Il saccheggio di Piedimonte d'Alife nel 1799

di Vincenzo Mezzala, a cura di Armando Pepe

Pagina principale di riferimento: La Campania nel 1799 tra aspirazioni giacobine e insorgenze borboniche e sanfediste

NOTA DEL CURATORE

Questa che segue è una cronaca degli eventi- occorsi a Piedimonte d'Alife (ora Piedimonte Matese) tra il 1798 e il 1799- scritta in presa diretta dall'avvocato Vincenzo Mezzala, domiciliato in Porta Vallata. Si tenga da conto che l'Autore, non conoscendo il francese, scrive come sente, per cui i cognomi degli ufficiali non sono- per la maggior parte- fededegni, e di conseguenza vanno presi con beneficio d'inventario. Data la prosa-, franta, di non facile lettura e in qualche punto ostica se non criptica per la reiterata ipotassi-, si è ritenuto disporre il racconto per blocchi narrativi e/o periodi separati, per creare opportunamente tanti insiemi di proposizioni che costituiscano unità indipendenti dal punto di vista logico e sintattico. La frammentarietà del testo è voluta giustappunto per una migliore fruibilità.

Cronaca degli eventi

Vedute con gli occhi, o udite da altri che, avendole ancor elli vedute, le ànno [hanno] a me fedelmente raccontate, Vi prometto, col medesimo stile, [di] narrarvi le conseguenze di questo sacco, e quindi la mutazione di costume di tutta la nazione, ed altri obbietti politici da interessare la curiosità dei posteri, perché prendano norma -se il mondo dura- di rallegrarsi nelle sciagure dell'umanità, persuadendosi che, quanto accadde agli uomini, tutto è un ordine adorabile della Divina Provvidenza, per cui- diceva un Santo morale- la storia degli uomini deve appellarsi assolutamente "l'Istoria di Dio".

I. Li veri motivi di quest'undicesima invasione del Regno di Napoli fatta dalli Francesi

Convien che si sappia che fin da' principi del XVIII secolo si stabilì dall'Inghilterra in Francia, in mezzo a quell'ugonottismo, una nuova setta in religione e politica, denominata "de' Massoni", la quale nel massimo e mai scoverto segreto si sparse col suo proselitismo per tutta la superficie della Terra, cosicché verso la fine di quel secolo ve n'era anche nel Regno [di Napoli] un numero grandissimo di iniziati e confratelli.
Ed a me ne fu comunicato un de' massimi obietti nel dì ultimo del carnevale del 1773, in Napoli, da un giovane jurista [giurista], uditore di Eineccio [Johann Gottlieb Heineccius, latinizzato dal tedesco Heinecke] di nome Don Vincenzo Pantano, che fu in Germania a servigio della grande imperatrice Maria Teresa, nella guerra col re Federico il Grande di Prussia.

[…] [Fu] ordita [una] massonica Rivoluzione in Parigi e in un baleno [si propagò] per tutte le Gallie [la Francia].
Fu arrestato il re [Luigi XVI], con la regina [Maria Antonia d'Asburgo-Lorena], col figlio [Luigi Carlo di Borbone, il Delfino], e con la madama Elisabetta [Elisabetta di Borbone], che poi fra [entro] due anni venirono decapitati, cioè li sovrani ed Elisabetta; il Delfino avvelenato, e solamente riservata la figlia, di nome Teresa Carlotta, la quale dopo quattro anni fu cambiata per il general francese Sémonville [Charles-Louis Huguet de Sémonville], che nelle successive guerre che seguirono fu fatto prigione dai tedeschi in una imboscata.

Alla mossa di quella nazione [la Francia] si posero in guardia li potentati d'Europa, e fattasi lega tra gl'inglesi, olandesi, spagnuoli, prussiani, principi dell'Impero e l'imperatore Pietro Leopoldo, il re di Sardegna, accedette a questa lega ancora il nostro re Ferdinando [IV di Napoli], contro il consiglio de' suoi veramente fedeli ministri; ma il fatto sta [che], durando questi trattati, in Napoli si trovavano degli affissi [manifesti], fra i quali uno che così diceva: "Tutte le mode vengono da Francia".

Ma che? Tutti questi potentati che sembravano di inondar la Francia e punirla de' parricidi dei loro sovrani, e che sparsero la fama di guerra di religione, in quella impresa furono per tutto disfatti, e si divenne ad un accomodamento che, non essendo piaciuto agli inglesi, questi tanto si maneggiarono che feron [fecero] ripigliar l'armi all'imperatore Francesco, succeduto a Leopoldo, ai principi dell'Impero, al re di Sardegna, ed anche al turco ed allo zar di Moscovia [Mosca] Paolo I.
Cosicché si rimise in nuova aspettativa il mondo in questa unione; ma non solo verificossi, ma confermossi, con i geminati effetti, la gran massima politica che sempre[..]

[..] Con un "Chi si può salvar che si salvi",[il comandante in capo (Karl Mack von Leiberich) e gli ufficiali del corpo di spedizione napoletano/borbonico] abbandonarono il campo ai francesi, che l'assalirono, lasciando provvisioni [e] da bocca e da guerra, perdendo stima e roba per tradimento, come a me raccontarono 27 paesani che furono in quella campagna [culminata nella battaglia di Civita Castellana, il 5 dicembre 1798], nella quale tanto è alieno dal vero che il general Cerchiara [Andrea Pignatelli di Cerchiara] ed altri nostri si fossero almen qualche volta battuti, che un nostro piedimontese, in un giorno, benché semplice sergente- di nome Michelangiolo di Fidio- dové comandare un distaccamento di 700 uomini, tenendo fronte al nemico, mentre l'officialità [cioè gli ufficiali napoletani] cicisbeava in città con le dame.

Mai fu creduto il tradimento se non quando fu consumato, comeché [quantunque] ne fosse stato avvertito il Re da vari soggetti, e specialmente, come si disse, dal marchese di Gallo [Marzio Mastrilli, marchese (poi duca) di Gallo, sul Matese], l'unico dei ministri inteso in diplomatica, e di provatissima fedeltà.
Ma, ritornando al fatto, li francesi, inseguendo li nostri, spargevano da per tutto il terrore, ed appena entrati a' confini del Regno, tutte le città e terre per cui transitarono furono ad enormissime estorsioni di contribuzioni assoggettate o al sacco, siccome per gli Abruzzi [i francesi] praticarono.

Essi [i francesi] si servivano delle seguenti manovre: ordinavano alle università l'appronto de' viveri- e questi indeterminati di quantità [cioè ad nutum]- quando meditavano di dar il sacco a quel tale paese; quando non avevano questo pensiero, ordinavano [alle università] viveri e foraggi per il sestuplo di ciò che li [gli] occorreva, spargendo [voce] che avevano un'armata di sessantamila uomini, divisa in quattro colonne, quando in realtà non erano in tutto, che penetrarono nel Regno, che circa 18000, poiché- come mi disse Don Nicolò Buccini Capuano, console di nostra nazione in Ancona- ne completarono [furono in tutto] 23000, tra francesi, cisalpini, polacchi, ebrei e regnicoli; ma il di più [il grosso delle truppe] lo lasciarono nello Stato Pontificio.

Quindi le di loro colonne effettive, che discesero per gli Abruzzi, non erano numerose più di due in tremila combattenti, e pur domandavano per 12 e 18 mila, e corrispondentemente imponevano le contribuzioni pecuniarie, le quali veramente da niun popolo furono pagate a rigore, ma per il più con passabile transazione. Questo sì che tra 18000 soldati si contavano circa 15 generali di divisione, un numero esorbitante di chefs di battaglione, e capitani; poco mancava che fosse più numerosa l'ufficialità che la truppa.

Ora, sebben siasi detta la origine di questa invasione, accaduta per la infrazione dei patti per parte del nostro [Re] e del Re di Sardegna, operata con incredibile scaltrezza da' massoni regnicoli confidenti del Re, nondimeno li francesi sparsero che essi si erano mossi perché il Re [di Napoli] erasi condotto a turbarli la pacifica di loro stanza in alieni Stati.
Ed è da notarsi che questa guerra fu titolata di religione, ma giammai si praticò un atto di religione; e la nostra truppa […] ebbe per suoi officiali […] tutti miscredenti e veri inimici del soldato; per cui in appresso tutta la gioventù si risolvette più tosto di essere uccisa che arrolarsi sotto la condotta di generali del Re [di Napoli]; ed altri protestarono che nel caso vi era qualche altra campagna, o sarebbero disertati, o avrebbero trucidati i capi, e li avrebbero eletti fra di loro, come poi féro [fecero] nel riacquisto del Regno [di Napoli] li calabresi [sanfedisti], li quali non vollero comandanti destinati dal Re.

Premetto, per intelligenza di quel che seguirà in appresso, che quando fu fatta la Rivoluzione in Parigi, un partito di congiurati e veri massoni, ed il più numeroso e forte, si elesse per luogo parlamentario il monastero de' Padri Domenicani, detto in Parigi di "San Giacomo"; dove questi sostenitori della Rivoluzione si univano a consultare il politico, l'economico, il civile e il militare in quella orribilissima anarchia (che poscia soffrimmo ancor noi).
Da tal luogo questo Partito fu denominato "de' giacobini", e giacobini furon detti tutti li di loro seguaci.
Quindi questo nome adattossi presso tutte le nazioni, e fra noi altresì, a tutti coloro che o si dichiaravano pel sistema francese, o del genio [caratteristica propria o distintiva d'una nazione] francese si dimostravano, benché in tempo che il sistema francese dominò in Napoli, tutti si distinguevano col nome di "patriota", restando il nome di "giacobino" per il più infame del mondo, ed il giacobinismo da' stessi francesi abolito ed aborrito, perché sostenitore del terrorismo rivoluzionario; imperocché [poiché] quei satrapi [dei giacobini] avevano sposato la snaturata massima di inoltrar l'intento col sangue e col terrore; tanto [è] vero che, nel terzo anno della Rivoluzione, vi fu un capo di giacobini di un Partito spaventoso, di nome Jean Paul Marat- che fu causidico- il quale disse a madamigella Carlotta Corday- che poi l'uccise nel bagno- queste tremende parole: "Per rassodar la Rivoluzione mi occorrono altre duecentomila teste". Al che la ragazza li [gli] trapassò virilmente il cuore con un colpo di stile [stiletto]. Ciò detto, in appresso usar dovendo le voci "realista" e "giacobino", non vi sarà più equivoco per l'intelligenza delle stesse, che di sovente occorreranno nella narrativa dei seguenti fatti.

II. Si descrive l'arrivo di una colonna di 1775 francesi in questa città a dì 8 gennaio del 1799 e come fu aspramente saccheggiata per lo spazio di cinque intiere notti e quattro giorni

Essendo fuggito il nostro Sovrano a' principi di dicembre dal Regno, con aver fatto incendiar molti bastimenti, e far getto di munizioni da guerra, lasciò di pubblicarsi un manifesto, con cui diceva ai popoli che si levassero in massa contro quelle orde di assassini- li quali venivano a toglierci la religione, l'onore e le proprietà- che marciavano a piccioli distaccamenti, non più numerosi di duemila uomini per ciascun di essi; che [i regnicoli] non si fossero fatti sedurre dai malintenzionati.

Subito [il manifesto con l'ordine reale] giunse anche qui [a Piedimonte], e fu convocato un general parlamento nel quale fu- coll'assistenza di un ufficiale che aveva la paura impressa nel viso- pubblicata e proclamata la leva in massa dal dotto domenicano padre Ottavio Maria Chiarizia- da me accudito- e fu eletto comandante della nostra massa [di soldati, di fanteria] il balestriere Francesco Di Tommaso, facendo conto di poter unire 2000 uomini, che io proposi farli- in cinque distaccamenti- imboscare tra le falde e le fratte delle montagne di Alife e di S. Angiolo [Sant'Angelo d'Alife], per passar quivi e di qui [andar] altrove, per recarsi in Napoli, potendo esser noi soccorsi dalle massette [di soldati] di S. Angiolo e di Alife.
Ma occorsero due motivi, che raffreddarono il popolo- animato da una predica angelica e profetica fatta dal santo sacerdote Don Pietro De Lellis, canonico della nostra collegiata [dell'Annunziata]- e che furono:

[1] il primo, che mancavano le armi e le munizioni, ed eccone la cagione: ad agosto 1798 fu consigliato al Re [di Napoli] dai suoi ministri giacobini che avesse disarmata la nazione, cercando un dono gratuito di tutti i fucili capaci almeno di una palla di tre quarti d'oncia; dalla qual richiesta ne avvenne che li possidenti di tali fucili, carabine, sciabole, baionette, fecero a gara di donarli al Re per fornirne l'Armata, non ostante che l'Esercito fosse al doppio provveduto di simili armi, dette di munizione, poiché non vi fu pur un soldato che delle armi donate fossesi guarnito, avendosele prese tutte o la birreria [i birri] dei Tribunali provinciali, o li rapacissimi ladri, subalterni delli stessi [birri], per essere le più belle e buone armi della nazione, poi che [poiché] quelle che furono consegnate a' soldati erano pesantissime e fabbricate in modo da non poter far fuoco; e ciò affermo per la veduta di moltissime [armi] che mi passarono sotto gli occhi; al qual proposito ricordo ciò che un bravo calabrese, Francesco Saverio Bianco, riferì al cavaliere [John Francis Edward] Acton, cioè che quel disarmo si era suggerito dal giacobinismo, e con furore eseguito per tradire il Re e la nazione, che la gente era pronta a levarsi, ma non avea l'armi, e che perciò l'avesse mandate, perché altrimenti non si sarìa [sarebbe] verificata cosa veruna di buono;

[2] ed ecco l'altro motivo del prosieguo del fatto: il 28 dicembre 1798 giunse qui [in Piedimonte] l'avviso che il generale Daniele de Gambs- il quale era marciato con seimila uomini contro li francesi che entravano per la via degli Abruzzi- era stato disfatto a Popoli, e che veniva inseguito dalli medesimi [francesi].
Infatti alle ore 18 della mattina [verso le 10] [il generale Daniele de Gambs] giunse qui con uno squadrone di mille e duecento cavalli, tutta gente scellerata- ma l'ufficialità scelleratissima- che portava in fronte la viltà ed il tradimento; ci arrivarono in un diluvio di acque, nevi e venti, indici dell'ira di Dio; questa gente- come mi fu detto da alcun di essi più sincero- mai si battette col nemico, ma retrocedette sempre, voltando [la] faccia al solo nome dei francesi, e sempre coll'ordine de' comandanti; al vedere que' cavalli sembravano tanti scheletri, poiché marciavano senza foraggio e senza provvista, nel tempo stesso che il soldato facea passarsi la razione.

Il generale Daniele de Gambs alloggiò nell'episcopio, dove, visitato da Don Francesco Di Tommaso- comandante della massa-, costui li [gli] domandò come doveva condursi, nel caso che il nemico faceva questa via; ed egli il [gli] rispose: "Caro Don Ciccio, il nemico è forte di 12000 uomini, tutta gente feroce, ed ha una grande artiglieria; io ti consiglio a salvarti e non fare resistenza; del resto, se [il nemico] sarà ben ricevuto, non vi è che da temere".
Udito ciò il Di Tommaso, la stessa notte, colla sua famiglia, montò a cavallo, salvando ciò che poteva, e si avviò per la montagna, dove stiè [stette] fino al dì 15 gennaio 1799. Quindi, quella massa che poteva [cioè, che avrebbe potuto distruggere] distrugger la colonnetta che di qui transitò, fu dissipata.

Il de Gambs disse che egli da Popoli era disceso a Isernia e, per il Pagliarone, aveva preso la strada di Sant' Angiolo [d'Alife] per venir qui [a Piedimonte]; ma [ciò] non fece [indusse a] riflettere che la cennata via era disadatta al trasporto dell'artiglieria ed attissima all'imboscata, e dall'altro canto sicurissima per li nemici, che dovevano per Puglianello instradarsi a Benevento, e di qui a Napoli o in Capua, già messa in blocco ai [il] 26 dicembre [1798].
La stessa sera dunque del dì 28 dicembre giunse qui [a Piedimonte] quell'altro tagliacantoni, e brigadiere, Don Scipione della Marra, con 30 fucilieri di campagna, coll'avviso che marciavano a [verso] questa parte 700 disterrati, cioè facinorosi liberati dalle carceri, [ove stavano], per esser ladri o omicidiari, o di altre scelleratezze rei; si tenne un consiglietto di guerra, nel quale il de Gambs si oppose a tutti i progetti di difesa, come che [quantunque] il della Marra avesse proposto colla truppa che ci era, colli [con i] 700 disterrati che camminavano, e con le masse, di impedir il passo alli 1775 francesi, che dovevano passar di qui;
ma il de Gambs il ributtò [rigettò ogni proposta] col dire che non ci erano forze (cioè non ci era coraggio in lui), e il della Marra- che questo cercava, per evitare il cimento e restar giustificato- cedette alle ragioni del generale [de Gambs]; e si risolvette di portarsi [entrambi] in Napoli, cioè il della Marra per la volta di Benevento, ed egli [de Gambs] per Caiazzo;
non ostante che l'onesto gentiluomo Don Fernando Campopiano avesse offerto un sito di Sant'Angiolo [d'Alife], sua patria, attissimo a distruggere la colonnetta francese. Sicché [de Gambs e della Marra] stiedero [stettero], fino a tutto il dì 29 dicembre, qui [in Piedimonte], e la mattina del 30 dicembre sloggiarono; ma come?

Il della Marra partì co' suoi fucilieri, lasciando ordine che, pervenuti li disterrati nel campo di Alife, li avessero avviati presso lui, ed il de Gambs- con altri officiali ed il nostro vescovo Emilio Gentile- ritirossi in Napoli, donde più non partissi né operò cosa alcuna.
Ora rifletta il lettore se questo generale de Gambs si portò fedele al Re.

Qui [a Piedimonte] fu udito dire a' suoi soldati che, se volevano seguirlo, l'avessero fatto, dacché egli licenziava chiunque volesse ritirarsi dal servigio, come infatti tutti ritiraronsi con armi e cavalli, che poi vendevano per piccola bagattella.
Si disse che l'armata di questo generale [de Gambs] si avesse divisa la cassa militare, e che [gli stessi ufficiali e/o soldati profittatori] sparsero essere stata rubata dai francesi.
Si disse che [de Gambs], giunto che fu a Pescara, non volle ordinarsi [disporsi] contro il nemico, che poteva respingersi con soli 300 uomini.
Ma non fu così infedele il terribile abate Don Giuseppe Pronio, abruzzese di Antrodoco, il quale, penetrato dal manifesto del Re, sortì in campagna con una piccola massa di 400 compagni, e fu il flagello de' francesi coll'uso delli soli fucili.
Imitator di costui fu Michele Pezza, di Itri, denominato Fra Diavolo, che, con poca gente, con piccole azioni ed imboscate, distruggeva li nemici in una maniera insieme prode e feroce.
Ma di costoro farassi lodevole parola da altri che ne stan registrando le gesta.

Torniamo al nostro fatto. A' 2 gennaio 1799 vennero in Alife li disterrati con alcuni turchi, messi anche in libertà. Subito si diedero all'esercizio di lor professione, cioè a rubare. Li officiali non potevano correggerli, per timor della vita.
Or, che poteasi sperar da questa bruta razza di gente, la quale, alla fine nel nostro Mercato [in piazza Mercato, l'attuale piazza Roma, in Piedimonte], la mattina delli 3 [gennaio] si espresse così:
"Che se venivano li francesi, li avrebbero abbracciati come loro liberatori, perché se essi [i francesi] non venivano nel Regno, il Re non li avrìa [avrebbe] data la libertà, onde a quelli [ai francesi] e non al Re erano obbligati".
Inquieti, disumani, feroci, finalmente la mattina dell'Epifania presero la volta di Puglianello, ma di essi molti qui [a Piedimonte] si vendettero li fucili, e le cartucce, e lo stesso, cammin facendo, per gli altri paesi praticarono que' che restavano, poiché tutti si ritirarono nelle loro patrie.
La libertà di questa gente produsse due danni: l'uno di dispendio al Re, e l'altro di ruina [rovina] per le provincie, che ricominciarono ad infestare, riuniti in massette, ed impedivano il commercio generalmente.

Finalmente, la mattina del giorno 8 gennaio 1799, ritornandomi dal [Convento del] Carmine [in Piedimonte], m'incontrai non lungi di mia casa col canonico della cattedrale Don Vincenzo Meola che, di galoppo, venendo da Alife, mi chiamò, e disse in segreto:
"Amico, l'avanguardia francese è in Alife, per cui me ne son di fretta scappato".
Io, svagato dall'avviso, riflettei ad alcune precedenti disposizioni; ed erano che il nostro principe, Don Onorato Gaetani, scrisse al suo agente Eugenio Sarrubbi una lettera, in cui- con sentimenti ostensivi da manifestarsi in pubblico-, faceva sentire che dal popolo si fossero accolti i francesi con buona ospitalità, perché non ci sarebbe stato di che temere.
Tanto scrisse il principe, perché il padre, il duca Don Nicola Gaetani, aveva, con simulato contratto, pochi giorni prima, refutati [rifiutati] li feudi ad esso principe, con politico accorgimento, cioè, che, quindi, lui [il duca] avrebbe seguito il destino del Re, ed il figlio [il principe] sariasi accostato a francesi, a ciò che, dopo la guerra, si foss’egli il duca ritrovato lodevole, comeché [quantunque] ponesse a cimento di sacrificare il disaccorto giovine.
Si credette dunque un po' di intelligenza tra il principe ed i francesi, e per questo verso vi era motivo di freno al timore.
Si bassarono le campane, o se ne tolsero li martelli, disposta la gente alla quiete ed a soffrir questo passaggio alla meglio che si poteva.
Fummo noi avvisati dal vescovo dell’Aquila [Francesco Saverio Gualtieri], e da altri sacerdoti abruzzesi, che non ci fossimo fidati delle quiete apparenze e de' proclami del nemico, perché sapeva esso [il nemico] trovar il pretesto di dar il sacco alle città ospiti.

Infatti sospettai, e giudicai, della rea intenzione la mattina del dì 7 [gennaio 1799], quando giunse qui [in Piedimonte]- al sindaco Don Andrea Imperadore-, l’ordine del generale Lemoine, e che io lessi sulla Casa della Corte [palazzo ducale], concepito così: "La municipalità di Piedimonte provveda l'armata francese di pane,vino, carni, olio, avena, fieno ed orzo"; contravvenendo, si minacciava l’esecuzione militare.

Io feci avvertire che quest’ordine era preludio di qualche tragedia, perché non si diceva il luogo dove volevasi il vitto, e i foraggi, né il numero de' soldati, né il quantitativo della roba; poiché, io dicevo, costoro avranno sempre in favore un motivo di doglianza per assassinarci.

Ora, stando tutta la città in allarme, ed irresoluta, verso le ore 19 fuvvi [vi fu] un pispiglio [bisbiglio], e corsi alla finestra di mia casa, corrispondente dirimpetto alla così detta Porta Vallata, a' dirittura [in direzione] della strada de' Fossi, e vidi giunger il mentovato generale [Lemoine], due aiutanti, e cinque soldati, tutti cavalcando cavalle grassissime e grandi; ed avendomi tratto il berrettino, tutti gli otto mi corrisposero col cappello, dal che presi alquanta lena.

Essi si condussero nell'episcopio, non volendo star nel palazzo ducale, dove furono istradati.
Sortii, curioso, di casa, ed andiedi [andai] al Mercato [in piazza Mercato], dove, appena giunto, sentii toccar il tamburo, credendo- com’era-, che veniva la truppa; ritornai, e mi postai alla foce [apertura in genere, da cui si possa entrare o uscire] del Mercato, e tosto cominciò a passar la soldatesca, in fila, a quattro a' quattro, onde ebbi l’agio di numerar che gente entrava;
e terminato che fu il passaggio, trovai che non erano più di 270, oltre all'ufficialità [gli ufficiali], ché in tutto completavano il numero di 305, oltre a 50 dragoni, che erano tutti polacchi, ma con uffiziali francesi.

III. Si descrivono questi francesi negli abiti, ne' modi, nel corpo, e in altro

Ci aveva dato un'idea della truppa francese un novellista cesenate, ma non sempre si poteva credere alla dipintura [al quadro] che ne faceva. Tuttavia quando, con gli occhi propri, vedemmo quel distaccamento di gente che venne qui, la fede [la fiducia accordata allo scrittore di Cesena] diventò evidenza.

In fuor [all'infuori] di qualche nano, il restante dei francesi era tutta gente procera [alta] e robusta, ma smunta, debole per la fame, lacera, perché senza abiti, scalza, perché non aveva scarpe né calze, e pochi avevano l'uniforme; il restante era coperto di cenci, e ne vedi due, con uno straccio di manta [coperta] vecchia di lana indosso, come due mendichi.
Avevano un guardo torvo, ed infedele, perché o bieco, o a terra fitto.
Non saprei dire se la prevenzione per la fama precorsa, o perché tali fossero stati, ispiravano il terrore, che sogliono incutere li ladroni nelle campagne a' passeggeri.
Facevano la mira ai nostri cappotti, agli oriuoli [orologi], ed alle fibbie di argento.

Con la gente che li [gli] si accostava, [i francesi] volevano a forza che avesse capito il di loro linguaggio, benché [costoro] avessero ben parlato l'italiano, poichè, -per quel che da loro stessi ne appurai in casa [mia]- era gente che stava in Italia da circa tre anni indietro, o erano cisalpini assoldati da' francesi, poiché questa colonna contava pochi francesi, ma [tra i ranghi] vi erano polacchi, ebrei, cisalpini e regnicoli, che tutti passavano presso noi per francesi perché tutti parlavano il francese.

Quel ch'è da notarsi, è che li soldati minuti subito si associarono colla gente più sospetta, poltrona e scellerata del paese, che presero forse per guida al fine- che si avevano prefisso- di saccheggiare questa città, di sfamarvisi, e di sfogarvisi, come nel paese di Cuccagna.

Conviene però dire il vero, e si è che fra tanta feccia dell'umanità, vi erano degli [individui] buoni ed umani, essendo io testimone degli uni e degli altri di loro andamenti. Immediatamente che giunse nel nostro Mercato [in piazza Mercato], questo distaccamento si sdraiò per terra, e si scorgeva assai bene esser non già della generosa nazione francese, ma ben assortito della feccia del sanculottismo francese, italiano, polacco ed ebreo.

Poiché ne' modi e nelle maniere imperiose e superbe- colle quali cominciarono a domandar dai mercadanti [mercanti] [panni] per vestirsi, e del vino per ubriacarsi- si scorgeva che [i francesi] il tutto volevano per violenza e non per prezzo, come avevano spacciato, in nulla corrispondendo all'energico proclama preceduto [che li aveva preceduti], con cui si prometteva ai popoli "Libertà, Uguaglianza e Fraternità", difesa di religione, onore, vita e proprietà.

Essi [i francesi] non portavano [con loro] cassa militare né provvigioni, onde conveniva che ne fossero provveduti da' popoli presso de' quali si trattenevano; tanto più che le Armate francesi avevano preso il nome di liberatrici e rigeneratrici dell'umanità, gemente sotto il giogo de' Re della Terra, [cosa] di che si pregiavano colle parole seducentissime, comeché [sebbene] il fatto dimostrasse che meritavano il nome di desolatrici.

IV. Si espone lo stato delle cose dal dì 8 gennaio fino al dì 10 del medesimo mese

Stando, come fu detto, la truppa al Mercato [in piazza Mercato], tutte le botteghe- e i fondachi- di quella piazza furono chiuse; e cominciarono a trattar con essi [francesi] un religioso, giovine carmelitano- il padre F. Tommaso Duracci, il quale fino a quel tempo aveva celato di saper il francese, ma fu allora che lo vidi affratellato con gli ufficiali, e mi era amico- e il dottor fisico medico Don Antonio d'Amore, che da ragazzo fu mio discepolo.

Pensando alla sicurtà domestica, dacché non credevo opportuno con mia moglie abbandonar la casa, mi accostai a padre Duracci perché, se la truppa doveva distribuirsi in alloggio, mi avesse procurato un onesto officiale. L'amico [padre Duracci] dunque, prima dissemi che tutti sarebbero stati in quartiere al [Convento del] Carmine, e in San Domenico, ma da lì a poco mi disse la mutazione di quello stabilimento [l’atto, il fatto di stabilire o di venire stabilito], e mi ottenne in alloggio a casa mia un capitano dei granatieri, tedesco di origine, di cognome Wolff, uomo di circa cinquantacinque anni, fumatore e bevitore, ma onestissimo ed umano.

Io lo condussi meco, e gli feci sceglier il quarto di suo gradimento, sulla credenza che non vi sarebbe rimasto che per due notti e due giorni. Egli si scelse quello che corrispondeva a Porta Vallata, in cui situò un corpo di guardia a sua vista. Subito tornò a sortire, ma da lì ad un'ora ritornò, e volle tabacco per fumo, e vino, di cui bevette abbondantemente, essendo ottimo.

La truppa si acquartierò ne' cennati due conventi, invece il generale [Lemoine] [e lo stato maggiore] nell'episcopio, ed altri capitani nelle case di Don Vincenzo d'Amore, [e delle famiglie] d'Agnese, Ragucci e Pitò; gli altri ritornarono in Alife.
Furono, la stessa sera, situate le guardie per tutte le uscite e i capistrada della città, essendo venuta altra truppa dal campo di Alife.

All'una della sera [circa le 18], venne in casa un altro officiale, di nome Albout, tenente della stessa brigata, la XVII° dei granatieri, ma ebreo di discendenza; e perché io non aveva apparecchiato un altro letto, costui, verso le quattro ore della notte, mi cercò due materassi; io che poco lo intendeva, non sapeva che dirgli; onde s'infuriò, domandando il letto - come quello del capitano [Wolff]- con queste parole:
"Subito, e pensateci voi".

Qui cominciò il mio sospetto; io non avevo che un altro materasso, egli ne voleva due; gli dissi che a quell'ora non potevo servirlo, che gli avrei accomodato un letto al meglio che si poteva; si calmò; fu gittato un materasso su di un'altra lettiera, egli vi stiède [stette] un poco, e poi sortì a montar la guardia. La notte, io e mia moglie ci adagiammo vestiti, al meglio che potemmo; e stemmo quietissimi nel fatto, ma inquietissimi di fantasia.

Il capitano [Wolff] si empì una tasca di vino, e si chiuse al riposo ancor esso verso le ore quattro della notte [le 22 circa].
Intanto, una partita [quantità] di soldati, la stessa notte, assalì la casa de signori Meola; e vi fecero un grosso sacco, di là passarono al Convento de' Cappuccini.
Un'altra partita insultò la casa di Don Gioacchino Bojano; e la truppa in campagna si diede a depredar per le masserie di quanto vi esisteva, insulto che produsse gli effetti del dì 10 [gennaio], come or ora diremo.

Il mercoledì mattina vennero in casa [mia] altri quattro ufficiali, che vollero colazionare [fare colazione]; gli offersi caciocavallo, e prigiotto [coscia di suino privata dell'osso], ma non ne vollero; si contentarono del cacio fresco e del vino.

La mattina desinammo il capitano [Wolff], [il tenente] Albout, ed io; e notai che non mi astrinsero [costrinsero] a farli sicurtà col ber io prima, né la sera, né più in appresso; ma mangiarono le molte cose, bevettero [bevvero] il moltissimo vino.
Il giorno, dopo desinato, sortimmo e giungemmo, col capitano [Wolff], al [Convento del] Carmine, dove [nei cui pressi] c'era la bottega di rosolio e del caffè; e il capitano fece complimento di rosolio a quanti vi erano, e dopo egli ne gustò pochissimo.

Il [lo] lasciai nella bottega, e salii sul Convento, dove trovai una orribile confusione, e dissi perciò al priore, padre Michele della Corte, che avesse tolto il Santissimo dalla custodia. Ei [egli] mi rispose che non era più tempo di farlo, perché la chiesa era piena di soldati; li [gli] dissi che avesse almeno sunte [prese] le particole consacrate, ma non ebbe tal coraggio.

Intanto il capitano [Wolff] era tornato in casa [mia], ma mia moglie non volle aprirli [aprirgli], sinché non il fé [lo feci] accompagnar da un'altra persona; e salito domandò del filo, ed aghi, per rattopparsi [la giubba], o un sarto. Essa [mia moglie], che nulla il capiva, ci [a lui] fé [fece] una lunga diceria, in mezzo alla quale giunsi io, e li fei [gli feci] chiamar il sarto.

Si fé [fece] notte, ed il capitano [Wolff] cenò, ed indi andié [andò] egli a montar la guardia, lasciando in riposo [il tenente] Albout, con un altro ufficiale che dormì seco insieme; ed allora capii che il capitano [Wolff] soffriva la scabbia, per cui [il tenente] Albout non volle dormirvi la notte antecedente.

Ma già alle ore 24 [le sette di sera, circa] venne in casa [mia] il sindaco, Don Andrea Imperadore, sbigottito, ed in minaccia, dicendomi [chiedendomi], presto presto, la rata di contribuzione, in trenta ducati in oro; "perché"- disse il sindaco- "si è messa la contribuzione di ducati undicimila per [fino a] tutto domani mattina, altrimenti io sarò fucilato, e la città andrà a sacco".

Io non avea tal danaro; presi licenza da' miei ospiti e, sul momento, andiedi [andai] dal dottor Don Tommaso Paterno, che m'imprestò dieci once, e corsi a casa d'Agnese, dove si faceva "la cassa", e riscossi il certificato; e, tornato in casa, raccontai agli ospiti il cimento e se ne mostrarono addolorati nel sentir la taglia toccatami;
e quindi, mi domandò [il tenente] Albout dello stato della città, e delli seguenti cittadini, cioè di: Don Nicola Pitò, Don Nicola Pascale, Don Domenico del Giudice, il padre abate de' Celestini Don Rodesindo Cutinelli, Don Giuseppe d'Agnese, Don Gioacchino Bojano, Don Vincenzo d'Amore; e di altri.

A questo interrogatorio mi posi in attenzione, e li [gli] dissi che la città era povera in generale, fra l'altro perché il Re [di Napoli, Ferdinando IV] aveva ritirati tutti gli ori e gli argenti [ci si riferisce al prestito degli ori del 1794 e alla tassazione dei luoghi pii del 1798], che il traffico mercantile si era da due anni interrotto, e che li cittadini nominati erano ricchi in opinione della plebe, ma non in realtà, poiché, industriando qualche poco di vettovaglie, le stesse non le aveano ancora smerciate, appunto pel corso della guerra, che impedito ne avea [aveva] il traffico; ma già capii la rea intenzione, che scoppiò il seguente giorno.

Erano venuti coi francesi qui molti regnicoli giacobini, fra quali un tale Don Andrea Valiante, di Jelsi, in contado di Molise. Costui subito si portò al monastero di monache di Vallata [quartiere di Piedimonte], dove domandò della badessa, ch'era Donna Eleonora Pecci, di Vinchiaturo, e se le manifestò parente, e l'assicurò- me presente, dacché la badessa mi mandò a chiamare, per esser io avvocato del monastero- che sarebbe il tutto passato [accaduto] con tranquillità.
Anzi, [Andrea Valiante] disse che ci [nel monastero] avrebbe portato il generale [Lemoine], e che in tale occasione li [gli, al generale Lemoine le suore] avrebbero dovuto fare un complimento [un ossequio].
Il Valiante era parente ancora di Don Nicola Meola, perché zio della moglie, Donna Carmela Martorelli, onde alloggiò in casa di esso Meola.

Nel giorno 9 [gennaio], mercoledì, fin dalla mattina li francesi cominciarono a tentar la plebe paesana, perché avesse detto [al popolo] che veniva la cavalleria napoletana per assalire la città; e ciò [i francesi propalarono] per far succedere qualche sollevazione, e prender occasione di saccheggiar la città.

Sicché prevalse a segno questa diceria, che già vi fu chi la credette, e fra gli altri Don Valentino (Valenzio) Missere, speziale di medicina, il quale pose in speranza di tal impossibile soccorso [cioè dell'arrivo della cavalleria napoletana] molti contadini vallatani [di Vallata], già disgustati per le ruberie [dei soldati francesi] e per non essere intesi nei ricorsi.

Si era, inoltre, per mezzo del Valiante, mischiato nell'affare della contribuzione Don Giacomo Pietrosimone, voluto [intenzionale] giacobino di San Potito [Sannitico]; e si disse che [quest'ultimo, cioè Don Giacomo Pietrosimone] avea ottenuto la transazione per tremila e cinquecento ducati, cioè, tremila pel generale [Lemoine], e cinquecento pel secretario [il segretario del generale Lemoine];
ma siccome si era stabilito che [i ducati] si sarebbero pagati la mattina del giovedì, per mezzo del Pietrosimone, costui- non si sa perché- non venne che verso le ore 19 [le 14, circa] di giovedì 10, dopo che il generale [Lemoine] era andato a caccia con Don Marcellino Greco e Don Pietro d'Amore, creduti [presunti] giacobini. Sebbene vi fu chi sospettò che il ritardo del Pietrosimone fosse stato [fatto] di concerto [con i francesi] per dar causa al sacco, che nel dì 10 [gennaio] infatti avvenne.

Poiché, dimorando nell'episcopio, il generale Lemoine- presenti Don Salvatore Caso (maestro di casa del vescovo), il suddiacono Don Ottavio Scappaticci, e il nostro governatore Don Gaetano Lombardi- diede ordine che si fossero procurate 24 libre di cera, la quale certo che non serviva di voto a' santi, né [era] di necessità in casa, che di tutto era in abbondanza, e di proprietà provveduta, ma sibbene per il sacco- che si meditava per la vegnente [prossima] sera- se non generale, almeno particolare, dacché [dal momento che] il generale [Lemoine] se ne partì prima dell'ora stabilita pel pagamento della contribuzione, e non ritornò che alle ore 24 [le 19, circa].

E perciò, quei paesani, sospettando di quel che si macchinava, ne avvisarono molti amici, che si allontanarono dalla città, fra quali il dottor medico reverendo Don Marcellino De Lellis, che fu con doppia provvidenza preservato; e perché io non sortii quel giorno di casa, nessun sentore ebbi di queste trame, né della trama della congiura de' vallatani [gli abitanti di Vallata], manovrata dalli stessi francesi per l'avidità di saccheggio.

Or, nella mattina del 10 [gennaio] vennero a far le loro lagnanze al capitano Wolff molti contadini di Vallata, fra i quali Pietro Panella- che li [cioè, i contadini] portò a regalare quattro galline per salvarsi li bovi- e Tommaso Di Muccio ed altri; e li vidi in aria minaccevole, dicendomi, che se non ne avevano [avessero avuto] giustizia, se l'avrebbero fatta colle proprie mani, asseverandomi con queste parole la intenzione: "Vi' ca ce vè bona. La cosa fète, e nui simmo resoluti a chéllu che ne vène vène. [Vedi che ci venga bene. La cosa puzza, e noi siamo risoluti a fare ciò che viene, ovvero di tutto].

Procurai di calmarli perché prevedevo il disastro che ne sarebbe derivato, tanto più che non c'erano armi, né munizioni, né prevenzione. E se ne andiedero [andarono] via. Della [precedente] giornata del dì 9 [gennaio] dico che la truppa [francese] si mantenne in rubar per le masserie tutto ciò che le veniva innanzi agli occhi, spogliandone la gente da loro lusingata con li proclami, che promettevano difesa e sicurtà.

V. Si narra l'inaudito terribil sacco sofferto dalla città di Piedimonte, e suo casale di Sepicciano, che durò dalle ore 24 del dì 10 gennaio 1799 sino alle ore 12 della mattina del dì 15, senza interruzione

Siccome più su fu detto, si era sparsa la notizia, dalli stessi francesi, che il giorno del giovedì [10 gennaio] sarebbe venuta la cavalleria napoletana ad attaccarli, e si disse il malcontento de' contadini di Vallata.

Li francesi, che giravano a grosse compagnie di dragoni, spuntarono per la via de' Pioppi, quando Don Valentino (Valenzio) del Giudice prese o la occasione, o abbaglio che fosse, e diede la voce alli vallatani, dicendo allegramente:
"Paesani, ecco la cavalleria del Re; all'armi, all'armi, uscite tutti, date sopra a questa canaglia, all'armi", e, così dicendo, mandò a scassinar il campanile della Santissima Annunziata per un certo contadino Sisto [della Minanca], il quale fu il primo a toccar la campana mezzana colla scure, perché non vi era [il] martello.

Altri toccarono la campana di San Filippo, e Don Filippo Giacomo Burgo toccò colla sciabola la campana [della chiesa] dei Padri Celestini. Ecco dunque, in un momento, tutto il quartiere in arme alle ore 22 [le 17, circa] del 10 [gennaio], giorno memorabile per noi.

Si spartirono gli aggressori paesani per tre vie, per sorprendere li tre corpi di guardia, uno al cimitero, un altro si diresse al Vallone, e il terzo attruppamento discese per mezzo la città, avanti mia casa, in atto che [mentre] stavo scherzando con il capitano Wolff a farli tirar fuori una spada dal fodero- che io tenevo- che si era arrugginita.

Sul punto che la traessi [cioè la spada], il mio serviente Romualdo Scala mi avvisò che sentissi, e tutto sbigottito fé [fece] cenno che già si toccavano le campane ad arme; restai sul fatto, se ne accorse il capitano, che si levò subito, e ci affacciammo dirimpetto alla guardia, che già era stata dispersa, ed egli, per quanto lo avessi pregato a non sortire, stralunò gli occhi e, dicendo "Al mio onore!" bevette un gran bicchiere di vin bianco, e pipando [fumando la pipa], colla sciabola in mano, sortì in mezzo al forte della mischia, ed imprudentemente mi tornai ad affacciare per veder che gente vi era.

E mentre fischiavano le palle vidi venir dal largo del [Convento del] Carmine, in ordine di battaglia, con tamburo battente, la truppa francese, che faceva fuoco, ma li nostri la rovesciarono, e la ferono [fecero] rinculare, dacché [i francesi] si andiedero a chiudere [andarono a chiudersi] in quel Convento;
in atto che [mentre che] vidi uno solo de' nostri in mezzo a Porta Vallata- stava egli in camiciola e senza cappello in testa- che con una destrezza indicibile sparava al picchetto [francese], che di qui fuggiva per la via detta de' Fossi.

Mia moglie, unita colla serva ed un'altra vicina, avevano fatto un mucchio di pietre per lanciarle contro il nemico, dacché [poiché] nella gente sollevata vi erano donne, armate ciascuna di qualche istrumento da offendere. Io, veggendo [vedendo] questo, sul momento la fei [feci] ritirare per timor delle fucilate, e le dissi che bisognava fuggire, dacché [poiché] a questa imprudente mossa ne sarebbe seguito fuoco, sacco e sangue.

Infatti, li francesi, accortisi dopo un'ora e mezza- che fu in punto alle ore 24 [le sette di sera, circa]- che la insurrezione era finita, ed essendo anche giunto il generale [Lemoine] dalla caccia, e trovato il terribile seguito fatto, mentre la truppa pensava di ritirarsi in Alife, perché stava già in mossa colle mucciglie [gli zaini] in spalla, con aversi fatte restituir la mutande anche bagnate dalle lavandaie, egli [il generale Lemoine] fé battere la [adunata] generale per il sacco, che cominciò con una furia inesprimibile.

Ritorno un po' indietro. Quando scendemmo con mia moglie, Donna Angiola Cavicchia, nella cantina, cercai qualche nascondiglio, ma niuno [nessuno] opportuno ve n'era; essa risalì, rimasi solo durante l'attacco, e cominciai a sentire dalla via de' giardini grandinar le palle nella [verso la] cantina.
Scappai di là per risalirmene anch'io, ma a mezzo grado [a metà scala] la incontro, con appresso Don Nicola Pascale, il quale, avendo trovato il portone aperto, per essersi trovato per strada, salì in casa, e dopo aver così corso ogni angolo per nascondersi, si era messo appresso alla mia serva, che se n'era scappata pel tetto, ond' egli gridava: "Misericordia! Siam morti, avessimo una sepoltura o un soffitto alto per ripararci!".

Io, quando cominciai a pensar la fuga, mi trovai in una saletta di casa, per la quale passò Albout con cinque comuni [soldati semplici], l'ultimo de' quali mi assestò uno scapezzone- cercando del capitano ed io dicendo ch'era sortito- poi m'inseguì nella cucina, per ammazzarmi, se non che, frappostasi mia moglie, dopo avermi tirato un secondo scapezzone- onde ero rimasto stordito-, se ne'andò via.

Ma, Don Nicola Pascale insistendo per la salvezza, mia moglie ci condusse su di un'ultima casa, in cui essa portò una scaletta; ci chiuse lì, portò altrove la scaletta, e si rifugiò sul tetto- per una via, e modo, miracolosi-
dove stié [stette] sino alle ore cinque della notte [mezzanotte, all'incirca];
nel quale spazio di tempo salirono li saccheggiatori ben due volte, ma, non trovandovi cosa, dopo un due minuti se ne tornarono.

Intanto, con Don Nicola Pascale, sentimmo leggermente camminar sul tetto del soffitto, corrispondente [in corrispondenza] alle nostre teste; ma, stando in agitazione dell'evento, mi sentii con voce convulsa chiamar da mia moglie, con dir: "Io moro!". La invitai a toglier i tetti, ché io avrei levate le tavole per farla ricoverar con noi; detto fatto. Entrata ci disse: "Siam perduti, perché li francesi ànno [hanno] già cominciato a dar fuoco alla città".

Onde, avendo io tratta la testa all'aperto, vidi grandissimi fuochi; ma subito ci sgombrammo di timore, perché mi accorsi che vi si brugiavano [bruciavano] li cadaveri degli estinti-come infatti così fu-, dacché, in un sol fuoco, un gregoriano [cioè, un tale di San Gregorio d'Alife], [servitore] della casa di Don Marcellino [Ragucci], sotto la quale ne brugiava uno grandissimo [di fuoco], nel Mercato [in piazza Mercato] ne contò, [di cadaveri] tirati a corda, non meno di 271.

Erano giusto le ore cinque della notte [le 19, circa], e soffiava un aquilone così orribile, con polverino di neve, che si gelava per un momento che vi si fosse stato a scoverto; perciò, mia moglie assiderò ed io m intorpidii in tutti gli estremi, con pericolo di vita, ma continuai a star nel soffitto scoverto di tutto, benché il Pascale stesse in miglior sito, perché trovossi [si trovò] più in fondo.

Alle ore sei [le otto di sera], venne nella stanza di sotto a noi un'altra ed ultima visita di due soldati che, statisi a fiutar per circa un quattro minuti, dicendo: "andiamo, qui non vi è gente", se ne partirono con chiudersi dietro la porta.

Noi [Vincenzo Mezzala e Don Nicola Pascale] eravamo intirizziti. Aggiornò [si fece giorno], e pensammo di scappar via, ma non vi era modo di farlo che con rischio;
onde, mia moglie, la prima, risalì sul tetto, da cui fu fatto segno a un carbonaio che comparve; costui, e altre buone donne, ci porsero una scala, e ci ricoverammo nella di loro misera casetta, già più volte visitata da' saccheggiatori. Rimanemmo lì sino a sabato mattina, ad ore 16 [verso le 8 e 30].

In questo spazio di tempo moltissime fiate [volte] ci favorirono li soldati a rubarsi lì quei stracci che vi erano rimasti, ma non ci offesero nelle persone, benché andavano col terrore della mano armata si sola sciabola.

Eglino [essi], giungendo, altro non dicevano che "argent", ma poi prendevano tutto; onde, al Pascale li [gli] tolsero 160 scudi, che volle perder così per forza, perché, se li lasciava- com'io feci-, sul soffitto, non glieli avrebbero tolti, colle scarpe e fibbie, ch'io pur salvai, togliendomele e nascondendole con una mostra [piccola quantità di una data merce] d'oro. Stavamo in quella casetta in numero di circa venti persone, fra le quali alcune ragazze, per le quali fummo avvisati che li soldati rondavano [si aggiravano], avendole adocchiate.

Onde, con mia moglie risolvemmo levarci di quel ricovero, e cercarlo altrove, in casa del di lei zio, canonico Don Arcangelo Angelillis, nel supposto, ch ei [egli] fossevi [vi fosse]; ma sortiti, trovammo le strade tessute di truppa e, voltatomi, vidi venirci dietro quelle ragazze, onde, dubitando di qualche insulto, ritornai indietro, credendo esser seguito da mia moglie e dalla serva;
ma, rientrato nella casetta, vi trovai il solo [Don Nicola] Pascale ed uno zoppo, mio pigionante;
or, veggendomi dispersa la moglie, caddi in un'indicibile angustia, perché non sapevo dove la si fosse rifugiata, dacché la mia casa era piena di soldati;
onde risolsi di mandar lo zoppo in casa a domandar del capitano Wolff; dopo preghiera, ci andiede [andò], da me istruito, a farli sentire- se ci era- che io desiderava ritirarmi.

Infatti, lo zoppo, al meglio, lo trovò, li fé capir la imbasciata, e il capitano, per la via de' giardini, venne di persona a rilevarmi; e quando mi vide, mi abbracciò, e baciò, e mi rimproverò della mia fuga, con dirmi, che io avevo patito un terribile saccheggio perché me n'ero fuggito; al che li dissi il fatto de' scapezzoni, e che da ciò mi ero sgomentato; sicché, così parlando, venne con me anche il Pascale, preso per mio parente.

Giunti in casa, mi portò per mano vedendo [a vedere] il disastro del sacco: li conservatoi [i mobili] scassinati, e [forzate] una sola porta ed una finestra, per la quale entrarono li soldati [francesi]; non mi presero tutto il tabacco, di che mi consolai, ed accortosene, il capitano [Wolff] me ne restituì un po'.

Ma perché si era digiunato dal giovedì mattina, cercai da mangiare, ed il capitano [Wolff] porseci [ ci porse] il pane, e [del] caciocavallo; e quindi, tiratosi di tasca delle salsicce, le buttò sulla bragia, e quindi le mangiammo; e bevemmo dell'ottimo vino, benché [stessi] col pensiero a mia moglie, in cerca di cui mandai lo zoppo e la madre della mia serva, che mi capitò in casa;
costei, alle ore 21 [all'una e mezza del pomeriggio] mi recò la notizia che [mia moglie] stava rifugiata a casa di Nicola Tartaglia, mio compare, e poco da noi lontano, dove era pervenuta dopo aver sola girato sino a casa [dei] Pitò, donde andiede [andò] a casa di un ortolano, che trovò ucciso a pié delle grada [i gradini davanti casa], avendo lasciato, davanti [il monastero di ] San Benedetto, morto un offiziale francese.

Ed avendo [mia moglie] voluto ricoverarsi a casa Paterno- Onoratelli non vollero affatto aprirle, per cui si portò a casa Tartaglia, camminando sempre fra la truppa- che pattugliava- senza ricever veruno insulto. Quindi subito la mandai a rilevare, e ritirossi [si ritirò] in casa, con circa altre venti persone, per assicurarsi contro li saccheggiatori; ma giunta appena in casa, tosto ne scomparvero li soldati [francesi].

Ma perché non c'era da mangiare, fuorché un po' di riso e quattro fagioli, dissi al capitano Wolff, che, avendo distrutto il pollaio di sessanta animali, e consumato quanto ci era di buono, conveniva che io fossi soccorso da lui. Mi capì, e subito un soldato sortì, e portò cinque grassissime galline, colle quali fu dal soldato stesso- che era un buon francese- fatta una zuppa; e, venendo a mezzogiorno molti altri capitani, mangiammo, e mandai a mia moglie il pane e carne di bue, che col riso dispensò alla gente ch'era seco [con lei] venuta.

Così continuammo sino a tutto il lunedì, nel qual tempo tutta la [gente di] Vallata veniva in casa [mia] per aver bollettini di franchigia [esenzione da un pagamento ] da affiggerli alla porta, onde non farvi più entrar saccheggiatori, li quali non vi finivano di entrarvi che dopo cento volte. Sicché- dové confessar Albout- che il sacco di Piedimonte non era un sacco ma subisso [una distruzione] per i peccati di Piedimonte. Le particolarità di tal sacco le riserbo al seguente capitolo, per non indurre confusione.

Or la sera della domenica, durante il sacco si unirono in mia casa circa tredici capitani, e cominciarono a disegnar le poste [l’atto del porre] per situazioni di artiglieria, nel che il Wolff indicava di salvar la nostra abitazione. Lettore, confesso che in questo equivoco restai senza spirito, il fei [lo feci] saper a mia moglie e mandai a chiamar il di lei zio ed altri, per farli ricoverare, dacché la minaccia era diretta alla Vallata, dal cui popolo era stata assalita la truppa.

Ecco che io ne interrogai in segreto il Wolff, che mi assicurò di star tranquillo, che non era vero che si volea cannonare [cannoneggiare] la contrada; acceso io di fantasia, stavo inconsolabile, mia moglie svenne; il dissi al capitano [Wolff], che la venne a rilevare, e volle che assolutamente avesse desinato con loro, e notai che quando entrò, tutti si scostarono alquanto, e la ferono [fecero] situare accosto a me, che la sforzai a fingere [simulare di stare calma]. Intanto, terminata la cena, il capitano [Wolff] si alzò di mensa, ed entrò nel quarto dove si erano radunate circa quaranta persone; il che, vedutosi dal capitano, cercò due guide, per andar a casa Pascale, a farsi dar per quella gente pane e formaggio. Io, equivocando, per le guide mandai a sollecitare il canonico Don Pietro de Lellis,- che aveva predicato per la leva in massa ed era cercato da' francesi-, e il canonico Angelillis, colli quali venne una quantità prodigiosa di gente, per salvarsi.

Tutta la notte si vegliò, montando le sentinelle. Ma non vi fu cosa [non accadde nulla]. Durossi [si durò] quindi in questi palpiti sino al martedì. Non pertanto il sabato sera giunse in città un aiutante, e cinque dragoni, colla notizia che era stata presa Capua; io risposi, in mezzo al loro tripudio, che Capua si era resa senza combattere; ed avendomi eglino [essi, i francesi] detto che [a Capua] ci erano 12000 uomini e che altrettanti vi erano qui, io così li risposi:
"Anzi, credo che a vostro bell'agio potete formare una mostra [una parata] con più di centomila [soldati], con marce, ritirate e contromarce, moltiplicando la stessa truppa; ed ecco li dodici mila e li cento venti mila soldati. Io so che la [vostra] colonna, che è qui, non è più numerosa di 1775 soldati; ad altri, e non a me, direte [dell'esistenza di] queste armate".
Al che un francese, ridendo, rispose: "Vous êtes un diable!".

Nel lunedì mattina, essendo venuti in casa a pranzo 12 altri capitani, fra questi ve n'era un cisalpino di cognome Planì, giovine versato [dotato di particolari inclinazioni o attitudini], che attaccò meco un discorso politico in latino, ma non riuscendoli- colla mia facilità- proseguirlo, parlò in italiano. Allora li tenni un ragionamento, posso dir insultante; li [gli] dimostrai che i francesi mai furono politici, e che in pratica antipolitica già si diportavano [agivano, cioè, in modo non congruo], e li predissi che li saccheggi li avrebbero fra poco cacciati dal Regno, che l'ostare alle massime di religione li aveano resi odiosissimi anche agli scellerati, in fuor de' così detti giacobini, come gente nullius religionis [di nessuna religione]; li dimostrai che se de Gambs non ci tradiva [non ci avesse tradito], noi, colla semplice nostra massa, avremmo distrutto la colonna che qui era venuta; e li [gli] esposi, con sua somma attenzione, la manovra e la tattica situazione, ed azione che ci avrebbero rassicurati.
Tutti mi udirono, al Planì molte cose spiegavo; e [i francesi] giunsero a tale [soluzione], che mi volevano a forza condurre a Parigi; al quale invito risposi: "No, non ho pensiero [timore] di essere ucciso!"; al che si posero a ridere, e poscia ci si pose in ordine per mangiare.

Notai in questa occasione come veramente quella truppa era assortita della feccia di più nazioni; e che veramente non era entrata in Regno per occuparlo, ma solo per devastarlo; poiché un bellissimo giovinetto, capitano, interrogato da me su come dovevo condurmi per la mia quiete, mi disse:
"Non mostrate ancora di esser francese, e non prendete ancor la coccarda".
All'incontro [a riprova] un altro capitano mi disse:
"State allegramente perché il vostro Re ritorna".
Quali due avvisi li passai tosto a tutta la gente, che si trovava in mia casa, e ci consolammo alquanto.

Del resto, la mattina della domenica, in berrettino e scalzo- perché non avevo onde altrimenti coprirmi-, volli arrivare sino al [Convento del] Carmine, che trovai chiuso, e dopo aver ripicchiato [al portone], discesero due sacerdoti, il priore, padre Michele della Corte, e due laici. Salito sopra vidi quel bellissimo Convento ridotto a perfettissima stalla, ed il tutto rubato, cioè il migliore da' francesi, ed il restante da' ladri paesani, che portarono via tutto, lasciandovi le sole mura.

Uscendo dal Convento [del Carmine], una sentinella m'insultò, ma non per questo non volli andare a San Benedetto, dove trovai le monache, le quali stavano accomodando nel cortile gli avanzi del sacco [gli oggetti devastati] alla presenza di Albout, che quando mi vide si pose a ridere, e di Don Federico Torti, che se le portò [le suore] in sua casa, dove accompagnai la badessa Donna Eleonora Pecci, la parente del Valiante- come si disse-, e del Torti, e della moglie del medico Don Nicola Meola.

Andiedi [andai] pur io ad accompagnarle [le monache], ed a casa Torti trovai pure uno scompiglio.
Le monache all'incontro [di converso] la prima sera del sacco non si mossero, assicurate dal Valiante e da un generale francese, che quando cominciò la rivolta popolare si ritrovò nel monastero a ricevere li complimenti di rosolio, e dolci, che li prestarono quelle reverende signore.

Ma non giovò [a nulla], perché la prima visita ce la [gliela] fé [fece] una compagnia di venti soldati, che dopo lo sciupo [il saccheggio] del migliore, cominciarono a tentar il lordo [insidiando le religiose]; ma, mi disse la vicaria Donna Maddalena Santellis che, siccome si trovarono lì rifugiate alcune giovinette, queste [ultime] furono assalite; ma le educande furono lasciate [in pace], per le grida di lei [cioè, della vicaria]; ma che fosse, o no, seguito male, essa non lo accertava [avrebbe potuto attestarlo], e mi fece questa confidenza:

"Le monache impetrarono [ottennero con preghiere ] nel venerdì mattina un corpo di guardia che, situato alla portineria, impediva il ritorno de' saccheggiatori; fu essa madre vicaria, come più anziana, destinata a portare ai soldati da mangiare; or un de' due soldati, dopo il pranzo, prese per le gambe lei, e la raggirava per trastullo nelle sue braccia; ma, alle sue strida, il compagno lo sgridò, e la fé [fece] lasciare; al che, risolvettero le monache [di] sortirsene assolutamente; e siccome vi è nel giardino interno una stretta [passaggio angusto, rientranza del muro], di altezza di circa sessanta palmi, così la notte del venerdì, attaccate ad una fune che da un muratore fu loro calata, se ne fuggirono e molte andiedero [andarono] a ricoverarsi a casa Burgo, che sta dirimpetto al monastero ed in cui non trovarono alcuno per essersene tutti fuggiti; ma la madre badessa, nel salir per la fune, venne meno, e cadde, ma poche contusioni solamente ne riportò".

È tempo ora di narrare come fu eseguito il sacco2.

Dico dunque che, soffiando un orribile vento con brina di neve, verso le ore 24 [le sette di sera], mentre si credeva che li francesi volessero partirsene, perché tutti con armi e mucciglie [zaini] si affollavano, fu dato il segno al sacco, e in un baleno, lasciate le mucciglie, con accette di guastatori ed altre armi assalirono grado a grado li fondachi e le case, scassinando porte e portoni.

Dove trovavano gente, lì impugnavano le armi, cercando argento, oro ed orologi; ma il fatto sta, che, assortivano tutto- oro, argento, orologi, telerie, panni, seta, cuoio, scarpe, carta, funi, filo, salsicce, priggiotti [culatelli], facendoci restar il solo lardo, letti, rame e panni sporchi-, che tutto poscia fu rubato da' paesani, che giunsero a prendersi buffet, bussole [cassette], e nel Palazzo vescovile anche la campana;
erano essi [i francesi] accompagnati da questi paesani- ladri, oziosi o miserabili-, che credevano, con li principi sparsi di "Liberté, Egalité e Fraternité", esserli lecito il ridurre altrui alla nudità.

Cominciò dunque il saccheggio alle ore 24 [le sette di sera, circa] del dì 10 gennaio, giorno di giovedì, e terminò alle ore undici della mattina del dì 15, giorno di martedì, del mese di gennaio dell'anno 1799. Sicché durò per lo spazio di cinque notti e quattro giorni interi, e senza interruzione.

La roba l'affastellavano nelle strade, quindi venivano dalla città di Alife li carri, che se ne caricavano e si conducevano là, dove se la dividevano, oppure all'altro piccolo accampamento nella tenuta del Duca, detta di San Simeone. Si condussero dietro una quantità di vino strabocchevole, e tale che, - mi assicura il canonico teologo Don Giovanni Lombardi-, che molti giorni dopo la di loro partenza, ancor ne esisteva dentro di un fosso, dove lo vuotarono, nel campo di Alife.

Non vi furono che poche case esentate dal sacco; e queste furono la casa di Don Giacomo Vendettuoli, perché si premunì col capitano della piazza, la casa di Don Raffaele Perrone, per lo sborso di anticipata somma di denaro, la casa di Vincenzo Imperatore, ricco mercadante [mercante]; del rimanente non ne fu esente alcun'altra, sia che fosse stata di mendico, o di dovizioso. Nondimeno, pel quartier di Vallata non ardirono passar più su [della chiesa] di S. Filippo, fino al capo della Vallata stessa, per timor d insidie, poiché da questo quartiere furono assaliti il giorno della scaramuccia.

Il danno in tutti li generi sofferto da questa città si fa ascendere a un mezzo milione di ducati; tuttavia, la gente più accorta aveva nascosto il miglior degli arredi, e degli argenti ed oro, che si trovava pria [prima] che essi [i francesi] fossero qui giunti. La è cosa degna di tutta considerazione, ché molti de' saccheggiatori forse portavano delle verghe divinatorie, perché molti di essi ebbero l'abilità di scoprir li più riposti nascondigli, fermandosi in mezzo alle stanze, o luoghi, dove giunti, si portavano addirittura nel sito della roba; e se [la roba] era nel suolo, lo sfondavano, e se era in faccia alla muraglia, la rompevano, e ridendo se la prendevano; anzi fu osservato che fra i soldati comparivano alcuni nani mori, coverti a mantello, con sciabola in mano, che, per la mostruosità della figura ed aria di portamento, facevano trasecolar di paura li padroni di casa, asserendo [i quali asseriscono] che [i nani mori] erano così perfidi che [incontrandoli] ci si trovava sempre a cimento [a rischio] di esserne uccisi.

Così fu desolata questa città.

Li francesi, però, non guadagnarono il sacco senza pagarne lo scotto; poiché, o che essi ne avessero promosso l'attaco, o che il popolo vallatano si fosse aizzato da' [per i] furti in campagna, il fatto si è che nell'azione del giovedì dentro Piedimonte, ce ne rimasero uccisi- secondo un ufficiale si spiegò-, cento e uno; ma, in tutto, quelli che furono uccisi [a Piedimonte], o che andiedero [andarono] feriti a perire al campo d'arme [in Alife], ed altri feriti che perirono in Benevento, per quanto mi disse nell'anno seguente un missionario di Sant'Angiolo a Cupolo, Don Antonio Fiorentino, ne perirono cento venticinque.

De' nostri [piedimontesi], disgraziatamente e fuori di azione, sette, tra i quali il sacerdote Don Luigi Cavicchia, che ebbe una fucilata alla gola, stando in finestra appiattato. Ed un buon uomo, Nicola d'Amico, che fu brugiato da più francesi nella sua masseria, sita in Valle Spagnuola, poiché lì furono uccisi più francesi, cioè chi disse due e chi cinque, onde fu ammazzato il d'Amico in vendetta e per sua ostinazione, perché non volle salvarsi sulle montagne.

Un altro paesano fu ucciso nel coro della Santissima Annunziata, e si chiamava Domenico Perillo, la cui vidua [vedova] fu poi graziata dal Re in [con] 36 annui ducati, e un'altra vidua [vedova], Colomba Leggiero, fu graziata di annui ducati 72, perché aveva più numerosa e minuta [povera] famiglia.

Durante l'attacco chi potette scappar sulli monti il [lo] fece; quei che rimasero [in Piedimonte], per lo più con un spirito di confusione, lasciando le proprie case credevano di salvarsi nelle case altrui, dove ricevevano le perquisizioni militari, in atto che [mentre] le proprie case erano devastate a fondo.

Delle robe qui derubate, quando quell'orda di mischio feccioso di nazioni si partì, ne aprirono più fiere, vendendo oro, argento, orologi, stoffe di panno, di seta, di lino, ed abiti da uomo e da donna per pochi quattrini, sicché gli alifani fecero de' grandi acquisti, li casalisti [gli abitanti dei casali di Piedimonte: Castello, San Gregorio e San Potito] altresì, e quindi innanzi [poi] in altri paesi barattavano il valore di cento, al più, per dieci.

Ma il subisso del danno ci fu cagionato da' birboni paesani, li quali, senza compassione, nell'assenza de' padroni, ne nettavano fin li chiodi affissi alle mura delle case, poiché questi scellerati non solo si unirono con i francesi, per indicarli le case de ricchi, o de' creduti ricchi, ma dopo la partenza del nemico, per quel tempo che vi ebbero, nell'assenza, come fu detto, de' padroni, finirono di scoparne le abitazioni.

Onde, avvenne che, mentre la generalità languiva nella miseria universale, quei miserabili- fu osservato-, entrarono in gioco fin con cinquanta piastre. La qual cosa produsse in appresso tanto gusto in essi al sacco, che cominciarono a minacciarne un secondo al veder qualche donna coi pendenti di oro negli orecchi; e questo gusto produsse tanti ladri, che oggi stiamo come a suo luogo dirassi [si dirà], come in stato di assedio per timor di loro.

VI. In cui si narra lo sloggio dei francesi da questa città e molti aneddoti occorsi negli otto giorni che qui stiedero

La sera del dì 14 finalmente il primo sergente Giacobé [Jacob], che aveva custodita la cucina e la casa, buon francese cattolico, mi disse: "Pardon, domani partiamo alle cinque". Venne il capitano [Wolff] e, domandandogliene, me lo negò; dicendoli che me l'aveva detto Giacobé [Jacob], s'indignò, e di nuovo negollo [lo negò].
La notte, sino alle cinque ore [21.30, circa], ci fu in casa un traffico orribile di capitani e soldati.
Albout spezzò [divise] un taglio di londrino [panno fabbricato alla foggia di quelli di Londra] a [con i] miei servienti. E la notte noi per consolazione, nemmeno ci adagiammo.
Giunta l'ora, gli ospiti miei, dopo di essersi provveduti di molto cuoio, ch'essi aveano salvato ad [a favore di] un mercadante [mercante], se ne partirono via.
Credo che portarono segreto lo sloggio, per timor di esser sorpresi dalle masse [di soldati].
Il francese è bravo quando si accorge di viltà nel nemico, ma se lo trova coraggioso, è perduto.
In tempo dell'azione, officiali e soldati s'inginocchiavano davanti a' nostri, cercando quartiere, ma questi, non intendendone il linguaggio, li ammazzavano.
Essi [i francesi], siccome avevano saccheggiato L'Aquila, Popoli ed Isernia, andavano carichi di oro donnesco; e ne furono spogliati alcuni, che furono trovati carichi di lacci di oro ed altre galanterie, cinte a carne nuda.

Prima di partire, crearono la Municipalità, e fu eletto presidente Don Lorenzo Gambella, per aver salvato la vita ad un officiale, onde la di lui casa nemmeno patì sacco, e vi si rifugiarono parecchie monache [del Convento] di San Salvatore. Essi non salutarono alcuno degli ospiti, e se andiedero [andarono] via, lasciando la misera città in un scompiglio di confusione, che esprimere non si può, di cui furono esenti quei pochi, li quali furono preservati dalla provvidenza di Dio.

Quando giunsero qui li francesi,- siccome sino a che ne partirono li disterrati-, diluviarono le acque e la neve;
così allora cominciò un orribile vento boreale, con polverino di neve, che intirizziva la gente, e continuò per tutti gli otto giorni che stiedero [stettero] qui, cioè sino a tutto il dì 16 gennaio. Quindi è da osservarsi che, benché tutti i paesani scappassero per la montagna o stessero in mezzo alle acque correnti del Torano, o nelle grotte acquose [umide], o [fossero] esposti alle intemperie,- chi per due giorni, chi per uno-, nondimeno niuna [nessuna] persona ne risentì veruno nocumento, ma ciascuno stié [rimase] sano, come che [quantunque] si fosse dubitato di doverne succedere degli attacchi di petto ed altre malattie funeste;

fra l'altro perché soffrirono tali disagi persone non affatto avvezze alli stessi, come sedentanee [sedentarie], monache di clausura, infermicce, ed io stesso, che- essendo soggetto a raffreddori, in età di 56 anni, delicato di complessione-, posso assicurar che piuttosto n'ebbi sanità. Anzi, avendo per circa 15 anni sofferto il mal di vertigine, e tiratura di nervi nella testa [cervicale], per due scapezzoni che mi consegnò un minuto soldato stiedi [stetti] senza veruno incomodo per lo spazio di quattro in cinque mesi, di che risero gli amici quando me ne udirono parlare. Ciascun perciò ha creduto che quel Signor Iddio che ci afflisse, ci preservò.

Aneddoti

(1) Essendo andati 19 saccheggiatori ad invader la casa di Don Gaetano Lombardi, nostro Governatore, trovarono due fiasche piene di polvere, di circa sei rotoli; la sparsero dentro la stessa stanza, standovi radunati a spogliar il Governatore, il quale era cascato su di un baule, dove un nano li tirò una sciabolata in faccia, nel qual atto una fiaccola delle torce cascata sulla polvere le dié [diede] fuoco; al che pigliarono fuoco li di loro fucili, le cartucce, ed un gran vaso di acquavite, che pur si ruppe e sparse;
il Governatore solo restò intatto-, ricoperto solamente dalle macerie del soffitto, che li [gli] caddero su-, ma de' soldati tre vi rimasero morti, uno per fuggire si precipitò dal balcone, e restò schiacciato a terra, e gli altri, tutti bruciati, cercarono che il Governatore avesse aperto la porta; al che il Governatore aprì la finestra che sporge sulle vigne [dei] de Benedictis, vi si gittò, salvossi [si salvò], e vi trovò la moglie- la quale, da più mesi inferma, per un'altra finestra, appesa ad un lenzuolo si era salvata pria [prima] che fossero saliti li soldati- e poscia, messisi in salvo sulle montagne, la moglie acquistò la sanità, che non aveva potuto ricuperar con infinità di medicamenti.
E li feriti [francesi] andiedero [andarono] a perire al Campo di San Simeone.

(2) Le monache di San Salvatore, più accorte di quelle di San Benedetto, subito che udirono la scaramuccia, pensarono a salvarsi e bucarono il muro che sporge sul Torano; onde tutte sortirono e si ricoverarono a casa di Don Vincenzo d'Amore; ma Donna Aurora d'Agnese fuggì per la Valle di Capotorano, per cui, assieme ad uno scarpaio si arrampicò fin sul monte Muto, portando un paio di stivali che erano di un francese, che li aveva dati ad accomodare a quello scarpaio, dacché [poiché] essa era rimasta scalza; e comechè [quantunque fosse] acciaccosa di salute, ed in mezzo ad un ambiente sì rigido, non le nocque. Rubarono tutti gli argenti del monastero [di San Salvatore], ma non toccarono troppo le biancherie, né vi fecero quel devastamento che soffrirono le monache di San Benedetto, che stavano sotto protezione del Valiante; e di più [i francesi] non toccarono alcuni argenti dedicati al nostro protettore San Marcellino, lì conservati, né quelli che erano dedicati alla Beatissima Vergine della Neve; e [ciò] fu attribuito a un miracolo.

(3) Andiedero [andarono] alla collegiata di S. Maria Maggiore; ed ivi tutto il sacro si presero, appoggiarono la scala alla nicchia di S. Marcellino, dov'era la sua statua di argento massiccio, e ben grande, ma, o non la videro, o miracolosamente non la toccarono.

(4) Dopo il primo giorno, vedendo che a' Padri Cappuccini non era rimasta cosa [alcuna], [i piedimontesi] li [a loro] portarono pane, vino e carne; e mangiarono insieme.

(5) Nel luogo detto Capo Vallata, andiedero [andarono] a casa Cerbo molti soldati [francesi] il terzo giorno; ivi erano rifugiate molte persone, [le quali] vollero scender per aprirli [aprire a loro, cioè ai soldati]; ma perché nello scendere attruppate fecero un gran rumore, li soldati, temendo forse una sorpresa, fuggirono a calcagna in alto, ne vollero accostarvisi più, benché chiamati.

(6) A Casa Pitò, un francese (osservato da un servitore) discese in cantina dove Don Nicola [Pitò] aveva nascosto in fabbrica [nel muro] qualche argento; ma ché [poiché] non apparivane segno, [il francese] si pose incantato ad osservar [scrutare per filo e per segno] il nascondiglio; e dopo aver molto osservato, come diffidando, se ne andiede [andò] via.
Don Nicola, per fuggire dalla via del giardino, si slogò il malleolo, cascando.

(7) La casa di Don Gennaro Fiorillo fu visitata 29 volte; alla vigesima quinta, mi disse [Fiorillo] che un de' due francesi che vi salirono, si portò dritto dov'era la scranna [la panca], la toccò col piede, e collo scoppio [schioppo] dié di forza al muro, lo sfondò e si prese l'argento [il denaro], che il Fiorillo un mese prima ci aveva nascosto, solo e colle proprie mani, da niuno osservato;
il poveretto [Fiorillo] venne meno, e l'altro francese, subito tirò un astuccio fuori e, cavandone una lametta da salasso, voleva salassarlo a forza; ma egli resistendo, il francese ridendo se ne partì, essendo [Fiorillo] rimasto con la casa sciupata.

(8) Li francesi mangiavano dalla mattina alla sera, bevevano orribilmente; essi dapprima ponevano dei vasi ripieni di vino attorno al fuoco, vi gittavano [dentro] dello zucchero, e lo bevevano; ma ce ne furono di così sozzi che non avevano ritegno di bevere [bere] dentro gli urinali fetidissimi, di cui volevano complimentar la gente di casa. Volevan la "soupe" [zuppa], ed essi stessi l'apparecchiavano [preparavano] così: lessavano il pollame, o carne [di maiale e/o bue], vi gittavano un tantino di lardo in fettine, un po' di lauro sminuzzato, cipolla, e quindi zucchero, vino, e pepe; quindi, in quel brodo abbondante, vi gittavano delle minute fette di pane, e così brodosissima portavanla [la portavano] in tavola.
La domandarono in casa [mia, cioè di Mezzala], ma, non sapendo come essi la gradivano, li [a loro] dissi, che non costumandone [non essendo abituati a farla], non sapevamo apparecchiarla.
Se ne ferono [fecero] delle risate, e così si servirono di per sé, e stemmo in pace.

(9) La gente che rimase in città,- e non fuggì su li monti-, quasi tutta, abbandonando la propria, rifugiavasi in casa altrui. Questo spirito di confusione ci occupò in modo da non farci capire che,- o nella nostra o in altrui casa-, pur contro i francesi saressimo [saremmo] rimasti, e [sottoposti] agli stessi insulti; ma pochi furono quei che restarono nel proprio tetto.

(10) Quando fuggì la mia serva, si gittò da una considerabile altezza per arrampicarsi ad una finestra dirimpetto, e a lei sottoposta [sottostante]; nel calare il padron di casa miracolosamente l 'afferrò a mezza vita, e salvossi [si salvò] dallo schiacciarsi in terra.

(11) Quei che de' francesi si gittarono ad insultar l'onor delle donne, pochi ve ne furono che assalirono le giovani e belle; del resto assalivano le più schifose vecchiarde, e queste poverette soffrirono più strapazzo. Fu creduto che lo facessero per sicurtà del mal venereo. All'incontro [al contrario] se li si resisteva con grida, minacce e schiamazzi, [i francesi] se ne scappavano via.

(12) Erano paurosi anche per prova che io ne feci. Stando rifugiato con mia moglie e molte altre donne, ed uomini nella più su cennata [menzionata] casetta, venne una visita di cinque francesi; un di essi voleva tirar a forza dal petto di mia moglie una fettuccia [catenina], da cui pendeva una immaginetta di un crocefisso; li [gli] dissi che lo avrei fatto io; al che egli mi accennò un manrovescio, allora fu che io- stizzito e in atto di assalirlo- dissi a lui: "Indietro, costei è la mia donna!". A questa mossa il francese voltò le spalle e se ne andié [andò] via, senza far ulteriore ricerca. Ed è sicuro che, dove se li mostravan li denti, abbassavano l'orgoglio, ma dove non vi trovavano resistenza, la facevano da rodomonti.

(13) Nel monastero di San Salvatore vi rimase una sola monaca, inferma e vecchia; questa fu ritrovata morta con un fendente in testa3.

(14) La mischia fu attaccata da' vallatani, e nondimeno patì più devastazione il quartier di Piedimonte, e nella roba e nell'onore.

(15) La sera del dì 10 [gennaio], un religioso carmelitano, il padre Tommaso Duracci se ne andiede [andò] dal generale francese [Lemoine], e svestitosi dell'abito, lo brugiò [bruciò], e vestì l'uniforme; e quindi, unitosi ai saccheggiatori, girò per le case de' ricchi e fé [fece] la sua parte. Quindi ripartì colli francesi, ma da lì a pochi giorni ritornò da tagliacantoni [gradasso], e pose in costernazione li cittadini. Egli mi disse, che non avessi [io, Mezzala] accettate cariche municipali, perché mi faceva l'amico. Finalmente, dopo la controrivoluzione, ritirossi [si ritirò] nel convento di Tricarico.

(16) Seguì pur li francesi il giovine di Montemurro, qui accasato, Don Francescantonio Ceglia.
Costui diresse l'armata all'assedio di Napoli, onde fu carissimo al general Championnet, e fu fatto capitano e commissario organizzatore di Basilicata e Capitanata; dove, nella terra di Laurenzana, passò pericolo di esser ucciso, benché vi restasse ferito e carcerato.
Contro di lui fu, dopo la controrivoluzione, spedito ordine di afforcarsi [impiccagione], ma lo superò [scampò alla forca], comeché [quantunque] molti innocenti fossero stati afforcati, ed infiniti massacrati, e disonorati dalle masse, come dirò a suo luogo.

(17) Li birboni, colla occasione di questo sacco, concepirono un gusto maledetto pel furto, e tale che, come dirassi [si dirà], dopo la sortita de' francesi dal Regno, tutta la nazione diventò spartana.

(18) Il ricco mercadante [mercante] Don Gioacchino Bojano, la notte del venerdì, rifugiossi [si rifugiò] in San Domenico, e si vestì da domenicano; ma il [padre Tommaso] Duracci lo riconobbe, e li [gli] cercò l'argento [il denaro], che non so se l'ebbe.

(19) Il vecchio dottore, Don Tommaso Paterno, giacendo infermo, fé [fece] subito aprire [la porta di casa] e consegnò le chiavi; avendoli dato [cioè, ai francesi] cento ducati, non lo malmenarono più.

(20) A casa di Don Marcellino Fatti volle un soldato salir su di una scala a tre pié, che aveva di fianco un tinaccio da vino; si ruppe un grado [un gradino], e cascò il soldato dando col mostaccio [viso] sul taglio del tino; vi lasciò squartato [si ferì] mezzo mostaccio, e se andié [andò] via.

(21) Giacendo in letto il dottor Don Francesco Rossi-Caldarone, ottuagenario, [i francesi] lo misero a terra nudo, e dopo aver rivoltato il letto, lo rimisero nel suo sito, e se ne andiedero [andarono] via.

(22) Stando li francesi ubriachi da mattina a sera, e da sera a mattina, per nulla che [facilmente] dalle donne ricercate venivano respinti e cascavano a terra, come a me il contarono molte di esse.
In questo stato, con poca gente, avriansi [si avrebbero, meglio si sarebbero] potuti tutti distruggere.

(23) La domenica 13 gennaio si ordinò il disarmo, onde si pose in nuova agitazione il popolo rimasto in città; ma seguita la consegna della armi, scelte le migliori per essi [francesi] in casa di'Amore-, dove furono portate-, le peggiori furono in catasta brugiate [bruciate] nella piazza di San Sebastiano-, seu di S. Vennitto [San Benedetto]-, e le mediocri rimasero a casa d'Amore, donde lo scarto fu trasferito a casa Ragucci, dove mi presi una cannuccia [arma a canna] non osservato, col consenso del padron di casa, per servigi prestatili.
Nel giorno poi fu pubblicato il bando del perdono, e l'ordine agli fuggitivi di ritirarsi [rincasare], ma, in fuor delli [al di fuori dei] nascosti che comparvero, nessun assente volle prestarli fede.

(24) Incontrandosi un paesano, dal francese si guardava da' pié alla testa, e se credeva che portasse cosa, gliela levava con furia, ma è da riflettersi che rado voltavano [muovevano] le mani senza ferir alcuno.

(25) Don Giovanni Battista Giorgio ebbe due officiali in casa, uno che si mostrava l'uomo più onesto del mondo, l'altro che faceva il fastidioso e l'inquieto. Cominciato il sacco, il buono sortì, né più vi tornò, e il tristo, itovi [andatovi] la sera, cercava le donne, le quali già erano scappate a [Monte] Cila; onde stizzito, li [gli] consegnò de' molti colpi di piatto [col piatto della sciabola], e lo illividì maledettamente.

(26) Stando a cena la sera del 13 un mio serviente, mi avvisò che si faceva violenza ad una di lui parente;
se ne accorsero il capitano [Wolff], ed [il tenente] Albout, il quale si levò da tavola, mi prese per mano e volle andar nella casa dell'assalita, ove inseguì li soldati;
si portò in casa [mia] la ragazza, la ristorò-, perché era venuta in deliquio-, e poi si stava, né si voleva partir da mezzo alle trenta donne che ci erano; onde, dopo più volte averli [avergli] detto ch'era tardi, mi risolsi con furia, dicendoli [dicendogli]: "Albout, a riposo, qui non stiamo in Francia".
Allora si alzò, e se ne andiede [andò] a letto.

(27) Li francesi si provarono più volte di assalire il Convento di Santa Maria Occorrevole, ma ne furono respinti a sassate, sicché mai vi pervennero.
Ed i novizi-, con tutti li religiosi-, essendosene fuggiti, cioè li religiosi nella Solitudine [di Santa Maria degli Angeli] e li novizi, col maestro, in Cusano, qui non furono accolti e dovettero restarsene in casa di una vecchierella, dove, senza fuoco e digiuni, stiedero [stettero] due giorni, e quindi si ritirarono [tornarono al convento] sempre camminando sulla neve.
Di più mi raccontò il Padre presidente [il capo della piccola comunità dei sei frati] della Solitudine, Frate Teodoro, che, avendo da quei solitari [eremiti] fatto far orazioni e preghiere alla Beatissima Vergine, un solitario [un eremita]- che non volle nominare- ottenne due segni propizi da quella Sacra Immagine:
il primo che posatamente [l'icona mariana] li [gli] girò benignamente lo sguardo più volte;
il secondo fu che cadde dalla rupe soprastante, detta "il Ciglione", un sasso che, rompendo due soli tegoli della cappella, calò senz'altro danno di fianco alla medesima.
Di più, avendo il Padre guardiano di San Pasquale (amicissimo mio) intonata una litania di preghiere, nel corso [della quale] si sentì un terremoto e poco mancò che desse colla fronte sul grado dell'altare.
Di più, avendo il Padre presidente nascosto il tesoretto di quel luogo, voleva spiccar la corona di'argento gemmata, che sta in testa della Sacra Immagine, ma osservò che la medesima si annerì, e dopo aver tre volte tentato invano di spiccar la corona, s'intimorì esso così fattamente, che avendole detto:
"Madonna mia, difenditi tu, e perdonami!",
desistette e si prostrò in orazione ed adorazione.
Di più, mi disse il cennato Padre presidente che, in mezzo a quell'orrido Inferno [la Valle dell'Inferno], in più luoghi di quel bosco, furono veduti de' serpenti; mentre, né lì, né in Piedimonte comparvero altri animali- come cani e gatti- li quali scomparvero per quelli otto giorni che qui stiedero [stettero] li francesi, cosa degna di attenzione perché affatto [completamente] si nascosero ed ammutolirono.

(28) Dal dì 8 gennaio sino al primo giorno di Quaresima non suonarono le campane. Le chiese si frequentavano, chiamandovisi a voce il popolo.

(29) Quando discesi da Santa Maria Occorrevole, all'esterno del cimitero si scoprì un ufficiale francese, ivi infossato; onde [il cadavere] si fé [fece] portar dentro il cimitero per politica.

(30) Mi ricordo che sopra Santa Maria Occorrevole si faceva l'esposizione del Venerabile a porte chiuse; e vi fu un prete che denunziò questo fatto, con orrore di ciascun che lo intese.

VII. Partono li francesi. Si narra ciò che seguì dopo la di loro partenza

Alle ore 12 del dì 15 [gennaio], essendosene partiti li francesi, verso le ore 16, girò Don Lorenzo Gambella, come sindaco Presidente, esercitando il suo officio.
Io andiedi [andai] a casa Angelillis, dove trovai un orribile scompiglio; fra l'altro vi trovai un cappello, e me lo presi, perché non ne avevo.
Ritornato in casa, dopo pranzo sortii, ed intesi un sussurro sul ritorno de' francesi, con l'artiglieria.
Ma nulla si penetrava.
Incontrando Don Francesco Perrone, mio discepolo, e fratello del consigliere municipale Don Raffaele Perrone, ne lo interrogai; ed egli nel massimo segreto mi confidò che c'era l'ordine per l'alloggio di 600 dragoni, ma che non ci era nulla da temere.
Io, sul momento, rientrato in casa, ordinai di raccoglier il migliore [le cose migliori], per ritirarci in Santa Maria Occorrevole.
L'ora era tarda, andiedi [me n'andai] adunque, con mia moglie e la serva, per restar in una casetta in Piedimonte; ma la padrona non ci volle accogliere, come che [quantunque] io le avessi promesso un regalo.

Dunque, dopo l'Ave Maria, essendo cominciata ad entrar la truppa [in Piedimonte], cominciammo a salir la montagna, continuamente battuti da un vento impetuosissimo, per cui caddi ben tre volte per la via, vicino ad esalar lo spirito per l'affanno.
Anticipai per un serviente di quei Padri Alcantarini l'avviso al Padre guardiano, Frate Damaso di San Pasquale, per esser accolto. Giungemmo alle due circa della notte [verso le 18 e 30], ruinati.
Mia moglie andié [si diresse] alla stanza dell affittatore [colui che dà in affitto le camere], ed io salii in convento, dove trovai Don Francesco di Tommaso, e molta altra gente rifugiata, ed il console napoletano in Ancona, Don Nicolò Buccini Capuano-, col suo segretario-, il quale mi disse ch'egli contò tutta la truppa francese che entrò in Napoli, e che la numerò di 23 mila soldati, de' quali 9 mila ne giunsero all'assedio di Napoli.
Dopo otto giorni che li passai sempre vestito, e senza sonno, quella fu la prima notte che mi spogliai per riposare; lo stesso essendo accaduto a mia moglie, ed alla serva, ben vero feci situare due uomini di sentinella al campanile ed alle "Tre Croci", per iscoprir [scoprire] ed avvisarci se ci era novità.
Stiedi [stetti] tutto il dì 16 sopra [presso il convento di Santa Maria Occorrevole], e sino a mezzogiorno del dì 17, nella cui mattina il Padre guardiano fu chiamato dal Presidente [Lorenzo] Gambella, da cui portatosi, ebbe un rimprovero per parte del generale [ Louis Lemoine], perché lo avevano denunciato come sollevatore [sobillatore] de' castellani [degli abitanti di Castello], e li [gli] disse che il generale l'avrìa [lo avrebbe] fatto fucilare, se egli, il Gambella, non si fosse interposto.
[Quando ero in Santa Maria Occorrevole] mi giunse, per corriere, un biglietto di Don Ortensio Ragucci, giudice civile del municipio-, nella cui casa si reggeva giustizia-, con cui mi si ordinava che tosto io fossi ritornato in casa, se non volevo incorrer nella pena di emigrato [fuoriuscito].
Onde mi convenne rifar le valigie del più [lo stretto] necessario, e scendermene.
Andiedi [andai] sulla Municipalità [una sorta di Consiglio comunale, ove si trovavano le persone più influenti di Piedimonte], da cui-, contro ogni mio merito-, fui accolto con distinzione.
Intanto, in Piedimonte non si era ficcato il palo repubblicano [piantato l'albero della libertà] sino al dì 16 [gennaio], quando vi giunse un commissario Lanfredi di Pietra Vairano [Pietravairano], e il [lo] piantò nel Mercato [in piazza Mercato], dove sul subietto [soggetto] predicò il Padre maestro frate Ottavio [Maria] Chiarizia, domenicano; ed, assistendovi il prete Don Nicola d'Amore, pronunziò queste parole:
"Oh fatiche mie di sette anni, al fine le vedo compite!";
le quali [parole], ascoltate da certe donnicciuole ed uomini, poi l ' [gli] ebbe[ro] a costar la vita, come dirassi [si dirà] a suo luogo.
Cominciai a salir sulla Municipalità, che si reggeva [teneva] a casa Ragucci e-, sentendosi pe' contorni di Contado di Molise l'insorgenza de' disterrati, li quali attruppandosi givan [andavano] facendo de' grandi assassinii, e spargendosi [la voce] che li roccolani di Monfina [gli abitanti di Roccamonfina] sarebbonsi [si sarebbero] uniti con quelli ai nostri danni-, pensarono quei del Governo [municipale] di farne un rapporto al general Championnet, e vollero che lo avessi concepito io, che per obbedire il [lo] feci.
Ed essendo rimasta la quistione in mano del Presidente [Lorenzo] Gambella, costui, portatosi in Napoli, oltre di aver ottenuto di far la guardia [creare un Corpo di guardia], li [gli] fu promesso che Piedimonte sarebbe stata eretta in Cantone [capoluogo cantonale]4.
E, interrogato di chi si poteva servir nell'onestà degli impieghi, il Gambella-, supponendo di farmi un onore-, mi diede in capo sopra gli altri [mi preferì agli altri], di che io finsi di esserli tenuto [di essergli grato], non sapendo, come io fuggivo da ogni carica, e ne temevo più che della galera;
tanto [è] vero, che mi attardai a dire al Ragucci, buon cattolico e mio amicissimo, che avesse ancor egli trovato il pretesto di rinunciare; al che [Ortensio Ragucci] mi rispose:
"Caro amico, e come devo fare? Oggi corre il fucile in correzione ancor del sospetto; trovatemi voi il modo, perché mi vedo perduto, né so come sortirne".
Venne, quindi, il 1° [giorno] di Quadragesima l'ordine di formarsi [in Piedimonte] la truppa civica.
Io, chiamato da municipi [consiglieri comunali], mi opposi, prevedendo che armare il popolo era cosa rischiosissima, tanto più perché [i popolani] aveano già concepiti li principi repubblicani, e cominciava [la plebe] a mostrare una insolita ferocia;
e proposi di far continuar la ronda [civica], di 20 uomini per giorno, pel buon ordine, distribuendone 10 per quartiere, e così fu fatto; e vollero [i consiglieri municipali] che io avessi presieduto alle ronde, cosa che eseguii per 16 giorni, dopo li quali francamente rinunciai, e fu stabilito il dottor Federico Torti.
La domenica ultima di carnevale giunse qui da Napoli Francescantonio Ceglia, in abito di chef di battaglione, con patente amplissima di capitano e commissario organizzatore di Basilicata, e di Piedimonte e suoi casali;
cosa che aveva anche richiesto il nostro Principe Don Onorato Gaetani, il quale, giungendo [un giorno] dopo il Ceglia, trovò eseguita l'impalazione [impiantato l'albero della libertà] di Piedimonte e Vallata, [e]seguita nel lunedì ultimo di carnevale.
Nella mattina il Ceglia convocò un parlamento [assemblea], e creò la nuova municipalità [consiglio comunale e/o municipale], quindi fé [fece] portare un grosso cipresso nella piazza di San Domenico, e l'inalberò con nastri tricolorati, corone e banderuole.
Quindi al suon delle campane, facendo gridare "viva la libertà", fece intonar da' Frati di San Domenico, e nella Collegiata di Santa Maria Maggiore il Te Deum.
Io non vidi questa novità, ed incontratomi col Ceglia, costui mi sgridò con minaccia di sterminio il nostro quartier di Vallata, trattandoci da ribelli, così per il fatto del 10 gennaio, come perché non avevamo piantato l'arbore [l'albero] della libertà.
Dico il vero che ne concepii del timore, ma egli [Francescantonio Ceglia] galoppando andava avanti e, rivolto a me, che givali [gli andavo] appresso, mi disse, additando il sito di Porta Vallata avanti mia casa, che ivi voleva piantar l'arbore.
Io che, guardando quelle ridicole minchionerie non le volevo avanti mia casa, più che se fosse stato un corno [le corna ], il [lo] dissuasi, onde risolvette metterlo avanti il largo della Collegiata nostra [la chiesa della Santissima Annunziata, in Vallata], dove, la mattina seguente, fui da molti buoni paesani urtato [spinto] ad andarci, per calmar il zelo furioso del Ceglia, siccome feci.
Ed egli piantandovi un alloro con poche festucce [nastri], si diedero pochi segni di campana, e si gridò [inneggiò] alla libertà, ma non col cuore, dacché [poiché] fra le altre cose, quelli che v'intervennero furono per il più [ per lo più] del numero di quelli che fecero fuoco [spararono] ai francesi.
Dico però che intanto c'intervenni in quanto, desiderando il nostro quartiere dividersi da quel di Piedimonte, questa impalazione [la cerimonia dell'albero della libertà] significava che un giorno [l'agognata separazione da Piedimonte] poteva meglio ottenersi;
oltre che il [Federico] Torti pretese con impeto di farcelo piantare per lo stesso motivo, e per non veder in tutto schiava la Vallata de' piedimontesi, da' quali venivamo noi [vallatani] trattati come ribelli, e per cui il Ceglia nella pubblica piazza di San Domenico disse che la contrada nostra sarebbe rimasta sempre infelice, né vi sarebbero [state] cariche ed offici per il suo popolo.
Dopo pochi giorni venne qui [in Piedimonte] un altro ladrone, ossia il commissario chiamato Vincenzo de Bottis, di Pietra Vairano [Pietravairano], che smontò a casa Angelillis, dove anche pranzò, con gran cordoglio dell'Angelillis, che doveva, in tempi così critici, fingere; io mi trovai lì, né prima io avevo [avuto] di tal uomo alcuna notizia, ma egli l'aveva di me; ed a' primo aspetto mi disse:
"Cittadino Mezzala, sappi che quanto hai scritto contro la Repubblica, altrettanto hai da scriverne a favore; ti sia di regolamento!".
Al tono imponente con cui parlò, io non mi sgomentai, e li [gli] risposi così:
"Sì, ché ho in mano una penna che scrive a talento !".
Ed essendo sortito col medico Don Antonio d'Amore, lo [ Vincenzo de Bottis] seguii dietro a passo, e ne udii un così mal costumato linguaggio, che senza ulteriore avviso giudicai che non era né un francese né un polacco, ma un vero rapinatore.

Lo stesso [de Bottis] tornò dopo un mese, con due soldati, e con un imperioso comando voleva non meno di novanta canne [quasi 195 metri] di panno blu per la truppa francese.
Io accorsi per farlo arrestar come ladro dalli paesani, in dispetto degli altri commissari che ci erano, come di Giovanni Guida [Gian Battista Guidi, di Guardia Sanframondi], commissario politico, e Giovanni Fucci, capitano de' gendarmi; ma egli [de Bottis] di galoppo scappò impaurito più della stessa paura, né più seppi di lui notizia.
"Il de Bottis o fuggito o preso, o un'altra [analoga] soddisfazione"-, dissi a Guida e a Fucci-, "farò toccar [suonare] la campana"; ma finì che quest'uomo più non vidi.
A questo [punto] mi si attruppò [fece intorno] una folla di circa cinquecento uomini, dipendenti da' miei cenni; e li commissari cominciarono ad esibirsi [rendersi disponibili] alle mie richieste, e tosto ne formarono relazione, che fu rimessa al commissario del Capo cantone del Volturno, Vincenzo Battiloro.
Si gloriavano in quel tempo li cosiddetti commissari di organizzar paesi con farvi piantar pali [alberi della libertà]; a qual oggetto venne qui, come fu detto, il nostro Principe [Onorato Gaetani] a' 15 febbraio; e perché trovò organizzata la Città dal Ceglia, commise al Governatore di Capriati, Don Giovanni Crisostomo Sarrubbi, di piantarvi [anche in Capriati] un arbore [albero] in suo nome.
Anche gli alifani si unirono in parlamento [assemblea], piantarono l'arbore [albero della libertà] ed elessero la municipalità.
Ma è ben da sapersi che il Duca, di lui [Principe Onorato] padre, antivedendo [prevedendo] la prossima invasione de' francesi, concertò col figlio una simulata refuta [rinuncia] de' feudi, colla riserva di una vitalizia pensione.
Benché egli [il Duca Don Nicolò (Nicola) Gaetani d'Aragona] prima fosse stato del partito Francese-, secondo ci svelò un suo cortigiano, che scriveva sotto la di lui voce-, temendo l'inquisizione della Giunta Giacobina, si dice che si procurò l'infame incarico di delatore, passando poi nel campo Realista, benché né giacobino né realista si possa dire.
Egli refutò [rinunciò a] li feudi, ad oggetto che, prevalendo li francesi, egli mettevasi in salvo col Re; e il figlio [il Principe Onorato], buttandosi nel partito de' vincitori, conservava li Stati; e prevalendo il Re, egli [il Duca Nicolò (Nicola)] riassumeva il dominio.
Il Duca, ritiratosi in Palermo col Re, portò con sé un forziere con centomila scudi, da avvalersene anche altrove, ad esempio in Inghilterra se si perdeva la Sicilia.
In Palermo egli [il Duca] dirigeva, per mezzo dei suoi agenti, lo Stato [l'insieme dei feudi del Matese], né questa cabala fu scoperta, perché non vi fu denuncia.
Ora, giunto qui [in Piedimonte] il Principe [Onorato Gaetani], mi mandò a chiamare il giorno seguente, per farli servigio [un negozio, un favore] colla municipalità [l'amministrazione cittadina]; poiché, sparsasi [diffusasi] la notizia dell'abolizione di ogni feudalità, quel Governo [della Repubblica napoletana del 1799] tolse l'uso de' diritti baronali. […]

Quindi, egli [il Principe Onorato Gaetani]-, che stava a letto [in Palazzo Ducale] con il mal di gola-, [un giorno] licenziò [si accomiatò da] l'agente [feudale] Don Eugenio Sarrubbi e le altre persone; ed, a porte chiuse, parlammo dello stato delle cose.
Mi scappava dalla lingua di dirli [dirgli]: "Vostra Eccellenza".
Al che, egli mi disse: "Ah, caro Mezzala, sono finite le Eccellenze ed i titoli".
Ed io tosto a lui: "Anzi vi dico che ritorneranno; mi do l'onore di chiamarvi Principe, ed Eccellenza vi titolo; credetemi pure che così sarà per l'avvenire".
Ed egli: "Voi con quale ragione parlate cosi?".
Io allora: "Signor Principe, come, non bilanciate [mettete a confronto] la condotta de' francesi col disgusto dei popoli? Come, non sentite le resistenze che li [gli] si fanno? E vi pare che il Direttorio napoletano sia bene appoggiato dalle sue Guardie nazionali?
Contansi [si contano] centomila affiliati, ma non contansi quattro milioni e mezzo di malcontenti della ineseguibile novità.
Io veggo [vedo] con gli occhi che il francesismo [la voglia rivoluzionaria] conta con sé la gente più debole e più viziosa, poiché è composta di: (a) frati, preti, donne, giovani e vecchi scostumatissimi; (b) di pochi dotti, inimici [nemici] della guerra, e che la debbono fare a forza.
All'incontro [Al contrario] la nazione, formata col Re, cerca e vuole il Re, come lo cerco ancor io e Vostra Eccellenza".
Quindi proseguii: "Dunque, se è così, com'è possibile che li francesi pensino di dominare una nazione che li odia più che i brabanzoni [gli abitanti del Brabante, in Belgio] odiavano li spagnuoli? E pure la Monarchia di Spagna li combatté per 40 anni, ed alla fine perdette quella piccola provincia; onde, state lieto signor Principe, che sarete [di nuovo] un Principe, ed io avrò il contento [la soddisfazione] di dire a Vostra Eccellenza, che siete il mio Principe, e che il Re [Borbone] è il mio Re".
Ed egli ridendo rispose: "Sia come voi dite, piaccia a Dio che sia così!".
Si parlò quindi di altre cose, e presi licenza di ritirarmi. […]

Dopo Pasqua venne a risiedere qui [in Piedimonte] Don Giovanni Guida [Gian Battista Guidi], di Guardia [Sanframondi], in carattere di Commissario esecutivo, e stié [stette] a casa di sua sorella, Donna Virgilia, moglie di Don Giuseppe Onoratelli-, in Sepicciano-, buon galantuomo e di placidi costumi; ivi ci era il canonico Don Filippo Onoratelli che, o per elezione o per finzione, cassò in Santa Maria Maggiore il nome del Re [Borbone] dalla colletta [uno dei riti d'introduzione della santa messa] e dalle preci [preghiere].

Nei principi di marzo vi era giunto qui [in Piedimonte] il nostro paesano-, indigenato in Francia fin dal 1766-, Don Ercole d'Agnese-, fratello germano di Don Giuseppe, amicissimo costui del Re [Borbone]-, primario cittadino dopo il barone [ ovvero, il principe Onorato Gaetani, e, in senso lato l'intera famiglia Gaetani, feudataria di Piedimonte e dintorni].
Ercole [d'Agnese] faceva là [in Francia] il mercadante [il mercante], e fu detto che venne in Napoli fin da l'anno 1798 a trattarvi la Rivoluzione, dimorando a casa de' negozianti Piatti, di nascosto.
Qui [a Piedimonte] si disse che era fuggito di Francia per un fallimento di 7 milioni [di franchi], che doveva alla nazione per causa degli appalti degli Ospedali militari, che esso aveva presi.
Il fatto si fu che qui [a Piedimonte] giunto, [Ercole d'Agnese] volle in ogni conto [a tutti i costi] che si fosse organizzata la Truppa civica [Guardia nazionale], [cosa] che pur rimase sospesa.
E poiché tutta la città li [gli, ad Ercole d'Agnese] fé [fece] visita, convenne anche a me-, che un tempo mi fu amico-, di farli [fargli] visita.
Ci entrai in discorso e li [gli] dissi che in Francia non avrebbe avuto luogo più la pubblicata democrazia, ma o una Monarchia [tout court, presumibilmente assoluta] o una monarchica e aristocratica Polizia [un governo dittatoriale], poiché il Direttorio si aveva [s'era] messo in mano il dominio, che esercitava con governo militare.
Tuttavia questo [governo militare] non poteva essere durevole, perché in breve la vastità della Francia, il numero e la volubilità de' francesi non potevano promettere un durevole governo repubblicano; ed egli [Ercole d'Agnese] me lo confermò, dicendomi che già in Francia la plebe si era sottomessa, ed ove vi fosse chi credeva di essere [membro] del Popolo sovrano era fucilato, conchiudendo così:
"Noi [nel Regno di Napoli] non ammettiamo birboni nel dominio [governo], [i popolani] ci àn [hanno] prestata la forza, che si è avuta l'accortezza di presto levargliela".
Quindi entrammo in discorso di religione, e il [lo] trovai poco meno di un ateo.
Tornò in Napoli, dove fu eletto Presidente del Direttorio esecutivo, nel quale stié [stette] fino al 13 giugno [1799], ossia sino alla ripresa [borbonica] di Napoli.
Nondimeno egli [Ercole d'Agnese] ci fu qui [a Piedimonte] nel mese di maggio [1799], ma io non ci trattai; voleva egli che io fossi eletto giudice civile, o di polizia, ma siccome per tre volte avevo ricusato le cariche, così il di lui [del d'Agnese] fratello Don Filippo ne'l [lo] dissuase, allegandoli [allegandogli] la mia malsania ed avversione agli uffici [pubblici].
[Ercole d'Agnese] Ritornò in Napoli, e mandò qui [a Piedimonte] per la Truppa civica [Guardia nazionale] cento fucili e munizioni corrispondenti, mentre io me ne stavo in Santa Maria Occorrevole.
Egli [Ercole d'Agnese] finalmente, per lo spazio di tre mesi che fu Presidente del Direttorio napoletano [della Repubblica napoletana], si accumulò circa un mezzo milione [di ducati] tra gioie e [denaro] contante, dacché [poiché] la mattina del possesso [cioè l'assunzione della carica], li [gli] fu regalata dalla Deputazione [cioè il medesimo organo collegiale, il Direttorio] una ciappetta [fermaglio] per cappello del valore di ottomila scudi.
E si assicura che [Ercole d'Agnese] avesse fatto acquisto delle gioie della Regina [Maria Carolina d'Asburgo-Lorena,moglie di Ferdinando IV di Napoli]; acquisto imprudente, perché se era uomo di riflessione, doveva prevedere che la Repubblica napoletana era un fantasma che doveva tosto svanire, sentendo che tutta la nazione dava la caccia alli francesi ed alli giacobini, onde poi li [gli, ad Ercole d'Agnese] avvenne quel che mai si figurò [cioè fu giustiziato].

Ritornò qui [a Piedimonte] il Commissario dipartimentale, [il] monaco celestino Vincenzo Battiloro, ed avendo dimessa [deposto] la seconda municipalità [amministrazione comunale] voleva crear la terza, essendosi già questa città [Piedimonte] dichiarata capoluogo di un Cantone di 17 comuni-, cioè: Piedimonte, Vallata, San Gregorio, Castello, San Potito, Gioia, Calvisi, Favicchia [Faicchio], San Lorenzo [San Lorenzello], il casale di San Salvatore [San Salvatore Telesino], Pietraroja, Cusano e Civitella [Licinio], Alife, Sant'Angiolo [Sant'Angelo d'Alife], Raviscanina, Ailano e Prata [Prata e Pratella erano unite in un solo comune]-, [un comprensorio] che contava 26540 anime.
Nella quale [municipalità] [Don Vincenzo Battiloro] voleva che io avessi a forza fatto da giudice civile, o di polizia, perché il popolo mi voleva in tal carica. Quindi costui [Battiloro], suggerito dal [Federico] Torti, voleva che io fossi giudice civile, o in altra carica, ed anche Presidente; mi propose, finalmente, che io avessi fatto da Segretario del Cantone, ma dopo le ricuse verbali, li [gli] recai le fedi di mal cronico, firmate da tre medici, e così sfuggii a quest'assalto.
Ma queste ricuse, e l'aver io continuamente sparlato del nuovo Governo [municipale], e l'aver dissuaso alcuni amici di accettar cariche, ed avendo maneggiato per non far organizzar la Truppa civica [la Guardia nazionale], mi produssero dei sospetti, per cui fui denunciato alla polizia per controrivoluzionario, per complottante e reo di Stato, nel dì 17 maggio [1799], nel qual giorno mi fu avvisato da Don Francesco Conti, avanti cui [davanti al quale] successe [fu presentata] la denuncia.
Ma il giudice Don Filippo d'Agnese, in mani di cui fu fatta [nelle cui mani la denuncia finì], essendomi amicissimo-, ed occulto vero realista-, incontratomi nel segreto da lì a tre giorni, per non rattristarmi mi negò tal fatto, e soggiunse:
"Ti pare che io avrìa [avrei] proceduto a farti un danno? L'avrìa piuttosto fatto a me. Del resto ti prego in questi tempi a chiuder gli orecchi e la bocca. Oggi bisogna tacere. Vedi come fò [faccio] io. Io ho accettato quest'officio per far qualche bene alli paesani.
Del rimanente io mi vedo l'uomo più imbrogliato del mondo, eppure la fingo [faccio finta di essere repubblicano e che tutto vada bene, alla grande]. Statti allegramente, ma zitto".

Io [l'Autore, Vincenzo Mezzala] veramente ero reo, ma occulto, di modo che il nome di rivoluzionario mi conveniva [era appropriato a me], poiché fino dalla fine di febbraio avevo cominciato ad ispirare una congiura, e la tirai [la disegnai, l'architettai] nel seguente modo.
Il Governatore locale, Don Gaetano Lombardi, di Campochiaro, avendo veduta stabilita la Municipalità [l'amministrazione comunale], voleva rimpatriare [tornare nel comune della propria residenza].
Io lo pregai ad aver pazienza, perché di sicuro egli riassumeva [avrebbe ripreso] il Governo [municipale] [e il controllo della situazione].
Ed avendoli [avendogli] fatto avvertir [acquistare coscienza delle] le insorgenze de' popoli per le provincie [napoletane] contro i francesi, e il terrorismo di costoro-, a fronte del placido Governo monarchico [borbonico]-, li [gli] predissi che il nuovo sistema [d'importazione francese] non poteva tra i regnicoli aver luogo, anche per l'antipatia della nostra nazione al [verso il] francese, in fuor del [all'infuori dello] zerbinismo giacobino, che fondava le risorse de' suoi capricci nel creduto (ma falso) libertinaggio, figurato dalla novità.
Pensai che ancor noi saremmo insorti […] ed, andando insieme a camminare un giorno [Vincenzo Mezzala e Gaetano Lombardi], ci si unirono il prete Don Domenico Burgo, Don Francesco Conti, Don Domenico Conti, Don Raffaele di Tommaso, Don Giovanni Battista Giorgio, e proposi a costoro il mio pensiero [controrivoluzionario], sul quale il Burgo ci disse che la gente ci era ben disposta, e che a lui bastava l'animo [aveva il coraggio] di invitare li roccolani [gli abitanti di Roccamonfina] ancora, che già erano in campagna, ma a modo di ladri ed assassini.

Prese vigore il progetto e si accostò al partito il medico Don Pasquale de Carolis. Sicché ogni giorno per quella strada complottavasi [si cospirava] la congiura per la [contro]rivoluzione. Al principio di maggio erano pronti solo in Piedimonte seicento uomini. Sicché si agì per li casali ancora; e quasi cominciava l'affare [la cospirazione] a trapelare, perché-, nel caso della mia denuncia-, il Burgo parlò che se alcun di noi era toccato [fosse stato preso], vi sarìa stato gran [spargimento di] sangue.

Nondimeno il nostro fatto andiede [andò] così. Risoluto io di allontanarmi da qui, nel dì 23 [maggio] stabilii salirmene sopra Santa Maria Occorrevole, tanto più perché essendo giunto [in Piedimonte] il nuovo Commissario Ignazio Falconieri il giorno precedente, il [Federico] Torti ricominciò a tentarmi di assumere [gli] offici [pubblici] colla seguente espressione:
"Accettalo per un giorno, e tanto basta!".
Infatti, tanto bastava a tirarmi sopra [addosso] una reità di Stato [un tradimento verso la dinastia borbonica, punibile con la morte].
Ma io dissi [a Federico Torti]: "Perché non il [lo] fate voi, che ambite per l'onor della vostra famiglia? Dacché [Poiché] io-, il [lo] sapete voi-, ho cessato, per li miei mali [acciacchi], anche di far la professione".
Egli [Federico Torti] mi invitò, per la mattina seguente, in casa sua, dove sarebbe andato a pranzo il Falconieri, amicissimo suo, che poi non vi andò, come seppi.
Sicché mi affrettai, anche per questo motivo, di nascondermi per qualche giorno; onde, in quel dì [24 maggio], mentre mi avviai, sull'atrio [sagrato] di San Rocco trovai Don Filippo Perrone, il quale mi disse: "Dove vai?".
Ed io a lui: "Sul monte [a Santa Maria Occorrevole".
Ed egli, in segreto: "Fai bene, perché ieri sera fosti denunziato per capo [contro]rivoluzionario, e realista spietato, a [Ignazio] Falconieri e, con te, Antonio Baroni, Don Francesco di Tommaso e la sua famiglia; ma tutti statevi allegramente, perché Falconieri, avendo a' denuncianti domandato se voi avevate sollevato il popolo, sparse [distribuito] armi o denaro, quelli dissero di no; e, se è così-, disseli [disse loro] Falconieri-, questi son genialisti [simpatizzanti e/o favorevoli] e non [contro]rivoluzionari, e li mandò via".

Ma io, che avevo saputo il terrorismo del Falconieri, sallo [lo sa] Iddio come la sentii [la paura dei essere catturato], e me ne salii [a Santa Maria Occorrevole] sbalordito, tanto più che li denuncianti da me niuna [nessuna] offesa avevano ricevuta.
Lassù [in Santa Maria Occorrevole], ritiratasi [con me] pur mia moglie, nel dì 1° giugno, stando in riposo io nella mia stanzetta al convento, alle ore 19 [le due pomeridiane, circa] fu picchiato alla mia porta dal Padre guardiano, Frate Damaso di San Pasquale.
Saltai dal letto ed aprii; trovai all'uscio due cusanari [abitanti di Cusano Mutri], Domenico Fiore e Panfilo Candidi, armati di tutto punto e preventivamente istruiti da mia moglie.
Mi dissero che essi volevano realizzare [far tornare al legittimo Re, ovvero Ferdinando IV di Borbone] Piedimonte, stando 400 compagni [uomini in armi] nel luogo del Calvaruso [sui monti, tra Piedimonte e Cusano Mutri].
Io, col Padre guardiano [Frate Damaso di San Pasquale], li frenai, stante che-, essendo stata organizzata la Guardia civica e situate le sentinelle per tutte le entrate della città [di Piedimonte]-, passavano [correvano] rischio.
Nondimeno concertai così la nostra controrivoluzione, cioè che sul momento che si sollevava [si fosse sollevata] la città [di Piedimonte], si passerebbe [si sarebbe passato] l'avviso a Cusano [Mutri] ed in Cerreto, acciò [i controrivoluzionari] fossero accorsi da due punti, cioè da monte e dal piano, e convenni che:
1) Cusano [Mutri] ci avrebbe soccorso con 700 uomini.
2) Non si sarebbe attentato alla vita, né all'onore, né alla proprietà de' cittadini.
3) Essendovi giacobini veri o sospetti si sarebbero arrestati, per consegnarli a' legittimi magistrati.

Si seppe per la città [di Piedimonte] questo fatto, onde si pose in allarme; e la mattina del 2 accadde un bellissimo fatto.
Scendevano per la montagna sette persone di Campochiaro, e la mia serva, per la festività di San Marcellino.
Credettero li piedimontesi ch'era un'avanguardia di cusanari [abitanti di Cusano Mutri]; ecco che svegliossi [accadde] un parapiglia, un serra serra, per cui andié [andò] in aria il Mercato [piazza Mercato] e turbossi [si sconquassò] la festa.
La milizia [la Guardia nazionale e quella civica] gittando l'armi fuggì via, mostrando la disposizione del cuore al nuovo Governo [repubblicano].
Li cusanari [gli abitanti di Cusano Mutri] intanto fremevano, perché li nostri comandanti [realisti e controrivoluzionari] minacciavano quel paese di sacco e d'incendio per aver tagliato l'arbore [l'albero della libertà], per cui, quando convenni [apprestai] la lega [tra i cospiratori di Piedimonte e Cusano] mi feci responsabile che-, ancorché fosse venuto un distaccamento di francesi per unirsi alli nostri [soldati] a danno di Cusano-, io avrei fatto rivoltar le armi dai nostri contro i francesi sullo stretto della montagna.

Con questa intelligenza dunque partironsi [se ne andarono] li due cusanari [Domenico Fiore e Panfilo Candidi] nel dì 1° giugno. Nel dì 3 discesi in città [a Piedimonte] e ci osservai un silenzioso trattamento [una placido modo di fare].
Volendo [Apprestandomi io a] risalire [a Santa Maria Occorrevole], [intravidi che] giunse per la via di Matese un ordine alla Municipalità [l'amministrazione comunale di Piedimonte] di approntar l'alloggio per seicento uomini, che da quella parte scendevano. Compresi subito che questa era gente fuggitiva e disfatta dagli insorgenti. Come [effettivamente] fu, perché infatti vi pervenne [in Piedimonte] perseguitata dalle masse [raggruppamenti di controrivoluzionari] di Guardiaregia e Campochiaro.

Non erano però più di 300, tra uomini e donne, che scappavano da Campobasso, inseguiti-, come ho detto-, e per il più giacobini di Contado di Molise-, con pochi dragoni polacchi-, che fuggivano con le di loro ricchezze per ritirarsi in Capua, sentendosi approssimare le masse de' popoli sollevati per tutte le provincie, dalle quali si faceva orribile scempio delli giacobini, di loro famiglie ed averi, con inaudite ladronesche crudeltà.
Stiede [stette] quell'orda di ricchi fuggitivi in parte la notte qui [a Piedimonte], poiché la metà volle partir la stessa sera per timor di esserle tagliata la ritirata dalle masse [controrivoluzionarie] della nostra provincia [di Terra di Lavoro], che a un certo modo tenevano bloccata Capua, mentre il famoso capo insorgente Michele Pezza [Fra Diavolo], con trecento compagni, faceva strage de' francesi e patrioti [rivoluzionari napoletani] sul cammino per la via da Fondi a Roma.

VIII. Si narra la realizzazione della città di Piedimonte seguita a dì 6 giugno 1799

Stando sull'avviso [in allerta] nel monte di Santa Maria Occorrevole scrissi un biglietto al prete Don Domenico Burgo perché si fosse accelerata la mossa [controrivoluzionaria] colle precauzioni già stabilite, cioè di assalir l'armario [il deposito delle le armi in Piedimonte] e di gridar "Viva il Re"; ma [raccomandai di] condursi con tutta la quiete possibile, per non dar troppo accorgimento alla plebe e per non farla cader nelle prede e nel sangue contro li creduti genialisti [simpatizzanti della Rivoluzione], dacché contro i giacobini, se ve n'erano, s'era stabilito [di] arrestarli e consegnarli al magistrato.

Dunque nella mattina del dì 6 giugno, standomene nella mia celletta a dormire, sentii nel dormitorio un gran sussurro verso le ore otto.
Balzai dal letto e, sortendo, vidi gran quantità di gente, fra cui il Padre Ottavio [Maria] Chiarizia, già Presidente del Cantone (scantonato), li fratelli Don Marcellino e Don Nicola Greco, il prete Don Nicola d'Amore e Don Francesco Dobiosi, fuggiti dal [per via] del furor popolare già sollevato e, nell'atrio del Convento, alcune femmine e fra esse mia moglie, che gridavano "Viva il Re".

E si sentiva giù nella città [di Piedimonte] gran sparo e suon di campane, cui si corrispondeva da Castello e da San Gregorio, con tamburi battenti e bandiere Reali spiegate [bianche e con gigli d'oro].

Il tripudio fu inesprimibile, meno che in quei fuggitivi scappati miracolosamente dall'uccisione, perché questi veramente avevano in qualche maniera scandalizzato il popolo con qualche atto repubblicano, onde avevan ragione di temere.

Discese [a Piedimonte] sul momento il Governatore [Don Gaetano Lombardi] che colla moglie se ne stava con noi sul monte [a Santa Maria Occorrevole].
Ed io non discesi per aspettar la massa di Cusano [Mutri], la quale fu subito avvisata e giunse in Santa Maria Occorrevole in punto che mi ero seduto in tavola col Padre guardiano [Frate Damaso di San Pasquale], il canonico Don Pietro e il sacerdote medico Don Marcellino, i fratelli de Lellis, che meco [con me] vi erano venuti a prendere aria.

Sicché dovei lasciar di mangiare e accorsi a loro [ai controrivoluzionari di Cusano], [i quali] erano in numero di 170; dacché [poiché] gli altri, secondo il concertato, discesero per la via di San Potito [Sannitico] ed entrarono [a Piedimonte] per la Palombara. Io, che stavo poco bene, mandai subito a chiamar l'alfiere dei Cacciatori Don Nicola di Tommaso, mio studente, che tosto salì a cavallo [a Santa Maria Occorrevole].

Intanto li cusanari [quelli di Cusano Mutri] diedero la caccia alli giacobini che si erano lassù [a Santa Maria Occorrevole] ricoverati e, trovatovi Don Francesco Dobiosi, il [lo] lasciarono, mercé due pezze [denominazione generica di monete] di dodici carlini e di una mostra [piccola quantità di una data merce] d'oro, che poscia li [gli] fu fatta restituire; quindi [i cusanari] catturarono il Padre Fra' Ottavio [Maria] Chiarizia, il nipote Don Carlino, ed un galantuomo di Cantalupo [nel Sannio], credendoli giacobini, bramando li cusanari di volerne far dono al Re [Ferdinando IV di Borbone].

[I cusanari] diedero la caccia anche alli fratelli d'Amore, che pur lasciarono andar via, collo sborso di molto denaro; io poco mancò che fossi entrato in sospetto di loro, perché dissigli [dissi loro] che non sapevo dove si fosse il Chiarizia, perché infatti nol [non lo] vidi più dopo la prima ora dacché [dal momento che] io stiedi [stetti] intrigato per tutto quel tempo a dispor le cose per la di loro [dei cusanari] venuta e pel regolamento.

Dopo quindi aver cagionato essi [i cusanari] un disastro nel Convento, si avviarono [andarono via] col loro Comandante e col di Tommaso. Rimasto lassù [sui monti] risalì [nel convento di Santa Maria Occorrevole] il Governatore [Don Gaetano Lombardi]; ed alle ore due della notte [alle 21, circa] mi venne un corriere spedito dalla Deputazione di Guerra -, sostenuta [di cui facevano parte] Don Giovanni Battista Giorgio, Don Nicola Pitò, Don Francesco di Tommaso, Don Francesco Conti e dal Commissario di Guerra, il medico Don Pasquale de Carolis, cerretano [di Cerreto Sannita]-, con cui mi s'impose di scendere sul momento per l'urgenza degli affari.

Or, siccome la [contro]Rivoluzione fu proclamata dalli cinque fratelli Burgo-, Don Vincenzo, Filippo Giacomo,
Don Placido, Francesco e il canonico Don Michelangiolo-, e dai fratelli Di Franco-, il prete Don Giacomo, Andrea, Gennaro e Vincenzo-, così li primi [i fratelli Burgo] rimasero alla testa della massa numerosa di 800 individui, oltre alle masse dei casali e dei colleghi [i fratelli Di Franco].

Io [da Santa Maria Occorrevole] discesi la mattina per tempo e, giunto al [convento del] Carmine, vi trovai fissato il quartier generale e il Consiglio [la reggenza pro-borbonica].
In mezzo al popolo che mi si affollò attorno, Don Placido Burgo mi si fé [fece] innanzi, gridando: "Amico, aiuto, perché è tempo di consiglio [riflessione]".

A questo, subito li [gli] domandai se si era provveduto di là dal fiume [oltre il Volturno] di buona corrispondenza, e mi rispose di no. Ebbene, [io risposi] :"Si formi sul momento un distaccamento delli più atti, e si mandi a realizzar [far tornare al Re Borbone] Alvignano e Dragoni, acciò [in modo che] in caso di assalimento [assalto] ci diano l'avviso".

Detto fatto; e stava per salir a cavallo Don Placido Burgo, alla testa del distaccamento di sessanta uomini coi suoi officiali, quando io, sortendo dalla Deputazione [il Governo civico provvisorio] vidi che di galoppo a cavallo veniva sul ponte un uomo ben armato e con coccarda Regia [un distintivo borbonico]. Io li andiedi [gli andai] incontro, e mi rispose che veniva da Alvignano a nome del popolo, che voleva realizzarsi [coalizzarsi a favore del Re Borbone] in confederazione con noi.

Allora gridai: "Viva il Re! La nostra causa è assicurata". Il [lo] condussi alla Deputazione, e li fei [feci] dar copia del dispaccio, contenente l'ordine di non offendere [usar violenze contro] li giacobini, incaricandoli [a quelli di Alvignano] di non dar in eccessi, sia nella vita [uccidendo] sia nella proprietà [rubando] o nell'onore de' giacobini veri, me solo [che] li avesse fatti arrestare.

Egli partì ed io feci subito riunir il popolo armato, e li [gli] feci prestar il giuramento di fedeltà e di combattere per vita contro il nemico; e quindi proposi di mandar esploratori per informarci meglio dell'armata detta del Cardinal Ruffo [dei Duchi di Bagnara e] Baranello, e cercarli [cercargli] soccorso.

Si offrì di andarvi il prete Don Domenico Burgo, il quale partì la mattina del dì 7 [giugno], e ritornò di lì a sei giorni, avendolo trovato [il cardinale Fabrizio Ruffo] in Nola con l'armata [sanfedista], ma non potette ottener soccorso, stando sprovvisto di munizioni, dacché si voleva accostar all'assedio di Napoli; ma [il cardinale Ruffo] il [lo] fornì di ringraziamenti e d'incoraggiamento, ordinandoli [ordinandogli] di dipendere da Don Luigi de Gambs, che stava al blocco [delle forze realiste] tra Capua e Caserta.

Ma il [Don Domenico] Burgo giunto qui, saputasi dal Duca [Lucio Caracciolo] di Roccaromana-, che con altre masse bloccava Capua dal campo di Agnena [oggi frazione di Vitulazio]-, la nostra [contro]rivoluzione e che la nostra massa era numerosa, mandò a cercar quattrocento uomini colle rispettive munizioni di fucileria.

Vi andiede il [Don Domenico] Burgo [a trovare il duca Caracciolo] ed, incantesimato dalle maniere di quel cavaliere, assieme con Don Vincenzo [Burgo] e Filippo Giacomo [Burgo] si presero trenta uomini-, che riceverono la benedizione nel Carmine-, e poi partirono pel campo di Agnena. Giunti in quel campo, [i nostri] sostennero per più giorni vari attacchi, finché, essendo stato sorpreso una mattina il campo nel dì 14 giugno, se ne ritirarono tutti, in fuor del prete [Don Domenico Burgo]-, con circa una cinquantina di uomini, facendo da quartiermastro Don Vincenzo [Burgo]-, che perdette il denaro e la roba.

Ora, nel ritorno di questa massa [verso Piedimonte], la medesima commise la scelleraggine di saccheggiare vari piccoli paesi-, e fra questi Bellona-, ma con una maniera forse più spietata che quella de' francesi usata con noi; il che denigrò la buona fama de' Burgo e de' piedimontesi, e stabilì in questi lo spirito del latrocinio, che tuttavia dura [è in auge] come esercizio di onore e valore, comeché [quantunque] li Burgo abbiano la sfrontatezza di spargere [la voce] di aver sofferte gravissime perdite in queste occasioni e non essere veri li saccheggi.

Il [Duca Caracciolo di] Roccaromana ordinò ai [fratelli] Burgo che, con sessanta uomini fossero andati in Caiazzo a cercar certi giacobini, e li indirizzò a casa Sabetti-, dai caiazzani tenuta per giacobina-, onde vi fu un fatto d'armi, nel quale restò ferito a morte Filippo Giacomo Burgo e, vicendevolmente, si ferono [fecero] de' prigioni; ma li caiazzani furono qui trattati da cavalieri e Don Domenico Burgo fu con altri sette preso dai calabresi e dai turchi e-, nudo con mitra di carta in testa, come vero giacobino-, fu portato in Caserta, dove [gli arrestati] stierono [stettero] più giorni, e in questa occasione il Burgo perdette le carte di Ruffo e molto danaro.

Ben vero il nostro distaccamento patì, ma li [fratelli] Burgo acquistarono gran danaro e presero gusto a questo metallo. Per cui [i fratelli Burgo] si videro poscia ligati [legati] ai nostri sospetti, con scandalo di tutti i buoni [benpensanti e benestanti], e molti di essi [di quest'ultimi] li [gli, ai fratelli Burgo] corrisposero grosse somme per liberarsi delle occulte di loro violenze e minacce di persone, in mezzo alle quali anch'io dovetti agire per salvare una giovane gentildonna, richiesta dal giovane Filippo Giacomo [Burgo] prima del fatto di Caiazzo.
Poiché questi barbari attentati, e ruberie, cominciarono la notte del 9 giugno colla seguente occasione.

La mattina de' 9 il Filippo Giacomo [Burgo] disse a Don Filippo Perrone, ottimo realista, :"Io non posso frenar la massa che vuole dar il sacco" [a Piedimonte].
E il Perrone a lui: "E per qual motivo? Che birbantata è questa? Come, una città [Piedimonte] dichiarata per il Re [Ferdinando IV di Borbone] ha da saccheggiarsi-, dopo un sacco così crudele subito da' francesi-, anche dalla gente del Re? Or questa sì che è bella; se ciò succede, ci sarà una guerra civile. Questo dunque è il fine della [contro]rivoluzione? Oh oh". E qui finì [il discorso di Perrone].

Ma il giorno [stesso] una donnaccia sparse [la voce] che già venivano li francesi a spianar Piedimonte5.

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