di Armando Pepe
A Piedimonte Matese (già Piedimonte d'Alife) un tempo sorgeva una biblioteca che custodiva un patrimonio di inestimabile valore. Era situata all'interno di un convento carmelitano, fondato in età pretridentina, con esattezza il 5 settembre 1538, per impulso del presule alifano Michele Torelli . Durante il Decennio francese, fu soppresso e l’ampia costruzione trasformata in una fabbrica di filati di cotone . Pur non esistendo più da secoli, ha sempre rappresentato un faro di conoscenza e spiritualità per l’intera comunità locale, tant’è vero che il posto in cui era costruito, nelle conversazioni famigliari e amicali, in effetti, è ancora indicato con il toponimo de «il Carmine». Era più di un semplice luogo di culto; si poteva considerare come un centro di studio e di riflessione per i religiosi che vi risiedevano. La biblioteca del convento, in particolare, raccoglieva testi religiosi, manoscritti antichi, opere di filosofia, teologia, letteratura latina e italiana. Era uno spazio dedicato alla meditazione e alla ricerca del sapere, dove le pagine dei libri vibravano di storia e di saggezza.
Purtroppo, con la scomparsa del convento, anche la biblioteca è andata perduta. Tuttavia, da un documento conservato presso l’Archivio generale dell’Ordine Carmelitano in Roma si ricavano i titoli quarantatré volumi, che permettono di ricostruire, sia pure molto parzialmente, non solo le linee direttrici della storia della teologia e della mentalità religiosa, che si potevano cogliere alle pendici del Matese, ma anche, in senso lato, i gusti letterari del tardo e tardissimo XVII secolo . Il documento , dal titolo «Stato del convento di Piedimonte, dedotto dall’anno 1688», è ipotizzabile che sia stato scritto a seguito della constatazione dei danni causati dal violento terremoto del 1688, che distrusse gran parte del Sannio. La data aiuta a collocare il testo in un ben definito periodo. Aprivano l’elenco quindici volumi in-folio, editi a partire dal 1631, indicati con il nome di «Salmanticenses», poiché frutto del pensiero di diversi docenti, che insegnavano a Salamanca, in Spagna, dove si trovava il collegio teologico dei carmelitani. Il titolo latino, per intero, era «Collegii Salmanticensis fratrum Discalceatorum B. M. de Monte Carmelo primitivae observantiae cursus Theologicus Summam Theologicam Divi Thomae Doctoris Angelici complectens», traducibile in «Corso Teologico del Collegio Salmanticense dei Frati Scalzi della Beata Maria del Monte Carmelo della primitiva osservanza, che comprende la Somma Teologica di San Tommaso, Dottore Angelico». Alla teologia morale appartenevano le «Resolutionum moralium pars prima et secunda», approntate con somma acribia speculativa dal religioso e aristocratico siciliano Antonino Diana , edite a Palermo nel 1628. Alla medesima disciplina afferiva il trattato «De Morali Theologia, et omnibus coscientiae nodis», in tre volumi, stilato dal nobile religioso milanese Martino Bonacina , pubblicato a Lione nel 1624. Sulla stessa scia si collocava uno spicilegio, ovvero una raccolta di testi, citazioni o brevi estratti, di Santa Teresa d’Avila, religiosa e mistica spagnola per antonomasia, rinnovatrice spirituale della Spagna del XVI secolo. Gli spicilegi erano particolarmente comuni in epoche passate, quando studiosi e autori compilavano tali raccolte per tramandare sapienza o per fornire riferimenti utili ai lettori su argomenti specifici. In biblioteca si rintracciavano le «Disputationes theologicae», in otto volumi, del filosofo e teologo spagnolo Rodrigo de Arriaga, pubblicati dal 1643 al 1645. Il gesuita iberico, pur collocandosi all’interno della tradizione scolastica, fu una figura eminente nel campo della teologia e della filosofia del XVII secolo, coltivando un approccio innovativo e critico, che lo contraddistinse sempre rispetto ai suoi contemporanei. I volumi trattavano vari aspetti della teologia, inclusi temi come la natura di Dio, la Trinità, la creazione, la grazia, il peccato, i sacramenti, e molti altri argomenti fondamentali della teologia cattolica. Arriaga fu influente per la sua capacità di analizzare in profondità e discutere, con rigore, complesse questioni, contribuendo significativamente al pensiero teologico del proprio tempo. Riguardo alla regolamentazione, in forma precettistica, della vita religiosa diocesana, era necessariamente presente nelle scansie il libro «Prima-decima diocesana synodus S.Beneventanae Ecclesiae / ab Vincentio Maria Ursino», ossia una raccolta di atti sinodali presieduti da Vincenzo Maria Orsini, al secolo Pietro Francesco, (indicato qui con la forma latina «Ursino»), che fu arcivescovo di Benevento e, successivamente, cardinale e poi Papa con il nome di Benedetto XIII (pontefice dal 1724 al 1730). Non bisogna dimenticare che la diocesi alifana era suffraganea dell’arcidiocesi di Benevento. I sinodi diocesani erano, e ancora sono, incontri ufficiali del clero di una diocesi, convocati dal vescovo per affrontare questioni di disciplina, dottrina e amministrazione ecclesiastica. Vincenzo Maria Orsini fu un riformatore ecclesiastico influente che presiedette diversi sinodi per promuovere la disciplina del clero, l'educazione religiosa e l'applicazione delle riforme del Concilio di Trento nella sua diocesi. I documenti sinodali trattavano anche la corretta amministrazione dei sacramenti, l'organizzazione delle parrocchie e la condotta dei fedeli. L'opera è particolarmente significativa per gli studiosi di storia della Chiesa , poiché fornisce una visione dettagliata delle preoccupazioni pastorali dell'epoca e delle misure adottate per affrontarle. L’imperativo categorico dell’arcivescovo Orsini consisteva nel rafforzare la fede e la disciplina ecclesiastica in un periodo di rinnovamento spirituale e organizzativo della Chiesa cattolica. Nel corso del suo episcopato, Vincenzo Maria Orsini si distinse per la sua attenzione pastorale e il suo impegno nel visitare le diverse comunità della sua diocesi. Tra le numerose visite, una delle più significative fu quella ai ruderi della cattedrale di Alife , devastata dal terribile terremoto del 5 giugno 1688. L’evento sismico aveva causato enormi danni alla città e alla sua cattedrale, lasciando la popolazione in uno stato di profonda desolazione. Mosignor Orsini, mosso dalla sua profonda compassione e dal senso del dovere, si recò sul luogo per confortare i fedeli e valutare di persona l’entità dei danni. Non erano per nulla assenti gli interessi letterari e, più propriamente, lessicografici, dato che era disponibile il Vocabolario degli Accademici della Crusca, il più antico dizionario della lingua italiana, edito per la prima volta a Firenze nel 1612. Il Vocabolario, realizzato dall'Accademia della Crusca, un'istituzione fondata a Firenze nel 1583, includeva le parole dell'italiano basate sul modello del toscano letterario, soprattutto sui testi di autori come Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. L'opera rappresentava una raccolta di lemmi con definizioni, citazioni esemplificative tratte da opere letterarie e informazioni sull'uso corretto delle parole. Il Vocabolario della Crusca è stato un punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo e la standardizzazione della lingua italiana. Fu utilizzato per secoli come guida autorevole per scrittori, poeti, studiosi e insegnanti. La sua importanza non era limitata all'Italia; influenzò anche altri dizionari europei, come il Dictionnaire de l'Académie française. Per un interesse relativo alla storia dell’Ordine carmelitano, e quindi, di conoscenza di se stessi in quanto religiosi, delle proprie funzioni e prospettive, si potevano reperire i due tomi, scritti da padre Giuseppe Maria Fornari, un carmelitano vissuto tra il 1655 e il 1748, dal lungo titolo «Anno memorabile de Carmelitani, nel quale a giorno per giorno si rappresentano le vite, l'opere, & i miracoli di S. Elia profeta loro patriarca, e di tutti li santi, e sante, beati, e venerabili eroi del suo sacro ordine della beatissima madre di Dio Maria Vergine del Monte Carmelo, ordinato, e disposto dal padre maestro Giuseppe Maria Fornari, Tomo primo e Tomo secondo», opera più semplicemente conosciuta con l’abbreviativo di «Anno memorabile de Carmelitani», edita a Milano, tra il 1688 e il 1690, presso la tipografia di Carlo Federico Gagliardi. L'opera appariva una sorta di calendario o almanacco spirituale, in cui ogni giorno dell'anno era dedicato a un santo, beato, venerabile o eroe legato all'Ordine Carmelitano. Particolare attenzione era data alla figura di Sant'Elia, considerato il patriarca e profeta dei Carmelitani, insieme a Maria Vergine del Monte Carmelo, la patrona dell’Ordine. Oltre alle biografie, l'opera includeva racconti di miracoli attribuiti a questi santi e beati, nonché le opere significative che avevano compiuto durante la loro vita. Codesto tipo di narrazione era comune negli scritti agiografici, finalizzati a ispirare la devozione e a rafforzare la fede dei lettori, fornendo esempi di virtù e santità da emulare. Per di più, evidenziando la vita e i miracoli di figure chiave dell'Ordine, l'opera avrebbe contribuito a rafforzare l'identità e l'orgoglio dei Carmelitani nella loro tradizione spirituale e storica. Diverse erano le pubblicazioni contenenti le prediche, i panegirici o i discorsi religiosi tenuti durante il periodo della Quaresima, i quaranta giorni che precedono la Pasqua nel calendario cristiano, un periodo caratterizzato da pratiche di penitenza, digiuno, preghiera e riflessione spirituale in preparazione alla celebrazione della Pasqua. In particolare, i Quaresimali trattavano temi legati alla penitenza, alla conversione, alla riflessione sui propri peccati e al rafforzamento della fede cristiana. Spesso erano incentrati sulla Passione di Cristo, sulla necessità di pentimento e sulla misericordia divina. I Quaresimali erano organizzati in cicli di sermoni, di solito uno per ogni domenica di Quaresima, ma potevano anche essere quotidiani in alcune chiese o contesti religiosi. Le prediche erano tenute da sacerdoti, vescovi o predicatori noti per la loro eloquenza e profondità teologica. La pratica dei Quaresimali aveva radici antiche nella tradizione cristiana. In passato, erano eventi di grande importanza, che attiravano grandi folle e spesso venivano tenuti da celebri predicatori in grandi cattedrali o chiese importanti. Si annoveravano, per importanza, tre volumi contenenti discorsi da usare in tempo di Quaresima: 1) il «Quaresimale del padre Luigi Giuglaris della Compagnia di Giesù», stampato in Milano, «appresso Lodovico Monza», nel 1665. Padre Luigi Giuglaris (1607-1653) era un membro della Compagnia di Gesù, conosciuto per la sua attività come predicatore e autore di testi religiosi, in particolare sermoni e discorsi protrettici rivolti ai fedeli; 2) il «Quaresimale del P. maestro fra’ Agostino Paoletti da Montalcino, dell'Ordine Eremitano del grand padre, e patriarca Santo Agostino. Con quattro tavole de' soggetti, che si trattano in ciascheduna predica; delle materie piu notabili; de' luoghi di Scrittura; e de gl'auttori, che vi sono citati», editato in Milano per Giovanni Pietro Cardi e Gioseffo Marelli nella stamperia «al segno della Fortuna», nell’anno1662. Il Quaresimale del Padre Maestro Fra’ Agostino Paoletti da Montalcino, membro dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino, era un'opera di predicazione che rientrava in un genere molto comune tra i predicatori cattolici del XVII e XVIII secolo. Come altri testi dello stesso tipo, si trattava di una raccolta di sermoni pensati per accompagnare il periodo di preparazione spirituale durante la Quaresima. Essendo un membro dell'Ordine di Sant'Agostino, Fra’ Paoletti faceva riferimento agli insegnamenti del santo fondatore e al concetto di ricerca interiore di Dio attraverso la penitenza e la riflessione spirituale. Le sue prediche mettevano in risalto la necessità di una conversione personale, caratteristica degli scritti agostiniani; 3) le «Prediche quaresimali del p.d. Romolo Marchelli genouese barnabita assistente del padre generale de' chierici regolari di S. Paolo. Con due tauole, vna degli argomenti delle prediche, e l'altra delle materie più notabili, che si contengono nell'opera», pubblicate in Milano nella stamperia di Carlo Giuseppe Quinto, nel 1650. Le Prediche Quaresimali del P. D. Romolo Marchelli rientravano nel genere delle raccolte di omelie e discorsi destinati alla predicazione durante la Quaresima, un periodo cruciale per la preparazione spirituale alla Pasqua. Le prediche erano sia un mezzo per insegnare che per esortare i fedeli a un cambiamento di vita. Lo scopo principale era quello di incitare i fedeli alla riflessione personale, alla preghiera e alla penitenza. Il tono variava dal solenne al severo, soprattutto per enfatizzare la gravità del peccato e l'urgenza della redenzione. Non erano solo strumenti letterari, ma avevano un ruolo fondamentale nelle celebrazioni religiose del periodo quaresimale. I predicatori come Padre Marchelli erano figure centrali nel diffondere il messaggio della Chiesa, specialmente in un tempo in cui la parola parlata era il mezzo più diretto di comunicazione con la popolazione. Per preparare, e esemplare, un discorso o un'omelia solitamente pronunciata in occasione di una festività religiosa o per commemorare la vita di un santo, un martire, o un'altra figura venerata, erano presenti tre volumi: 1) «La costanza peregrina. Predica panegirica per santa Rosalia», in Napoli, per Gio. Francesco Paci, 1668. Era un’opera di Domenico Vinci, dedicata alla celebrazione della figura di Santa Rosalia, molto venerata in Sicilia, protettrice di Palermo; 2) i « Panegirici sacri del padre baccelliere fr. Bonauentura de Bottis Min. Con. di San Francesco», pubblicato in Napoli, nella stamperia di Vernuccio e Layno, in un’edizione molto verisimilmente anteriore rsipetto a quella del 1694. Era un’opera di oratoria sacra scritta dal frate cappuccino Bonaventura de Bottis. I sermoni o discorsi panegirici (che celebravano figure sacre o eventi religiosi) venivano usati come forma di predicazione pubblica nel periodo barocco, con lo scopo di istruire, esortare e ispirare la comunità dei fedeli; 3) i « Panegirici sacri del p. Scipione Paolucci della Compagnia di Giesù», stampato in Venezia, «per (presso) Francesco Storti», nel 1657. L’opera di padre Scipione Paolucci, appartenente alla tradizione dei panegirici, testimonia il ruolo centrale della predicazione religiosa nella vita culturale e spirituale dell'epoca barocca. La data di pubblicazione, 1657, colloca l'opera in un contesto storico in cui la Controriforma cattolica era in pieno svolgimento e gli ordini religiosi, come i Gesuiti, erano particolarmente attivi nel difendere e promuovere la fede cattolica attraverso vari mezzi, tra cui la predicazione. Compariva anche un pregevole trattato filosofico di Tommaso (al secolo Giacomo) De Vio, meglio noto come Caetano o Gaetano (Gaeta, 20 febbraio 1469 – Roma, 10 agosto 1534), dal titolo «Reverendi patris fratis Thome de Vio Caietam … In predicabilia Porphirij & Aristotelis predicamenta ac posteriorum analeticorum libros. Et super tractatum de ente & essentia di vi Thome aquinatis commentaria subtilissima. Et Tractatus eiusdem de analogia castigatissima in lucem nuperrime edita», traducibile in «Commentari molto sottili del reverendo padre frate Tommaso de Vio Gaetano (detto anche Caietanus), sui Predicabili di Porfirio e sui Predicamenti di Aristotele, sui libri degli Analitici posteriori e sul trattato De ente et essentia di San Tommaso d'Aquino. E il suo trattato sull'analogia, accuratamente rivisto, pubblicato da poco», stampato a Venezia nel 1506, «mandato & sumptibus heredum olim nobilis viri D. Octauiani Scotieius Modoetiensis, per Bonetum locatellum presbyterum Bergomensem» (Per ordine e a spese degli eredi dell'illustre uomo, il signore Ottaviano Scotto di Modena, a cura di Boneto Locatello, sacerdote di Bergamo). Questo testo era probabilmente parte di una colophon (colofone), ossia una nota tipica nei libri antichi che indicava chi aveva finanziato la stampa o chi ne era stato il responsabile editoriale. Il testo includeva una serie di commentari su opere filosofiche fondamentali, sia di origine aristotelica sia tomista, e rifletteva la centralità del pensiero metafisico e logico di quei tempi. La raccolta di commentari testimoniava la centralità di San Tommaso d'Aquino e Aristotele nella filosofia scolastica e nella teologia rinascimentale. Il cardinal «Caetano», uno dei più influenti tomisti del suo tempo, ebbe un ruolo cruciale nel mantenere viva la tradizione tomista e nel chiarire molti aspetti del pensiero di Tommaso, adattandolo al contesto intellettuale del Rinascimento. Di argomento segnatamente religioso era anche il volume di Cesare Calderari, dal titolo « Concetti scritturali intorno al Miserere. Spiegati in xxxiii. lettioni. Le quali furono lette dall'istesso nel Tempio della Nontiata di Napoli, l'Anno 1583. Con l'applicazione di molte Feste correnti, con le sue figure, massimamente di tutto l'Avvento», stampato in Napoli, «appresso Horatio Saluiani & Cesare Cesari», 1585. Cesare Calderari era noto per il suo approccio eloquente e approfondito alla predicazione biblica, specialmente su temi legati alla penitenza e alla misericordia divina. La sua opera rifletteva l’atmosfera spirituale del suo tempo, caratterizzata da una forte enfasi sul rinnovamento religioso e morale all’interno della Chiesa cattolica, in particolare nel contesto della Controriforma. Le trentatrè lezioni, lette nella Chiesa dell’Annuanziata di Napoli nel 1583, non erano semplicemente un’esegesi del Salmo Miserere, ma rappresentavano anche un programma di catechesi pubblica, destinato a educare i fedeli sui temi della penitenza, del perdono e della preparazione spirituale in vista delle principali festività cristiane, in particolare durante l'Avvento. Calderari utilizzava uno stile retorico tipico del periodo, che mescolava la ricchezza dell’interpretazione biblica con applicazioni pratiche per la vita spirituale dei fedeli. Di soggetto letterario era la «Prosodia italiana, ouero l'arte con l'vso degli accenti nella volgar fauella d'Italia, accordati dal padre Placido Spadafora della Compagnia di Giesu … Parte prima e seconda», variante del titolo «Prosodia italiana, overo l'arte con l'vso degli accenti nella volgar fauella d'Italia», edita in Palermo, appresso Pietro d'Isola, nel 1682. L’autore era il palermitano padre Placido Spadafora, della Compagnia di Gesù. Era un trattato grammaticale che indirizzava all’uso corretto degli accenti nella lingua italiana volgare, uno strumento essenziale per poeti, scrittori e studenti dell’epoca. Rappresentava uno dei tanti tentativi del XVII secolo di codificare e standardizzare l’uso della lingua italiana, contribuendo al consolidamento delle regole grammaticali e ortografiche. La Compagnia di Gesù, da cui proveniva Spadafora, svolgeva un ruolo importante nella diffusione della cultura e nell'insegnamento delle lingue, e opere come questa riflettono l’importanza attribuita all’educazione linguistica come mezzo per migliorare la comunicazione e la comprensione tra le diverse classi sociali. Non poteva mancare, evidentemente, la Sacra Bibbia, la cui edizione non era specificata. In conclusione, la biblioteca del convento carmelitano di Piedimonte Matese rappresentava un centro di grande importanza culturale e spirituale, custodendo un ricco patrimonio di testi religiosi, filosofici e letterari. Sebbene oggi sia scomparsa, grazie alla documentazione preservata è possibile ricostruire parte della sua collezione, che riflette l'intensa attività teologica, morale e intellettuale del XVII secolo. Le opere presenti, dai trattati teologici ai panegirici, passando per testi filosofici e linguistici, mostrano il profondo impegno nella diffusione della cultura e nella formazione spirituale dei monaci e della comunità. Questa biblioteca era non solo un tesoro di conoscenza, ma anche una testimonianza viva della tradizione e della fede che animavano il convento e l'intera comunità carmelitana.
Riferimenti archivistici e bibliografici
- Archivum Generale Ordinis Carmelitarum, Roma, II Terra Laboris, Conventus 5 «Piedimonte d’Alife (1525-1768)»
- CAMPANELLI Marcella, Geografia conventuale in Italia nel XVII secolo. Soppressioni e reintegrazioni innocenziane, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2016.
- DE SPIRITO Angelomichele, Culto e cultura nelle visite orsiniane. L’osservazione partecipante di un vescovo del Mezzogiorno, Edizioni Studium, Roma 2003.
- GRUPPO MEMORIE STORICHE, Il cotonificio Egg di Piedimonte d'Alife, Ikona, Piedimonte Matese 1996.
- MARROCCO Dante Bruno, Il vescovato alifano nel Medio Volturno, Tipografia Laurenziana, Napoli 1979.
- PEPE Armando (a cura di), Le relazioni ad limina dei vescovi della diocesi di Alife (1590-1659), Youcanprint, Tricase 2017.
- PEPE Armando (a cura di), Le relazioni ad limina dei vescovi della diocesi di Alife (1664 - 1819), Youcanprint, Lecce 2024.
PAGE CREATED BY ARMANDO PEPE | STORIADELLACAMPANIA.IT © 2019-2025
Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]
Storia della Campania. Risorse in rete per la storia del territorio e del patrimonio culturale
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241686 | DOI 10.5281/zenodo.3408416
COME CITARE | CODICE ETICO | NORME REDAZIONALI | CREDITI E CONTATTI
