Brigantaggio preunitario a Monte San Biagio, capo 1

Pagina principale di riferimento: Fonti per la storia del brigantaggio preunitario e postunitario in Terra di Lavoro (1750-1870), a cura di Armando Pepe.

NOTA DEL CURATORE

Il fenomeno del brigantaggio preunitario a Monte San Biagio e nei territori circostanti costituisce una chiave di lettura fondamentale per comprendere le tensioni sociali, economiche e politiche che attraversarono il Regno di Napoli nei decenni precedenti l’unificazione italiana. In quest’area di confine tra Stato pontificio e Regno borbonico, caratterizzata da aspri rilievi, fitte boscaglie e vie di comunicazione strategiche, il brigantaggio assunse forme peculiari, alimentate tanto dalla marginalità sociale quanto dalle ambiguità del potere centrale e dalle complicità locali. Più che semplici atti di delinquenza, le imprese dei briganti riflettono l’irrisolta questione della giustizia e della rappresentanza nelle campagne del Mezzogiorno, intrecciandosi con pratiche clientelari, rivalità tra fazioni, istanze di autonomia e reazioni violente alle riforme istituzionali e fiscali del periodo napoleonico e della Restaurazione.

Il testo pubblicato, tratto dal manoscritto di Mons. Battista Vincenzo, è una copia conforme all’originale conservato presso l’Archivio della Collegiata di San Giovanni Battista in Monticelli, frazione di Monte San Biagio (LT). Di tale manoscritto esiste anche una trascrizione dattiloscritta, custodita presso l’Archivio di Stato di Frosinone, che ne rende più agevole la consultazione pur mantenendo la fedeltà al testo originario. Si tratta di una fonte di straordinario interesse per la ricostruzione delle dinamiche religiose, sociali e politiche del territorio nel contesto del brigantaggio preunitario, offrendo uno sguardo interno, vivido e dettagliato su eventi e protagonisti locali spesso trascurati dalla storiografia nazionale.

Il dattiloscritto si interrompe al capitolo 6 ed è mancante di ulteriori pagine, la cui presenza era prevista sia nel corpo del testo sia nell’indice dei nomi.

Criteri di trascrizione

La trascrizione qui proposta segue criteri filologici volti a restituire con la massima fedeltà il testo manoscritto, pur garantendone la leggibilità e la coerenza editoriale.

– I numeri di pagina del manoscritto originale sono indicati tra parentesi quadre (es. [p. 12]), al fine di facilitare il confronto con la fonte.
– Le integrazioni editoriali, necessarie per colmare lacune, esplicitare abbreviazioni o chiarire passaggi oscuri, sono anch’esse racchiuse tra parentesi tonde e quadre.
– I rimandi alle note e i riferimenti bibliografici, come nell’originale, sono riportati tra parentesi tonde.
– È stato rispettato, in coerenza con la fonte, il dileguo della labiovelare nei verbi dovere, potere, volere e avere (es. de’, po’, vo’, a’), considerandolo un elemento distintivo della fisionomia linguistica e fonetica del testo.
– Prima di ogni numero cardinale indicante una suddivisione interna del testo è stata aggiunta la dicitura “paragrafo”, al fine di rendere più chiara la struttura del manoscritto per il lettore moderno, pur trattandosi di un’aggiunta editoriale non presente nell’originale.

[I]

di Monsignor Vincenzo Battista

DEL BRIGANTAGGIO [PREUNITARIO A MONTE SAN BIAGIO E DINTORNI]

Copia conforme all'originale in Archivio della Collegiata di S. Giovanni Battista in Monticelli (Monte San Biagio) (LT)

Trascrizione a cura di Dario Lo Sordo

Timbro: MICHELE COLAGIOVANNI

[II]

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[INTRODUZIONE]

Fra le molte orribili calamità e disgrazie a cui questo nostro Paese ha dovuto di tempo in tempo miseramente soggiacere, quelle annoverar si debbono ed essere altresì considerate come le principali e peggiori di tutte, le quali procurate gli furono per opera dei tristi, i quali immemori di quanto andavan debitori alla comune lor patria, unitisi con altri suoi fieri avversarii non lasciarono procurarle amarezze e disastri d'ogni sorta.

Il savio lettore si è già accorto che noi intendiamo di parlare qui de' così detti briganti, i quali, come ognuno ben sa, non altro son che un pugno di gente vagabonda e indisciplinata, la quale, - posto in non cale il timore santo di Dio, e [abbandonate] le relazioni che legar debbono l'uomo all'uomo e gli uomini a Dio, che sono quelle appunto che costituiscono la religione base e fondamentale d'ogni civile società, - riunitasi in comitive o bande, si è data in diversi tempi ad infettar ad armata mano le nostre contrade, disturbandone le popolazioni ed impedendone il commercio.

E sebben fossero i medesimi in ogni epoca riusciti formidabili a tutte le città e paesi a noi limitrofi da essi loro percorsi e infestati, non meno perniciosi e forse anche assai più crudeli oltre ogni credere gli avemmo a sperimentare noi, i quali portiamo tuttora, a così dire impresse le cicatrici delle orribili piaghe onde fummo miseramente lacerati, e le tracce tuttavia mostriamo delle orribili sciagure onde fummo disgraziatamente circondati ed oppressi. E sebben avessero voluto

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i medesimi camuffarsi ancora alle volte sotto lo specioso manto di gente proba ed onesta, e attaccata al governo de' loro legittimi Sovrani, e che per questa sola ragione avessero eglino intrapresa una condotta cotanto aliena dall'umano convivere, ciò non era che un fiero pretesto, e una delle più orribili ipocrisie, mentre da' fatti e avvenimenti assai tragici verificatisi tutte le volte per opera loro, ognuno ha dovuto convincersi tutt'altra essere stata la rea intenzione del perverso loro cuore che il bene e il vantaggio de' loro simili.
Il loro fine e scopo in ogni tempo è stato di sorprendere ed arrestare ricchi viandanti, o cospicui cittadini per ottenere dalle rispettive famiglie più centinaia e migliaia di ducati che doveano mandargli sui monti o nelle più folte foreste, ove solevano trascinare la lor preda, prefiggendo alcune ore di tempo al riscatto; e se non veniva adempito puntualmente alle loro richieste, uccidevano l'infelice che si trovava nelle loro mani. Di tutto ciò noi saremo per trattare in questo e ne' Capi seguenti. Se non che al perfetto compimento della materia che intraprendiamo a trattare, egli è necessario anzi tutto dir qualcosa intorno al brigantaggio degli antichi tempi onde avere se non tutto almeno quanto basti a formarci una piccola idea di quel che ne' tempi andati abbia potuto soffrire questo nostro Paese. Solo crediamo dover qui avvertire che nostro scopo non si è di parlare del brigantaggio ex professo, vale a dire in quella

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maniera ampia ed universale che tutto abbracciar debba coll'assegnarne l'epoca; l'origine, la cagione e tutt'altro che lo riguarda, e soprattutto i mali gravissimi che per ogni dove si ebbero in ogni tempo a deplorare da esso, essendovi su di ciò altre opere eruditissime uscite già per le stampe, cui ognuno potrà consultare a suo bel agio e con molta sua soddisfazione. Lo scopo che ci siamo proposto si è di toccare solamente que' fatti che riguardano il nostro Paese in particolare, o che hanno qualche relazione con esso, siccome li abbiamo potuto ricavare da qualche documento, o sentiti li abbiamo raccontare da quei tra i nostri vecchi che degni sono di tutta la nostra fede, e ne sono stati testimoni oculari.

CAPO 1

Paragrafo 1

Volendo adunque dir qualcosa de' brigantaggi degli antichi tempi, egli è necessario altresì l'avvertire anzi tutto che sebbene sia certo che anche in tempi da noi remoti sia stato il nostro Paese assai spesso infestato da tal sorta di gente, difficile oltre modo riesce però, se dir non vogliamo anche impossibile assegnar le epoche precise, in cui detta mala genia di malfattori resa si fosse più imbaldanzita e proterva, e maggior pompa fatto avesse del suo mal talento ond'era animata e diretta a danno dell'umana società. Il silenzio che su di ciò hanno osservato i nostri maggiori ci hanno lasciato un vuoto a riempire il quale non bastano le deboli nostre forze. Solo qualche cosa

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abbiamo intorno al secolo passato, la quale sebbene non sia tanto certa e sicura, da quanto però ci è riuscito poter attingere dalla bocca dei più vecchi, e da quanto ancora ci è toccato dover leggere nel Libro I dei Morti di questa nostra Parrocchia in tempo che viveva ancora la s[anta] m[emoria] dell'Arciprete Don Giovanni Paolo Parisella, egli è forza di dover conchiudere e per lo meno congetturare da ciò che il brigantaggio trattasi ivi, e di più che almeno dalla metà del secolo fino al suo terminare avesse dovuto questo assai infierire in queste nostre contrade, e che finalmente il secolo suddetto chiudevasi appunto col dar la consegna al secolo presente di altri brigantaggi forse assai più fieri e perniciosi di tutti gli altri passati.
Solo crediamo dover qui avvertire ancora che, sebbene alle volte cagione di sì orribili sciagure sieno state le vertenze politiche e cambiamenti di governi, il più delle volte però motivo principale a gettarsi per le montagne si erano unicamente i delitti e in principal modo gli omicidi che commettevano affine di sottrarsi dalle mani della giustizia, e quindi più delle volte ancora ne avveniva che, sol che avessero il necessario al loro sostentamento, di niente altro più s'impacciassero poi e andassero cercando i detti briganti. Ciò non pertanto egli è certo altresì che moltissimi tra essi non si contentavano di questo solo, ma malintenzionati quali erano, e viver volendo a danno altrui, si davano ai più orribili eccessi menando strage su uomini

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e animali, e spargendo ovunque il terrore e lo spavento. Che la cosa non debba essere stata così, non ce ne lasciamo luogo a dubitare le istorie di que' tempi. Lo stesso Giuseppe Capponi, storico contemporaneo nel suo Promontorio Circeo illustrato con la storia, giunto a parlare intorno a quell'epoca infausta dice anch'egli che anche il Promontorio Circeo divenne ricettacolo di Banditi che colà rifugiavansi, onde sottrarsi dalle mani della giustizia, nascondendosi nelle varie caverne e grotte di esso.
E ivi spesse volte anche si trattenne il celebre Giuseppe Mastrilli, omicidiario Terracinese (I), non recando però alcun male ai terrazzani, mentre suo scopo era non già di assassinare, ma bensì di fare resistenza ed uccidere tutti coloro che, per parte del governo, o per la speranza di guadagnarsi il premio del taglione impostovi, tentavano di farne la cattura (Capponi P. I. Cap.10 pagg. 82-83).
Quello, pertanto, dalle cose già dette sappiamo di certo essere non una ma forse più e più volte ancora successo intorno a quel tempo nel Circeo, dee senza dubbio ritenersi sia anche avvenuto qui nel nostro paese e in tutti gli altri vicini, quantunque non tutti avessero avuto briganti proprii. Chiunque al pari di noi che li abbiamo sofferti, conosce appieno l'intero andamento di essi, e soprattutto che non hanno i medesimi stanza fissa, ma vanno or qua or là scorrendo continuamente in cerca di bottino e di stragi, non può non convenire con noi su quanto abbiamo asserito sin da principio.

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Paragrafo 2

Difatti tutto ciò è toccato di dover con nostro raccapriccio rilevare nel suddetto Libro I dei morti, e quantunque in questo niuna aperta menzione facciasi di briganti, tuttavia esaminate bene le cose, e collezionatele ancora con quelle che ce ne hanno tramandate i vecchi, ci è sembrato quasi fuor di dubbio che opera di cotesti sediziosi e scellerati uomini sieno stati o quasi tutti i terribili fatti ivi registrati, siccome quelli che già sin da allora cioè dalla metà del trascorso secolo infestavano miseramente le nostre contrade; come pure che il brigantaggio de' tempi posteriori non sia stato che una sequela e una continuazione di questo di cui andiamo trattando.
Noi li esporremo tutti uno ad uno lasciando al savio lettore dare ad essi quel peso che crederà più equo e conforme alla retta ragione e alla più giusta critica. Difatti Capobanda ossia Capo e guida di siffatti malfattori pare doversi essere stato quel Valeriano Tranelli della vicina Terra di S. Stefano negli Stati della Chiesa, che il sullodato Arciprete qualificasse per un uomo assai crudele e pubblico omicidiario, e siccome quello che sino a quel punto menato avea ancora vita assai scandalosa e scellerata, raccontandoci altresì la infelice sua fine che fé in questo nostro paese.
Poiché avendo egli non si sa il perché concepito un odio implacabile e mortale contro i nostri concittadini, un giorno che fu addì 13 luglio 1754 pieno d'ira e di furore contro i medesimi,

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recossi ad armata mano ad invadere il paese per farne senza dubbio strage e vendetta; ma assalito in mezzo della piazza dalla forza della regia curia come dicevasi allora, fu da questa ucciso ivi stesso a ripetuti colpi di schioppi, e quindi essendogli stato troncato ancora il capo, venne siccome indegno della sepoltura Ecclesiastica gettato come una sozza carogna nell'immondezzaio fuori la porta S. Vito e coperto di terra (2).
E chi altri mai se non briganti poteano essere quegli altri due che lo stesso Arciprete nota nell'anno seguente 1755 sotto il dì 20 del mese di maggio, l'uno per nome Antonio Giosafatta Zampa di Monticelli, e l'altro chiamato Antonio Iannotti di Sonnino, i quali aveano anche essi menato fino all'ora vita libertina e scandalosa, e siccome quelli ancora che andavano continuamente armati e dentro e fuori.
La fine infelice e disgraziata che toccò anche ad essi pare non ce ne lasci luogo a dubitare. Anche questi vennero tutti e due uccisi lo stesso giorno che fu come abbiamo detto addì 20 maggio 1755 con due archibugiate nel tempo e luogo medesimo, senza aver dato segno veruno di penitenza e non constatando aver eglino soddisfatto all'annuo Precetto della comunione Pasquale, vennero altresì come indegni dell'Ecclesiastica sepoltura sotterrati nella diruta Chiesolina di S. Tommaso Apostolo presso Portella, la quale era ove di poi sulle sue rovine fu fabbricata quella di S. Ferdinando la quale non venne mai benedetta e fu convertita in alloggio dei gendarmi.

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e rimessa de' cavalli e al presente si tiene per uso di casetta campestre (3).
E finalmente opera dei briganti crediamo sieno stati altresì i quattro barbari omicidi notati nell'istesso Libro: i due primi commessi il dì 15 novembre 1756 nel luogo volgarmente detto Embriata nelle persone di due poveri infelici, nativi di Vallecorsa, il primo per nome Paolo Barone di anni 20, l'altro poi chiamato Michele Baldacchino di circa anni 40, miseramente uccisi con ischioppo e a colpi eziandio di coltello, i quali trasportati poi nel nostro paese dalla Ven. Confraternità della Morte e dell'Orazione di S. Rocco del paese stesso, vennero seppelliti nella nostra Chiesa Collegiata.
Il terzo poi viene notato sotto il dì 22 luglio 1757 commesso nella persona di un povero soldato del Regio Commissariato di Campagna per nome Domenico Romagnolo nativo della città di S. Angelo di Puglia. Questi avendosi dovuto per affari suoi o della caserma recare in Fondi, nel tornare che passa a Portella in mezzo della Selce presso la Cappella della Via Nova (che non sappiamo ove rimanesse) percosso da un tiro di schioppo nella gola rese all'istante l'anima al suo Creatore e trasportato di poi in paese venne seppellito nella suddetta nostra Chiesa, essendo egli in età di circa 30 anni.
L'ultimo finalmente viene registrato dalla s[anta] m[emoria] dell'Arciprete Don Tommaso Antonio Cesale successore del Parisella sotto il dì 9 agosto 1775 commesso nel luogo detto Dupanti nella persona d'un infelice e

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disgraziato giovane per nome Francesco figlio di Crescenzo Mele e di Maddalena Iannelli, nato in Terelle come detti suoi genitori e gli altri fratelli, che pur ne avea tre, dai quali discendono tutti i Mele nati qui. Anche questi venne, ma non sappiamo per opera di chi, percosso con un tiro di schioppo. Ma come Dio piacque ebbe però tanto di vita e di tempo da poter essere portato in paese e ricevere il SS. Sacramento, meno la Comunione, dalla quale fu impedito dal continuo vomito, la quale peraltro erano appena tre giorni che l'avea ricevuta essendosi anche confessato al suddetto Cesale (4).

Paragrafo 3

Dopo di quest'epoca i primi briganti dei quali si ha memoria e gli antichi ce ne raccontano qualche cosa, si furono i seguenti. Il primo per nome Giovanni Antonio Bove figlio di Ignazio Innocento [Innocente?] di Giovanni Antonio e di Loreta Margarita di Giovanni Rossi nato in Monticelli addì 7 marzo 1783, e morto qui stesso agli 11 dicembre …
Di questi si narra che non avendo potuto ottenere mai il perdono dal governo onde tornare in seno della famiglia che tanto ardentemente bramava, finalmente glielo fé avere il Reverendo Signor Canonico Don Isidoro

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Pernarella, di cui abbiamo fatto onorevole menzione al Capo…
Memore d'un beneficio sì segnalato il Bove non solo ne conservò la più viva e la più grande riconoscenza in tutto il tempo che rimasegli di vita, ma giunto che fu in morte fra le altre cose lasciò in testamento ai suoi eredi che al sullodato Pernarella sua vita durante gli avessero dovuto dare ogni anno una corba di grano, e un arrosto di maiale, come infatti fu da essi perfettamente adempiuto fino all'anno 1810 in cui accadde la morte del suddetto benemerito Canonico che fu addì 12 marzo.
E il Sig. Luigi Pernarella suo pronipote tuttora vivente mai ha narrato più di una volta che tal regalo a portarlo in sua casa ogni anno era una zia del suddetto Giovanni Antonio per nome Apollonia, siccome quella ch'era sorella germana del summenzionato Ignazio Innocento[Innocente?] padre di lui, donna di ottimi costumi e che morì vergine.
Motivo per costui a gettarsi per le macchie egli è assai probabile fosse stato qualche omicidio da lui commesso; ma non faceva male a nessuno essendo l'unico suo scopo di sottrarsi dalle mani della giustizia e perciò in tutto il tempo che fu fuggiasco non fé altro che continuamente lavorare la terra onde buscarsi un pezzo di pane. Altri particolari su di lui non ne abbiamo.

L'altro si fu Benedetto Vicini, figlio di Alessandro (il quale era figlio di Donato, che di questo cognome fu il primo che da Roccasecca venne a domiciliarsi in

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questo nostro paese) e di Angela Finocchio sua prima moglie, nata in Monticelli addì 13 luglio 1724. Motivo per cui a gettarsi anche egli per la macchia si fu il seguente. Era egli stato preso ad essere perseguitato da un certo per nome Don Agostino Rizzi; il quale era medico del paese e uno de' più valenti in tal genere di professione. Era questi l'avo di Giuseppe Antonio Rizzi, figlio di Fedele, a tutti noto, il quale per la bontà de' suoi costumi era soprannominato il monaco morto or sono pochi anni cioè nel 1 addì del mese di …
Non si sa qual fosse stato il motivo di una tale malevolenza, ma egli è da supporsi ed è probabile ancora ciò sia stato per cattivi portamenti del Vicini; essendo peraltro certo a detta de' vecchi, che non era il medesimo di costumi molto soddisfacenti.
Quello è certo si è che la cosa andò tanto oltre che alla fine riuscì al Rizzi di mandarlo anche in prigione, ove stette per qualche tempo.
Uscito che fu di carcere e tornato in paese il Rizzi temendo forse, come è anche da supporsi, qualche grave male per parte del Vicini, procurò di farselo amico dandogli tutti i segni della più sincera benevolenza, e affine di coltivarselo viemaggiormente, gli propose un giorno di volerlo mandare a Sonnino, e raccomandarlo ivi ad un suo amico che godeva molta influenza onde per mezzo di quello fargli ottenere qualche impiego o di guardia campestre o di altro per tirar innanzi la sua vita.

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Al giorno stabilito adunque il Vicini tutto lieto e giulivo d'un felice avvenire si partiva dal paese alla volta di Sonnino portando seco la lettera di raccomandazione come dicevagli il Rizzi da portare all'amico. Non avea però valicato ancora i confini del nostro tenimento che gli venne forte sospetto che tutt'altro contener si dovesse in detta lettera fuorché la tanto decantata raccomandazione. Laonde pria ancora di mettere piede nel tenimento di Sonnino, istruito com'era alquanto nella lettura credé bene doversi chiarire co' suoi propri occhi.
Per la qual cosa aperta tosto la lettera, trovò che la cosa era realmente come aveagli detto il pensiero; poiché dicevasi in essa al suddetto amico che giunto che fosse colà il porgitore della medesima, avesse fatto del tutto onde farlo mettere in prigione e così sbrigarsi di lui.
Come rimanesse a tal lettura il Vicini e da quest'impeto di furore e di sdegno venisse in quel punto inondato il suo cuore egli è più facile immaginarlo che esprimerlo a parole. Egli è da credersi perciò fosse stato tanto l'odio che sin da quel punto concepito avesse contro del Rizzi, che sin da allora determinato si fosse da farne ad ogni costo le più aspre vendette.
Tornato nuovamente in paese lo stesso giorno, egli non diè a chicchessia vista di nulla intorno all'accaduto e senza dubbio molte cose ebbe ancora ad inventare allo stesso Rizzi onde fargli credere aver egli già

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adempiuto all'incarico commessogli. Ma frattanto covava nel cuore l'odio e la vendetta, e studiava il modo di portarla ad effetto. Sapendo pertanto che il Rizzi sempre o quasi sempre recavasi in compagnia di altri signori e preti, ed anche solo in sulle ore vespertine a respirare un po' d'aria fresca fuori di porta S. Vito nel luogo detto Riposaturo come si pratica anche al dì d'oggi, un giorno da lui creduto più opportuno, egli s'impostò entro della casa sita presso della mentovata Porta, la quale a que' tempi era proprietà e vi abitava Francesco Saverio Gallozzi soprannominato Roscitto, il quale era padre del Rev. Sig. Giacomo Bernardino Antonio canonico della nostra Chiesa Collegiata morto il dì 9 febbraio 1840, la quale divisa dipoi tra questo e di lui germano Innocenzo se ne vennero a formare due.
Quella del sullodato Canonico fu in seguito dopo la morte di lui comprata dal fu Francesco Antonio Petrilli fu Pasquale d'Itri domiciliato qui, e attualmente vi abita la sua vedova Maria Carolina Canale e famiglia; l'altra poi d'Innocenzo, che fu appunto quella ove si rimpatriò il Vicini fu anche essa or sono pochi anni comprata dal fu Giovanni Vincenzo Colantonio fu Andrea, e presentemente vi abitano la sua vedova Angela Maria fu Giovanni Lo Sordo e figlio.
Stando adunque il Vicini in questa casa in agguato presso della piccola finestra nel muro laterale di essa che guarda direttamente detta Porta che dopo il restauro fatto ancora esiste, non tardò molto a presentarglisi

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la tanto desiata occasione passando di là all'ora solita quegli che egli avea designato per vittima del suo furore. Ma per allora non poté fargli nulla stanteché il medesimo andava in compagnia di altri.
Nel tornare però che faceva in paese vedendo il Vicini che egli sen veniva solo aspettò che fosse entrato dentro, e giunto che fu presso la porta della casa dei Pascali, che presentemente si possiede e vi abita uno degli eredi di costoro, cioè Luigi Antonio Pascale fu Giuseppe Carlo colla sua propria famiglia, ivi stesso gli tirò addosso un colpo di fucile ed ebbelo tosto steso a terra. Di poi essendosi forse accorto che non era ancora morto, uscito ratto da quella casa stessa corse tosto a gettarsi sulla vittima affine di finirla di uccidere; ma il Rizzi raccolto il quel terribilissimo punto quanto spirito potea avere, in atteggiamento e nella maniera la più umile e tenera da cavare le lacrime perfino ai sassi chiamandolo per giunta col dolce nome di compare come infatti egli era, si fe' a pregarlo e scongiurarlo gli avesse concesso tanto di tempo da potersi confessare.
Ed egli vedendo che la ferita era mortale, lo lasciò così com'era, contentandosi solo di dirgli con sogghigno feroce ed insultante, che bastavagli quello che gli avea fatto.
Dopo di ciò si buttò, come abbiamo detto, per la macchia in compagnia di un altro di cui ignoriamo il nome e chi egli fosse, scorrazzando continuamente pe' monti

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e per le foreste e commettendo che sa quanti mali che giunti non sono a nostra notizia, finché non fosse giunto anche per lui l'ora sua, la quale non tardò molto a scoccare.
Non molto tempo dopo senza essere stato inseguito almeno per quell'ultima volta, trovato o aggredito dalla pubblica forza, egli cadde vittima del favore del suo stesso compagno di cui abbiamo parlato or ora. Ciò accadde nel luogo detto la Cesa della Mania che rimane tra Fondi e Lenola.
E narrasi dai vecchi che il suddetto compagno ossia l'uccisore, commesso che ebbe l'orribile misfatto, nel fuggire ch'ei faceva onde mettersi al sicuro, sorpreso forse dallo spavento e agitato dal più forte timore per l'orribile atrocità del fatto dopo fatti alcuni passi cadde a terra e morì subitamente nello stesso luogo.
Indi essendo stato ritrovato dalla forza il cadavere del Vicini, questa gli tagliò il capo e portatolo nel nostro Paese fu rinchiusa in una gabbia di ferro ed esposta sopra la Porta San Rocco sotto quella pietra scalpellata che esprime i SS Nomi di Gesù e di Maria, che anche dopo che la porta fu chiusa e aperta dallo altro lato, ella venne lasciata nell'istesso luogo come può vedersi tuttora.
La suddetta testa rimase così esposta nello stesso luogo fino all'anno 1806, nel quale si credé bene

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toglierla di là appunto per non dare a vedere ai francesi che eransi per la seconda volta impadroniti del Regno e vi erano entrati appunto nel detto anno 1806 addì 3 febbraio, per non far vedere, dico, ai medesimi e dar loro motivo di sospettare essere questo un paese di briganti, e così evitare all'istesso tutte quelle misure e sevizie che gli avrebbero perciò usate infallibilmente contro.
La morte del suddetto Don Agostino Rizzi come pure la sua crudele uccisione accadde il dì 14 del mese di agosto dell'anno 1754. Il terzo brigante finalmente era volgarmente chiamato Spaccone soprannome che continua tuttora ne' suoi eredi, il quale apparteneva alla famiglia dei Cesali.
Questi era Felice Giovanni Battista Cesale figlio di Bernardino di Giovanni Maria o Marino di Mercuzio, e di Elisabetta di Leonardo fu Gallozzi nato in Monticelli nel 1754 addì 17 luglio, il quale sposato a Benedetta Candida di Ignazio Rizzi e di Maria Antonia di Pietro Mariano anche essa di Monticelli, ebbe da questa sette figli, tre maschi e quattro femmine, de' quali quasi tutti sono vissuti sino ai tempi nostri e principalmente gli uomini de' quali vi sono ancora i nipoti.

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Paragrafo 4

Dopo de' suddetti vennero altri due, il primo chiamato Pietro Antonio e l'altro Marcellino e tutti e due di cognome Polidoro. Il primo era figlio di Onorio di Francesco e di Teodora di Francesco Russo nato qui nel 1763 addì 17 marzo; l'altro poi cioè Marcellino era figlio di Carlo di Tommaso Polidoro, e di Romana di Erasmo Gallozzi, nato anch'egli qui al 26 di aprile 1760.
Di questi narrasi dai vecchi che, benché lordato del grave misfatto commesso probabilmente di omicidio, del resto era di buone qualità e assai pacifico. Egli è certo ancora che datosi alla fuga per le montagne, in tutto quel tempo non arrecò molestia a nessuno, procurando procacciarsi il vitto unicamente colla fatica delle sue mani e perciò tutto quel tempo in cui credeva poter stare sicuro il medesimo lavorava assiduamente in una casa posta nel luogo detto Remitaina o Chiavicone nella contrada Valmarino, che sino al dì d'oggi porta ancora la denominazione di Cesa di Marcellino.
Dopo molto tempo avvalutosi del perdono concesso dal Re Ferdinando IV detto di poi Ferdinando I ritornò in patria in seno alla sua famiglia, ove proseguì a vivere da onesto cittadino fino alla sua morte accaduta il dì del mese di 18 […].
Non così però di Pietro Antonio il quale il quale a detta ancora dei vecchi era un uomo di assai cattivi costumi. Incappato nelle mani della giustizia fu condannato a 30 anni di galera. Dopo la cattura di Pietro

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Antonio venne arrestato un altro suo fratello germano per nome Luigi Ornato volgarmente chiamato Luisi, nato anche egli in Monticelli nel 1747 addì 20 novembre, ch'è quanto dire più vecchio di detto fratello germano Pietro Antonio di anni 16.
Sebbene non fosse egli brigante, era però di una assai cattiva condotta e molto pernicioso alla società. Spalleggiato e protetto da suo fratello mentre questi andava fuggiasco per le montagne, egli era tenuto da male. Fra le altre cose che di lui si raccontano una si è che un giorno di festa il medesimo si pose fuori della chiesa nel piano sottoposto presso o tra la casa di Pietro Antonio Pernarella fu Amadio e quella del Sig. Di Giuseppantonio Fortunato Riso fu Vincenzo Maria Salvatore aspettando ivi uscisse dalla medesima uno non sappiamo chi da cui credeva aver ricevuto qualche torto affronto o che glielo avesse fatto realmente.
Uscito che fu questi, tirogli contro un colpo di archibugio per ucciderlo, il quale fortunatamente gli fallì andando a parare nello stipite sinistro di detta porta, cioè in quello posto verso il nord, nel quale vedesi tuttora il segno sebbene vi fosse stato peraltro turato subito con stucco il buco fatto dalla palla.

Questo finì la sua vita in carcere; non così però del suddetto suo germano Pietro Antonio, il quale morì nel proprio letto come il Marcellino; poiché espiata ch'ebbe la pena tornò anch'egli in famiglia e chiuse il suo ultimo giorno il 22 dicembre 1819.

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Paragrafo 5

Gli ultimi finalmente furono i due seguenti.
Il primo era di questo paese per nome Nicola Zampa, figlio di Giovanni Bernardino o Giovanni Battista come chiamavalo il volgo e d'Innocenza di Lazzari Rizzi e nipote del suddetto Antonio Giosafatte, padre di Giovanni Bernardino e Giovanni Battista, nato addì 5 dicembre 1772.
L'altro era nativo di Lenola, chiamato Pietro Mattei, germano di Amato Mattei a tutti noto. Motivo per il Zampa a gettarsi anch'egli per le montagne si fu il seguente. Avea egli presa per moglie una certa Maria Giuseppa Pernarella, figlia d'Ireneo fu Clemente e di Antonia Innocenza di Giacomo Grossi nata qui 10 giugno 1776, ch'è quanto dire più giovane di lui di anni quattro.
A detta altresì de' nostri vecchi per le sue eccellenti qualità.
Lungi dall'avere imitato il suo avo Giosafatte, egli era al contrario co' suoi buoni portamenti di comune soddisfazione dell'intero paese. La moglie però, benché lo superasse com'egli è ancora da supporsi, nelle corporali fattezze stanteché era avvenente anch'essa; non lo somigliava però nella bontà de' costumi.
Figlia alla madre, ella la copiò perfettamente in tutte le sue più brutte qualità. Soprattutto poi dopo ch'ebbe sposata, ella divenne assai più querula e capricciosa che non lo era stata per l'avanti. Spalleggiata dalla mentovata madre sua che pareva non avesse altri figli che questa sola, ella in breve divenne la croce

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del povero suo marito fino a costringerlo a doversi separare dalla famiglia ove stava, partirsi cioè dalla casa ove attualmente abita Luigi Pernarella, nipote di detta Maria Giuseppa siccome quello ch'è figlio del fu Giovanni Crisostomo Clemente Maria germano della medesima, e scendere nel piano inferiore di essa, che è quello che in seguito fu comprato dal fu Pietro Cardinale fu Carlo Antonio e in cui presentemente vi abitano due dei suoi figli, cioè il Rev. sacerdote Don Giuseppe Antonio Cardinale e il di lui germano Giacinto e famiglia e così formare con la moglie famiglia e casa a parte.
Ma neanche questo giovò; poiché incaponita com'era non volle mai finirla; ma andando sempre di male in peggio raddoppiava sempre più le sue scapestrerie se dir non vogliamo anche scostumatezze. Se non ogni giorno, almeno assai di frequente ella ammetteva in detta sua casa giovani e gente d'ogni maniera, co' quali teneva continuo baccano.
E sebbene non vi fosse stata cosa che avesse potuto ledere l'onestà e molto più la fedeltà dovuta al suo consorte, un tal modo di procedere non potea piacere a nessuno, che tutti anzi ne borbottavano e ne parlavano continuamente. Non valsero né le preghiere né le giuste rimostranze di suo padre né di suo zio Canonico Don Isidoro, di cui abbiamo fatto menzione di sopra, uomo d'impareggiabili costumi e di santissima vita, né di tutti gli altri suoi parenti più stretti e soprattutto quelle del suo marito, il quale n'era afflittissimo e ne viveva perciò assai addolorato e mesto.

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Paragrafo 6

Vedendo adunque questi che nulla giovava e tutto era tornato vano per ridurla al suo dovere, e molto più che protetta com'era dalla sua madre, ella insolentiva ogni giorno sempre più, finalmente appigliossi disperatamente ad un partito che sebben in qualche modo perdonabile alla sua poca età e molto più all'infelice stato in cui trovavasi, però onninamente contrario alla cristiana carità, e chi sa non siagli stato consigliato dal suddetto Pietro Mattei, col quale egli da qualche tempo avea presa stretta amicizia.
Questa era di fare loro un gravissimo male affine di vedere se almeno con questo mezzo avessero voluto rinsavire. Combinato adunque il modo di sorprenderle, s'impostarono tutti e due nel luogo detto l'Arena presso la contrada che conduce alla fontana pubblica detta Cagnasini e proprio in quel luogo ove di presente vedesi innalzata la casetta campestre di Pietro Angelo Di Cola fu Onorato, stando ivi in attenzione che passassero di là la madre e la figlia.
Non tardò molto a presentarsi loro la tanto desiderata occasione; poiché com'essi aveano pensato all'ora solita videro passare per la detta strada tutte e due, le quali, all'uso delle altre donne e come si pratica anche ai dì nostri, portavansi ad attingere l'acqua nella soprammentovata fontana.
Per verità intenzione del Zampa si era di dar loro solamente lezione, e perciò raccomandava al compagno che all'uscire loro all'incontro e nel menare il coltello

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avvenne fatto in modo di non torre loro la vita. Ma o fosse per isbaglio, o a più vero dire per l'animo feroce che avea, il Mattei nel menare fé davvero, e sebbene non soggiacessero ai colpi da ambedue furono talmente gravi che in pochissimi giorni le privarono tutte e due di vita.
Portate in paese ebbero mercé della divina misericordia, tempo e modo sufficiente a poter rimediare ai guai delle loro anime ricevendo tutte e due i Sacramenti della Chiesa. Ciò accadde nel 1795 nel mese di dicembre. Maria Giuseppa morì il dì 8 di detto mese, in cui è probabile ancora fosse stato commesso il misfatto; la madre poi cessò di vivere al 20 dello stesso mese ed anno, ch'è quanto dire dodici giorni dopo la morte della figlia.

Commesso l'orribile eccesso il Zampa e il Mattei si diedero anch'essi precipitosamente alla fuga gittandosi per le selve e per monti cercando asilo e un alleviamento all'infelice loro posizione che non poteano mai trovare. Ma questa loro fuga dovette essere di breve durata, poiché non molto tempo dopo furono anch'eglino miseramente uccisi, il Zampa presso il Monastero di San Magno e propriamente nel luogo detto Grotta di San Magno; il Mattei poi nella contrada detta Valleviola.

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Ma altri fatti e avvenimenti ebbero a verificarsi nel finire di questo stesso secolo, i quali sebbene non partissero e non fossero procurati dal brigantaggio, hanno però molta affinità con questo.
Essi furono talmente orribili e straordinari che, quante volte non fossimo noi appoggiati da molti autori, e che ricordati non ce li avessero i nostri vecchi degni di tutta la nostra fede, la loro narrazione sembrerebbe incredibile, che anzi collo scorrere dei secoli potrebbero esser presi per invenzione. La verità riluce però in essi, come chiaramente si andrà ad osservare.
Egli è perciò pregio dell'opera il toccarli qui brevemente, onde far vedere ai nostri lettori in quali ristrettezze ed angustie ritrovati si fossero a quei dì i nostri maggiori, moltissimi de' quali sono tuttora viventi, e in qual modo si chiudesse il suddetto secolo passato.
E per venir tosto al punto egli è ben noto per le storie il fanatismo della libertà suscitatosi nel regno di Francia nel 1798, tendendo di abbattere il Santuario e di riempire l'Europa di orrore. Il fanatico pregiudizio del liberalismo sormontò le Alpi e inondò quasi tutta l'Italia. Tutti gli edifizi degli Stati Italiani minacciavano rovina e la prima a sentirne i terribili effetti fu Roma.
Ai 28 di dicembre 1797 scoppiovvi all'improvviso una sommossa di repubblicani, i quali non avendo peraltro

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potuto resistere ai dragoni del Papa fedeli al legittimo governo del Sovrano Pontefice, non ebbero altro scampo che rifugiarsi al Palazzo di Francia, dov'era ambasciatore Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone I e a lui addetto un giovane generale Duphot.
Questi fu ucciso nel tumulto, del che fecesene giusta il solito scandalo, grida, violazione "juris gentium" e così via discorrendo.
Sparsasi intanto la notizia del prossimo arrivo nella Città Santa di Berthier, generale in capo de' Franco-Cisalpini, il quale entrò ai 10 febbraio 1798 e indi menato in trionfo in Campidoglio lì sotto nel Campo Vaccino, dinanzi a un notaio, fu proclamata la repubblica Romana, indi l'innalzamento dell'albero della libertà sul Campidoglio medesimo, la democratizzazione di Roma, l'installamento della nuova repubblica.
Ciò accadde ai 15 di detto mese. In tutto ciò però ammirar dobbiamo la invitta resistenza del vecchio ma dignitoso e coraggioso Pontefice Pio VI, il quale avendo ricusato ogni rinuncia, fu perciò sacrilegamente deportato il dì 20 detto prima in Toscana, dipoi in Valenza in Francia, ove morì nell'anno seguente addì 29 agosto.
Egli non è a dire come rimanessero i sudditi Pontificii. Fu tale lo spavento onde furono essi compresi, che vedevasi sul volto di tutti lo smarrimento ed il cordoglio, come quelli che prevedevano già sin d'allora i gravissimi mali e disastri che sarebbero per seguire questo cambiamento di governo. Intanto, cadeva ancora

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Casa Savoia. La Repubblica Ligure infrancesata dichiarava la guerra a Carlo Emanuele. Intromettevasi Francia, ed occupava la cittadella di Torino. E finalmente a un medesimo dì a Parigi e a Torino dichiarava la guerra al re già spogliato d'ogni mezzo di resistenza, il quale abdicava ai 9 di dicembre virtuosamente protestando ed era poi portato via in Toscana e là, imbarcato per la Sardegna.
E così dopo quattro anni di difesa militare, e di due di difesa diplomatica (sostenuta principalmente dal Priocca ministro degli affari esteri e dal Balbo ambasciatore a Parigi) cadeva anche essa non senza dignità casa Savoia. E dal Piemonte fu tentato fare una repubblica, ma non fu conceduto dai francesi, che lo serbarono sotto governo, come si diceva, provvisorio.
Napoli poi cadde poco appresso.
Carolina d'Austria ed Acton ministro che già premevano da gran tempo Napoli contro tutte queste novità, e Mack generale tedesco assoldato da essi, e Nelson ammiraglio inglese trionfante della sua recente vittoria navale ad Abukir, immaginarono decidere romper essi dal loro angolo d'Italia quella guerra, che si riannuvolava già da tutta l'Europa.
Pertanto, sul finire di giugno del detto anno 1798 si sparse notizia del prossimo intervento dei napoleonici, dietro di che verso i primi di luglio venne ordine dal generale Marat che tutte le truppe francesi si fossero partite dalle vicine contrade di Terracina per recarsi subitamente in Velletri.
Il giorno 22 entrò in Terracina la avanguardia napoletana condotta dal Duca

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di Sassonia, che mise in timore tutti quei cittadini e specialmente il partito repubblicano. Continuato poi il passaggio di questa armata, che durò sino a tutto il mese di novembre. I napoletani si batterono fortemente nelle vicinanze di Velletri e il dì 29 del detto mese di novembre entrarono in Roma abbandonata dal piccolo corpo francese di Championnet. Ma battuti i napoletani fino dal primo incontro ad Otricoli il Iº dicembre, lasciarono Roma, e rientrovvi Championnet e li inseguì ai limiti del Regno e oltre.
Sopraggiunto poi un forte presidio di truppe francesi in Velletri, si partì da colà il giorno 18 dicembre per recarsi alla conquista di Napoli.
Il giorno 20 l'avanguardia fu in Terracina, che seguita da numerosa truppa e da una forte artiglieria continuò sino al 5 di gennaio del nuovo anno 1799.
Il giorno però che le truppe francesi misero per la prima volta piede nel regno si fu al 24 di dicembre del suddetto anno 1798, vigilia della grande solennità del Natale.
Intanto, Ferdinando IV Borbone che dipoi nel trattato del 1815 fu chiamato I come vedremo più appresso, spaventato salpò con la moglie Carolina di sopra mentovata e la corte sulle navi di Nelson per la Sicilia ai 31 di dicembre 1798.
Ai 3 di gennaio 1799 Championnet si avanzò contro Capua e agli 11 detto firmò un armistizio con Mack; ma sollevatasi Napoli contro a questo e al governo del re, e la città rimase in mano ai Lazzaroni, sotto al principe di Moliterno, che finì quella confusione chiamando

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i francesi ai 23 di gennaio. Ed ivi fu organizzata una repubblica alla francese, la quale fu detta Partenopea.

Paragrafo 7

Tempi si furono questi tanto per gli stati della Chiesa che pel Regno di Napoli e di ogni altro luogo occupato dai francesi, di gravi perturbamenti e di sangue.
Non vi ha lingua o penna che valga ad esprimere o notare le grandi empietà, le mostruose scelleraggini e i gravissimi disordini che si videro commettere dai medesimi in tutti que' luoghi ove essi mettevano piede.
Chi volesse venire in cognizioni di una buona parte di essi, non avrà che a consultare le storie di questi infelici tempi, e vedrà con suo grande raccapriccio che, se i popoli commisero degli eccessi, peggiori ne consumarono i francesi che sulla nostra disgraziata penisola poterono sfogare tutta la loro libidine di sangue e di rapina, bruciando innumerevoli paesi, depredandoli, violentando dovunque le donne e nulla lasciando salvo.
Noi qui ne toccheremo solamente alcuni, che ci è toccato leggere in Enrico Amante di Fondi ne' suoi Statuti della città di Fondi e di Monticelli da lui pubblicati testé per le stampe, quali indarno ricercarsi potrebbero nelle storie anzidette.
Di Macerata città del suddetto Stato Pontificio nelle Marche si ha tuttavia viva la memoria che per una archibugiata tratta contro quelle orde di stranieri, entrati essi in città la posero a sacco, andando studiosamente

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a caccia di uomini sino sui tetti, passando per le armi tra gli altri un benemerito cittadino che vi avea istituito di suo denaro la pubblica biblioteca, e nella Chiesa della Misericordiella, scappatevi le donne del paese e i fanciulli, non si ristettero, piantate in sulle porte le artiglierie, di distruggere quella incolume ed imbelle turba tra gli ululati ed il clamore degli assassinati (Amante ibid. pag. 84).
Di Loreto poi già si sa che non si contentarono di rapinare il ricchissimo tesoro, ma portarono perfino in Francia l'immagine della SS. Vergine. E venendo a parlare de' luoghi a noi vicini, un simile orribilissimo sacrilegio sappiamo ancora essere stato da essi commesso nel famoso Santuario della Civita in Itri.
Ivi non solo rapinarono quanto ci era di più ricco e pregevole in detto Santuario, ma portarono via ben anche tutti que' doni preziosi che vi avea posti la leggiadrissima e casta dama Giulia Gonzaga, principessa di Fondi, in ringraziamento e in memoria della sua fuga e liberazione miracolosa, di che il capo, il quale ordinò l'espilazione, riportò il meritato castigo, essendo stato ucciso nelle vicinanze del Garigliano (Amante ibid. pag. 116).

Che diremo finalmente della nostra vicina città di Fondi? Oh, qui sì che si vide chiaramente qual fosse la perversa loro volontà, e i loro iniqui intendimenti! Da quel che si vide da essi commettere in questa prima città del Regno, tutti argomentarono quel che i medesimi voleano fare in tutti gli altri luoghi. Sin da allora

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ognuno dovette convincersi che non si contentavano essi di porre tutto a sacco ed a fuoco, ma voleano ancora distruggere la storia, mandando in fiamme tutti gli archivi de' Comuni, delle Chiese, de' Conventi, degli Episcopati, de' palagi baronali e di ogni altro ente morale, ed anche de' privati.
Tutto ciò ebbe a sperimentare quest'infelice città. Infatti, appena che questi barbari ai 24 del mese di dicembre, come furono in Fondi, di subito vi arsero il teatro, le cui rovine ancor oggi si vedono nel palazzo baronale, che fu stanza della sullodata Giulia Gonzaga e di Prospero Colonna. Quel teatro, cogli stemmi di casa Gaetani, secondo che avvisiamo, è il primo per tempo che sorse in Italia tra il millecento e il milleduecento dell'era volgare.
Arse furono in pubblica piazza tutte le carte ed i libri dell'Università o del Comune, dell'Episcopato, e del Palazzo Baronale colla ricca sua Biblioteca, e dissipate le altre, che si trovavano presso altre corporazioni. Quelle di San Magno, che risalivano a' primi secoli della Cristianità, portate in Napoli al Convento degli Olivetani, presentemente convertito in quartiere de' carabinieri, furono pure preda delle fiamme nella lotta fra popolani e francesi nel suddetto anno 1799.
Così il libro dell'Assise, di cui si fa ancora cenno ne' succitati Statuti e che conteneva i capitoli e le consuetudini della città, sparve di mezzo a quella distruzione di cose e di uomini, di antica civiltà e

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d'istituzione e di quanto ci era di tesori letterari nella penisola (Amante ibid. pag. 81-82. nota). E dobbiamo qui soggiungere ancora colle lacrime agli occhi che quel che non fu operato dai francesi, si vide succedere in seguito per la noncuranza e poca avvertenza dei cittadini. Poiché egli è da sapere che i grandi signori del paese, quali a quel tempo erano ancora i Calamita, possedevano in grossi e svariati volumi in foglio tutte le leggi, consuetudini, concessioni ed altre cose relative al Comune, che riguardavano circa dieci secoli di vita municipale.
Tutti que' libri per la decadenza morale dei padroni finirono nelle botteghe de' pizzicagnoli, mentre d'altra parte la poca avvertenza del Capitolo di S. Pietro fa sì che lungo il periodo della dominazione francese rimanesse spogliato quasi totalmente l'Archivio della cattedrale, che passava per uno de' più antichi e più ricchi che ci fossero in Italia;
quello che ne resta, risparmiato dall'incendio del 1816 da cui quella Chiesa antichissima fu ridotta al misero stato di oggi, ebbe per la stessa ragione a soffrire altre diminuzioni, poiché facendosi di quando in quando una revisione delle carte residuali, se ne toglievano quelle che erano più antiche, come che inservibili.
Così quell'Archivio, che poté in gran parte salvarsi dal furore di Barbarossa, non poté scampare dal furore benché innocente de' cittadini dal 1799 al 1830. Più accorto fu il Capitolo di Santa Maria Maggiore a Piazza, che salvò tutte le sue carte, per altro di poco valore,

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dalla mania di distruzione de' Francesi, seppellendole nelle tombe di quella Chiesa (Amante ibid.).

Paragrafo 8

Ma se tale era la infelice sorte toccata agli altri paesi e città, il nostro paese non potea essere tanto fortunato e privilegiato da doverne andare esente esso solo. Anch'egli ebbe a soffrire al pari degli altri; che anzi a detta de' nostri vecchi le peripezie e danni qui sofferti son tali che, generalmente parlando, superarono di gran lunga tutti gli altri sofferti in altri luoghi, o per lo meno si furono essi sì gravi e dolorosi, che la sola narrazione de' medesimi non può fare a meno di non cavar le lagrime dagli occhi.
Egli è perciò che a somiglianza delle altre città e paesi limitrofi, anche qui in questo nostro Paese nel mese di marzo 1799 venne innalzato in mezzo della piazza l'albero della libertà. Non sappiamo se anche i Monticellani, insultando a tutto questo fedele e divoto popolo, mettesser anch'essi mano a piantar l'antenna sopraponendovi il pileo repubblicano e schiamazzandovi attorno e bestemmiando com'è solito Cristo e il suo Vicario.

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Da quando abbiamo potuto imparare dai vecchi neppure uno fuvvi de' nostri Monticellani che attentasse a sì orribile sacrilegio. A quando anche vi fossero stati di questi seguaci della libertà e del fanatismo, egli è fuor di dubbio altresì che esser doveano ben pochi e di niun conto.
Egli è certo ancora che tutto il Paese era in un profondo lutto e niuno in tutto quel tempo usciva di casa, né ardiva levare gli occhi per vedere l'arbore abominoso e udire le bestemmie che vomitavano quelle fetide bocche, che anzi moltissimi si facevano eziandio coscienza di non passar più di là, ovvero dovendo passarvi per necessità, si facevano il segno di croce, come se in quell'albero abitasse il demonio.

Ad ogni modo i poveri Monticellani dovettero aver la pazienza di vedersi ritto in quel paese la banda così detta degli Scarpitti. Era questa una comitiva composta di circa dieci uomini e di più ancora, tutti de' paesi circonvicini, ma di nessun Monticellano, capitanati dall'Abbate Moretti, il quale era nativo di Monticelli della Rocca, e veniva chiamato così per essere il medesimo chierico e addetto al servizio della Chiesa di detto paese e in seguito fu anche Sacerdote.
Detta banda avea per iscopo di inseguire i francesi e farne caccia e, ove venisse loro fatto, cacciarli anche dal Regno per farvi rientrare il legittimo Sovrano. Giunto pertanto il Moretti co' suoi in questo nostro Paese, suo primo pensiero si fu di atterrare l'albero suddetto.

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Detto fatto; a questi si unirono molti de' Monticellani, i quali corsi tosto per le scuri vennero ratti alla Piazza, e in men che 'l diciamo, l'albero era già a terra. Egli non è a dire come gittatisi tutti sopra il berretto rosso ch'era di latta, ognuno lo calpestasse e lo schiacciasse, e come i guastatori picchiando altresì colle scuri sull'albero atterrato lo riducevano in minutissimi pezzi.
Egli è da credere altresì che tutti se ne procurarono un trincio per menarne vanto come della più grande bravura dimostrata e portarlo pel paese a guisa di trofeo.
Egli è più facile l'immaginare che non esprimere a parole i tripudii e le feste che si fecero intorno al suddetto albero. Del popolo poi chi diceva in cuor suo: "Dio ce la mandi buona", e chi si raccomandava al Santo Patrono; altri poi godeva e cennava dall'occhio a' compagni; ma la maggior parte tremava in vista delle orribili sciagure che già prevedevano sarebbero tosto piombate loro addosso, come infatti seguirono non molti giorni dopo.

Paragrafo 9

Atterrato l'albero, il Moretti ingiunse ai fucilieri che fossero rimasti a guardia del Paese e che soprattutto si stessero impostati a Portella per far fuoco su i francesi se mai fossero di là passati nel mentre

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ch'ei co' suoi adoprato si fosse per iscacciarli da Fondi.
Partitosi adunque dal paese prese la volta di quella città e si fermò nella contrada detta Cucuruzzo, contigua alla stessa città di Fondi, facendo continuamente suonare un gran tamburo che essi portavano fatto a modo di una gran cassa di banda. A tal suono avvisati i francesi dell'arrivo del Moretti, e pochi com'erano, vedendo non poter essi fra fronte a una forza che i medesimi forse credevano assai più imponente e maggiore della loro, sloggiarono tosto dalla città prendendo la volta di Terracina.
Ma giunti a Portella trovarono l'intoppo già detto dei fucilieri, i quali risoluti di far man bassa sopra gli stessi, aveano a tal fine tirata una maceria di grosse pietre alla porta di esso da quella banda che guarda Terracina onde impedire loro l'uscita e avere tutti nelle loro mani. Ma quelli, battendosi disperatamente co' fucilieri, riuscirono di superare anche l'ostacolo della maceria e passati tosto all'altra parte ridursi in salvamento a Terracina.

Paragrafo 10

Dopo quattro o cinque giorni da questo conflitto si videro passare a piedi per Portella due francesi vestiti alla borghese, i quali giunti presso il ponticello

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di Cagnasini furono veduti da alcuni de' suddetti fucilieri. Questi entrarono tosto in sospetto che dovessero i medesimi essere persone di male affare e appartenere alle società segrete. Non andarono essi ingannati; poiché fattisi tosto loro innanzi, e perquisitili bene bene addosso, trovarono che portavano fra le altre cose una carta contenente la pianta della Sicilia e la maniera di prenderla.
Avutala pertanto in mano la ridussero in più pezzi, avendo per altro la preveggenza di riservarne i detti presso di loro affine di farli osservare. Da ciò vedendo i fucilieri essere eglino persone spedite a bella posta dalla framassoneria per ridurre il regno sotto la loro schiavitù, li fucilarono tosto tutti e due nello stesso luogo.
Ciò fatto si recarono essi in paese portando gli avanzi di detta carta al summenzionato Rev. Don Isidoro Pernarella, il quale appena li ebbe veduti ed esaminati non poté a meno di non rampognarli severamente, essendo la carta suddetta un capo d'opera di scienza geografica e come tale di assai grande giovamento riuscir potea per gli studiosi e amatori di questa bella e non meno necessaria scienza. Ciò non, pertanto, il medesimo fecesi a riannodare e ricongiungere insieme i pezzi accomodandoli alla meglio che per lui si poté.
Per tale servizio prestato i sullodati fucilieri, de' quali tutti o la maggior parte di essi erano nostri paesani, furono in seguito rimunerati dal Governo.

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Noi faremo che noverar solamente quelli che riceverono il premio, essendo gli altri usciti di memoria de' nostri vecchi. Essi erano Carlo Antonio Cardinale fu Gioacchino, Michele Arcangelo Bove fu Amadio, Michele Arcangelo Rizzi fu Erasmo, Domenico Antonio Raso fu Giovanni Battista, Gregorio Pancrazio Contestabile fu Domenico Erasmo Giovanni Battista, e Innocenzo Francesco Spina fu Giacomo Domenico. Il Cardinale fu fatto tenente de' fucilieri, il Bove sergente e agli altri fu dato il grado di caporale.
Gli altri compagni non vollero ricevere nessun grado, poiché essendo proprietarii non voleano sapere più nulla di milizia, volendo per l'avvenire occuparsi unicamente degli affari e delle rispettive famiglie.

Paragrafo 11

Nonostante però quanto abbiamo detto fin qui, il nostro popolo dopo l'atterramento dell'albero viveva in angoscia mortale e in aspettazione di un terribile avvenire, non essendovi nessuno il quale, dopo tutti questi fatti succedentisi gli uni agli altri, non sentisse nuovi imminenti e più terribili disastri. Ognuno mirava trepido e smarrito il pavento delle mogli, l'ansia de' vecchi padri e il pianto delle vergini e de' fanciulli.

Quindi o fosse voce già corsa, od anche fondato sospetto

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dell'imminente burrasca che dovea piombare loro addosso, tutti solleciti di sé e dell'avere, fatto fardello di quanto potea ciascuno seco recare, corsero ai monti e nei piani lontani dal paese. La prima cosa però cui essi pensarono si fu di mettere in salvo la Statua di argento del nostro glorioso Protettore San Biagio, quale dopo di averla tutta svitata e legatine insieme i pezzi e fama l'avessero nascosta in quella casa che in quel tempo era di proprietà e vi abitava con la sua famiglia Giuseppe Pedone, fu Francesco, proavo del tuttora vivente Gaetano dello stesso cognome che ne è il possessore attuale e vi abita anch'esso con la propria famiglia.
Ivi adunque la nascosero sotto una grande acervo di biada nel fondo ossia nel piano inferiore di detta casa che sino al dì d'oggi ha sempre servito di rimessa e di cantina per uso della casa medesima, e in cui avvi l'ingresso principale, il quale rimane appunto nel vicolo detto il Vernone.
Ed è probabile altresì che avessero dovuto nascondere ancora o ivi o in altro luogo remoto tutti gli argenti e gli altri oggetti preziosi della Chiesa mentre in caso diverso non sarebbero sfuggiti alla voracità di quegli avvoltoi, come vedremo. Ciò fatto pensarono altresì alle cose delle rispettive loro famiglie, nascondendo sottoterra o in cisterne o pozzi asciutti la migliore suppellettile, e le provvisioni del grano, della farina e della dispensa.
Chi avea giumenti, li caricava della masserizia, della

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donna e de' figliuoli chi non avesse si adagiava come meglio fossegli tornato. Le madri, posti i bambini in certe loro ceste fatte a modo di culla come si usa anche al presente chiamate in dialetto patrio "cunule", se li levavano in capo, i padri si toglievano in spalla i più grandicelli, e le sorelle maggiori portavano i fratellini.
In pochissimo tempo il paese rimase interamente deserto, e le case tutte aperte a discrezione degli aggressori affine di evitare peggiori mali se le case le avessero trovate chiuse. Il solo ed unico a rimanere in paese fu un povero vecchio per nome Sebastiano Scarica, il quale era il padre della nota Innocenza Teresa soprannominata Cenciarella, donna d'illibati costumi e di santissima vita, morta anch'essa in età assai avanzata e col giglio della verginità or son pochi anni, cioè il dì di mese di 186.
Il meschino lusingavasi che essendo egli assai età e per sopra più accasciato da' mali, ne avrebbero que' barbari avuto riguardo e lo avrebbero perciò risparmiato dalla strage.

Paragrafo 12

Ma più che strage questi nuovi cannibali aveano l'ordine di mettere ogni cosa a sacco e fuoco, non perdonarla a persona, tutti uccidere di cruda morte. E così sarebbe certamente stato se non li avesse liberati l'intercessione della SS. Vergine e de' Santi suoi Padroni, cui

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servirsi Iddio per usar ad esse misericordia e così risparmiargli l'orrore di quella tremenda giornata.
Trovavansi allora in Fondi quattro sacerdoti nostri compaesani, i quali per l'elevatezza d'ingegno e molto più per l'illibatezza e santità della loro vita occupavano i primi posti in quella Cattedrale. Erano questi i Rev. Signori Canonici Don Giuseppe Pernarella, Don Remigio Rizzi, Don Biagio di Vazza [Vezza?], e Don Nicola Antonio Nanni.
Quest'ultimo poi, abitando nella casa del fu Gioacchino Nota, padre di Don Giuseppe Andrea, morto anche egli or son pochi anni, sita nella strada detta e ove in que' giorni dell'occupazione di detta città alloggiava eziandio il capitano o capo de' francesi, sia per trovarsi sovente insieme, sia per un certo riguardo dovuto naturalmente ai casigliani o per altro motivo, avea il Nanni contratto col medesimo un certo che di familiarità, la quale non tardò molto a passare anche in amicizia.
Avendo dunque i sullodati sacerdoti saputo per certo che la piccola guarnigione di francesi giunta poco fa in Fondi da Gaeta e da altri luoghi dovea il dì seguente recarsi in Monticelli per farne l'aspra vendetta che abbiamo detta di sopra, convennero e accordarono fra loro d'incamminarsi anche eglino alla volta del medesimo in compagnia degli stessi soldati, e così per strada vedere il modo di poterli distogliere da sì iniqua impresa.
Altri poi più comunemente e con molto più di probabilità dicono avessero preceduto d'uno

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o di due giorni la venuta de' soldati, e così sotto pretesto di andare al solito passeggio e fingendo di nulla sapere di quanto da essi meditavasi, d'ire loro all'incontro, e di qui trarre occasione di abboccarsi con loro e, ove venisse loro fatto, indurli a desistere dallo scellerato disegno, come infatti avvenne avendogli essi incontrati nel luogo detto la Solleccora.
Rimase questo nell'antica strada che dal paese mena alla piccola Chiesa delle Spiagge e altri luoghi del nostro Agro, e propriamente quasi nella metà di quella rampa che conduceva direttamente a detta Chiesa, e viene così denominato per esservi alquanto sopra della medesima un grande albero di carrube chiamate presso di noi "solleccore o suscelle", il quale, anche dopo che l'antica strada venne dimessa e costruita la nuova rotabile, tuttavia vi rimane ancora tutto per intero, al presente tra esso e la seconda rampa della suddetta strada nuova.
In quel luogo adunque il Nanni co' sullodati suoi compagni salutato il capitano, e scambiatosi con lui una stretta di mano, prese da ciò occasione di dimandargli con la solita franchezza, fiducia e benevolenza intorno all'oggetto della loro venuta in paese, lo che avendoglielo amichevolmente scoperto il capitano, allora si fu che il medesimo aiutato dagli altri tre compagni fecero perorare in favore del paese dandogli a dimostrare altresì che di tutti i misfatti accaduti non era stato affatto cagione il paese, ma bensì un pugno di facinorosi

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piombatogli addosso da altre parti; che eglino stessi voleansi rendere mallevadori di qualunque cosa succedere potesse fino a scrivere al loro generale. Ma il capitano da altra parte facevasi a rappresentare loro non poter egli in verun modo accondiscendere alle loro suppliche e preghiere tale essendo l'ordine ricevuto seppur non volea compromettere la sua spallina.
Nonostante però tutto questo essi non si avvilirono in faccia al pericolo, ma stimolati viemaggiormente dall'amore della patria che essi vedevano che andava in breve a irreparabilmente perire, presa nuova forza si fecero a pregare nuovamente con più ardore per la salvezza e lo scampo della medesima, fino ad inginocchiarsi ai piedi e colle più tenere, più commoventi espressioni supplicarlo, scongiurarlo ad aver pietà di un paese il quale era innocente di quello che volea addebitargli, protestandosi che non si sarebbero levati di terra finché non avessero impetrato la tanta desiata grazia.
Allora il capitano vinto, abbattuto e forse anche commosso fino alle lagrime da tutte queste vive e calzanti istanze che egli vedeva partire dal fondo di un cuore addolorato ed oppresso, si fé tosto a dir loro che egli desisteva bensì di fare quello che divisato avea; ma in soddisfazione degli oltraggi commessi permetteva ai suoi due ore di saccheggio.

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Paragrafo 13

Ricevuto l'ordine ed entrati in paese si gittarono essi come tanti leoni arrabbiati per tutte le case affine di depredarle e assassinarle, non risparmiando nessun luogo e nemmeno la Chiesa. Anzi questa fu forse la prima cui essi agognavano e dove si portarono prima di tutto, ed è certo altresì che sì sacrileghe e nefande furono le cose commesse nella medesima che ben diedero a vedere essere eglino non solo feroci, ma empii ancora e pieni del più atro veleno contro della nostra S. Religione.
Aprirono o, meglio, scassinarono il Sacro Ciborio, e versate sacrilegamente le sante particole sulla predella dell'altare rapirono la Pisside. Lo stesso avrebbero fatto anche co' Calici e con quanto d'argento e d'oro era consacrato agli Altari, se come abbiamo detto, non fosse stato antecedentemente nascosto. Le dette particole furono lo stesso giorno o nel seguente prese con la lingua da due sante donne, che molti hanno conosciute e sono morte vergini; e tutte e due per nome Domenica.

La prima era figlia del fu Signor Don Carlo Nanni e della fu Elisabetta Casale e germana del Reverendo signor Don Giovanni Placido, il quale era in quel tempo l'arciprete.
L'altra era figlia del fu sig. Don Giuseppe Riso, avo del tuttora vivente signor Don Giuseppe Antonio Fortunato, volgarmente chiamata la Monaca Riso. A ciò le medesime s'indussero per non esporre le dette sante particole ad ulteriori oltraggi che forse esse si aspettavano; e nel

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consumarle non le presero con le mani, ma con la lingua tanto erano esse timorate di Dio e di coscienza tanto delicata. Ed è da aggiungere ancora che lungo il margine anteriore della stessa predella dell'Altare Maggiore e anche nel grado inferiore di esso si vedono anche al dì d'oggi sparse qua e là da sette o otto macchie di colore rossastro fitte e internate nel marmo che, per quanto siasi fatto, non ci sono state potute mai levare.
I vecchi ci dicono essere elleno opera degli stessi francesi, i quali non contenti di aver gittato le particole per terra, per colmo d'iniquità vollero fare sopra dell'altare medesimo ancora i bisogni, ed è presumibile avessero fatto lo stesso in molti altri luoghi della Chiesa.

Entrati poi nella Sagrestia vecchia si diedero ad ammaccare ed infrangere i candelieri e i vasi de' fiori che sono tutti di metallo inargentato; ma vedendo poi che non erano essi di argento, come creduto aveano da principio, li lasciarono in abbandono, ed è ancora da notarsi che de' suddetti vasi più della metà sono rimasti tuttora malconci e non sono stati più accomodati finora.
Non soddisfatti di ciò presero dall'armadio nella stessa Sagrestia la Statua della SS. Vergine del Rosario, e trascinatala fuori di essa in mezzo del coro presso del leggio grande, con un colpo di sciabola le tagliarono di netto il naso che, sebbene vi fosse stato di poi nuovamente posto, non fu mai più indovinato, e la detta Statua sin da allora perdé quella

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bellezza e avvenenza che avea, di cui ci raccontano gli antichi che rapiva al solo rimirarla.
Chi sa poi cosa avrebbero fatto ancora col Corpo del nostro Compatrono S. Innocenzo che, dopo la SS. Eucarestia, è il maggiore e il più prezioso tesoro che possegga la nostra Chiesa! Ma o fosse che l'antica porta dell'Urna essendo colorita a marmo pareva non fosse porta ma una specie di ornato che facesse seguito a tutti gli altri ornati di marmo dell'intera facciata del suo Altare; o meglio, fosse stato Iddio che non volle permettere sfregio cotanto abbominevole, il fatto sta che non se ne avvidero, e i vecchi e il paese tutto ha sempre attribuito ciò ad un vero miracolo operato da Dio ad intercessione del suo servo.
È assai più patente e manifesto dicono ancora essere stato quello da Lui operato riguardo alla statua di S. Biagio;
dacché essendosi i soldati sparsi per paese fra le altre case si recarono anche in quella ov'era nascosta, ed essendosi dati a prendere la biada per uso de' loro cavalli o di altro, il mucchio sotto del quale era seppellita la Statua, lungi dal consumarsi o scemarsi, mai cessò un momento o si sminuì d'un punto da quel ch'era;
per quanto ne prendessero, era sempre lo stesso, del che se ne dovettero accorgere e avvedere gli stessi soldati, ma come inconsapevoli questi e ignari della cosa e senza nessun sospetto del mondo, dopo di averne presa una grandissima quantità, finalmente lo lasciarono in abbandono e si partirono dalla casa.

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Egli è facile poi l'immaginare ancora cosa avessero fatto altresì in tutte le altre case da essi aggredite e occupate. Solamente non dee passarsi sotto silenzio la crudeltà e barbarie che usarono contro quel povero vecchio Sebastiano Scarica che abbiano mentovato sopra.
Alcuni dicono che questi si trovava allora nella casa, che attualmente si possiede e vi abita Giuseppe Savelli fu Raffaele, e la quale di presente serve di sala, e da essa si entra e si salisce nella nuova casa che il medesimo or sono pochi anni vi ha fabbricata di sopra, e che ivi stesso fosse egli ucciso da' francesi. Ma egli pare certo, e sembra doversi ricavare chiaramente dallo Statuto delle Anime del 1794 e dagli altri susseguenti, che la casa paterna di detto Sebastiano, in cui egli per conseguenza trovavasi in quell'ora, fosse non già quella che si è detta, ma bensì un'altra che rimane più sopra nella stessa contrada del Castello, la quale attualmente si possiede e vi è abitata dalla vedova del fu Modestino Serafino Marrone per nome Anna Filomena Scarica, una de' nipoti del suddetto Sebastiano, siccome quella che è figlia del fu Celestino germano di lui.
E infatti gli antichi ci narrano tuttora ch'egli nel sentire il calpestio e il rumore de' soldati che si avanzavano verso il Castello se ne fuggì appunto da detta casa in cerca di qualche luogo onde porsi in salvo; ma sopraggiunto e aggredito da' soldati vicino alla porta della casa che le rimane d'appresso ove attualmente abita Remigio Paolo Savelli germano di detto Giuseppe, ivi stesso in faccia alla porta

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medesima fu da essi barbaramente ucciso.
Sia però come si voglia egli è certo altresì che ucciso che l’ebbero, gli cavarono ancora gli occhi, e finalmente per colmo di iniquità nelle occhiaie tuttora insanguinate e sconquassato vi orinarono dentro insultando così ad un infelice che sin allora senza alcuna assistenza e sollievo de' suoi era stato costretto a tenersi soletto e raccolto in quel casolare mezzo spaccato e ruinoso senza neanche il conforto d’un po' d’acqua fresca da ristorarsi la sete.

Paragrafo 14

Ma quei sozzi e rabbiosi lupi né anche contenti di tutto ciò vollero ancora sfogare la loro ira e voracità contro tutti i paesani che, come abbiamo altresì veduto di sopra, tutti sbigottiti e tremanti di paura da tre o quattro giorni si erano condotti a salvamento per le montagne. Per la qual cosa divisisi in tre colonne fu da' medesimi stabilito che l'una prendesse la volta del Funnetto, l'altra quella del Monte Caringe in quello che rimane a settentrione del paese e la terza finalmente salir dovesse per il luogo così detto Colle del Prete sopra la villa.

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Egli non è a dire qual fosse allora lo sgomento di tutti alla terribile nuova d'esser inseguiti anche pe' monti. Atterriti dall'imminente pericolo d'esser chiusi da quelle affamate fiere, la maggior parte di essi e specialmente le donne si fecero anche esse a fuggire alla lor volta pe' monti in cerca di scampo, ed era uno spettacolo da cavar persino le lacrime dagli occhi vedere infermi, donne imbelli e timide giovanette trarre a stento affannati il passo su per le erte de' balzi, per gli scoscesi burroni e per le scure foreste.

Altri portavano i vecchi genitori, altri i figlioletti ancor piccini e mal reggentesi sulla vita, e tutti tremar più di loro che di sé stessi. Ma il compianto maggiore si era a vedere la fuga de' Reverendi nostri Canonici e Sacerdoti, e che forse erano i primi che da quelli empii erano già designati al macello.
Vedevansi quei Sacerdoti mescolati fra la pressa de' fuggenti e tutti sbigottiti di paura inerpicarsi anch'essi per ogni ripa, sospinti senza consiglio ove trascinavagli lo sbigottimento, senza avere potuto in tanta confusione e imbarazzo trovare un asinello o un muletto che li portasse. Ma non pertanto non mancarono de' Monticellani, che non tremavano in faccia al pericolo, e un buon nerbo de' più animosi tra essi, de' quali molti erano soldati congedati e però atti al maneggio delle armi, prima ancora che quei lupi si avvicinassero, andarono loro incontro per far loro provare sin da principio di qual risolutezza e di qual spirito animati erano que’

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Cittadini, cui voleansi sì barbaramente manomettere; quivi s’impegnò una piccola scaramuccia; e i pochi nostri paesani, dopo di aver contrastato con militari che fino ad allora aveano sostenuto chi sa quante battaglie, e dopo di averne ancora ucciso un gran numero, li obbligarono a ritirarsi riportando così su di loro compiuta vittoria. Anche de’ nostri ne morirono parecchi parte a tiro di schioppo e parte ancora a colpi di spada, che i nostri vecchi ancora rammentano assai bene, e trovarsi tutti registrati nel Libro II de' Morti di questa nostra Parrocchia a foglio.
1) Il Rev. Signore D. Pietro (Angelo) Bove fu Simone e della fu Anna fu Tommaso Pernarella, canonico della nostra Chiesa Collegiata di San Giovanni Battista, nato qui addì 27 ottobre 1724. Il cadavere di questo santo sacerdote venne anche bruciato dai francesi; ma dicesi per cosa certa, e la tradizione e la memoria è assai ancora viva in paese che le dita pollice e indice di ambe le mani non furono affatto toccate dalle fiamme. Vedi lo Stato Quarto delle Anime della Parrocchia fatto dalla santa memoria dell'arciprete Don Giovanni (Placido) Nanni nel 1794 a Capo 290.
2) Fedele Rizzi figlio del fu dottore medico Agostino di cui abbiamo parlato di sopra e della fu Felice Angela fu Domenico Parisella, marito di Onorato Lorenza fu Silviano Gallozzi, e della fu Giovanna fu Francesco Pisa, nato qui addì 12 aprile 1760. Vedi il suddetto Stato a Capo 86.

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3) Vincenzo Di Vezza figlio di Innocenzo fu Benedetto, e di Marina fu Paolo Antonio Parisella, marito di Alessandra fu Alessandro Migliore e della fu Angela Maria fu Michele Pacione, nato qui addì 22 gennaio 1777. Vedi lo Stato suddetto a Capo 106.
4) Il celibe Domenico Antonio Bianchi, che non sappiamo di chi sia figlio, non avendolo potuto trovare né nel nostro Registro Generale, né nel citato Stato delle Anime, sebben vi sieno in essi molti col suo nome di Domenico. Gli stessi antichi non ci hanno potuto dare verun ragguaglio intorno alla paternità di costui.
5) Il celibe Serafino Rossi figlio del fu Domenico, e della fu Agnese di Manno Lenolari, egli poi nato qui addì 24 marzo 1779. Vedi lo stesso Stato a Capo 137.
6) Lucio Domenico Giannandrea fu Bernardino fu Marco Antonio, e della fu Arcangela fu Domenico Pacifico, vedovo della fu Dorotea fu Antonio di Annunzio e della fu Maria Antonia fu Basilio Rizzi, nato qui addì 26 giugno 1755. Vedi il medesimo Stato delle Anime a Capo 145. Quest’ultimo, cioè Lucio Domenico Giannandrea, venne ucciso nel romitorio, ossia entro l'abitazione o camera del Romito della Chiesa rurale della SS. Vergine della Ripa, ove erasi rifugiato.
Tutti poi vennero trasportati in paese e onorevolmente seppelliti nella nostra Chiesa Collegiata di S. Giovanni Battista, non escluso il sullodato Rev. Canonico Bove

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di santa memoria, il quale, sebbene bruciato, non rimase però consumato interamente dalle fiamme.
Tutto ciò accadde il dì 29 marzo del suddetto anno 1799 giorno di funestissima rimembranza per la nostra patria, la quale videsi rapire da sì violenta e barbara morte sette de' suoi figliuoli, compresi lo Scarica, che venne anch'egli ucciso lo stesso giorno nella sua stessa casa al Castello, siccome abbiamo narrato di sopra.

Fine del primo capo

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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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