Brigantaggio preunitario a Monte San Biagio, capo 3

Pagina principale di riferimento: Fonti per la storia del brigantaggio preunitario e postunitario in Terra di Lavoro (1750-1870), a cura di Armando Pepe.

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Capo 3

Del brigantaggio dall’anno 1807 fino al 1814

Paragrafo 1

Dopo la morte di Michele Inferno e quella degli infelici suoi satelliti, quando sembrava che tutto contribuire dovesse a far respirare alquanto dai gravi mali sofferti, ecco nuove calamità e nuovi dolori per la nostra patria. Non era passato ancora un anno o al più due che vidersi comparire nuove bande e novelli malfattori non meno perniciosi e tristi de’ primi ad invadere e funestare ad armata mano queste nostre infelici contrade unitamente a quelle degli Stati della Chiesa.
Il primo a comparire si fu un tale per nome Giacinto Dragonetti, nativo di Agnone di Atina, cui molto tempo dopo unissi un certo Domenico Mandatori, soprannominato Ripriso, nativo di Vallecorsa, i quali andarono vagando pe' nostri monti e per gli altri del vicino Stato Pontificio per lo spazio di quattro o cinque anni.
Di questi però che sono stati sempre soli, e non hanno avuto mai satelliti che li seguissero, a detta dei nostri vecchi, non hanno se a deplorare mali notabili; giacché gente erano che cercavano piuttosto di campare la vita che di altro. Quindi contenti solamente di quanto era assolutamente necessario al loro vitto e vestito, del resto alieni erano dal commettere alcuna cosa a danno dell’umana società. Ciò però non toglie che anch’essi debbano avere più volte commesso delle prepotenze, e caduti eziandio in orribili eccessi, siccome

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vedremo più innanzi. A questi circa due o tre mesi dopo tennero dietro due fratelli germani calabresi, l'uno per nome Pietro e l'altro Gaetano, de' quali ignoriamo il cognome. Il primo facevasi chiamare Pietro I Imperatore delle montagne, re dei boschi, protettore de' coscritti. Quasi contemporaneamente a questi due videsi comparire un altro nativo d'Itri per nome Raffaele Colantonio, uomo assai iniquo e rotto ad ogni vizio.
Tutte le bande da costoro ad eccezione di Dragonetti e Mandatori erano composte di quelle sette o otto persone, e qualcuna di un numero ancora maggiore forse.
Non molto tempo dopo alle bande suddette videsi insorgere un'altra composta dallo stesso numero sotto la guida ed il comando di un tale nativo di Viticuso presso la città di San Germano ora Cassino, del quale ignoriamo altresì il nome.
Quello è certo sì che il medesimo veniva da tutti soprannominato Matera, il quale peraltro dovrà essere stato il cognome del suo casato. Matera, al quale circa due o tre mesi dopo unissi ancora un nostro compaesano per nome Michele Scarica, come vedremo sotto.
Al tempo altresì del Matera e forse anche prima vedevansi infestati i nostri monti da altre bande. L'una era di Luigi De Angelis fu Michele Arcangelo nativo di San Magno, l'altra di Andrea Musilli, nativo di Sonnino.
Dietro a queste e non molto tempo dopo vidensi altresì infestati da altri quindici o sedici malfattori sotto la guida e la direzione di un altro nativo di Vallecorsa, di cui ignorasi altresì il nome, ma con assai

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probabilità doveasi chiamare Pasquale [Tambucci], e da tutti veniva soprannominato anche il Pazzo. Di poi si gittarono due altri di Monticelli, cioè un certo Pietro Innocenzo di Leone, e Pietro Lavinia. Qual sia stato il motivo onde questi due si dessero anch'essi ad una vita cotanto diversa, lo vedremo con più di esattezza nel corso seguente. Solo avvertiamo qui che non andò quasi che i medesimi si unirono eziandio con la banda de' suddetti Luigi De Angelis e di Andrea Musilli, ai quali alquanti giorni dopo unissi ancora un altro nostro compaesano per nome Crescenzio Casale, figlio del fu Giacomo Antonio fu Marco Antonio e della fu Giovanna Angela fu Isidoro Rizzi, nato addì 20 novembre 1795. Nel tempo poi che le dette nostre contrade trovavansi infestate dalle bande de' facinorosi di sopra menzionati, videsi crescere il terrore e lo spavento per la novella comparsa di un altro famoso capobanda. Tra questi un tale per nome Gennaro Gasbarrone, nativo anche egli del suddetto vicino paese di Sonnino. A quanto pare, ciò dovette essere intorno al 1811. Di che numero fosse composta la comitiva di costui, chi ne fossero stati i satelliti e di che parte, egli è inutile il ricercarlo qui essendo fuori della memoria di tutti e persino de' più antichi. Solo quello che a questi sembra più verisimile e pare anzi quasi certo si è che a questa stessa banda del Gasbarrone si avesse dovuto appartenere quel Felice Vocella, nativo di Campodimele, che molti ancora vi sono che lo ricordano, il quale venuto a stabilirsi in questo nostro paese avea menato anche moglie avendosi prese una tale per nome Maria Rosa, figlia

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del fu Innocenzo fu Batolomeo, e della fu Maria Giuseppa Gasparina, la quale lo fé anche padre di tre figli, uno maschio chiamato Michele Arcangelo che fu padre del tuttora vivente Tommaso Antonio e due femmine. L’unirsi però di costui alla banda Gasbarrone, a quanto ce ne dicono i nostri vecchi e come può ancora rilevarsi dal Libro dei Battezzati, non poté essere che nel 1818 o alquanto prima. Imperocché la prima figlia nominata Maria Maddalena nacquegli il dì 24 settembre 1810; la seconda per nome Maria Battista nacquegli il 20 marzo 1812; Michele Arcangelo poi fu l’ultimo, gli nacque addì 5 luglio 1814.
A Gennaro Gasbarrone non quasi tempo dopo tenne dietro un altro suo fratello germano nato anch’egli in Sonnino nominato Antonio. Questi resesi assai famoso di maniera che avendo seguito il fratello ne' rei intendimenti non fu mai vero che avessero voluto poi imitare nel ravvedimento siccome vedremo al proprio luogo.
Quasi nel tempo istesso che le nostre contrade trovavansi infestate dalle bande dei Gasbarrone, si ebbe a crescere ancora il terrore e lo spavento della comparsa di altri due famosi capobanda. Si erano questi un tale Matteo di Castro, e Michele Macari di Fondi soprannominato volgarmente Mezzapenta, i quali formarono bande da sé ognuno composta di dieci o dodici persone circa.
Al tempo altresì di questi videsi sorgere un altro nome Alessandro Massaroni, nativo di Vallecorsa, il quale guidava un’altra banda di ventiquattro o venticinque uomini armati di tutto punto, da alcuni

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dei quali se ne conserva tuttora la memoria, e se ne conosce eziandio il nome siccome quelli che in seguito vennero a distinguersi fra tutti gli altri briganti e per la ferocia dell'anima, e per le scelleratezze della vita. Essi erano Antonio Mastroluca, un certo Mastro Adamo così soprannominato ma non sappiamo se fosse stato veramente questo il suo nome, e quale ne fosse eziandio il cognome, Pasquale Parisella, Pasquale Di Girolamo, Serafino Iacuacci, Pietro Paolo di Rito con un altro suo fratello di cui ignorasi altresì il nome.
Tutti questi erano parimente nativi di Vallecorsa come il suddetto loro capo ad eccezione di Antonio Mastroluca, il quale era nativo d'Itri. Né dobbiamo omettere di notare altresì che tra i medesimi eravi eziandio un canonico di Patrica, piccolo paese negli Stati della Chiesa diocesi.
Altre bande vidersi sorgere dopo alle sunnominate; ma di queste ne parleremo nel capo seguente notandone il tempo in cui si videro esse comparire e i particolari che delle medesime abbiamo.

Paragrafo 2

Riguardo poi al motivo che abbiamo indotti tutti gli anzidetti e gli altri ancora che vedremo in appresso ad un passo cotanto stravagante e inconsiderato, nulla

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abbiamo in particolare di preciso e sicuro. Quel ch'è fuori di dubbio, e pare non debba ammettere replica si è che cagione di ciò non possa essere stata altre che qualche delitto gravissimo da essi commesso, e per lo meno l'animo efferato e perverso ond'erano animati e diretti, siccome vedremo eziandio in seguito in non pochi di essi.
Quello è certo ancora che per riguardo a que' degli Stati della Chiesa, la cagione principale a riunirsi in banda armata e gittarsi pe' monti si fu l'abolizione fatta dal governo francese de' luoghi di asilo occupato che fu da essi Roma. Per la qual cosa non potendo i facinorosi rifugiarsi più ne’ suddetti luoghi affine di sottrarsi alle ricerche della giustizia, dallo stesso loro mal talento venivano consigliati e sospinti ad appigliarsi ad un partito cotanto disperato, qual si è d'infestare così ogni sorta di contrada disturbandone le popolazioni, ed impedendone il commercio (Vedi Capponi nel suo Circeo Part. I Capo 15.)

Paragrafo 3

Egli è impossibile poi il ridire quali tempi si corressero allora, e da quali e quanti mali venissero sopraffatte le misere popolazioni. Tutti questi mali e disastri poi venivano a mille doppi ad aumentarsi e

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e rendersi assai più dolorosi e sensibili dagli interni e generali sconvolgimenti non solo del nostro Regno, ma anche degli stessi vicini Stati della Chiesa e degli altri ancora. Ma e per toccare di questi gioverà il dare qui una piccola idea di quel che avvenne in tutto quel tempo nel nostro vasto Reame affine di far vedere sia dal bel principio in quali e quante angustie e ristrettezze ritrovati si fossero allora i nostri padri. Di fatti si è veduto di sopra che Ferdinando IV che nel trattato del 1815 fugli dato il titolo di Ferdinando I avea regnato fino al 1799 in cui vennero i francesi, e allora fu che successero tutti que' fatti che abbiamo altresì narrati di sopra, e si deplorarono anche al presente.
Scacciati i francesi dal Regno dal Cardinale Ruffo al 13 di giugno del suddetto anno 1799 ritornò subito Ferdinando e seguì a regnare dall'anno suddetto fino al 1806 finché non fosse nuovamente cacciato dall'esercito francese. Questo entrò nel Regno il dì 8 febbraio dello stesso anno 1806 e al 15 detto entrò in Napoli. Casa Borbone dové di bel nuovo fuggire in Sicilia, e allora il Regno da Napoleone I fu dato a Giuseppe Napoleone Bonaparte suo fratello, il quale fu il primo re de' napoletani, e venne proclamato re di Napoli e di Sicilia addì 30 marzo del suddetto anno 1806. Gaeta si difese bene, e non s'arrese se non al 18 di luglio dello stesso anno 1806. Meglio ancora Calabria,

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che non fu ridotta tutta se non più tardi, cioè al principio del 1808 e nemmeno allora non obbedì tranquilla. In questo stesso anno 1808, Napoleone I fé passare Giuseppe re di Napoli a re di Spagna, e diè Napoli a Marat suo cognato, prode generale di cavalleria, ai 15 luglio 1808 il quale sei anni dopo al 17 settembre 1815 venne fucilato al Pizzo di Calabria. In tutte queste epoche, vale a dire dall'anno 1806 fino al 1815 il Regno stette sotto i francesi. In quest'anno medesimo 1815 tornò di bel nuovo Ferdinando avendolo messo sul trono i Tedeschi, e regnò da re assoluto fino al giugno del 1820, in cui, come vedrassi meglio ne' capi seguenti, dai quattro generali cioè Carascosa, Minichini, Rosaroll e Pepe venne il medesimo costretto a dare la costituzione, la quale peraltro non durò che pochissimo tempo, cioè dal suddetto mese al giugno 1820 al marzo del seguente anno 1821, nel quale vennero nuovamente i tedeschi sotto il comando del generale Frimont provocati altra volta dallo stesso re Ferdinando, e questi rimisero le cose nel pristino stato.
I nostri vecchi ricordano ancora il giorno in cui i medesimi fecero la loro entrata nel Regno, che fu ai 19 di marzo, giorno consacrato all’onore e culto di S. Giuseppe sposo glorioso della Santissima Vergine.
Tutto ciò era necessario il premettere qui affine di far vedere non solo quali cambiamenti e sconvolgimenti di politica tenevano allora agitato il Regno, ma anche per dare una piccola idea delle calamità che l'opprimevano

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non essendo queste che una conseguenza quanto funesta altrettanto necessaria ed inevitabile della rivoluzione.

Paragrafo 4
Ma che hanno a che fare tutti questi mali e disastri con quelli che alla nostra comune madre patria erano cagionati da' suoi figli stessi che, invece di difenderla o mostrarsele almeno ossequienti coll'osservanza delle leggi, la riempivano di ogni sorta di amarezze, e in luogo di sollevarla dai suoi mali, cercavano stringere ognora più le sue ritorte?
Noi vogliamo qui dire de' suddetti briganti che, usciti dal suo seno istesso, ingrati e sconosciuti se le mostravano, affliggendola continuamente col prendersela ch'essi facevano contro de' suoi figliuoli e fratelli loro.

Questo era che più d'ogni altra cosa metteva il colmo alle sue afflizioni, nelle quali da sì gran tempo era come immersa e naufraga. Si può con tutta verità dire che il brigantaggio fosse la peste più contagiosa e il flagello il più desolante di que' tempi. Per poco difatti ci diamo a riflettere e considerare agli effetti terribili che se ne videro provenire, la cosa non

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potrà essere più chiara e lampante. Di fatti non si erano i briganti ancora sparsi pe' monti, che già aveano fatto sentire e provare i loro terribili effetti. Nulla può paragonarsi alla loro audacia e crudeltà. Il loro usato passatempo erano le contribuzioni ed esenzioni, l'incendio delle messi, la distruzione degli alberi, il furto delle gregge e del bestiame da lavoro, la sequestrazione di inoffensivi paesani e forestieri, cui trucidavano barbaramente, tormenti inauditi sui prigionieri ricchi, per costringer le famiglie a sborsare forti riscatti, il massacro dei contadini e de' pastori, la profanazione delle vergini, atroci violenze sopra donne maritate cui costringevano a prestare loro i più riluttanti servigi, un disprezzo costante di tutte le leggi divine ed umane. Non vi sono luoghi per iscabrosi malagevoli e scoscesi che sieno, e impraticabili eziandio per così dire perfino agli stessi animali, che percorsi non fossero e ingombrati continuamente da queste iene anelanti e sitibonde di sangue umano. Da per tutto spargevano il terrore la desolazione e la morte.
Si potrebbe quasi dirsi che non solamente il contatto di essi, ma la loro vista stessa, il suono della loro voce bastava a dar la morte, tant'era la costernazione e lo spavento in cui vivevano ancora ingranditi dalla fantasia agitata e alterata. Succedeva allora quel che vedesi nelle grandi epoche di calamità, cioè che, sebbene venissero alle volte spacciate favole anche le più assurde, nessuno però potea

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far a meno di non trepidare ove non ci fosse anche alle volte motivo di dover temere, conseguenza necessaria di quel che vedevasi e sentivasi quasi ogni giorno accadere per opera degli stessi facinorosi. Di fatti può dirsi ancora con tutta verità che non eravi ora e momento in cui non giungessero tristi nuove, e le orecchie de' cittadini non fossero continuamente ferite da avvenimenti di fatti i più atroci. Narrazioni allarmanti agghiacciavano di spavento i più intrepidi, citavansi famiglie intere rese deserte da' malfattori. Si assicurava (e qual cosa nella comune costernazione non si dava per certo?) che egli era inevitabile di non dover venire, quando meno aspettar se lo doveano, trucidati entro le proprie case e abitazioni.
Quindi egli è facile l'immaginazione in quali angustie si dovessero ritrovare tutti. Le persone che prima erano adorate dipoi vedevansi contorcere in una solitaria agonia, abbandonate dagli amici e dalle persone loro care. La maggior parte non erano un giorno solo sicure di uscir fuori a diporto o per le faccende campestri, e trattenersi eziandio per le vie interne delle proprie città o paesi dopo il tramonto del sole, ove questi mancanti erano di porte da potersi chiudere nel tempo di notte. Ognuno di detti luoghi trovavasi continuamente infettato quando da una quando da due e più ancora, e il più delle volte da tutte altresì le bande suddette che non lasciavano luogo a riposo; anzi quando sembrava

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che i cittadini ne dovessero andar liberi ed esenti, allora era che doveansi tenere più cautelati ed attenti. Non è poi nostra intenzione far qui una minuta descrizione di tutte le peripezie e danni e mali gravissimi per opera degli stessi briganti, o almeno per cagione loro sofferti dai cittadini né tampoco il riferire per disteso le prepotenze, le estorsioni, i stratagemmi e insidie da' medesimi adoperate a danno degli uomini e degli animali; come pure le ire e i sospetti per parte de' governi, e il continuo agitarsi della pubblica forza per irne in cerca con gravissimo danno delle stesse popolazioni, che n'erano estremamente oppresse, e alle volte fatte segno ancora alle vendette o per lo meno alle esorbitanti precauzioni della giustizia a cagione dell'imprudenza di alcuni de' suoi che segretamente prestavano il loro concorso e favore agli stessi briganti, ne venivano poi esse a soffrire e ad essere gittate nella più profonda desolazione.
No, nulla di tutto ciò, poiché oltre all'essere queste cose certe e realmente accadute, s'intendono bastevolmente da sé stesso, e ognuno che ha fior di senno e molto più una piccola idea delle epoche del brigantaggio, può figurarsela assai di leggiero.
Ci contenteremo solamente di narrare quelle che sono più certe, e soprattutto quelle che da' briganti medesimi vennero adoperate contro le vite degli uomini, in quel modo che sentito abbiamo dai nostri maggiori, e noi stessi riscontrato nel più volte citato Libro II dei morti della nostra

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Parrocchia. E sebbene di molti di tali gravissimi misfatti non più rimanga memoria da qual comitiva o da quali briganti in particolare sieno essi stati commessi, egli è certo però che o dall'una o dall'altra, e alle volte ancora da tutte insieme sieno stati eseguiti.
Né tralasceremo di notare altresì quelli che, sebbene non più si conosca se sieno stati commessi dagli stessi briganti, vi è però molta probabilità che dai medesimi, o certo per cagione loro, sieno anch'essi accaduti. Del resto, niuna ingiuria fassi a tal razza di gente se anche questi vengano loro attribuiti. In ciò fare noi seguiremo l'ordine de' tempi in cui ciascuna cosa avvenne, notando altresì quanto videsi ancora accadere intorno ai briganti stessi e loro comitive.

Paragrafo 5

Il primo fatto che noi sappiamo essere avvenuto e trovasi altresì registrato nell'accennato Libro de' Morti si è l'uccisione di un tale per nome Luigi Guerra, nativo della città di Napoli.
Per verità non è certo che tal misfatto sia stato commesso dai briganti, né i vecchi su di ciò hanno saputo indicare nulla; con tutto ciò noi crediamo non si faccia loro onta se si ritenga essere stata opera de' medesimi, o per lo meno avvenuto per cagione loro.

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Lo che essendo vero altresì che male non ci siamo opposti sin da principio con asserire che poco e nulla ebbe a respirare il nostro paese dopo la morte di Michele Inferno, essendo stato fatto subito segno alle ire di altri facinorosi seguaci ed eredi del perverso suo spirito e non meno tristi e perniciosi di lui. Di fatti la morte infelice del Guerra avvenne il dì 10 febbraio dell'anno 1807 ch'è quanto dire circa tre mesi dopo la morte dell'Inferno.
Del medesimo nulla sappiamo né chi egli si fosse né per qual motivo trovassesi in queste nostre parti; con tutto ciò sembra egli assai probabile fosse soltanto e come tale addetto al posto di Portella.
Il medesimo venne tolto di vita con tiro di schioppo. Ciò avvenne nella contrada detta Vaccareccia ne' tenimenti di Terracina.

Paragrafo 6

Un altro fatto non meno atroce del già narrato videsi succedere due anni dopo entro de' nostri tenimenti e propriamente sul monte detto Sant’ Angelo in Pesco da una chiesuola dedicata in onore di questo Santo Arcangelo che esiste tuttora.

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Questo si fu l'uccisione di un altro infelice per nome Giuseppe Carroccia nativo di Vallecorsa. Il succitato libro parrocchiale de' morti dice che il medesimo venne tolto di vita dai soldati legionari della Provincia di Terra di Lavoro, che per ordine dell'Intendente di detta Provincia ivano appresso i briganti, da' quali trovato a capo nel mentre ch'ei nel suddetto luogo attendeva alla caccia dei cinghiali, e avvisato da' medesimi a fermarsi, per isbaglio venne percosso con tiro di schioppo.
Il fatto è vero in tutte le sue circostanze; ma i nostri vecchi che lo ricordano ancora assai bene negano recisamente che ciò sia avvenuto per opera di suddetti legionari, e che perciò una tale postilla non possa essere stata posta nell'indicato libro per errore.
Secondo i sullodati vecchi la compagnia in cui si imbatté il Carroccia non era altrimenti pattuglia de' suddetti soldati legionari o di altro corpo ma una compagnia di cacciatori nostri compaesani, fra i quali eravi anche il sacerdote Don Giocondo (Bonaventura Luigi) Parisella fratello germano del Reverendo Signor Canonico Economo Curato Don Vincenzo Parisella, il quale in seguito anche egli fu fatto Canonico di questa nostra Chiesa Collegiata.
I Medesimi s'erano anch'essi portati colà per lo stesso oggetto, cioè per far caccia di cinghiali, di cui assai abbondano i nostri luoghi. Da tutto ciò egli è assai facile il figurarsi come debba essere andata naturalmente la cosa.

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Il Carroccia vedendosi così tutto all'improvviso sorpreso da' medesimi e quando meno sel pensava e forse non potea mai crederlo, prese subito da timore e spavento sia perché credeva fossero essi briganti o genti d'armi, sia per non essere preso coll'arme in mano per cui non avea forse licenza di portarla, sia per altro motivo che noi non conosciamo, si diè tosto alla fuga.
E benché fosse avvisato dagli stessi a fermarsi e non aver paura, non fu mai vera si avesse voluto arrendere, ma spaventato come era continuava tuttavia a fuggire con quanto più lena avea in corpo. Allora uno de' suddetti cacciatori che gli stessi antichi dicono sia stato Michela Arcangelo Bove padre del tuttora vivente Carmine, vedendo che nulla giovava, e credendo perciò fosse realmente qualcuno de' briganti, gli fé una scarica addosso, e in meno che il diciamo ebbe lo stesso a terra morto.
Ciò avvenne nel sunnominato luogo Sant’ Angelo in Pesco il dì 28 gennaio dell'anno 1809.

Paragrafo 7

Un altro omicidio noi leggiamo accaduto entro di questo stesso anno nella persona d'un altro infelice nostro compaesano chiamato Michele Arcangelo Contestabile,

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figlio del fu Pietro (Francesco) fu Tommaso Contestabile, e della fu Rosa Petronilla fu Angelo Rizzi, nato qui addì 5 novembre 1789. Un tal misfatto fu commesso dai briganti, ma non sappiamo da qual banda o da quale individuo di esse in particolare. Il medesimo fu tolto di vita nel luogo denominato Fontana del Caprio nel mentre ch'egli attendeva alla custodia degli armenti, e venne ucciso con tiro di schioppo. Ciò avvenne il 17 ottobre del suddetto anno 1809 ch'è quanto dire mesi otto e giorni diciannove dopo l'uccisione del Carroccia.

Paragrafo 8

Un altro simile misfatto videsi ancora succedere l'anno seguente 1810 nella persona d'un altro infelice per nome Carlo Mirabello, figlio di un tale fu Giovanni nativo di Vallecorsa. E sebbene non sia certo sia stato commesso da' briganti, tutto il fondamento però abbiamo di dover credere non possa essere stato che opera de' medesimi. Ciò avvenne nel luogo detto Empriata il 17 agosto del suddetto anno 1810 nel mentre che il medesimo in compagnia del suo padrone custodiva in quel luogo istesso il grano posto sull'aia. Anche quegli venne ucciso con un tiro di schioppo.

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Paragrafo 9

Un altro non meno tremendo ebbesi a verificare nel seguente anno 1811 e non molti mesi dopo al già narrato. Vittima infelice ne fu un altro nostro compaesano per nome Alessio Barlone, figlio del fu Onorato fu Pietro Barlone, e della fu Felice Antonia fu Giacomo Contestabile, nato qui addì 6 gennaio 1754, marito di Illuminata fu Ippolito Atanasio fu Giovanni Pacione, e della fu Crescenzi fu Biagio Gianandrea.
Molti de' nostri vecchi ancor lo ricordano siccome quello che fu padre di Cesario morto nel colera del 1837 addì agosto, e sono tuttora viventi tanto la di lui vedova Maria Celeste Tarquinio e il loro figlio per nome Innocenzo. Noi non sappiamo come ciò fosse avvenuto, né che cosa sia stato quello che avesse dato motivo ad un sì barbaro omicidio.
Tutto quello è certo si è che l'uccisione del Barlone è tutt'opera del brigante Giacinto Dragonetti. Questo è il ladrone di cui parla il suddetto libro de' morti, dal quale fu egli aggredito nel mentre che pascolava le sue capre. Il medesimo venne tolto di vita dal suddetto Dragonetti con un tiro di schioppo, del quale ne rimase subito vittima essendo caduto all'istante a terra morto. Tutto ciò successe nella contrada denominata La Vecchia il dì 6 febbraio del suddetto anno 1811.

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Paragrafo 10

In questo stesso anno 1811 e circa sei mesi dopo la morte del Barlone successe ancora l'unione di Michele Scarica al capobanda Matera, e di poi al Pazzo, che abbiamo accennato di sopra.
Sarà pregio dell'opera il fermarci alquanto su di tal materia, notando brevemente come ciò avvenisse, tanto più che la narrazione di un tale avvenimento va strettamente collegata con quella di altri fatti avvenuti in tali tempi e sovra tutte colla fine veramente tragica e spaventosa dello stesso Matera. Ma prima di venire alla detta narrazione gioverà il notare alcune cose che avvenivano appunto in quei tempi e che davano motivo allo Scarica a gittarsi anch'egli ad un partito cotanto disperato ed infelice.
Egli è già noto per le storie, e molti vi sono tuttora che lo ricordano assai bene, quale e quanto si fosse il terrore e lo sgomento onde a quei dì erano smisuratamente percossi i popoli a cagione della coscrizione e levata militare de' loro figliuoli che eglino doveano vederseli divellere dal loro seno, e portati in bocca alla morte sui campi di battaglia.
E ciò tanto più riusciva loro sensibile in quanto che egli era quasi un secolo che non conosceva più la guerra che per le storie, ed allora vedevano co' propri occhi i sanguinosi spettacoli delle battaglie, e che non v'era zolla sugli italici campi, che non coprisse il cadavere mutilato di

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qualche guerriero italiano, francese, germanico o russo; come pare che non vi era città castello o villaggio che udito non avesse le grida dei feriti, e mirate dappresso gli errori della guerra. E se ciò riusciva grave ai ricchi, molto più doloroso tornar dovea ai poveri siccome quelli che tutte le loro speranze tenevale riposte ne' loro figliuoli.
Quindi egli non è a dirsi né può spiegarsi a parole qual fosse lo strazio crudele del loro cuore a vederseli torre all'aratro, al martello e alla sega, e rimaner privati di quel pane ch'eglino loro porgevano con tanto amore, e col più grande affetto filiale. Quindi egli è noto ancora come in tanta strettezza di cose infiniti fossero altresì i sotterfugi e gl'infingimenti de' padri a tentare il salvamento dei figliuoli.
L'amore non acuì mai tanto le menti quanto in quelle occorrenze, né facevasi coscienza, per salvare i propri, di immolare i figliuoli altrui. Né ciò facevasi da' soli genitori.
I giovani istessi erano anche quelli che studiavano ogni sorta di maniera fine a venire alle più aperte frodi per non sortire il numero che li levasse soldati; tant'era la paura e il dispetto che avea preso non pochi, d'irsi a fare macellare per alimentare la sformata ambizione del gran conquistatore. Quindi quanti strazi immaginar si possono anche i più lunghi e dolorosi intorno alla loro vita e al modo di vivere, quanti rischi ancora i più manifesti e terribili di perdere la vita stessa, tutto era de' medesimi posto

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in opera, e a tutti correvano essi animosamente incontro purché avessero potuto furarsi al dente inesorabile della coscrizione, e così risparmiare ai genitori e alle madri medesime, quei cordogli e quelle agonie capaci a dar loro anche la morte.
Tutto ciò succedeva in molte contrade d'Italia, e specialmente in quelle della Liguria, della Lombardia e della Venezia, ch'erano le più sbigottite di tutte, siccome quelle che sopra di esse appunto ebbero a scaricarsi i primi furori delle armi straniere. In quanto poi alle nostre contrade, pare che nulla di tutto ciò succedesse.
L'unico ed estremo partito a cui si appigliassero i nostri, a quanto pare, e come dicono ancora gli antichi, era quello di sottrarsi colla fuga ai rispettivi loro paesi, vivere sequestrati dall'abitato, e gettarsi ancora pe' monti e per le macchie a menare vita randagia a danno delle popolazioni medesime.
E così appunto successe al nostro Michele Scarica.
Avea anch'egli dovuto dare nel suddetto anno 1811 suo nome alla urna, ne sortì soldato unitamente ad un altro pure di questo nostro paese per nome Innocenzo Marrone figlio di (Innocenzo) Domenico fu Carlo Nicola, e di Giovanna Angela fu Domenico Antonio Alfidei, nato qui addì 27 gennaio 1792.
Affine, dunque, di non dover marciare per reggimento, accordatisi insieme, tutti e due si trafugarono dal Paese, e si tennero per lungo tempo nascosti ne' tenimenti di esso. La ordinaria loro

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dimora si era in un poderetto del suddetto Marrone nella contrada denominata "La Chiusa" che presentemente è posseduto dagli eredi del fu Biagio Marrone fratello germano del suddetto Innocenzo. Ivi essi erano mantenuti ed alimentati dai rispettivi loro parenti, che loro somministravano giornalmente quanto faceva loro di bisogno intorno al vitto e vestito e tutt'altro.
Ora avvenne un giorno che il Marrone dicesse allo Scarica che volea trovar modo di farlo incappare nelle mani della forza e mandarlo a far il soldato, e ciò pel motivo ch'egli faceva all'amore con la sua sorella Maria Giuseppa. Tutto ciò però il Marrone glielo diceva piuttosto per celia per altro non essendo affatto vero. E quand'anche lo fosse stato realmente niun inconveniente o disordine fino allora era mai successo, essendo che lo Scarica era lontanissimo dal coltivare tresche e pratiche segrete con donne, e molto meno con qualsiasi voglia delle parenti del suo cognato atte ad ingenerare la gelosia di lui. Nonostante però tutto questo le parole del Marrone non lasciarono di far profonda impressione nell'animo dello Scarica, e metterlo in grande apprensione sul suo avvenire.
Fiso per tanto in questo pensiero egli altro mezzo non trovò acconcio a liberarsi da quel male che il medesimo sospettava anzi credeva di certo che gli avrebbe fatto un giorno, che levarselo dinanzi col dargli la morte. E così infatti fé. Poiché un giorno portandolo ovvero trovandosi con lui nel luogo detto il Sovarare, assai

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rimoto dall’abitato e dalla vista delle genti, ivi senza altro con un colpo di scure steselo subito a terra morto. Ciò avvenne il dì 2 agosto del suddetto anno 1811, e qualche giorno innanzi per certo in detto giorno fu nello stesso luogo ritrovato il cadavere, il quale trasportato nel giorno medesimo in paese venne seppellito nella nostra Chiesa Collegiata.
Commesso l’orribile misfatto lo Scarica affine di sottrarsi alle ricerche della giustizia prese subito la volta de’ monti tenendosi occultato il più che avesse potuto fino a tanto che o per esser più sicuro o per amore di compagnia pensò di unirsi al Matera, siccome fé di fatti non molto tempo dopo. Ma comecché avesse dovuto praticar di continuo con tal razza, mai però unissi ne’ loro rei intendimenti, e contento di aver quanto era gli assolutamente necessario a campar la vita, del resto alieno mostravasi mai sempre dal far del male a chicchessia fossero passanti o forestieri.
Soprattutto tenevasi lontano dalle donne, siccome in modo assai scandaloso facevano non pochi de’ suoi compagni, e gli altri ancora, i quali a detta de’ vecchi, praticava continuamente ed aveano commercio principalmente con le donne di S. Magno, le quali erano assai avvenenti specialmente le giovani e molto prestavansi altresì assai volentieri alle loro voglie, che fu poco dopo la cagione funesta della loro ruina temporale ed eterna, siccome non molto tempo dopo successe al Matera. Ed eccone il come.

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Il Pazzo non si sa per quale cagione ingelosito del suddetto Matera, per disfarsi di questo ricorse al solito ripiego e stratagemma di Assalonne contro Ammone. Per la qual cosa finse di voler fare con lui un sontuoso banchetto affine di passare insieme un giorno in grande allegrezza. Al che avendo acconsentito il Matera fissarono insieme il giorno in cui dovea tenersi combinando eziandio di voler farne parte e ammettervi anche tutti i loro rispettivi compagni. Il giorno assegnato il Pazzo ordinò segretamente ai suoi che ad un suo cenno tutti si avventassero e avessero fatto man bassa sopra del Matera e compagni, siccome infatti seguì; poiché nel meglio della tavola e quando tutti erano forse più accalorati per il vino, i satelliti del Pazzo levatisi improvvisamente contro del Matera e dei suoi compagni gli ebbero tosto sbaragliati e malconci, e poco mancò che il Matera non rimanesse assassinato, anzi non lo fossero tutti.
Due morirono, cioè un certo per nome Nicola Riccardi ed un altro di cui gli antichi non ce ne hanno saputo indicare il nome. Il Matera poi gravemente ferito a stento con la fuga ebbe la fortuna di ridursi così malconcio nel luogo detto Vardivo, ove ricoveratosi in una grotta diessi tutta la premura di guarire dalle sue ferite.
Per la qual cosa fatto avvisare da qualcuno suo manutengolo fedele, o più vero ritrovato a caso dalla sua amasia che non avrà mancato certamente di andare in cerca di lui, venne da questa provveduto di tutto il bisognevole tanto in vitto che in medicine. Taluni

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dicono che di tali donne non fosse questa sola, ma più, le quali andavano a trovarlo e a recargli ogni sorta di sollievo. Il fatto si è che non andò guari che il Pazzo si accorgesse anche di questo; poiché avendo vedute dette donne, e spiando sottilmente ov’ellene recate si fossero ed a che fare, ebbe tosto scoperto il covo del suo rivale.
Per la qual cosa recatosi immediatamente nel luogo, ebbe con tutta facilità tolto di vita e lasciato ivi stesso in preda agli avvoltoi e alle fiere. Dopo il fatto del convito lo Scarica unissi col Pazzo.

Paragrafo 11

Tornando ora a quello dicevamo di sopra intorno agli orribili eccessi commessi da tal perversa genia di facinorosi, e dal quali sembra ci siamo dovuti allontanare alquanto onde dar luogo ai fatti narrati nel numero precedente, non ci riuscirà difficile il ripigliare tosto il filo interrotto e metterci nuovamente in cammino se si riflette che altri fatti ci si presentano subito dinanzi non meno gravi ed enormi dei già esposti e che fanno seguito ai medesimi. Di fatti non passarono che pochi mesi dall’uccisione del Marrone che videro tosto le nostre contrade funestate di bel nuovo da altri omicidi atrocissimi, i quali, mentre ci rivelano

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l'animo iniquo e crudele degli autori, ci dichiarano in pari tempo la perversità dello spirito ond'erano animati e diretti, per cui sembra non istudiassero altro, né altro vorrebbero che male, e gittare nella costernazione e spavento le misere popolazioni di già abbattute e oppresse.
Il primo fatto che, aprendo il summenzionato Libro de' Morti, ci si offre subito sotto gli occhi, si è un altro barbaro omicidio successo il dì 27 gennaio del seguente anno 1812, ch’è quanto dire mesi cinque e giorni venticinque dopo l'uccisione dell’infelice Marrone di sopra narrato. E sebben il suscitato registro de' Morti nulla ci dice intorno all'autore di esso, egli è certo però e i nostri lo rammentano ancora assai bene che un sì enorme misfatto venne unicamente commesso dal famigerato brigante di sopra riportato Giacinto Drogonetti. E quel che merita di essere qui ancora ricordato si è che sì orribile delitto il medesimo l’ebbe a consumare pochissimi giorni prima ancora egli venisse a finire miseramente la sua vita siccome vedremo fra poco.
Vittima ne fu un povero pastore per nome Francesco Persichino alias Damiano, marito di una certa Caterina Palombo, ambedue nativi di Agnone di Atina, e perciò compaesani dello stesso Dragonetti. Un omicidio cotanto barbaro e crudele nella contrada detta Dupanto, ove il meschino menato avea i suoi armenti, e quivi stesso era tutto intento a custodirli e a pascolarli. Altri particolari su tal materia non abbiamo, né tampoco ci è

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quel che abbia potuto indurre il Dragonetti a cadere in sì orribile accesso.
Quello è certo si è e sembra doversi anche chiaramente ricavare dal suddetto Libro de' Morti che nell’autopsia dovutasi fare sul cadavere del Persechino rinvenuto lo stesso giorno ritrovossi che l’uccisione di lui era stata oltre ogni credere barbara e crudele, dappoiché dalle indagini esami e ricerche fatte chiare appariva che il medesimo era stato tolto di vita non solo a tiro di schioppo, ma ben anche a ripetuti colpi di coltello o stiletto che fosse stato.

Paragrafo 12

Ma non tardò molto che anche il Dragonetti venisse a ricevere la retribuzione condegna e dovuta ai suoi gravissimi misfatti. Non passarono che pochi giorni, e chi sa non fosse stato quello stesso in cui il medesimo uccise il Persechino, che anch’egli venne sorpreso e assalito da gravissima malattia. Laonde costretto a trascinarsi in un piccolo tugurio nella contrada detta Autone, ivi dopo alquanti giorni fu ritrovato morto.
Trasportato quindi il cadavere in questo nostro paese, venne immediatamente reciso il capo dal busto. Dipoi gittato il corpo fuori del Paese come indegno dell’ecclesiastica sepoltura, il suddetto corpo venne portato nel

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luogo detto l’Epitaffio, e posto sopra un monumento che gli rimane ivi d’appresso ove per un notabile tempo rimase così esposto alla vista di tutti.
La morte del Drogonetti, e per meglio dire il ritrovamento dell’infelice suo cadavere avvenne il dì 16 febbraio del suddetto anno 1812, vale a dire giorni 20 dopo l’uccisione del Persechino.

Paragrafo 13

Un altro omicidio, e piuttosto assassinio crudele noi troviamo essere accaduto in questo stesso anno 1812. Ciò avvenne la notte del dì 29 settembre nella contrada detta Le Pere della Corte, e precisamente entro del territorio posseduto da…

Un fatto cotanto atroce che eccitò la indignazione di tutti venne perpetrato da tre briganti i quali, sebbene non si conosca a qual banda si fossero appartenuti, tuttavia egli è certo che erano tutti e tre di Vallecorsa e ben conosciuti eziandio in questo nostro paese.
L’uno di essi chiamavasi Giovanni Panesio; degli altri poi è rimasta sola memoria del soprannome che davasi loro; poiché uno lo chiamavano Monachiello, e l’altro Maorella che forse dovranno essere stati anche i loro cognomi.

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Vittime del furore di questi tre cannibali si furono i coniugi Giovanni Battista Parisella e Rosa Cipolla, ambedue native di Vallecorsa, i quali erano qua portati affine di isvernare gli animali siccome fanno tutti gli altri. Quello che di positivo abbiamo si è che i medesimi vennero da que' crudeli tolti alla custodia del gregge. I loro corpi portati la stessa mattina in questo nostro paese, dopo tutte le formalità della legge richieste, vennero seppellite nella nostra Chiesa Collegiata. I suddetti coniugi aveano un figliuolo per nome Paolo, di cui ci toccherà di doverne parlare nel capo seguente.

Paragrafo 14

Nel seguente anno poi 1813 non trovasi registrato che un solo omicidio. E sebben nulla abbiamo nel succitato Libro de' Morti, né nulla ci abbiamo potuto indicare i vecchi intorno all'autore di esso, egli però sembra fuori dubbio che anche questo non possa essere stato che opera degli stessi briganti, come pure egli è da credersi altresì che motivo totale di esse sia stato per non aver l'infelice vittima voluto arrendersi alle malnate loro voglie. Era questa una povera vedova per nome Maria Rosa Raso, nativa di Sonnino, la quale avea dovuto portare

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per i suoi affari in questo nostro paese. L'orribile misfatto avvenne nel mentre che la medesima da questo nostro paese faceva ritorno in patria. Ella venne dagli stessi assalita e divenuta preda del loro furore nel luogo detto Cappelluccio, e dopo tre giorni ritrovato il suo cadavere nello stesso luogo fu trasportato in Monticelli, e qui seppellito nella nostra Chiesa Collegiata. La cosa nel suddetto libro de' Morti vien registrata sotto il dì di maggio del suddetto anno 1813; ma non rilevasi chiaro se sia questo il giorno della morte, o del ritrovamento del di lei cadavere.

Paragrafo 15

Discendendo ora all'anno 1814 egli è noto altresì a tutti come quest'anno si fosse fra tutti gli altri che lo aveanopreceduto segnalato per molti e grandi avvenimenti che in esso si verificarono, fra i quali merita giustamente essere in primo luogo annoverata la liberazione veramente prodigiosa e sorprendente del Sommo Pontefice Pio VII di gloriosa memoria dalle mani di Napoleone I;
mentre che gli alleati colle poderose forze degli eserciti uniti marciavano sopra Parigi, il Sommo Pontefice Pio VII verso il mezzo di marzo del suddetto anno 1814, sotto la scorta dell’indivisibile

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Lagorse, partì da Savona, e al 25 di detto mese fu consegnato agli avamposti del Taro, in mano del valoroso Prohaska, colonnello nel reggimento Radetzky, il quale a massimo onore e fra le ovazioni delle genti austriache, napoletane e inglesi, accompagnollo fino a Bologna.
Il dì 31 di marzo detto anno Parigi aperse le porte ad Alessandro Imperatore di Russia, e Napoleone, l’11 aprile dello stesso anno segnò la sua rinuncia all’impero di Francia e al regno d’Italia. Il Santo Pontefice fé ritorno alla sua Sede, facendo trionfale entrata in Roma il dì 24 maggio del suddetto anno 1814.
Ora fra gli altri consolatissimi effetti di sì glorioso trionfo dee annoverarsi quello del perdono del lodato Pontefice accordato ai briganti, dando loro le più ampie assicurazioni, ove abbandonata la loro vita scioperata in mano del suo governo paterno, dal quale nulla avrebbero dovuto in seguito a temere, salve forse qualche piccola eccezione richiesta del diritto delle Genti, a cui conveniva ad ogni modo soddisfare.
Data così la libera amnistia, e il permesso ai suddetti briganti di poter rimpatriare e tornare in seno delle proprie rispettive famiglie, il non è a dire come tutti ne venissero a rimanere contenti e soddisfatti. Desiosi com’erano di ricuperare quella libertà cui da sì gran tempo aveano miseramente perduto, neppur uno vi fu che arreso non si fosse al dolce invito del comun Padre de’ fedeli, che con tanto amore e bontà richiamavali al suo seno. Per la qual cosa giusta l’accordo e le disposizioni

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a tal uopo emanate dal Governo istesso, nel giorno stabilito tutti si furono presenti in Vallecorsa, ove ottennero immediatamente il salvacondotto. Ma il lupo era lupo. Nel nuovo genere di vita intrapreso, invece di sempre più amarsi a mantenere la pubblica tranquillità e la subordinazione alle leggi siccome aveano promesso, i medesimi sin dal primo giorno già facevano sentire tutto il contrario.
E benché non si fossero dati così presto a palesarsi, è certo però che sotto mentita semplicità e sotto esteriori dimostrazioni di pietà e di attaccamento ancora al legittimo governo del Sovrano Pontefice, non nascondevano tuttavia il genio crudele di voler continuare quando che fosse a malmenare e divorare le sorelle di Lui, del che forse non lasciavano mai di studiare continuamente i mezzi onde venirne a capo.
E difatti non andò guari che si presentò loro l'occasione assai favorevole che servì ai medesimi come di pretesto onde darsi di bel nuovo alla vita vagabonda e disperata che aveano fino allora menata.
Perocché egli è da sapersi che appena nella cristianità e soprattutto ne' domini della Chiesa si riseppe il glorioso trionfo dal Santo Pontefice riportato, tutti si fecero il più stretto dovere di solennizzarlo colle più grandi esteriori dimostrazioni,
paese villaggio in cui i popoli, non potendo fare altro, non fossero almeno recati in folla nelle rispettive Chiese parrocchiali a cantarvi con molto entusiasmo l’Inno

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Ambrosiano in ringraziamento all'Altissimo per sì segnata liberazione.
Ora fra tutte le città e paesi dello stato Pontificio, Vallecorsa fu forse la sola che nulla fé di tutto ciò almeno in quel modo ch’era da aspettarsi da’ sudditi Pontifici. Del che, mostrandosi come adunati i suddetti briganti che anch'eglino trovavansi colà come in luogo loro destinato per l'ordinaria loro dimora, e ostentando religione e attaccamento al governo, presero da ciò motivo e per meglio dire pretesto di commettere altri orribili eccessi e così ritornare al vomito.
Tutti pieni d'ira e di furore si scagliarono sopra otto de' più cospicui cittadini, e in meno che l’diciamo li ebbero tutti trucidati, e nel modo più barbaro ed inumano tolti ancora di vita.
Tra questi infelici dicevasi vi fosse stato anche una signora di dette terre, cui gli iniqui non ebbero ribrezzo ad estrarla a viva forza dalla chiesa di …
ove’erasi ridotta a far orazione, e strascinatala orrendamente fuori di essa gittarsela addosso e renderla vittima del loro cieco furore.
Commessi sì orribili misfatti i malvagi gittaronsi nuovamente per le montagne a menar vita randagia e disperata e a imbrattarsi di bel nuovo di sangue umano come aveano praticato per lo innanzi proseguendo in sì triste genere di vita finché giunse anche per loro la mano del Signore, siccome vedremo ai propri luoghi.
I soli a non impicciarsi nelle secrete loro conventicole, né’ loro intrighi, e molto meno a macchiarsi di

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obbrobriose scelleratezze si furono il nostro compaesano Michele Scarica, e Domenico Mandatori, i quali procurarono mantenersi caro l'ottenuto perdono, e così avendo goduto dell'indulgenza del Pontefice, non molto tempo dopo ebbero a sperimentare anche quella del Re di Napoli Ferdinando IV, imperocché avendo questi nel seguente anno 1815 accordato anch'egli un generale perdono, i medesimi si avvalsero anche di questo, e con ciò riacquistarono la intera libertà anche nel Regno di maniera che lo Scarica poté con tutta sicurezza e pace dell'animo suo far ritorno in seno della propria famiglia, ove difatti visse pacificamente fino al termine de’ suoi giorni.
Non molto tempo dopo il medesimo si accasò prendendo in moglie Maria Giuseppa (Rachele) Reale, figlia del fu Biagio fu Innocenzo Reale, e della fu Giovanna (Domenica) fu Biagio Onorato Rizzi, dalla quale ebbe numerosa figliolanza. La suddetta Maria Giuseppa è tuttora vivente, e viventi pure lo sono la maggior parte de' loro figliuoli, i quali al presente anch'essi trovansi accasati tutti. Lo stesso del suddetto Domenico Mandatori, il quale anch'egli è morto or sono pochi anni.
Dai briganti poi datisi altra volta a vagar per le montagne non ebbesi ad ottenere altro che quello aspettar doveasi da gente da lungo tempo incallita ne' vizi.
Quanti disordini, iniquità e scelleratezze ebbero a piangere e deplorare in tutto quel tempo che i medesimi continuarono a scorrazzare impunemente per le nostre infelici contrade, tutto attribuirsi dee ad essi, e certo

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avvenuto per cagion loro.

Paragrafo 16

Entro di questo stesso anno 1814 altri due gravissimi misfatti noi leggiamo registrati nel più volte indicato Libro dei Morti.
Del primo leggiamo ne fu infelice vittima un certo Amato Matassa, soldato Pontificio. Sull’assassinio di costui il suddetto Libro si esprime nel seguente modo. Nel mentre che il medesimo faceva la sentinella nel luogo detto l’Epitaffio aggredito da un assassino venne da questi ucciso entro i limiti del Regno, e portato in Monticelli fu seppellito nella chiesa Collegiata. Ma i nostri antichi ci hanno detto chi sia stato questo assassino e scoperto eziandio il motivo onde fu condotto a cadere in sì orribile eccesso. Secondo i medesimi la cosa avvenne in questo modo e per le seguenti ragioni.

Era il Matassa calabrese, e prima di essere soldato anch'egli era stato un ferocissimo brigante nella stessa provincia di Calabria. Fra le altre cose che nella suddetta disonorevole qualità avrà dovuto senza dubbio commettere una certa si è che il medesimo pose in desolazione un’intera famiglia e forse del suo stesso paese, la quale rimase interamente distrutta ad eccezione di un solo ragazzo, il quale, non si sa come fu, il solo

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ch'ebbe la fortuna ad isfuggire da' suoi artigli. Questi poi preso fu educato a spese del governo, e giunto che fu alla età competente venne dallo stesso governo impiegato e mandato per segretario nella Polizia di Formia. Il Matassa poi dopo diversi anni dacché avea vagato per quei luoghi, anch'egli ottenne una grazia che non avrebbe potuto mai aspettare. Sia perché vi avessero interposte delle persone assai influenti, sia che usata avesse degli intrighi e raggiri com'è solito in questi tali, sia finalmente per altri motivi che noi non sappiamo, il fatto si è che al medesimo non solo riuscì di potersi presentare al Governo del Pontificio e di essere da lui perdonato, ma quel ch'è più di essere anche annoverato tra i soldati della linea, e in questa qualità mandato nel suddetto luogo dell'Epitaffio ai confini dello stato del Pontefice.
Stando ivi adunque il Matassa fu ravvisato da alcuni che l'aveano conosciuto antecedentemente, e sapevano ancora il fatto della Calabria. Non vi volle altro perché questi le riferissero tosto al segretario in Formia, il quale egli non è a dire come rimanesse attonito a una tale nuova. Basti il dire che fu tale e tanta la sorpresa che quasi stentava a crederlo. Soprattutto non poteva persuadersi come si potesse lasciar andar così impunemente un uomo, ch'egli sapeva essere stato la cagione di tanti mali e suoi e altrui. Egli è perciò facile l'immaginarsi da qual piena d'ira, di sdegno e di dispetto fosse inondato il suo cuore in quel momento. Danno

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perciò luogo alla passione e preso dal desiderio di volersi ad ogni costo vendicare di lui, chiese tosto il passaporto per Terracina. Giunto all'Epitaffio volle certificarsi co' suoi occhi medesimi, e vide che la cosa era tale quale eragli stata detta. Tra que' soldati riconobbe il Matera sebbene egli non fosse riconosciuto da questo. Per allora non fé nulla, anzi tutt'altro diè a dimostrare da quel che covava in cuore. Per venire al suo intento procurò farsi amici tutti que' soldati.
Egli è perché che discese tosto di cocchio trattenessi qualche poco di tempo co' medesimi in discorsi amichevoli facendosi anche conoscere pel segretario della Polizia di Formia. I soldati, alla loro volta gli fecero anche complimenti esibendogli ogni sorta di servitù in tutto ciò ch'egli credeva di volergli onorare. E siccome egli avea loro spiegato il motivo di quel suo viaggio per Terracina qual era di vedere di poter trovare un altro impiego migliore, così i medesimi nell'accomiatarsi gli augurarono un felice esito alle sue buone intenzioni. Lo stesso fé ancora la sera di quello stesso giorno reduce da Terracina trattenendosi pure alquanto co' medesimi e segnatamente col Matassa in discorsi affettuosi e familiari facendo eziandio credere loro di aver tutto ottenuto in quella città; dopo di che proseguì il suo viaggio per Formia. Dopo tre o quattro giorni il medesimo si mise di bel nuovo in viaggio prendendo la stessa volta dell'Epitaffio; ma giunto al posto di Valmarina ove in quel tempo erano i militi di guardia

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richiedere loro gli avessero fatto il piacere di guidarlo per li pantani sotto la strada consolare, da' quali fu tosto favorito avendogli dato a guida uno di essi. Fu questo un nostro compaesano per nome Rosario Mansillo fu Tommaso Antonio fu Giuseppe, e della fu Angela Maria fu Lorenza Rizzi, nato qui addì 24 agosto 1788 marito della fu Maria Luigia fu Fedele Rizzi, e della fu Onorata fu Silviano Gallozzi.
Il Mansillo condotto che l'ebbe sin dove voleva egli cioè fin dopo passato il suddetto Epitaffio senza però che fosse stato veduto da que' soldati, egli se ne ritornò al suo posto, ed il segretario si rimise sulla strada consolare prendendo la volta dell'Epitaffio come per dar a vedere che tornava da Terracina.
Ivi giunto trattennesi al solito co' soldati ma più col Matassa facendo in modo da allontanarlo dal suddetto luogo e portarlo dentro il regno, siccome in fatti vi riuscì. Allontanatisi che si furono alquanto, il segretario senz'altro prendendo il suo fucile di cui andava armato unitamente ad ogni altra sorta di armi, glielb scaricò addosso, e in men che si diciamo ebbelo steso a terra morto.
Fatto il colpo il medesimo posesi a fuggire con quanto più di lena avea in corpo. Era quasi giunto a Portella quando per l'Epitaffio stesso trovossi a passare una carrozza che portava alcuni ufficiali napoletani reduci dall'alta Italia. Questi avendo saputo dell'accaduto, e testimoni oculari essi stessi dello spettacolo del cadavere

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del Matassa giacente ancora per terra, si posero in tutta corsa dietro al segretario per attisarlo, siccome infatti riuscì loro avendolo raggiunto nel luogo detto Lummone che è poco dopo passato Portella nell'andare verso Fondi.
Allora questi vedendo che i medesimi andavano direttamente verso di lui, postosi dietro un albero, e mostrano agli stessi il fucile e le altre armi delle quali andava fornito disse che non avessero avuto ardimento di accostarsi, ché in caso diverso avrebbe fatto fuoco anche sopra di essi, giacché tutto quello che aveva fatto, fatto lo avea per ordine del governo e con intesa dei suoi superiori. Ciò udendo quegli ufficiali lo lasciarono e rimontando in cocchio continuarono il loro viaggio per dove eran diretti.

L'uccisione del Matassa e tutti i fatti sopra narrati avvennero il dì 1° ottobre del suddetto anno 1814. Alla suddetta uccisione del Matassa trovassi presente una nostra paesana per nome Felice Antonia Barlone figlia della Marco fu Bartolomeo e della fu Innocenza fu Tommaso Polidoro, moglie del fu Giacomo Antonio fu Giovanni Gallozzi, e nonna della tuttora vivente Maria Francesca (Filomena) moglie d'uno dei figli del soprannominato Michele Scarica per nome Biagio.

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Paragrafo 17

Ma quello che assai più eccitò giustamente l'indignazione di tutti e non poté a meno di non cavar le lagrime dagli occhi di ognuno fu l'uccisione quanto barbara e crudele, altrettanto immatura d'una innocente giovinetta disgraziatamente capitata fra gli artigli di quei feroci sparvieri ch'erano i briganti.
Era questa una giovane in su i trent'anni, la quale quanto bella e avvenente per le fattezze corporali, altrettanto pudica e ripiena di ogni più eletta virtù. Ella era lo specchio di tutte le altre sue pari e per la purità de' suoi costumi, e per la gravità e modestia del suo contegno, e soprattutto per il suo amore alla religione, e per la sua somma fattezza nell'adempiere le obbligazioni. La medesima era nata in Pisterzo, piccola terra nella Diocesi di Terracina, e chiamavasi Rosa. In quanto poi al cognome v'ha chi dice essere stato questo Cafora.

Noi non sappiamo qual sia stato il motivo che l'abbia indotta ad abbandonare la detta sua terra natia e ritirarsi in Lenola. Quella è certo si è che erano degli anni dacché trovavasi ivi stabilita, ed era serva in casa di D. Giovanni Vincenzo Magno il quale avea per moglie una nostra compaesana per nome D. Evangelista di Caro, figlia del fu Pietro Giacomo fu Vincenzo di Caro e della fu Caterina di Carlo Nanni, sorella germana di Domenica (Elisabetta) moglie del fu Amadio Pernarella padre del tuttora vivente Pietro (Antonio).

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Ora avendo i suddetti suoi padroni de' beni nel nostro paese, la Cafora vi veniva spesso, e tutte le volte andava nella casa del Pernarella. Così fé ancora l'ultima volta che vi capitò che fu nel mese di novembre affine di raccogliere le ghiande per il suo padrone, per cui dovette trattenersi per qualche tempo.
La mattina si partiva di casa e la sera tornava col cofano pieno di detta ghianda che posava nella suddetta casa Pernarella. Ora un giorno ch'ella così tutta soletta attendeva al solito alla sua faccenda, videsi tutto d'improvviso assalita da' briganti. Intenzione di questi si era di voler con essa sfogare la loro libidine e le loro malnate passioni da cui eran dominati. Ma non fu mai vero ch'ella accondiscendesse alle loro voglie resistendo virilmente ad essi con tutte le sue forze, le quali senza dubbio in quel momento le rendevano accresciute da Dio a mille doppi. Dopo un lungo ed ostinato contrastare dall'una parte e dall'altra, finalmente, disperati quelli di non poter nulla ottenere, ricorsero al solito ripiego degli assassini di vendicarsi, cioè, con la morte, siccome fecero immediatamente sparandole addosso un tiro di moschetto.
Ciò avvenne il dì 12 novembre del suddetto anno 1814 nel luogo detto le Mandrelle ov'ella riducevasi ogni giorno per la suindicata faccenda. I vecchi ci dicono che la medesima fu ritrovata stesa a terra tutta intrisa e involta nel suo

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sangue e con le mani tenacemente applicate alle sue parti verande, segno manifesto della nobile e forte resistenza da lei adoperata contro de' suoi assalitori, i quali aveano preso di mira alla sua castità. Si vuole siano stati questi della banda di Gasbarrone. Il suo cadavere trasportato nel nostro paese venne seppellito nella Chiesa Collegiata. La morte di sì cara giovinetta fu pianta da tutti più che videro troncato a mezzo il giglio della sua giovinezza. Non vi fu pur uno che non ne ammirasse la nobiltà dell'animo e la saldezza di sua religione.
Il reverendo Signor Canonico Don Ignazio Felice Ranucci uomo assai dotto e molto più avanzato nelle vie dello spirito non rifiniva di predicar a tutti proponendola ad esempio della più illibata purità e della costanza la più invitta. Anzi ei la considerava e teneala già in conto d'un vero martire, e andava a tutti dicendo che verrebbe tempo in cui detto si sarebbe "Qui fu Santa Rosa".
Quindi tutto compreso dai più teneri sentimenti di pietà verso dio mirabile ne' suoi santi, le diè il nome di Vittoria affine di esprimere con questo il nobile trionfo che la stessa aiutata dalla grazia divina ebbe riportata dai tre capitoli nemici che tutti abbiamo, dal momento cioè, dal demonio e dalla carne. E perché tali portamenti della grazia rimanessero sempre più vivi nella memoria de' posteri compose due composizioni poetiche, che si conservano tuttora, ne' quali insieme ad una somma dottrina riluce altamente la vena poetica onde era

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ancora dominato e ben di sovente trasportato eziandio l’uomo di Dio. I medesimi ci vennero gentilmente favoriti dal tuttora vivente sacerdote Don Carlo Parisella unitamente ad un’altra composizione dello stesso Ranucci e noi ci facciamo un dovere di trascriverli qui ad edificazione de' nostri lettori.

ELOGIUM VICTORIA

Vivat Victoria Virgo Victora virus
Ultori victi vulnera, verba vovet
Ymicit ignoran Iamus, jaculatur inremoni;
Interea, inferis, inviolata iacet.
Qui communiuit coelebes certamina, Coelum
Cedit; calcitrans corde caduca cato.
Tuto tellurem temuit tot tristia tentans
Tortoris, triadis Hurea templa tenens
Occidit estendons epistateque, eh obstupet Orcus;
Oggerit Omnipotens officiosus opes.
Rapbor rapia retro retinet reticenda, refudit;
Regum Rex rubens, rebura, regna rosas,
Infernili illuvias interdum ignobilis illico,
Illicit illa infert, immolat ista iacens
Ast audax adadisce almo altiordantis emori,
Arduum arrides ? arctus abilis atrox

Elogium juvenis cum homine nequam viriliter pugnantis

Vere vincentem vicit Victoria vincta
Vincula victoris villia virgo venens.
Venator variat versutus verba venens,
Victricis virtus, utpote virga viget
Undique virgineum vallavit Virgo viretum
Vanesci t virus, viperitusque vapor,
Verbere vexatur vivens verecundia verum
Vultur vexatur, vixique Virago virens.
Vulnera, verba Vagi versat vecordia vento
Verbera vellentis Virgo volata valet.

Fine del capo 3.

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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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