– Prima di ogni numero cardinale indicante una suddivisione interna del testo è stata aggiunta la dicitura “paragrafo”, al fine di rendere più chiara la struttura del manoscritto per il lettore moderno, pur trattandosi di un’aggiunta editoriale non presente nell’originale.Pagina principale di riferimento: Fonti per la storia del brigantaggio preunitario e postunitario in Terra di Lavoro (1750-1870), a cura di Armando Pepe.
Criteri di trascrizione
La trascrizione qui proposta segue criteri filologici volti a restituire con la massima fedeltà il testo manoscritto, pur garantendone la leggibilità e la coerenza editoriale.
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– È stato rispettato, in coerenza con la fonte, il dileguo della labiovelare nei verbi dovere, potere, volere e avere (es. de’, po’, vo’, a’), considerandolo un elemento distintivo della fisionomia linguistica e fonetica del testo.
– Prima di ogni numero cardinale indicante una suddivisione interna del testo è stata aggiunta la dicitura “paragrafo”, al fine di rendere più chiara la struttura del manoscritto per il lettore moderno, pur trattandosi di un’aggiunta editoriale non presente nell’originale.
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CAPO 2
Paragrafo 1
Dopo i fatti già narrati nel capo precedente fino all'anno 1806 non hannosi per la nostra patria altri fatti che presentino particolare importanza. Tutti i cambiamenti avvenuti nel Regno in quello spazio di tempo, vale a dire dal 1799 fino al summentovato anno 1806, non ebbero per lei una particolare influenza. Il nostro paese non ebbe che a seguire la sorte del Regno come tutti gli altri, né i suoi fasti offrono alcun avvenimento degno di rimembranza. Nel suddetto anno 1806 incominciarono per lui altre nuove pene e angustie per brigantaggio ricomparso ad affliggerlo e manometterlo d'ogni maniera. Di questo dovremo noi occuparci in questo e ne' capi seguenti.
Quel che diè le mosse al brigantaggio del 1806, il quale propagossi di poi per molte delle nostre contrade e quelle altresì degli Stati della Chiesa, e con gravissimo danno delle medesime si prolungò fino al 1826, ch’è quanto dire per lo spazio di ben venti, si fu un certo Michele Fraticelli, soprannominato Michele Inferno, nativo di questo paese, figlio di Giovanni di Giacomo Fraticelli e di Maria Rosa di Bartolomeo Barlone, nato addì 27 maggio 1775.
Di costui egli è assai probabile che, varcata la fanciullezza, non diretto da buona educazione e in balia di sé stesso, avesse menato fino a quel punto una gioventù sbandata, irriflessiva, e che trascinato e vinto dall'esempio dei tristi incominciato
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avesse anch'egli a darsi bel tempo amoreggiando e gavazzando in mezzo a' piaceri d'ogni maniera. Gli orribili eccessi in cui cadde in seguito danno abbastanza luogo a credere non poter eglino essere stati che frutti e conoscenze inevitabili d'una vita fino allora menata fra i più gravi disordini.
Anzi forse questi talmente radicati in lui, quando pareva avesse il medesimo voluto rinsavirsi, e cambiar totalmente costumi, allora appunto si fu che cominciarono le pene per lui, e le angustie per la patria sua. Infatti, narrano gli antichi che nel mentre il medesimo era tuttavia nella fresca età di ventidue anni, venne in questo nostro paese la S. Missione, e chi sa non l'avesse Iddio mandata e posta per lui, mosso a compassione dell'infelice suo stato, per facilitargli la confessione. Di tali esempi non ne mancano nelle storie. Fra gli altri anch'egli si portava ad ascoltare le prediche, e dicono gli stessi vecchi che lo faceva con molta assiduità e piacere.
Anzi egli è da credere che ogni predica avesse dovuto essere per lui come un acuto strale che le feriva, ed una tromba sonora che ripetevagli incessantemente al cuore che fosse andato a trovar que' padre, e si fosse confessato da uno di essi, come sembra doversi chiaramente inferire dal fatto seguente.
Una sera nel mentre che il Missionante stava facendo la predica grande della pace, egli che sino a quel punto non avea saputo mai risolversi, non potendo ormai più resistere all'interna pugna che sperimentava in
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sé stesso, vinto il rossore e la ripugnanza, e posto in non cale il rispetto umano di ciò che avrebbe detto la gente, salì incontanente sul palco, e ivi in aria della più alta commozione e in atteggiamento della più profonda umiltà, domandò ad alta voce perdono a tutto il popolo, e parve tanto sincera e verace questa sua conversione, che dovendo il dì seguente accostarsi il detto popolo alla mensa eucaristica a ricevere il pane degli Angioli, que' buoni Padri tutti pieni di giubilo e di consolazione dolcissima non dubitarono di ammettervi anche lui.
E così difatti dovette essere, non mancando nelle storie esempi di fatti consimili; ma il vizio da tempo coltivato nel suo cuore e che passato eragli come in natura dovette ben presto soffocare in esso il seme di vita eterna che ricevuto avea né dì precedenti, e non tardò molto a sperimentare i venefici effetti.
La sera stessa del giorno della generale comunione ritiratosi in casa ebbe che dire con un suo cognato. Era questi un certo Giuseppe Nistro nativo di Fasano nella Provincia di Bari, che molti de' nostri vecchi hanno ancora conosciuto, ma nessuno ci ha potuto indicare per qual motivo fosse egli recato a stabilirsi in questo nostro paese.
Tutto quello che hanno potuto dirci di lui è che il medesimo era a servizio di Don Pietro Angelo (Brunone) Parisella, e sua peculiare incombenza si era di avere la manutenzione della carrozza di lui e guidarne i cavalli tutte le volte ch’egli
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viaggiava o volessi recare a diporto per la campagna, nel che dovea essere assai valente siccome quello che era stato soldato, ed avea servito nella cavalleria.
Quello è certo sì è che il medesimo avea sposato qui una certa Caterina Fraticelli di Monticelli, figlia di Crescenzo Onorato, il quale era fratello germano di Giovanni che abbiamo nominato di sopra, padre di Michele.
Essendo dunque nato diverbio tra di loro, questo divenne a poco a poco così animato, e le invettive e le ingiurie reciproche dovettero forse tanto essere incalzanti che, non volendo uno cedere all’altro, fattosi il Michele trasportare dalla antica sua passione in un impeto del suo maggior furore avventossi contro del cognato, e in men che 'l diciamo con un colpo di coltello ebbe lo stesso steso a terra, e sebben non ne restasse vittima all'istante, la ferita però riportata fu talmente grave che appena ebbe tempo di ricevere i sacramenti della Chiesa (meno il Viatico da cui venne impedito dal vomito continuo) che subito spirò l'anima.
Ciò accadde il dì 9 gennaio dell'anno 1797 come può vedersi nel libro II de' Morti di questa Parrocchia al foglio 71.
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Paragrafo 2
Commesso l'orribilissimo misfatto il Michele al pari degli altri antichi briganti si gettò anch'egli per la montagna affine di sottrarsi alle ricerche della giustizia. Erano già scorsi molti giorni che il medesimo andava vagando pe' nostri monti di unita con un certo Innocenzo Francesco Spina parimente di questo paese, figlio di Giacomo Domenico di Lorenzo, e di Vittoria di Filippo Rinaldi, nato addì 7 aprile 1777 ch'è quanto dire più anziano di Michele di quattro anni, il quale non sappiamo per quale delitto, ma certo per cagione di qualche omicidio, erasi anch'egli gittato fuggitivo per le macchie. Quello è certo si è che alla giustizia umana non premeva tanto aver nelle mani questo, quanto il Michele avendo per medesimo messo anche il taglione. Lo che, essendo giunto a notizia dello Spina, questi per acquistarsi merito col governo e molto più affine di acquistarsi la libertà che tanto bramava, pensò fin d'allora disfarsi di Michele col dargli la morte.
Taluni dicono che il medesimo venisse a ciò stimolato indirettamente dagli agenti dello stesso governo, tanto premeva a questo di averlo nelle mani. Lo che, conoscendo assai bene lo Spina stesso, non si dava posa finché non venisse a capo di questo suo disegno, procurando tutti i mezzi e il tempo opportuno onde levarlo di mezzo.
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Un giorno adunque credé di averli già in mano, e la cosa gli parve tanto sicura e certa che nulla mancavagli a compiere il suo desiderio. Poiché essendosi il Michele posto a dormire, egli finse di fare pure lo stesso, e quando ebbe assicurato essere il medesimo stato preso profondamente dal sonno, tutto all'improvviso gli sparò addosso un'archibugiata. Ma la cosa non gli riuscì com'egli tenevasi per certo, e poco mancò non cadesse egli stesso negli artigli di lui; poiché essendogli fallito il colpo, questo non fé altro che destare Michele dal suo sonno, accendendolo di nuovo furore. Laonde lo Spina fu costretto a fuggire con quanta più velocità per lui si potea affine di non essere raggiunto e rivendicato da quello come per certo aspettarsi dovea. Finalmente era scoccata l'ora che il Michele cader dovea nelle mani della giustizia, ed eccome il come. Un contadino, nativo di Vallecorsa, che da molto tempo trovavasi ne' nostri tenimenti, e precisamente nel luogo detto Santa Maria in Valle Imperiale, corrottamente detto Empriata, da tutti riconosciuto sotto il soprannome di Trotta, ma che con tutta probabilità dovrà essere quello stesso di cui parla il suddetto Libro II de' Morti al foglio 116 come diremo meglio più innanzi, questo contadino adunque, o pastore che fosse, informò esattamente la pubblica forza del nostro paese intorno al luogo ove soleva ridursi Michele, e del tempo ed ora in cui avrebberlo infallibilmente trovato, che anzi egli stesso si
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esibì alla medesima di guida e di scorta fino al luogo indicato, come infatti avvenne. Ivi giunto e ritrovato lo non pensarono tanto ad impadronirsi di lui, quale avutolo nelle mani lo legarono tosto con alcune cordicelle, e allora fu che il mentovato Trotta, borioso della sua bravura dimostrata, e assai contento del merito acquistatosi col governo, giunse a tanto di baldanza e di sfacciataggine da fare sopra delle dette funicelle onde era legato Michele dell'orina, esempio ritrovatosi ne' tempi posteriori da altri briganti come vedremo appresso. Che ne seguisse dopo di questo arresto fino alla condanna, come pure se detta condanna fossegli stata data a vita o per qualche tempo determinato di essa, noi ne sappiamo nulla; né nulla ce ne hanno potuto indicare i nostri vecchi. Chi fosse vago di tali notizie, il tutto iscontrar potrebbe ne' tribunali ove conservansi gli atti di detta condanna. Quello è certo però si è che, se non subito dopo la medesima, non passò molto tempo che il suddetto Michele fu tradotto ne' bagni di Gaeta a scontar ivi la pena dovuta ai suoi gravi misfatti.
Paragrafo 3
Nel 1806 essendo stata attaccata dalla Francia la Piazza di Gaeta, il comandante di essa Philipstadt, Principe d'Assia, vedendo che la fortezza non trovavasi
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in tale condizione da poter fare lunga e valida resistenza stanteché la Piazza non contava più che 5900 uomini, tre quarti de' quali erano reclute, e perciò non molto atte al maneggio delle armi, cacciò dai bagni tutti i detenuti che si trovavano in essi, poseli nelle file militari affine di accrescere le forze, promettendo loro la desiata libertà se nel tempo dell'assedio mostrati si fossero da valorosi, e si fossero tutti battuti per la salvezza della patria.
Uno tra questi ad aver sì bella sorte si fu il nostro Michele che, come abbiamo di sopra accennato, anche egli trovavasi in quel tempo ne' bagni di Gaeta. Felice egli e mille volte fortunato se avesse saputo profittare di sì bella e sì propizia occasione. Dopo di essersi fatto onore, e ottenuto ancora e salito a gradi più alti di quel di sergente che avea di già avuto sin dai primi giorni della sua ammissione alla milizia, non molto tempo dopo avrebbe forse con pingue pensione fatto ritorno alla sua patria a godere colla ricuperata libertà le dolcezze che sperimentansi in seno della propria famiglia. Ma egli di tutto ciò se ne servì per tutt'altro fine che quello del suo vero bene, e trovò in fine la sua eterna perdizione e quella ancora dei suoi compagni che ebbero la disgrazia di seguirlo ne' suoi rei intendimenti. Ed eccome il come. In tempo dell'assedio il suddetto Principe d'Assia fé fare alle sue milizie diverse sortite per far provare al nemico di qual risolutezza e di quale spirito
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erano animati i pochi difensori di quella Piazza che si volea sottomettere.
Ora in una di queste sortite, che vuolsi sia stata quella del 15 maggio in cui in quell'anno cadeva la Solennità dell'Ascensione del Signore, e fu quella altresì che accrebbe maggior gloria a lui che la ordinò, e ai prodi che la eseguirono, stanteché in essa più che nelle altre, posero in fuga i travagliatori, ed in isbaraglio gli avamposti, inchiodando quasi tutti i cannoni, che già si erano piazzati, in questa sortita adunque riuscì al Michele di evadere dai compagni e richiamarsi interamente fuori dal corpo, e quel che più riuscìgli ancora a sedurre 15 o 16 dei suoi commilitoni di quelli appunto che erano stati detenuti insieme con lui ne' bagni di Gaeta, se pur dire non dobbiamo anche il tutto avessero già antecedentemente combinato prima ancora usciti fossero dai bagni medesimi, stando di poi solamente in attenzione si presentasse loro il momento e l'occasione propizia per questo loro intendimento e deliberazione. Immediatamente si diedero tutti sotto la guida di Michele a scorrere per le montagne a menare vita vagabonda e disperata vivendo a danno altrui. Poco stante a questa comitiva o banda di Michele si unirono ancora altre tre, due di Monticelli, e uno altro di cui non si conosce più di che paese fosse.
Il primo era Onorato Rizzi soprannominato Sbragaregna, figlio di Giuliano di Giuseppe e di Caterina di
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Francesco Fusco nato addì 29 dicembre 1784, l'altro era Domenico Antonio del Duca figlio Benedetto, e di Domenica di Onorato Rinaldi, nato addì 21 gennaio 1775. Il terzo chiamavasi Giovanni di cognome Rorelli.
Paragrafo 4
Non andò molto che il Michele s'incontrò col Trotta, cui forse da gran tempo avea già preso di mira siccome quello che egli credeva autore principale de' suoi mali, e lo sorprese appunto in tempo che questi tutto soletto e colla maggiore tranquillità del mondo stava si mangiando un pezzo di pane che egli tagliava con un piccolo ronciglio che teneva in mano, com'è uso qui tra i pastori e tutti tra la gente di campagna.
Dapprima Michele gli si fé innanzi ma non conoscendo chi egli fosse, ed avendogli quello risposto di no, gli si diè a conoscere egli stesso rammentandogli in pari tempo quel servizio che il medesimo avea fatto e operato quando i Fucilieri da lui guidati erano iti a catturarlo all'Acquaro della Cannuccia entro il Cavone.
A tali parole e colto più a rimostranze sì gravi egli non è a dire come rimanesse il Trotta. Quello che prima sembrava non conoscesse paura né smarrimento allora, sorpreso da Michele, trovossi sbalordito e scorato; pieno
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di confusione e percorso da viltà e timidezza gli caddero tosto dalle mani il pane e il ronciglio, il cuore incominciò a battergli come martello, le ginocchia vacillavano, tutte le membra tremavano, i capelli gli si arricciarono in capo, e un sudor freddo gli corse per la vita.
Egli era, per così dire, già morto prima ancora che la morte gliela desse Michele, il quale non tardò molto a fargliela gustare nella maniera la più spaventosa e orrenda che immaginarsi possa; dappoiché d'animo efferato e crudele qual era, fattolo tosto legare strettamente ad un albero di quercia, in men ch’il diciamo, lo fé in un istante spegnere, se pur tutto ciò nol fé egli stesso procurando forse fargli bere la morte a sorsi, a sorsi con più colpi di coltello e di fucile senza che avessero potuto valere ad ammorbidire né i pianti né le preghiere di quell'infelice che senza dubbio avrà lo dovuto supplicare e scongiurare di lasciargli almeno tanto di vita da potersi confessare. Anzi se non andiamo errati ci pare aver inteso raccontare più d'una volta che, prima ancora che quegli morisse, ovvero morto che fu, il Michele a colmo di crudeltà e di barbarie, gli aprì il petto e così squartatolo gli strappò incontanente il cuore da esso, e postolo immediatamente sul fuoco, così arrostito o in altro modo cotto e grondante tuttora sangue, se lo mangiò unitamente ai suoi satelliti col maggior gusto del mondo, come d'un cibo il più ghiotto e il più prelibato s'avesse avuto in vita sua.
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Lo stesso dee dirsi ancora, se ben ci rammentiamo, di altre sevizie e crudeltà usata del corpo, di legargli i testicoli e altrettanti come consimili, le quali fanno orrore al solo immaginarle. Da quanto abbiamo potuto ricavare dai nostri vecchi ci sembra che questo Trotta di cui parlato abbiamo finora, debba senza dubbio essere quello stesso di cui trattasi e vien registrato nel succitato Libro II de' Morti al Foglio 116 sotto il nome di Michele Mammoccio nativo di Vallecorsa, accordandosi e convenendo perfettamente con la narrazione dei medesimi quanto dicesi in esso intorno al luogo e tempo in cui ciò successe.
Ove ciò sia ne viene che un fatto così tremendo successe il dì 13 settembre del suddetto anno 1806 nel luogo detto Valle di Casenove, ch'è quanto dire quattro mesi dopo che il Michele erasi dato nuovamente per le montagne e pochi giorni prima della morte di lui come vedremo fra poco. La quercia ove fu attaccato il Trotta poco stante si seccò perfettamente. Il corpo portato in paese fu seppellito nella Chiesa Collegiata.
Paragrafo 5
Di ciò non contento Michele cercava ancora di vendicarsi altresì di un certo per nome Giacomo Contestabile marito di Anna Apollonia di Benedetto Bove, siccome quello che nel dì 15 giugno 1799 nel tempo ch'ei era tuttora in carcere, ucciso avea con un colpo di archibugio
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un suo fratello germano per nome Tommaso Fraticelli allora in età di anni 26, mesi 3, giorni 8. Laonde, avendo il medesimo saputo da spia sicurissima che il Contestabile il dì seguente doversi portare in un suo oliveto affine di ripulirlo per quindi raccogliere le olive, s'impostò con alcuni dei suoi satelliti nel luogo detto l'Oliveto Maggiore di proprietà della Chiesa, il quale rimase poco appresso il luogo volgarmente denominato il Passeggio dei Preti dietro Velaure dovendo quello passare di là.
Ma siccome per essere il Contestabile pescatore potea succedere si fosse invece recato anche al lago, così il Michele fiso nel pensiero di volerlo ad ogni costo nelle sue mani, abbondando in cautele, diè ordine altresì che altri de' suoi compagni si fossero disposti vicino la sottostante antica strada pubblica e propriamente entro la terza casetta, cioè la prima delle tre che trovasi lungo la strada medesima prima che dal paese si giunga alla Cappella Rurale della Madonna delle Spiagge, la quale di presente si tiene da Donato Raso fu Benedetto, e ciò per noto riflesso che in caso fosse in Contestabile per detta strada, avessero questi eseguito quello che non avea potuto far egli stando cogli altri all'Oliveto Maggiore.
Ma non tardò molto che il Contestabile passasse appunto per detto Oliveto, e non per la strada, come proprio aveagli detto la spia. Allora il vederlo Michele, sparargli contro insieme coi compagni tre tiri di archibugio e stenderlo a terra
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morto fu tutta una cosa. A tali colpi e in ora così incompatta qual era di prima mattina, e molto più alle grida e pianti delle persone che o andavano in compagnia dell’ucciso, o subito si radunarono ivi come per lo più succede in tali casi, si partirono perfino i francesi dal posto di Portella ove stavano di guardia, e si portarono là per vedere cosa fosse accaduto. Ma ivi giunti nulla poterono essi fare non avendo potuto nemmeno conoscere la traccia de' briganti affine di inseguirli. E pure mentre i suddetti francesi lì credevano lontani, eglino erano loro assai vicini e quasi sotto de' loro occhi medesimi. Anzi pochissimo mancò non avessero in quella stessa mattina e nell'ora medesima commesso un altro omicidio non meno barbaro e crudele del già narrato, ed eccome altresì il come.
Nell'altra Cappella Rurale che rimane dall'altra parte opposta del monte volgarmente denominata la Madonna della Ripa stavasi in quell'ora stessa celebrando la Santa Messa, a cui giusta il solito accorsa vi era grandissima quantità di popolo.
Sia per ispirazione già avuta sia per altro motivo il Michele venne a sapere ancora o per lo meno a sospettare fortemente che tra quella moltitudine di gente trovarsi dovea ad ascoltar la messa anche Francesco Innocenzo Spina di cui si è parlato di sopra, il quale era un altro di cui il medesimo avea da gran tempo preso altresì di mira e ogni occasione andava cercando di vendicarsi del tradimento di cui si è altresì fatta menzione nell'istesso luogo.
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Credendo adunque d'averlo già in pugno, ucciso il Contestabile, il Michele sale immediatamente co' suoi la sommità del monte nel luogo detto Tamburello o Tamburo e di là passa alla parte opposta scendendo e avviandosi alla volta della Chiesa della Ripa per ivi sorprendere lo Spina e avutolo nelle mani farne quella vendetta che divisato avea. Fortuna volle se ne accorgesse una donna e ne lo avvise a tempo.
Era questa Caterina Fraticelli sorella cugina di Michele, di cui si è fatto menzione di sopra ancora, la quale era di già passata in seconde nozze con Giacomo Antonio Casale di Marco Antonio. Questa adunque, vedendo che il cugino co' compagni avea presa la volta della Chiesa, e tenendo per certo eglino venire unicamente in cerca dello Spina, si alza incontanente dal posto ove stava e va ad avvisare il medesimo perché si mettesse in salvo.
Questi uscito tosto di Chiesa vide veramente ch'egli non era tempo da perdere, onde in quella confusione e imbarazzo non trovando luogo adatto allo scampo potendo i briganti raggiungere da per tutto, si gettò subito dentro del fossato e ivi si rimpiattò sotto il ponte di esso che rimane presso la Croce prima di salire alla detta Chiesa, e ivi se ne stette rannicchiato e tutto tremante di paura fino che fu pienamente assicurato che i briganti avendolo perduto di vista, e sazii di più cercarlo aveano nuovamente presa la volta delle montagne. Taluni dicono si fosse colà tenuto così nascosto per lo spazio
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Tutto ciò accadde nel suddetto anno 1806 addì 29 di settembre, giorno dedicato alla solenne memoria del glorioso San Michele Arcangelo e di tutti gli Angioli, che in quel giorno osservarsi unitamente a quelle de' SS. Apostoli ed altre di dimidiato precetto cioè con l'obbligo di sentire la sola Messa.
Paragrafo 6
Un altro fatto non meno funesto e forse assai più tremendo videsi accadere non molti giorni dopo l'uccisione del Contestabile, ed eccone il come.
Trovavasi stanziata in Monticelli una compagnia di soldati francesi di numero di circa cento cinquanta. Questi lungi dal prendere loro provvigioni dalla vicina città di Fondi, come per lo più hanno praticato tutti gli altri anche ne' tempi posteriori fino a noi, si procuravano queste soprattutto in materia di animali in questo nostro paese medesimo, e di qua poi mandavano eziandio in Gaeta.
E allora fu che i nostri padri ebbero a piangere e a deplorare la rovina e la perdita di una grandissima quantità di vacche e di altri animali di proprietà non che de' privati, ma de' santi ancora, frutto della pietà e devozione de' fedeli.
Un giorno adunque avendo il comandante di detta
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compagnia mandato alcuni soldati in numero di sette o otto circa nella contrada detta la Vetica per prendere le vacche dei germani Epifanio e Tommaso Angelone, fé condurre a guidare i medesimi da un tale Giuseppe Antonio Rinaldi marito di Scolastica Pernarella di Monticelli e da un altro di Sperlonga, di cui i vecchi non ci hanno saputo indicare il nome, il quale peraltro egli era già di molto tempo che il medesimo erasi ritirato in questo nostro paese e avea fissato anche la sua dimora. Giunti tutti al suindicato luogo trovarono ivi Michele Inferno, dal quale non è a dirsi come fossero ricevuti. La prima cosa che il Michele loro fé dietro forse lo aiuto dei pastori, si fu di disarmarli tutti, indi caricarli di percosse e di altri mali trattamenti, dei quali però per quanto abbiamo potuto sapere niuno ne rimase vittima. Ciò vedendo le dette due guide, per tema non incogliesse anche a loro una simile disgrazia, si diedero tutte e due alla più precipitosa fuga onde mettersi in salvo.
Il Rinaldi prese la volta di Monticelli, ma l'altro più scaltro e ben conscio dei tempi che correvano volle prendere quella di Sperlonga sua patria affine di evitare qualche male gravissimo e la perdita ancora della vita ch'egli forse ben prevedeva sarebbe andata inevitabilmente incontro ove anch'egli avesse preso questa volta.
Ed egli è da supporsi ancora che di ciò il medesimo ne avesse dovuto rendere avvisato anche il
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monticellano, e premurarlo eziandio a sfuggire anch'egli un pericolo cotanto evidente e certo; ma non essendogli riuscito distoglierlo dal pazzo suo divisamento, videsi costretto a doverlo abbandonare. L'evento verificò ben presto il sospetto fondato dello sperlongano. Il suddetto comandante stanco forse dall'aspettare sì lungamente i suoi soldati, e sospettando per avventura che qualche sinistro accadente avesse pur dovuto loro incorrere, non poté più stare, e perciò in compagnia di altri, loro mosse egli stesso, e uscito tosto dal paese per la porta di San Vito avviossi alla volta del luogo sopra mentovato affine di vedere co' propri occhi chi fosse stata la cagione di un sì lungo ritardo.
Ma non erasi peranco allontanato molto dal paese che inaspettatamente s'imbatté nel Rinaldi nel luogo ove presentemente dicesi Vicino al Campo Santo, e precisamente in quel luogo ove finisce il giardino detto l'Arnale e principia l'oliveto, tutti e due presentemente di proprietà della signora Donna Teresa Battista moglie dell'attuale Sindaco Don Ferdinando Cardinale, e ove in quel tempo sorgeva un grande albero di fichi.
Il comandante adunque vedendo il Rinaldi che così soletto tornavasene in paese senza dei suoi soldati, montò tosto in furore e dimandogli incontanente conto del come fosse andata la cosa, al che il Rinaldi rispose con tutta brevità e schiettezza esponendo ogni cosa per ordine. Ma quegli a niuno patto volle prestare fede alle parole di lui, né tampoco ammettere le
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scuse che il medesimo faceva intorno all’avere abbandonato sì vilmente i soldati; ma dando luogo alla ira o al sospetto che avea forse concepito di qualche tradimento o maneggio per parte dello stesso Rinaldi e suo compagno, ovvero facendosi trasportare dalla ferocia dell’animo suo com'egli è meglio da credersi, con pieno abuso del potere che avea in mano ordinò si fosse incontanente fucilato. Lo che venne subito eseguito nel luogo stesso entro l’oliveto e sotto l’albero di fichi di sopra mentovato. Ciò avvenne il dì 10 ottobre dello stesso anno 1806, ch’è quanto dire giorni 11 dopo che il Michele ebbe ucciso si crudelmente l’infelice Contestabile, siccome può vedersi nel secondo libro de’ Morti di questa Parrocchia al foglio 116.
Di ciò non contento il suddetto comandante, e ad onta ancora che la cagione vera di un tale fatto conosciuta l’avesse dalla bocca degli stessi suoi soldati ritornati dalla Vetica con le mani vuote, (come dicono taluni, ma però la cosa non è certa) perseverando egli in questi suoi sospetti che un tale segreto maneggio si dovesse operare anche in paese, fé arrestare con succitati manutengoli e spioni quattro di questo nostro paese stesso, cioè Vincenzo Parisella fu Paolo Antonio, il quale in quel tempo era il cancelliere o segretario comunale, Giuseppe Gallozzi fu Giovanni Battista, padre di Domenico (Antonio) di cui ci toccherà far menzione al capo, Francesco Pacifico Sacchetti fu Michele Arcangelo, e un altro che i nostri vecchi non più rammentano chi sia egli stato.
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Così arrestati li fé condurre lo stesso giorno in Terracina stanteché la compagnia che trovavasi in questo nostro paese era un distaccamento di quella che stava in detta città. Oggetto di una tale esortazione si era di farli ivi fucilare. Ma Iddio non permise sì orribile carneficina a danno di persona cotanto innocenti; poiché essendovi poste di mezzo molte persone ragguardevoli, e influenti di quella città, queste seppero sì bene perorare a favore di detti infelici, che infine ottennero loro insieme alla vita fossero rimandati liberi e sicuri in patria.
Paragrafo 7
Ma era anche giunta la fine per la vita iniqua e scellerata di Michele Inferno, autore e promotore principale di tutti i crudelissimi mali sin qui narrati e di altri ancora che non conosciamo, ed eccone il come. Dopo qualche tempo dai fatti di già esposti erasi egli venuto co' suoi ne' tenimenti di Itri, e ivi impostatosi co' medesimi nella contrada denominata la Forcella di San Donato, ove anche al presente esiste una piccola cappella in onore di questo gran Santo Martire, posta presso della strada consolare, e ove ancora in vicinanza di questa ora sono pochi anni venne anche edificato il Campo Santo del paese, qui adunque rimpiattatisi se ne stava tutti in attenzione.
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di carrozze e di persone che il là passavano onde far preda sopra di esse. Non tardò molto a presentarsi loro un’occasione assai propizia e vantaggiosa, e chi sa che questa appunto ora quella che stavano essi attendendo nel luogo suddetto.
Era questa una carrozza assai ricca e bene equipaggiata, siccome quella ch'era destinata a portare da Napoli a Roma il famoso generale francese per cognome Brugné. [Da intendersi Bruyères Pierre-Joseph].
In essa non vi andava che il suddetto generale e il solo postiglione che guidavane i cavalli. Il vederla adunque i briganti ed esserle sopra fu tutta una cosa.
Il generale adunque accortosi essere stato assalito dai briganti non si perdé d’animo; ma siccome quello che era vecchio e assai consumato nel maneggio dell'armi e per soprappiù avvezzo da assai tempo a cozzare con ogni sorta di nemici, tutto pieno di coraggio scese tosto di cocchio, e presa dal suo fianco la carabina si messe a far fuoco sopra i medesimi, e fu tanta la sua bravura da lui dimostrata, che senza dubbio in quel terribile frangente gli si dovette accrescere a mille doppi dall’amore della vita, che in men che diciamo ebbeli tosto tutti sbaragliati e posti in fuga, ferendo anche gravemente in una coscia il capo di essi Michele Inferno, il quale perciò non poté più muoversi dal luogo ove erasi trovato.
Dopo di che il generale montato novellamente in cocchio diè ordine al suddetto postiglione avesse toccato i cavalli e proseguendo il cammino per là ove erano
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diretti. Ma dopo pochi passi un certo per nome Ciriaco appartenente alla stessa banda di Michele Inferno, il quale era corso a impostarsi in un luogo da lui creduto assai adatto, quando vide che sarebbe riuscito, da quivi stesso senza forse essere veduto sparò il suo fucile, indirizzando il colpo entro della carrozza medesima, ove tranquillo e senza verun altro sospetto sedeva il generale, e di fatti la cosa riuscì tanto bene che il suddetto generale rimase immediatamente estinto. Ciò fatto il Ciriaco chiamò tosto i compagni che trovavansi sparpagliati e che forse almeno la maggior parte andava ancora fuggendo per tema non dovessero incogliere in qualche sinistro accidente ove si fossero incontrati e messi a fronte d'un soldato veterano e consumato nella milizia. Radunati che si furono tutti, si accostarono alla carrozza e in breve l'ebbero tutta svaligiata avendo preso non solo tutti gli oggetti preziosi, ma quanto eravi ancora dentro. Dopo di ciò andarono in cerca di Michele ch'eglino fino allora non aveano ancora saputo essere stato ferito e dopo varie giravolte rinvenutolo s'avvidero ben tosto che il meschino trovavasi in uno stato cotanto grave e lagrimevole che, ove anche il capo non dovesse essere in stato di morte, di molto tempo però abbisognavagli per guarire dalla gravissima ferita ricevuta.
Quindi, o per non volere aver la pena di portarlo con loro e assisterlo o, meglio, per non essere i medesimi affatto contenti di lui a cagione delle prepotenze
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e soprusi che il Michele usava loro contro appropriandosi il più delle volte e profittando per sé della maggior parte de’ loro bottini, o finalmente per altro motivo che non sappiamo, il Ciriaco rivolto ai compagni venne come a consiglio cogli stessi sul modo da tenersi intorno al Michele, e non penarono molto a darne unanimemente la finale decisione, la quale fu come dovea certamente aspettarsi da tal razza di gente, cioè che si dovea ucciderlo. E difatti così fecero essi immediatamente finendo per togliergli la vita con un colpo di fucile, e lasciando ivi stesso il di lui cadavere in preda agli avvoltoi e ad altri animali di rapina.
Paragrafo 8
Ucciso il loro capo, tutti que' satelliti si partirono immediatamente di là prendendo unitamente insieme la volta del Pico ove giunti fermarono ivi la loro dimora per qualche tempo.
Dai nostri vecchi abbiamo che in detto paese questi briganti si tennero segretamente nascosti e rifugiati in una casa sita fuori del paese medesimo, ma che era quasi attaccata alla casa dello stesso. Ciò nonostante, eglino proseguirono sempre allo stesso modo a commettere impunemente le solite cattive azioni e soprattutto ad avere tresche e pratiche scandalose con le donne del
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paese, delle quali disgraziatamente non poche erano quelle che prestavansi alle loro inique e perverse inclinazioni. Era giunta anche per essi l'ora della fine della loro vita scellerata e indegna, la quale non poté essere che al pari di quella di tutti gli altri che li aveano preceduti, vale a dire, terribile ed orrenda. Ed ecco in che modo ciò seguì.
I francesi che trovavansi stanziati in paese, od anche la guardia cittadina (che ben non si conosce) informata pienamente da spia sicurissima intorno al luogo ov'essi erano, dell'ora in cui ve li avrebbero infallibilmente ritrovati, e di tutto ciò che da essi commettevasi ivi, un bel dì quando i medesimi meno si pensavano e non se l'aspettavano, ecco che alla detta forza le riuscì di sorprenderli tutti mentre essi stavano accovacciati nella suddetta casa, la quale circondata immediatamente senz'altro fé loro fuoco addosso, e in men che noi l'diciamo, li ebbe uccisi tutti.
L'unico ad evadere dalle mani di essa si fu il sunnominato Ciriaco, il quale senza dubbio dopo la morte di Michele Inferno era divenuto il loro capo; ma ciò non per altro motivo se non perché il medesimo in quell'ora non era ivi, ma trovavasi altrove lontano dai compagni. Ciò fatto la forza entrata dentro troncò loro i capi, i quali furono di poi portati al luogo che abbiamo di sopra indicato, cioè la Forcella di San Donato, ov'essi aveano ucciso ed assassinato il generale Brugné [da intendersi Bruyères Pierre-Joseph], e dove ancora la forza d'Itri o i francesi che trovavansi avea di già esposto
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il capo di Michele Inferno. Unitamente a questo furono esposti al pubblico ad esempio e terrore di tutti i capi de' satelliti e seguaci di lui trasportati da Pico e vi rimasero così per assai tempo. E gioverà il notar qui brevemente che colui che fé la spia ovvero Francesco Spirito, al quale in ricompensa di un sì grande servizio prestato fu dato il grado di tenente della gendarmeria ausiliaria. Ma salito al Trono Ferdinando I, sia perché il governo di questo non avesse voluto riconoscerlo, sia la condotta di lui non fosse cotanto soddisfacente, sia finalmente per essere egli ignorante siccome quello che non sapeva neanche scrivere, venne tolto di grado, e dalla gendarmeria ausiliaria fu fatto passare alla squadra, la quale in quel tempo veniva comandata e diretta da un certo per nome Bernardo Ruggieri, nativo della città di Arpino.
Paragrafo 9
Riguardo poi al Ciriaco egli non è a dire come rimanesse inteso che l'ebbe l'accaduto ai compagni nel Pico, e come tutti erano rimasti morti. Da quel punto non pensò che a cautelare sé stesso. Per tema non dovesse anche egli incogliere un dì o l'altro in simili disgrazie, credé bene allontanarsi dal malaugurato paese. Per la qual cosa prese tosto la volta de' monti, e camminando sempre per luoghi non praticati e sempre in attenzione e in
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guardia di sé stesso, ebbesi in breve ridotto nei tenimenti del vicino paese di San Lorenzo ove tennesi così fuggiasco e nascosto per qualche tempo. Ma appurato ciò dalla nostra forza del paese, fu da questa non solamente inseguito, ma affine di averlo più facilmente nelle mani la medesima se ne stava continuamente dì e notte pe' monti girando in que' luoghi in cui eravi la speranza di poterlo un dì sorprendere.
Ma per quanto questa si facesse e si adoperasse, e usato avesse ancora di stratagemmi onde averlo nelle mani, non fu mai possibile ottenerne l'intento. Finalmente disperata di non poter fare più nulla, pensò rivolgersi ad un guardiano dello stesso paese di S. Lorenzo, e non andò ingannata in questo suo divisamento; poiché non passarono molto giorni che il guardiano consegnò loro il cadavere del Ciriaco da lui ucciso. Anche a questo fu dalla nostra forza reciso il capo, il quale portato prima in questo nostro paese, fu poi trasportato nella summenzionata Forcella di San Donato ed esposto insieme a tutti gli altri.
Il cadavere fu ivi abbandonato tra i confini di Monticelli e di San Lorenzo in preda agli animali. Tutto ciò accadde la vigilia del Santo Natale di quello stesso anno 1806 o in quel torno.
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Paragrafo 10
Ora a compimento di quanto abbiamo fin qui detto, restaci a spendere anche una parola intorno alla fine infelice degli altri tre compagni di Michele Inferno, dei quali ci è toccato fare un piccolo cenno sul finire del numero terzo di questo stesso capo; vogliamo dire di Onorato Rizzi alias Sbragaregna, Domenico Antonio Del Duca, e di Giovanni Rorelli.
Di questi adunque egli è noto altresì a tutti, che inseguiti dalla forza del nostro paese ch'era sempre in moto, furono da questa sorpresi tutti e tre nel luogo denominato La Vecchia, e dopo un ostinato conflitto dall'una parte e dall'altra, al Del Duca riuscì di fuggire e mettersi in salvo, il Rorelli venne preso, ma lo Sbragaregna rimase vittima, essendo stato ucciso da un colpo di fucile.
Il medesimo era anche accasato e la di lui moglie nomavasi Angela Rotondo. Tutto ciò accadde nella suddetta contrada La Vecchia il dì 5 novembre dello stesso anno 1806 siccome non ce ne lascia a dubitare il più volte citato libro II de' Morti, che appunto sotto il tal dì registra la morte del Rizzi, come può ivi stesso vedersi. Non molto tempo però da questo avvenimento presentossi anche il suddetto Antonio Del Duca.
Fine del capo 2.
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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]
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