio. Solo crediamo di dover qui notare che, dopo che il Di Legge e Lavinia ebbersi gittati per monti e per le foreste, non andò quesi che si unirono con la comitiva di Luigi De Angelis fu Michele Arcangelo nativo di San Magno, e di Andrea Musilli di Sonnino, i quali da molto tempo eransi gittati briganti anch'essi e andavano scorazzando per le nostre contrade.
A questi poi alquanti giorni dopo unissi ancora un altro di questo nostro paese per nome Crescenzo Casale figlio del fu Giacomo Antonio fu Marco Antonio e della fu Giovanna Angela fu Isidoro Leone Rizzi, nato addì 20 novembre 1795.
Un altro omicidio ebbesi a deplorare due mesi e alquanti giorni dopo del già narrato che secondo il più volte citato Libro de' Morti è l'ultimo sia stato commesso nel suddetto anno 1815.
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Vittima di sì rea crudeltà fu quell'Isidoro Rizzi di cui abbiamo parlato in questo setto capo al n.4 compagno di Vincenzo Barlone e di Andrea Perna, i quali tutti e tre unitamente a Michele Scarica del numero di quei pochi e forse i soli che dopo l'ottenuto perdono non vollero impacciarsi più nulla né più nulla sapere di brigantaggio. Sebbene il mentovato Libro de' Morti nulla ci dice intorno all'autore di sì crudo misfatto, egli è certo però e i nostri vecchi lo ricordano ancora assai bene che fu commesso dal brigante Domenico Iammone nativo del vicino paese di Santo Stefano, quantunque i medesimi non ci abbiano saputo più indicare a qual banda questi si appartenesse. Ciò avvenne nel luogo denominato Valloboco, e ucciso che l'ebbe il Iammone stesso nascose il cadavere gittandolo senza dubbio entro una fossa profonda di maniera che da nessuno è stato mai più trovato. Ciò avvenne il dì 20 dicembre 1815.
Paragrafo 10
Un altro omicidio quasi in tutto simile al già narrato vedesi succedere in anno dopo cioè nel 1816 e proprio nel giorno medesimo in cui successe l'antecedente operato dal Iammone sulla infelice persona di Isidoro Rizzi, vale a dire il dì 20 dicembre siccome abbiamo di sopra notato. Anche questo fu opera degli
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stessi briganti, sebbene non più si conosca da quale banda o da chi in particolare venisse fatto. Vittima della loro bandiera si fu un altro nostro compaesano per nome Giacomo Angelone figlio del fu Francesco figlio del fu Francesco fu Simone, e della fu Isabella Roselli, nato qui addì 15 novembre 1781. Il suddetto Libro de' morti nulla ci dice intorno al luogo ove ciò accadesse contentandosi di farci sapere solamente che avvenne nel mentre che l'infelice su pe' monti mentre attendeva a raccogliere le erbe, e che ritrovato da' briganti fu da questi barbaramente tolto di vita. Anche questa volta commesso che ebbero il misfatto i briganti presero il cadavere e lo gettarono entro di una fossa e da nessuno ancora è stato potuto mai più ritrovare.
Paragrafo 11
In quest'anno stesso 1816 in cui senza quasi avvedercene siam discesi a parlare, successe la cattura di un nostro compaesano che anche noi abbiamo conosciuto. Questi fu Gioacchino Pernarella figlio del fu Francesco e della fu Elisabetta Angela fu Giovanni Parisella, nato qui addì 6 settembre 1756, avo del tuttora vivente Francesco Saverio Pernarella. Il medesimo fu presso la casetta degli attuali Parisella nella contrada
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Valmarina e propriamente nel luogo denominato Le Fontane delle carceri. Si vuole sia stato preso da un tale Felice Vocella brigante anchegli e appartenente alla banda Gasbarrone e assai probabilmente a quella di Gennaro. Il Vocella era nativo di Campodimele. Venuto poi a stabilirsi in questo nostro paese vi prese anche moglie sposandosi una certa Maria Rosa figlia del fu Innocenzo Barlone, dalla quale ebbe tre figli cioè Maria Maddalena, Maria Battista e Michele Arcangelo che fu il padre de' tuttora vivente Tommaso Antonio e Maria Crocifissa avuti da Marianna fu Giuseppe Giannetta anche essa vivente.
Questo Felice Vocella fu poi ucciso dalla forza Pontificia con un colpo di fucile; ma non sappiamo in qual circostanza, tempo e anno. Solo è di certo che la di lui uccisione avvenne nelle montagne di Prossede, come pure che fatto il colpo fuggì reciso il capo e dalla stessa forza esposto alle porte di detto paese. Ritornando ora a quello dicevamo di sopra, la cattura di Gioacchino Pernarella durò poco; poiché dopo quattro o cinque giorni fu dai briganti rimandato alla casa non senza però lo sborso di notevole somma di danaro ch’era il fine primario di tali riscatti.
Paragrafo 12
Discendendo ora nell'anno 1817 anche in questo ebbe
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a crescere e aumentarsi notabilmente il brigantaggio. In esso videsi insorgere un'altra banda di facinorosi ad invadere le nostre contrade e le altre de' nostri contorni. Ella era denominata La Banda Masocca dal cognome del suo capo e fondatore, il quale era un tale per nome Luigi Masocca dello Stato pontificio. La medesima era composta di circa dieci persone tutte parimente degli stati della Chiesa.
Manutengolo di essa (che pur molti altri ne avrà avuti senza dubbio) dicesi fosse stato un certo Panno Domenico, figlio del fu Giovanni di Lenola, e della fu Antonia Gallozzi, nato qui addì 21 ottobre 1792, marito di Tecla Angelonò figlia del fu Marco fu Simone, e della fu Maria fu Giovanni Battista Bianchi, dalla quale ebbe tre figliuoli cioè Lorenzo, Maria Giuseppa, e Giuseppe, il quale ultimo è tuttora vivente e viene soprannominato il Capuano a cagione di essere il medesimo nato a Capua siccome diremo fra poco. Ritornando adunque a quello dicevamo di sopra, la cosa non era certa che il Panno fosse realmente manutengolo di detti briganti; era solo un sospetto; giacché a detta di tutti il medesimo era un uomo assai buono, e perciò lontanissimo dal fare o procurare del male a chicchessia, e se pur fosse stato realmente, ciò avveniva piuttosto per sue particolari necessità, siccome fra le altre era quella di non essere dagli stessi briganti molestato nelle faccende della campagna e sovra tutto nella coltura di un suo campicello da cui ne ritraeva tutto il
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suo sostentamento.
Comunque però sia la cosa, egli è certo altresì che, appena ciò andò all'orecchio del governo, il medesimo fu tosto chiamato dall'autorità competente, e sebben sia avesse avuto riguardo alla bontà della sua vita per cui fino allora tutti lo aveano creduto incapace di qualsiasi male, tuttavia taluni ci assicurano che gli fu fatto fare anche una obbligazione in iscritto, con la quale del medesimo si dichiarava di non più impacciarsi con tal razza di gente rendendosi per l'avvenire responsabile di qualunque male ne potesse succedere. Vedendo poi la stessa autorità che il Panno attesa la sua grande valentia nel maneggio del fucile e per essere fiero cacciatore e assai appassionato a tal sorte di armi, con ciò egli poteva rendere non lievi servigi al governo e allo Stato, gli permise che in un seguito non solo avesse proseguito a fare quel che fino allora aveva fatto, ma di più avesse finito di associarsi eziandio ai briganti medesimi passando come uno di loro onde così farli più facilmente incappare nelle mani della giustizia.
E perché i suddetti briganti si confermarono sempre più sulla lealtà dello stesso Panno e riguardandolo lo avessero come uno di loro di cui non v’era più a dubitare, la stessa autorità rimase d’accordo col medesimo che la forza nell’inseguire i suddetti malfattori avrebbe anche finito di prendersela molto più conto di lui e sopra di lui avrebbe maggiormente fatto fuoco. E così infatti seguì, poiché un giorno uscita la forza
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e ritrovati i briganti, questa finse di averla non tanto coi briganti quanto col Panno cui sembrava lo avesse voluto ad ogni modo nelle mani e da quel giorno si fu ancora che il Panno si ritirò totalmente coi briganti né mai più li abbandonò, ma sempre con l'intendimento di far qualche colpo sopra di essi quando gliene fosse venuto il destro e l'occasione favorevole, lo che mai gli venne fatto.
Non passò molto però che non si sa come l'autorità entrò in sospetto del Panno, e sebben non vi fosse nulla, ciò nonostante la cosa crebbe fino a tal segno da arrestare la suddetta Tecla di lui moglie e tradurla nella fortezza di Capua, ove restò rinchiusa per assai tempo di maniera che ivi stesso dovette dare alla luce il soprannominato Giuseppe, lo che seguì il dì 23 maggio del seguente anno 1818 e in quel medesimo giorno venne battezzato nella chiesa di detta fortezza si è rilevato dalla Sede di Battesimo estratta di là dal Giuseppe quando passò a seconde nozze.
In tempo poi che l'Angelone ora detenuta ne' bagni di Capua, e il marito di lei andava coi compagni scorrazzando per monti, il Masocca capo di essi rientrato forse in se stesso e forse sazio per lo meno di menare oltre una vita cotanta disperata ed empia, davasi spontaneamente nelle mani della giustizia presentandosi al Governo del Pontefice, dal quale perdonato veniva anche destinato per accompagnare per gli stessi monti il Commissario Pontificio per cognome Rotola incaricato
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dal governo stesso per la presentazione de' briganti.
Il Rotola adunque fé sapere ai briganti del Masocca che desiderava avere un abboccamento con essi e in pari tempo facea conoscere loro altresì che portava seco lo stesso Masocca stato una volta loro capo e che di poi presentatosi era stato interamente perdonato, né nella avea egli sofferto di quello che il medesimo s' avrebbe pure aspettato. Lo stesso sarebbe stato anche di loro; ad essi dava la sua parola che di nulla avessero i medesimi avuto a temere. Gli avessero pertanto fatto sapere in qual luogo avessero eglino piacere di avere un tale abboccamento.
I briganti gli fecero rispondere che ciò avrebbe avuto luogo nelle montagne di Prossede, siccome di fatti seguì nel dì seguente e non molti giorni dopo.
Ma deh! che la scuola dell'umana perfidia è tanto antica e pur sempre nuova. In fatti convenuti tutti nel luogo stabilito che non sappiamo qual si fosse, nel mentre che il Rotola tutto amore e benevolenza adopravasi a tutta possa a farli rientrare in loro stessi e ritornare al seno del Pontefice, e per ispromnarli vienmagiormente facevasi a dimostrare ai medesimi essere questo il tempo della libertà frustata ad essi dalle viscere paterne del comun Padre de' fedeli, ad impegno di ciò mostrava loro e meglio anche per maggior impressione faceva sopravvenire il Masocca qual testimone irreparabile di quel perdono che anche ad essi era pronto a concedere il santo Pontefice, mentre
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dico, il Rotola adoperavasi in tal modo per ammansare quegli animi feroci, questi niente commossi, ma al contrario montati la maggior parte in furore e forse senza neanche aspettare che terminato avesse di parlare, eseguirono quel che senza dubbio avevano fra loro antecedentemente concertato di ucciderli cioè proditoriamente e senza che essi punto se ne avvedessero e n’avessero sospetto.
Infatti in men ch’ il diciamo que' nuovi cannibali si fecero a sparare tutti insieme sopra del Rotola e del Masocca e in un istante li ebbero tutti e due stesi a terra morti. Fatto il colpo il Panno gittossi sopra del cadavere del Masocca non per altro che per prendergli il fucile che avea che il medesimo sapeva essere di una bontà superlativa siccome quello, che come abbiamo di sopra accennato, era molto appassionato per tal sorta di armi. Ma in quello che il Panno stava per impadronirsi dello schioppo del Masocca, i compagni fecero fuoco addosso a lui ed anche esso ebbero tosto ammazzato.
Ritrovati poscia i cadaveri dalla forza pontificia, vennero da questa di là tolti e seppelliti. A quello poi del Panno troncategli la testa, venne questo dalla stessa forza portato a Prossedi ed esposto al pubblico e alla vista di tutti in una delle porte di detto paese.
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Paragrafo 13
Un'altra banda videsi comparire a devastare e a mettere lo scompiglio ed il terrore in queste nostre contrade. E sebbene non sappiamo quando sia ciò avvenuto, noi però lo mettiamo in quest'anno 1817 atteso che in questo e non molto tempo prima e dopo sia ella comparsa. La medesima era anch'essa composta di circa dieci persone sotto la direzione e la guida di un Sonninese per nome Innocenzo Rinaldi, e forse dell'istesso paese di Sonnino dovevano essere eziandio gl'individui e la maggior parte di essi che componevano la detta comitiva. Fra le altre cose che di essa si narrano una sì è che un giorno la medesima nella contrada detta Le Farnete assalì una carrozza ov'eravi un signore di nobilissimo lignaggio, di cui però ignoriamo il nome, né tampoco abbiamo potuto mai conoscere di qual parte egli si fosse.
Quello è certo sì è che il medesimo era diretto per Napoli. Assassinato che l'ebbero e spogliatolo interamente d'ogni cosa che portava seco, i suddetti briganti lo menarono seco per le montagne non senza gravissimo incomodo e stento di lui siccome per luoghi sì scoscesi e scabrosi. In quel giorno medesimo che avenne un tal fatto trovavasi in Fonfi il vice brigadiere del papa un certo Sabbatini incaricato dal suo governo con pieni poteri per la distruzione del brigantaggio. Questi saputo di tal ricatto montò tosto in furore e da quello istante si determinò risolutamente a voler
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ad ogni costo toglier di mano ai facinorosi quel signore che avevano sì barbaramente preso. Fiso pertanto in questo pensiero, radunò tosto sue forze, senza conoscere precisamente ove si fossero diretti gli assassini, né in qual luogo avesseli proprio potuto ritrovare, ma avendone solamente un picciol sospetto, ricorse ad un stratagemma che assai valse per venire al pieno compimento del suo disegno.
La prima cosa che fé si fu di menare pria di tutto i suoi alle Fontanelle, di là poi condottili alla Villa San Vito salì coi medesimi nel luogo detto Fossa Rotonda, ove giunti feceli tutti segretamente imboscare affine di far sorprendere e assalire così tutto all'improvviso i briganti che egli sospettava e ne era forse moralmente certo che non tarderebbe molto che di là sarebbero così passati.
Di fatti non andò ingannato da questo suo divisamento, poiché la sera dell'istesso giorno i detti briganti con la maggior quiete del mondo trovaronsi a passare appunto per quel luogo stesso che aveva provveduto il Sabattini menandosi dietro la vittima della loro ferocia. Giunti che furono al luogo opportuno, i soldati che stavano rimpiattati e nascosti dietro gli alberi, le rupi e ogni altro luogo che poteva somministrare loro riparo e difesa, si fecero a far fuoco sopra i medesimi, che anzi usciti tutti da' loro covi si fecero sopra gli stessi, e così riuscì loro di uccidere lo stesso Innocenzo Rinaldi loro capo.
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L'imbarazzo e confusione in cui i ribaldi si dovettero trovare in sì terribile conflitto fé sì che eglino non badarono più al signore che avevano, onde questi trovossi fortunatamente appartato da essi e capitato in mano dei Pontifici. Vedendo poi il Sabatini ch'egli era tutto inutile l'andare appresso ai satelliti del Rinaldi per essere eglino fuggiti e scomparsi seppure non debbasi dir anco almeno alcuni fossero anch'essi rimasti morti o feriti com'era ancora da credersi contentossi della sola preda che aveva fatto ch'egli la credeva maggiore d'ogni altra cosa e contro ogni sua aspettazione, per la qual cosa dato ordine di mozzarsi il capo al Rinaldi, con questa in mano prese tosto la volta dello stato Romano recando co' suoi in Sonnino e portando seco il detto signore, il quale come ognuno può facilmente figurarselo, ebbe a credersi come riuscitato da morte a vita.
Per questa e per altre sue bravure e importanti servigi prestati in diversi tempi e circostanze il Sabatini venne dal Pontefice innalzato di mano in mano ai più onorifici gradi della milizia. Imperocché da prima il medesimo fu fatto subito maresciallo, indi non molto tempo dopo sottotenente, di poi tenente e finalmente capitano.
Paragrafo 14
Calando ora all’anno 1818 di altri delitti non
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meno gravi ed orribili de' già narrati lo veggiamo noi ripieno. Oltre di che vedesi anch'esso funestato da altre masnade di malfattori che portarono la devastazione e il disordine in ogni ordine di cose.
I primi che ne diedero le mosse si furono altri due montecellani cioè Giovanni Battista Di Cola soprannominato volgarmente Titta Di Cola, e Biagio Fabrizio fu Prospero. A questi non molto tempo dopo unissi un altro nostro compaesano per nome Innocenzo Colabello fu Giuseppe, il quale per altro trovavasi già antecedentemente per le macchie non altro se non perché avendo usato ad andar spesso rubacchiando per la campagna, e commesso ancora danno di qualche rilievo procurava con la fuga sottrarsi alle ricerche della giustizia. Qualche anno dopo a questi tre unironsi eziandio i due germani Domenico e Francesco Di Cola de' quali il primo cioè Domenico era anche il padre del suddetto Titta Di Cola. In seguito la comitiva venne a poco a poco a crescere ed aumentarsi cosicché nel 1821 ella già contava dodici persone, delle quali anima e vita era il suddetto Giovanni Battista.
Dessi erano Luigi Iannotta fu Pietro, Leone Pernarella fu Onorato con un altro suo germano per nome Francesco, Eleuterio Teseo fu Biagio, Eleuterio Mansillo fu Gregorio, Bonifacio Antonio Sero fu Michele Arcangelo fu Luca, Luigi Busseo fu Tommaso, Francesco Saverio Grossi fu Serafino e Vincenzo Barlone, di cui si è parlato anche di sopra al n. 4.
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Il sunnominato Bonifacio Antonio Sero dopo qualche tempo venne ucciso dagli stessi suoi compagni non per altro se non perché, essendo il medesimo alquanto impedito nelle gambe e pel zoppicare continuo che faceva non essendo perciò adatto al cammino, riusciva loro assai d’incomodo nelle gite che dovevano fare.
Tutti i soprannominati erano di questo nostro paese. Riguardo poi al motivo che inducesse i suddetti due cioè Giov. Battista Di Cola e Biagio Fabrizio a gittarsi anch’essi pe' monti e farsi capi condottieri d’una masnada di malfattori che per tanto tempo tanto gran male eziandio cagionavano alla loro patria, egli è certo che fu il barbaro omicidio da essi loro commesso sulla persona di Giovanni (Crisostomo Clemente Maria) Pernarella padre del tuttora vivente Luigi Pernarella che abbiamo ricordato di sopra, siccome vedremo fra poco di aver riportato un altro fatto successo assai tempo prima di questo.
Paragrafo 15
Questo sì fu un altro barbaro omicidio commesso il dì 22 aprile suddo anno 1818. Vittima ne fu un tale per nome Benedetto del Duce nativo di Terelle, il quale venuto a stabilirsi in questo nostro paese vi avea preso anche moglie sposandosi una della famiglia Rinaldi per nome Domenica figlia di Onorato di Alessandro
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Rinaldi, e di Cecilia di Bernardino Pernarella, dalla quale ebbe numerosa figliuolanza. Molti vi sono che hanno conosciuto Gennaro suo quinto figlio, il quale fu padre di Maria Luigia or sono. Ma quanto è certo che un tale omicidio sia stato opera de' briganti, altrettanto è certo da qual banda o da qual individuo in particolare sia stato commesso. Quel che è fuori d'ogni dubbio, e l'abbiamo eziandio nel summenzionato Libro de' Morti, si è che avvenne nel giorno, mese ed anno che abbiamo riportato di sopra e nel luogo denominato il Folicaro ai macchioni di Valmarina, ove il medesimo attendeva a pascolare e custodire i suoi armenti. Fatto il colpo dai briganti stessi, fu gettato il cadavere entro di una fossa che in dialetto patrio suol esprimersi col nome di (Calenca) ma non sappiamo se ivi stesso o altrove e non fu potuto mai ritrovare.
Paragrafo 16
In quanto poi all'uccisione di Giovanni Pernarella, qual sia il vero motivo che abbia indotto i suddetti Di Cola e Fabrizio a cadere in sì orribile eccesso non son di accordo i nostri vecchi nell'assegnarlo. Alcuni ci raccontano la cosa nel seguente modo.
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Egli era tempo che i summenzionati Di Cola e Fabrizio eran addetti ai servizi de' briganti. Se avessero ciò fatto anche prima del 1815 cioè prima si fossero presentati siccome si è veduto di sopra, non si sa. Il certo si è che dopo che i suddetti briganti, essi non lasciavano occasione veruna di favorirli per le macchie, … in qualsivoglia modo, e nulla mandava per dichiararli manutengoli. Con ciò solo essi rendevansi forse assai più perniciosi dei briganti medesimi, essendovi assai più pericolo in un nemico occulto, che in uno manifesto.
Andata la cosa all'orecchio del Pernarella, questi non lasciò di avvisarli paternamente, e far loro vedere il precipizio in cui avevano incautamente posto il piede, e benché li vedesse tuttavia ostinati, pur non rifiniva di rimprottarli continuamente. A fine poi di metterli maggiormente in timore e farli desistere da sì iniqua condotta, non mancò forse di far loro qualche minaccia, come per e di accusarli alla giustizia, di farli arrestare, e altra di simil guisa. Ma essi sordi alle sue voci e inflessibili ad ogni sua più giusta rimostranza, correvano ogni giorno più di male in peggio. Anzi non potendo essi sopportare più a lungo gli amari e giusti rimprocci che il Pernarella loro faceva di continuo, e molto più temendo avesse dato qualche passo a loro danno, con una ingratitudine senza pari verso di chi non cercava unicamente che il loro vero bene, divisarono di levarselo tosto di mezzo togliendolo dal mondo.
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Altri poi vogliono che sia così; ma che la cagione della perdita della sua vita il Pernarella la debba unicamente ad alcuni abusi e prepotenze che il medesimo nella qualità di milite addetto com'era alla guardia cittadina avea commesso contro del Di Cola, sopra tutto per avergli una volta dato uno schiaffo. Ma quello che più di tutto inasprì il suddetto Di Cola e lo fé finalmente risolvere a prendere la più aspra vendetta si fu il sospetto che un giorno gli fé.
Siccome il Di Cola era vaccaro così ogni giorno munte le vacche portava il latte in paese. Avendolo adunque il Pernarella incontrato nel luogo detto Sotto la sollecicora ovvero sotto la casa de' Vicini, con tutta arroganza e con la maggior aria del mondo gli disse di voler bere. Preso per tanto il vaso in mano che quegli gli avea presentato senza dir nulla, il Pernarella approssimandolo alla bocca come in atto di bere, in luogo di far questo versò il latte in terra. Qual si fosse allora l'ira, lo sdegno del Di Cola ognuno se lo può facilmente figurare e sebbene egli lo avesse allora represso e non avesse dato nulla, non essendo quello il tempo adatto all'uomo, cioè non di meno sin da allora cominciò a meditare il modo di potersi sbarigare di lui.
In fatti non andò guari che gli si presentasse una congiura assai favorevole da poter soddisfare quest'odio mortale che concepito avea contro di lui, e non lasciò di prevalersene.
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Perocché colto il destro che il Pernarella un giorno tutto soletto e inerme da Valmarina trasportava in paese il grano turco guidando il suo asinello, il Di Cola accordatosi col Fabrizio s'impostarono tutti e due nel luogo detto La Valle [degli] Impisi per dove passare dovea. Giunto per tanto il Pernarella al luogo designato essi tutto ad un tratto gli furono addosso, e in men che'l diciamo l'ebbero steso a terra morto a ripetuti colpi di coltello. Ciò avvenne il dì 20 novembre del suddetto anno 1818. E da questo giorno stesso si fu che i medesimi si gittassero per le macchie, o per meglio dire si dichiarassero per briganti manifesti mentre per lo; innanzi lo erano forse stati solamente occulti.
Il cadavere del Pernarella trasportato il giorno stesso in paese, dopo le solite formalità richieste dalla legge, seppellito nella nostra Chiesa Collegiata? Era egli in età di anni 51 meno due giorni siccome quello che era nato addì 22 novembre 1767.
Paragrafo 17
Un altro omicidio successe lo stesso anno 1818 addì 16 dicembre ch'è quanto dire giorno 27 dopo l'uccisione di Giovanni Pernarella ora narrata. Vittima ne fu quell'Innocenzo Colabello fu Giuseppe compagno degli stessi
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Giovanni Battista Di Cola e Biagio Fabrizio, e di cui ne abbiamo dato un cenno in questo stesso capo al n.14. Comeché il succitato Registro de' Morti nulla ci dica intorno agli autori di sì orribili misfatti, egli è certo però, e ci viene assicurato dai vecchi che lo ricordano assai bene, che il medesimo sia stato tolto di vita dagli stessi suoi compagni della banda a cui egli apparteneva, cioé della banda di Titta Di Cola, e ciò non per altro motivo se non perché il Colabello volea far troppo il borioso e lo spaccone come suol dirsi, e sovra tutto per troppo vantarsi ch'egli faceva di continuo di non essere come gli altri, volendo dire di non essere macchiato di così gravi delitti, siccome lo erano i compagni.
Dalla qual cosa com'egli ne prendeva incentivo fu maggiormente insuperbirsi, così i compagni ne presero motivo di levarselo d'attorno, siccome essi fecero tosto dandogli incontamente la morte. Gli stessi nostri vecchi soggiungono che la morte del Colabello non avvenne nella maniera che racconta il citato Libro parrocchiale, nel mentre cioè che il medesimo attendeva alla coltura del suo campicello, ma sibbene in altre circostanze sebbene anche questa non ce l'abbiamo saputo più indicare.
Il fatto successe nella contrada denominata I Macchioni di Vallemarina vicino le Grotte. Anche in tal circostanze fatto il colpo i briganti presero il cadavere, e se nello stesso luogo ovvero in altro, lo che
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non sappiamo, l'ebbero anche gittato dentro di una fossa o Calanca, e non è stato mai più potuto ritrovare.
Paragrafo 18
In questo stesso anno 1818 successe ancora la cattura del Rv. Signor Canonico ed Economo Curato di Questa nostra Chiesa Collegiata di San Giovanni Battista Don Vincenzo (Francesco Maria) Parisella fu Giovanni Battista Alessandro e della fu Angela fu Filippo Spanarelli, nato qui addì 30 ottobre 1752, e di Giovanni Battista Palleschi nativo di Fontana Liri. Questi era suocero di Mariano Parravano parimente di Fontana, siccome quello che si aveva preso per moglie la figlia di esso Palleschi per nome Maria Filippa, e fu la prima moglie. Moltissimi ancor vi sono che li hanno conosciuti e specialmente il Parravano siccome quello che la maggior parte di sua vita l'ha passata in questo nostro paese, ed ora sono pochissimi anni che è morto in Terracina.
Il Palleschi fu dai briganti preso nel mulino detto anche di presente La Mola Vecchia, che in quel
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tempo tenevasi da lui affittata, e di poi fu proseguito a tenersi così dal suddo suo genero Parravano. Il Parisella poi venne preso dagli stessi briganti entro del suo giardino che rimane nel sito medesimo cioè alla Mola Vecchia alle falde del monte Arcano ossia della Rocca, il quale presentemente è posseduto da Irene Colantonio fu Filippo vedova del fu Francesco Paolo Parisella nipote del sullodato Don Vincenzo. Il Palleschi dopo quattro o cinque giorni dietro lo sborsò senza dubbio di notevole somma di danaro fu dai briganti lasciato libero. Ma non così il Parisella, il quale fu ritenuto per assai più tempo cioè a dire per lo spazio di dieci o quindici giorni circa.
Conciossiaché non contenti i briganti delle somme già loro inviate dalla famiglia in diverse riprese, premevano ancora delle altre. Finalmente per far vedere ai medesimi che non aveano più che mandare, la famiglia di concerto coll’intero paese a cui anche assai premeva la vita cara e preziosa del loro santo pastore, appigliavansi tutti al partito di mandare ai suddetti briganti la corona di argento che mette vasi in capo alla statua della Santissima Vergine del Rosario, che poi fu rubata e ne fu fatta un’altra nuova. Alla vista di tal corona i briganti tutti sbalorditi, tocchi da riverenza e rispetto verso di essa non ebbero l’ardire di - toccarla. Laonde rimandaronla tosto indietro unitamente al loro detenuto, il quale poi l’ebbe egli stesso a confessare di sua propria bocca che
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in tutto quel tempo ch’era stato co’ briganti venne assai bene trattato dai medesimi. La tradizione del paese narra tuttora che l’avessero fatto anche predicare sovra tutto il giorno che giunse la detta corona con la quale vollero essere anche benedetti.
Il medesimo fu rilasciato nella contrada Valmarina nel luogo detto "I Chiaviconi" donde partitosi se ne veniva così soletto verso il paese. Per istrada fu incontrato dal sunnominato Luigi Pernarella, il quale a lui unendosi lo accompagnò sino al paese, egli non è a dirsi a parola come tripudiasse di allegrezza e di gioia l’intero paese, la quale vedeasi dipinta sul volto di ciascuno al considerare che aveano finalmente riavuto il loro amato padre pastore.
Appena il medesimo si fu giunto alla Valle degli Impisi da cui poteva scorgersi il paese stesso, tutte le campane cominciarono a suonare solennemente a festa, e tutti si mossero ad andargli incontro stimandosi ognuno felice di poterlo toccare, baciarli la mano e rendergli qualche ossequio. La cattura tanto del Parisella che del Palleschi avvenne sugli ultimi di ottobre o per lo meno sui primi di novembre suddetto anno 1818. I medesimi furono presi dalla banda
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Paragrafo 19
Nell’anno 1819 un solo omicidio noi troviamo notato nel più volte citato Libro Parrocchiale de’ morti. Vittima ne fu un altro nostro compaesano per nome Francesco Antonio Pasquale Pernarella figlio del fu Giuseppe fu Marco Pernarella, e della fu Teresa fu Gaetano Rizzi, marito di Maria Giovanna Le Pizzare nativa d’ Itri poi nati qui addì 22 maggio 1768.
Molti tuttora vi sono che lo hanno conosciuto e se lo ricordano ancora assai. Il medesimo era il padre di Silvestro Stefano Pernarella morto anchegli o sono pochi anni vale a dire nel 1864 del mese di gennaio.
Del suddetto Francesco Antonio narrano i vecchi ch'era un fierissimo cacciatore, e per sopraggiunta sapeva assai bene maneggiare lo schioppo, né vi era chi superarlo potesse. Sia dunque per non esser dai briganti disturbato nell’esercizio della caccia cui era molto appassionato, sia per non essere impedito dagli stessi dall’attendere liberamente alle faccende della campagna e alla coltura de’ suoi campi, il medesimo erasi dato a favorire segretamente i briganti servendo loro come di manutengolo. La cosa durò così qualche tempo fino a tanto che i briganti medesimi, sia perché accorti si fossero che ciò egli non faceva per amore, sia perché entrati fossero anche in sospetto che quando ch'essa traditi li avrebbe e fatti cadere in mano della forza, entrarono nel disamento di levarselo
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tosto di mezzo, siccome faceva effettivamente non guari tempo dopo stendendolo a terra morto a ripetuti colpi di schioppo. Il medesimo venne tolto di vita dalla banda di Giovanni Battista Di Cola, e la morte avvenne il dì 13 maggio dello stesso anno 1819, cioè nel giorno istesso che furgli sparato addosso, nel luogo denominato L'Ostareccia, nel mentre che il meschino tutto soletto attendeva al lavoro di un suo campo sito nello stesso luogo. Sul cadavere del Pernarella fu trovata una scritta, la quale era concepita ne' seguenti precisi termini:
"Questo omicidio è stato fatto dalla comitiva di Di Cola- "Chi la spia fa, presto morirà".
"Zub nainanh, sacco in culo a chi leggerà"
Siamo assicurati dai nostri vecchi che tal scritta fu fatta da un certo Giuseppe Antonio Barlone figlio del su Sotero fu Giacinto, e della fu Crescenza fu Simone Rizzi, nato qui il dì 17 marzo 1797.
In quel tempo il medesimo era anche chierico novizio di questa nostra Chiesa Collegiata di San Giovanni Battista e come tale viene eziandio riportato nella descrizione del nostro Clero negli stati delle Anime del 1811 e 1812 fatti dalla santa memoria del sullodato Reveverendo signor canonico Economo Curato Don Vincenzo Parisella; ma come soggiungono tosto i sullodati nostri vecchi, senza che avesse veruno spirito ecclesiastico, e desse di sé sperenza di volere abbracciare un tale stato. Per giunta il medesimo era ancora amante di tal razza di facinorosi, di maniera che non
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faceva quasi passare mai settimana, e chi sa anche giorno, in cui egli non andasse a trovarli, e conversare con essi, siccome quello che nella suddetta comitiva di Di Cola aveva un suo fratello germano, ed era quel Vincenzo Barlone di cui ci è toccato parlare in questo stesso capo al num. 4 e 14.
Paragrafo 20
In questo stesso anno 1819 egli è da mettersi la morte di Luigi De Angelis, di cui ci è toccato parlare più sopra, d'un suo manutengolo, e dell'altro brigante Andrea Musilli del quale si è trattato nel capo precedente. In quanto al De Angelis ecco come successe la sua fine.
Avea egli per suo manutengolo un tale per nome Sisto, di cui ignoriamo il cognome, nativo di Casale o Casalvieri ché gli antichi neanche bene se'l rammentano, il quale era garzone co' tre germani Signori Dn Onorato, Camillo e Dionisio Costanzo. Questi tre erano nativi di Pettorano, ma ritiratisi in Fondi si erano quivi stabiliti avendovi anche fissato il loro domicilio, ed il lodato Don Onorato era Prete e per soprappiù Decano della Cattedrale di quella città.
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Una notte adunque il Sisto come addetto alla Custodia ed al mantenimento de' buoi erasi ritirato solo nel piccolo casamento attaccato alla diruta Chiesuola di San Giovanni all'Acquachiara ove tutto armato tenevasi nascosto attendendo ivi il De Angelis, il quale giusta l'accordo avuto col Sisto stesso, avea da trovarlo ivi e infine il pane con altre provisioni. Infatti il De Angelis non mancò di andarvi allora stabilita accompagnato con altri due di sua comitiva.
Ivi giunto si fé a chiamare Sisto di sotto la finestra col segno fra loro usato. Ma questi affacciatosi in luogo del pane gli sparò contro un'archibugiata e ferillo gravemente. Gli altri due poi in luogo di difendersi, si diedero tosto alla fuga portandosi seco loro anche il De Angelis di cui non si è saputo più nuova.
Luigi Antonio Fortunato Di Cola di cui ci è toccato dover rammentare di sopra n. 5 mi narrava che nella sua gioventù essendo anch'egli vaccaro, e dovendo per ciò per le montagne il più delle volte prendere riposo anche all'aria aperta, una mattina nel mentre che stava tra sveglia e sonno sentiva un gran puzzo, per la qual cosa voltosi al compagno gli dimandò se la sentisse anch'egli, e rispostogli questo di sì, si diedero ambedue a rovistare da per tutto, ma non penarono tanto che in una fossa sotto quasi del loro capo trovarono il cadavere dell'infelice Luigi De Angelis che cominciava a disfarsi.
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In che giorno e mese avvenisse la suddetta morte non sappiamo. In quanto poi al Sisto egli è certo che o cacciato da' sullodati Sig. Costanzo o toltosi da per sé stesso dal servizio de' medesimi posesi a fare la guardia pagata nella città di Fondi onde campar la vita, al che trovò la condiscendenza per parte di tutti. Dopo qualche tempo avendo un giorno dovuto usare le forze tanto di Fondi stessa che di questo nostro paese e di tutto il circondario non esclusi la stessa Vallecorsa per ire in traccia della banda di Andrea Musilli, di quella di Di Cola e delle altre presero per guida lo stesso Sisto.
Giunti che tutti furono nella contrada detta Vardivo ove stavano almeno la maggior parte de' briganti, questi conobbero Sisto. Lo presero tosto di mira, ed il primo colpo fu sopra di lui stendendolo immediatamente a terra morto. Di poi un lungo ed ostinato conflitto da una parte e dall'altra, la forza riuscì ad uccidere il suddetto Andrea Musilli, ma i compagni non furono potuti avere nelle mani essendo altra volta fuggiti per le montagne.
Paragrafo 21
A tutto ciò aggiungere dobbiamo un altro fatto seguito nella primavera di questo stesso anno 1819. Si
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è questo la cattura di un altro nostro compaesano della banda del suddetto Gio. Battista Di Cola. Il catturato fu il nipote del santa memoria Don Giuseppe Mariano Canonico della nostra Chiesa Collegiata che di poi fu Economo curato, e chiamavasi Francesco figlio del fu Giacinto fu Giacomo Mariano, e della Tecla fu Pietro Vicini, nato qui addì 17 settembre 1799. Questo si è il fondatore del mulino in contrada Ponte San Marco che porta tuttora il suo nome. Fortunatamente tal cattura durò poco. Dopo quattro o cinque giorni il medesimo dietro lo sborso di vistosa somma di danaro fu rilasciato e rimandato libero in patria.
Paragrafo 22
Nell'anno 1820 cioè circa un anno dopo questo fatto dalla stessa banda di Giovanni Battista Di Cola, da quella di Mezzapenta fu preso il Barone di Felice unitamente ad un suo figlio. Questi era nativo di San Pietro in Curulis presso Roccaguglielma, e perciò intitolavasi anche il Barone della Rocca. Dopo alquanti giorni fu mandato il padre, ma ritenuto il figlio onde con tal mezzo giungere ad ottenere più efficacemente quel ch'essi ansiosamente desideravano vale a dire grossissima somma di danaro, siccome infatti seguì.
E allora fu rimandato anche il figlio. I suddetti due
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signori erano quasi sempre tenuti nel luogo detto Obaco presso la fontana della fìca, di maniera che, com'eglino stessi ebbero poi a dire, sentivano anche suonare le campane di Monticelli.
Paragrafo 23
Altri orribili misfatti hannosi a deplorare dalla suddetta banda di Di Cola, e delle altre ancora che noi poniamo qui per non sapere in qual tempo succedessero.
Una sera nella contrada detta Vaccaraccia di pertinenza della comunità di Terracina dietro l'Epitaffio la sudda banda di Di Cola assalì una carrozza che da Napoli era diretta per Roma. E siccome questa era scortata da due dragoni Pontifici che stavano al detto Epitaffio, così la prima cosa che essi fecero si fu di fare fuoco cogli schioppi sopra i suddetti dragoni, de' quali uno ebbe a rimanere vittima, il quale a detta de' vecchi che l'avevano conosciuto era giovane di ottimi costumi.
Il medesimo venne ucciso da Biagio Fabrizio. Quindi accostatasi alla carrozza, la depredarono e assassinarono interamente. Di ciò non contenti degli stessi viandanti presero due donne madre e figlia e portavansele seco loro nella montagna, ove le tennero per quella
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notte rimandandole poi subito il dì seguente. Qual sia stato il fine di cotesto iniquo rapimento i vecchi non ce l'hanno saputo indicare; ma non si fa torto a tal razza di gente se si ritenga essere stato unicamente quello di sfogare con le medesime la malnata loro passione e libidine. Non molto tempo dopo, cioè circa qualche anno da questo orribili misfatto, dalla stessa banda Di Cola nella valle detta [degli] Impisi venne assalita un'altra carrozza; ma fortunatamente nulla le fecero né tampoco nulla poterono essi ottenere. Conciosiacché, andando il padrone fuori di essa, seduto come dicesi in serpa guidando i cavalli, come per lo più far sogliono i signori per grandezza, e il servitore o domestico al contrario sedendo dietro nel posto del padrone, i briganti nell'imparazzo e confusione in cui dovettero forse trovarsi, o notte che fosse stata, credendo che quello che stava dietro fosse realmente il padrone lo fecero immantinente uscire fuori e menaronlo seco nella montagna, lasciando andar libero il padrone vero con la sua carrozza.
Giunti al luogo destinato, e movendo essi le solite pratiche col medesimo perché facesse venire il danaro che pretendevano per la sua liberazione, questi si fé a dimostrare che non era egli il padrone, ma bensì il servitore. Del che accertatisi anch'egli co' loro occhi medesimi, lo rimandarono libero senza fargli nulla di male.
Nella stessa contrada Vaccareccia da un'altra banda
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che non sappiamo quale sia stata, venne assassinata un'altra carrozza che recavasi a Roma, scortata anch'essa da due gendarmi napolitani a cavallo, di quelli cioè che stavano a Portella.
I nostri li hanno conosciuti se li rammentano tuttora assai bene avendoci saputo indicare eziandio il cognome di entrambi, avendo il primo il cognome Rocco e l'altro Siciliano. Ci dicono altresì che specialmente il Rocco era di ottimi costumi, e buono quanto mai a dirsi possa. Anche questi rimase vittima della ferocia e crudeltà di que' cannibali essendo rimasto ucciso nel suddetto luogo con un colpo di fucile. Il Siciliano poi dato volta recossi immediatamente in Fondi a farne dichiarazione e darne parte al Maggiore, il quale in quel tempo era un certo Di Paola nativo di Sessa. Taluni dicono che un tal fatto sia successo prima assai de' precedenti operati dalla banda di Di Cola.
Fine del capo
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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]
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