Il carteggio tra Enrico Leone e Achille Loria

a cura di Armando Pepe

Pagina principale di riferimento: Enrico Leone

NOTA DEL CURATORE

Il carteggio tra Enrico Leone e Achille Loria1 copre un arco temporale di lungo periodo-, più di trent'anni-, dal 1905 in poi. Il sindacalista rivoluzionario si mostra avido di conoscenza e molti sono i consigli bibliografici e metodologici chiesti al professore torinese.
Achille Loria, oltre ad essere un onnipresente punto di attrazione intellettuale, per Leone costituisce un mentore, per cui gli si rivolge per i più svariati motivi, ma sempre afferenti alla sfera marcatamente culturale.
Alcuni documenti sono dei piccoli ma densi saggi-, scritti da Leone durante la l'interminabile "agonia" spirituale patita nel manicomio di Campodichino a Napoli, non tutti dedicati e/o espressamente indirizzati al professore Loria: in essi Leone usa una prosa rapsodica, alla Céline, intrisa di un forte misticismo-, con venature dantesche, bibliche e dannunziane-, tendente al metafisico. L'enfasi locutoria tuttavia non depone a sfavore dei testi, che sono pienamente intellegibili e meritori di essere fruiti dagli studiosi.
Mancando spesso la datazione si è cercato un filo logico tra le varie carte. I saggi (filosofico-letterari) sono evidentemente posteriori al 1925, anno in cui Leone è sottoposto al ricovero psichiatrico, diventando il figlio Pietro l'unico tramite con il mondo e conservandone in seguito viva la memoria. I titoli ai paragrafi-, che richiamano il contenuto delle lettere-, hanno la pretesa di favorire la comprensione globale dei brani.

FONTE

Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite, Archivi di famiglie e persone, Loria Achille, mazzo 11, fascicolo 9.

1) Per A. Loria

“Il Divenire Sociale”
Rivista di Socialismo Scientifico
Piazza di Spagna, N. 71- Roma

Roma, li 4 Gennaio 1905

Illustre Professore,
Inviandole una prima copia della mia rivista “Il Divenire Sociale” mi permetto di incomodarla per poterle chiedere un sommo favore. Ella mi farebbe inestimabile dono se volesse inviarmi un articolo, per ciò che Ella possa, del socialismo in Italia, le sue condizioni di sviluppo, del suo esito prossimo e remoto, della utilità o inutilità della sua funzione. Se Ella si degnerà di seguire le pubblicazioni della nuova rivista-, forse io non mi inganno-, troverà che nei suoi aspetti generali e teorici il modo mio di intendere e concepire il socialismo ha un’affinità sostanziale con la concezione loriana. Voglia avere la cortesia di corrispondere a questa mia (con la lusinga che mi toccherà la gran ventura di vedere accolto da lei il mio invito). Me le professo con ogni osservanza Devotissimo

Enrico Leone

2) Per A. Loria

“Il Divenire Sociale”
Rivista Scientifico- Letteraria di Sindacalismo
S. Andrea delle Fratte, 38-A
Roma

All'Illustre Prof. Achille Loria
Corso Vittorio 95
Torino

Roma 16 ottobre 1907

Amatissimo Professore,
So che non invano a Lei richiedo una gentile cooperazione in qualunque lavoro che possa interessare l’incremento degli studi e della scienza. Ho condotto a compimento la traduzione di quel chiarissimo ed assai efficace volumetto del Fisher sul Calcolo (Integrale e Differenziale) che abilita lo studioso ad intendere gli economisti Matematici. A questo libriccino (che fu lodato altamente dal Pantaleoni anni addietro nel "Giornale degli Economisti", invogliando qualche volenteroso a tradurlo in italiano) intenderei far precedere una mia prefazione sull’applicazione delle matematiche in generale alle scienze sociali. Amerei fare (e fu anche questo l’avviso del Pantaleoni) svolgere e risolvere parecchi dei problemi e degli esempi di cui è ricco il testo ed aggiungere a ciascuno dei sei capitoli brevi spiegazioni di geometria analitica, di algebra elementare e complementare e in qualche punto perfino di pura aritmetica, e questo allo scopo di mettere veramente in grado anche l’ignaro delle matematiche di intendere gli sviluppi del calcolo. Ma mi manca ancora l’autorizzazione dell’Autore, tanto per far la semplice traduzione che per questi completamenti. Avrei bisogno perciò di un economista illustre- noto al Fisher- che mi usasse l’inestimabile cortesia d’invitare per lettera il Fisher dell’Università di Yale (Nord America) ad autorizzarmi. Credo che la ricerca di un editore poi italiano mi parrebbe agevole. Io confido nella sua risaputa bontà perché voglia appagare Lei questo mio desiderio, accrescendo i titoli di riconoscenza che Lei vanta verso di me.
E perché non esprime pel “Divenire” in riassunto il profilo delle critiche che Ella muove al Sindacalismo? Sarebbe importantissimo che in Italia si conoscesse in modo esplicito il suo avviso, che Panunzio-, che La vide a Torino-, mi disse essere recisamente ostile.
Mi creda coi migliori saluti e col vecchio attaccamento

Aff.mo Enrico Leone

3) Per A. Loria

Roma, 27 novembre 1907

La ringrazio mio ottimo Professore della comunicazione del consenso di Fisher. Se Ella mi userà la cortesia di indicarmi qualche passo particolare delle sue opere in cui è direttamente espresso il suo avviso nell’applicazione delle matematiche all’Economia perché io ne possa tener conto nella mia Introduzione mi farà cosa sommamente gradita. Non mancherò poi di testimoniarle pubblicamente la mia gratitudine per l’intercessione del Fisher. Io scriverò a lui direttamente, appena trovato l’editore, e procurerò di appagare il suo desiderio di vedere le bozze.

Enrico Leone

4) Per A. Loria

“Il Divenire Sociale”
Rivista Scientifico-Letteraria di Sindacalismo
S. Andrea delle Fratte, 38
Roma

[All’]Illustrissimo Professore Achille Loria
Corso Vittorio Emanuele 95, Torino

Amatissimo professore,

La ringrazio molto delle cortesi parole. M’accorgo da esse ch’Ella ignorava che “Il Divenire Sociale” fece già cenno della sua Sintesi. Ora mi propongo di scrivere su di essa un articolo che-, d’accordo col Michels-, vedrà la luce nell’ Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik. Le faccio spedire il fascicolo del “Divenire” che recava la recensione e frattanto-, se ne ha maniera-, potrà farmi inviare dal Bocca le Lezioni di Economia, per tenerle anche presenti nell’articolo dell’Archiv. Mi creda con affetto Suo

Enrico Leone

5) Per A. Loria

[Indirizzo del mittente, Enrico Leone,] Via Nilo 26, Napoli

[Spedita all']Illustre Professore Achille Loria
Corso Vittorio 95, Torino.

2 maggio 1923

Illustre Professore,
Le ho fatto spedire un mio profilo critico sulla concezione del Sorel, perché mi pare che in parecchie mie tesi io possa essere aiutato dal suo consenso. Glielo segnalo, perché mi sono consentito di invitarla a un esame più intimo del Sorel, per meglio accertarsi se si ha da fare con delle “clefs fausses” o con delle “fausses clefs”. Se è in sua facoltà di indicare all’editore qualche “recensionista”-, della mia ultima opera-, mi farebbe cosa assai gradita a non dimenticarmi, anche perché sono per licenziare il II° volume dei Lineamenti di Economia Politica, e verso nelle circostanze più penose per la ricerca dei libri. Mi arrivano così spesso richieste degli "Appunti sull’Economia loriana", già da tanti anni esaurito, sia da privati sia da case librarie, che mi sento invogliato a ridare un’edizione molto più diffusa e più completa. In essa vorrei tener conto degli ulteriori elaborati della sua dottrina. Lo avrei già fatto se le difficoltà editoriali non fossero cento volte maggiori per me. Col primitivo ricordo, mi creda suo devotissimo

Enrico Leone

6) Per A. Loria

[Mittente] Enrico Leone,
Fermo Posta- Napoli

Illustre Professore,
Mi rendo ardito di scriverle per un favore, facendo a fidanza sulla ben nota gentilezza d’animo che tanto la distingue, e sulla sua benevolenza per me. Ella dovrebbe farmi spiegare dal Michels-, che avvicina all’Università-, che cosa, da qualche mese a questa parte, si viene architettando contro di me. La sua cartolina- che le trasmetto- contiene due punti che mi sembrano bizzarrissimi. Vedrà Ella stessa, Caro Professore, di farsi spiegare dal Michels la serie di circostanze nelle quali da qualche tempo sono stato posto non so da chi. Credo che il Michels avrà l’obbligo di essere leale e sincero con Lei, nulla tacendole di quanto mi riguarda e di cui Lei ha piena cognizione. I fatti favolosi che si sono svolti- fino al punto di condurmi in una casa di salute col possesso pieno delle mie facoltà mentali- meritano di essere chiariti. È da tempo che io invoco da ogni amico una parola di chiarimento; nessuno vuole pronunciarla. Io non riesco più a irritarmi per questa faceta tela di avvolgimenti nella quale si tenta di farmi perdere la pace e la tranquillità. Io ho la coscienza netta e pura, e posso ridere della malignità del nemico o della credulità degli amici di ieri; do uno sguardo al mio passato e mi ritrovo in ogni attimo della mia vita- a parte ogni arroganza d’indefettibilità- onesto, buono e sempre con la mente volta al bene dell’umanità. Forse lo scopo degli organizzatori delle scenate di questi giorni era soltanto quello di farmi scrivere delle lettere del genere di quella che Le spedisco e che-, io intendo-, debbano produrre un senso di sorpresa in chi le riceve e suscitare in me il dubbio d’un mio equilibrio mentale. Ma io non posso non sfidare questa erronea opinione senza rinunciare ad un bisogno del mio spirito: sapere cioè che cosa si vuole da me, e se è proprio così che in Italia debbano trattarsi i galantuomini. Oso sperare un suo rigo di risposta, mio caro Professore, appena dopo l’abboccamento col Michels. So di non avere fatto appello invano alla sua bontà e perciò le anticipo i sensi più vivi della mia riconoscenza. Mi creda sempre devotissimo

Enrico Leone

7) Al figlio Pietro: una riflessione sulla condizione umana

Dall’agonia di Capodichino, il 22 febbraio 1933, XI° [Era Fascista]

Caro… eccoti la risposta ai tuoi Auguri,

Con gli Agathalia che vo ancora dettando dal doloroso luogo di supplizio che il Destino m’infligge, non solo delineo il piano d’una ricostruzione logica dei sistemi dell’Umana convivenza, ma diffondo le energie di calore vitale che lo anima nella coscienza e lo alimenta del vigore occorrente per la sua graduale realizzazione.
Le idee più grandi e più generose, consegnate nei Libri, hanno sì la potenza di convincerci e di spronarci a farcene divulgatori-, ogni convinzione ha impulso spontaneo a generarne di similari nella mente dei nostri prossimi-, ma tuttavia restano in latenza di fronte alla prassi.
Per avere presa sulla realtà effettuale occorre una esaltazione dei centri emozionali, che attinge alle corde del Cuore e che l’intellettualismo non saprebbe da solo fornirci. Ecco in che senso si poté dire che le trasformazioni-, per essere efficaci e durevoli-, devono essere foggiate all’officina del Dolore: la scuola del sacrificio nobilita le riforme e le solleva al grado di palingenesi.
Questo dolore non deve essere la tragedia del piccolo numero, deve sapere attrarre e conquidere nell’istesso fremito le moltitudini. Ogni concezione epinomica-, siasi quella di Cristo, che di Maometto o di Brama o di Budda-, ha il vasto movimento che crea nell’eroe condottiero la capacità a significare nella sua volontà la somma di incalcolabili tendenze esplosive che già gli preparavano la missione che soggettivamente gli attribuiscono i suoi Apostoli.
Ogni grande rivolgimento storico-, come osserva Étienne Antonelli per la Rivoluzione soviettista ed io per la Rivoluzione fascista-, è un fluido psichico che va dal basso in alto, dalla Terra al cielo aggiungono i mistici. Quando-, or’è tanti anni-, venni scacciato dal mondo in modo che non ho potuto ancora controllare, avevo già acquisito dalla realtà la cognizione delle condizioni oggettive fra le quali si avanzavano le nazioni tanto nel loro modo di decadenza quanto nelle loro controtendenze ascensionali.
Il mio dettato perciò anche nell’isolamento non ha difettato di quelle valutazioni concrete, senza delle quali il pensiero si eterizza nella superbia della sillogistica astratta e dottrinale.
Se anche il mondo mi disconobbe, io son colui che più lo conobbe e seppe amarlo anche nei suoi difetti degeneranti, voglioso di richiamarlo alla redenzione.
Ho voluto scuotere dal suo sonno millenario l’Edilità romana: la magistratura quiritaria che sa dare l’apertura di compasso esatta, né maggiore né minore di quella che esige per gusto, per bisogno, per capacità economica la nazione considerata nel suo rapporto di popolazione vivente al suolo e al sottosuolo.
Ho stimolato il trapasso dalla fabbricazione per qualunque soldo al libero edificare, conforme al piano sociale (“planmassig”, come dissero i Dotti di Germania dopo la guerra mondiale).
Ho ridestato, col presagio di un novello Natale di carattere universale, la poesia agreste, invogliando i cultori di Cerere a lasciare le coltivazioni particolari per la cultura razionale su vasta scala, sulle basi della crescente cooperazione sociale.
Più spighe e più grappoli e meno uscieri ed esattori. Ho voluto avvicinare di più l’officina al produttore, incoraggiandolo a sostenere le sue franchigie contro le ingordigie padronali: il veltro che si affranca dal peltro è una tendenza ottimistica in Dante che trova la sua piena coincidenza nel pessimismo di Tolstoj.
L’Occidente arride all’Oriente! Memore dell’insegnamento marxista-, che ci additò nel Factory Act dell’orario legale delle 10 ore una conquista di principio-, ne ho tratto argomento per avvalorare l’ideale delle tre otto. È una formula che non si dogmatizza, ma si svolge: più l’uomo diventa capace di padroneggiare i rapporti del produrre e più diventa consapevole dei rapporti sociali del vivere, evitando le scosse delle crisi.
Ho lavorato e lavoro per dare all’organismo sociale la maggiore salute che è base d’ogni felicità. Dovrei avere molti amici, pochi nemici. Perciò confido e spero.

Enrico Leone

8) Per A. Loria

3. 5. 1935

Illustre Professore Achille Loria,

I tentavi insistenti di spegnere la vigoria con la quale riaffermavamo insieme tutto il tesoro della Kultur si vanno infralendo. Si residuano in un’inverosimile fobia tanto più impotente quanto maggiore si fa la sua insolenza. Non si oppugna più l’esistenza degli Augustalia: opera assidua di anni di martirio che-, per la compattezza dei consensi che riscuoteva col più puro entusiasmo-, diventa la Guida d’Italia e il Lume del Mondo. Alle vostre teorie, animate dalla passione del Vero, gli Augustalia hanno dato l’omaggio meritato proponendo-, oltre alla ripresa dell’esperimento di Peel-, un’applicazione assai vasta del diritto d’opzione nelle nuove terre offerte all’alacrità del popolo germanico nel mondo neo-asiatico. Nove anni di non interrotta opera di persuasione e d’incitamenti mi consentono di credere che la coazione oppressiva-, che, con coraggio critico, ponevate in rilievo nelle vostre dottrine, rinfacciando alla sfibrata ortodossia l’incerta luna sotto luce maligna-, venga cedendo il posto alla Libera Azione Economica, allietata dalla certa luce del Sole più benigno!
I fattori economici determinanti le trasformazioni della Costituzione sociale hanno avuto un’infusione di energia, che è stata-, e sarà di più domani-, una spinta decisiva verso il loro massimo di efficacia storica.
Avrei tanto a grato di apprendere in maniera concreta del valido appoggio-, che avete saputo ottenere dal Senato del Regno-, per spezzare le ritorte dei misteriosi ipogei mortiferi che si nascondevano dietro il pavesamento dei manicomi. L’aforisma ibseniano «L’uomo più forte è quegli che è solo» mi ha fatto assaggiare troppe amarezze. Mi torna sempre gradito all’animo il Principio della Cooperazione, associato e cosciente di tutte le Volontà.
Spero perciò tanto che stia finalmente per squarciarsi la fitta cortina di misteri che mi ha sequestrato la visuale della realtà concreta. Ho diritto alla Vita! Confido nell’Autorità morale e intellettuale degli Atenei, già vogliosi di trasformarsi in più ampi Politecnici per la conciliazione del lavoro cerebrale con il muscolare. E aspetto con brama di potere essere ridato finalmente alla mia famiglia, troppo duramente soggiogata dal Fato. Con inalterabile considerazione

Enrico Leone

9) Saggio immaginifico

Al Poeta de “Il Fuoco”

Ubbidire a mio Figlio Pietro, che agita col ventilabro della sua passione la causa dell’Irredentismo, è per me una soddisfazione dell’anima. Chi si vieta di porgere le labbra al calice dell’ambrosia dolce oppure amara che essa sia? L’Ambrosia è il Dovere- e il Dovere è la Volontà che attinge alla fonte più pura. La parola che più torna insistente nelle profezie dei Patriarchi del Testamento Antico: il Fuoco.
Il Fuoco che arde i premi delle fornicazioni- il Fuoco che trita le sculture idolatriche- Il Fuoco che desola la campagna sulla quale crebbe di falso germoglio il mal seme e che fu coperta di bacche a luogo dei pampini cari a Dionisio!
Il Fuoco che, con le sue fiamme, mette a nudo le lande offese dagli sterpi- dalle quali rifugge la copia saturnia della Messe che s’accorda col lavoro che sa i Cantici alteri! Pietro, mio figlio Carissimo, chiede i Profeti avidi di battersi a cuore intero.
Ma la ruota del tempo volge ancora nel verso degli abdicatarii, impigliando fra i suoi ingranaggi gli adempienti, i diritti, i fedeli al Patto, all’Arca, all’Anello. Così fu detto che il Temporale si appalesa nemico dello Spirituale- e lo Spirito invece dei suoi guerrieri furenti si dovette tenere alle sue soglie le prèfiche dogliose. Ma verrà presto il buondì che al sepolcro delle decadenti e decrepite Razze si contrapporrà il Presepe della Buona Volontà? Ma verrà presto il buondì della Buona Volontà che pugna contro gli Ussari camusi della Morte, coi Legionarii gagliardi della Vita? Sarà quello per l’appunto il giorno nel quale i Patriarchi non avranno cercato invano della grande Matriarca. Ma verrà presto il buondì?
Non foste Voi, e Poeta del Fuoco, dell’Irredentismo messianico, Nunzio delle nuove grandezze della Serenissima, ad invocare il Giardiniere più esperto per dipanare il Labirinto dai suoi intrichi? Se il Giardiniere ancor troppo s’indugia, si potrà vedere prorompere la volontà accesa d’un Michea che andrà attorno “spoglio e nudo, gridando come i dragoni a far lamento e urlando con le ulule a far cordoglio”.
Io vorrei che attorno alla Vostra Lira Auspice si raccogliessero gli educatori dei fiori vivi del giardino invocato da Grandville, gli evocatori cioè dell’Anima intera, prima che non sia troppo tardi per la resipiscenza, prima che non scoppi il gran tuono della catastrofe annichilatrice! Possa presto montare a capo di ciascun popolo un Condottiero capace di ritrarlo dagli storti sentieri per riporlo sul retto cammino che piace al Dio dei Profeti. Al Dio adunque che non condona e non indulge come fanno i Magistrati della Decadenza, biasimati dalla Loggia di Losanna!
Noi vogliamo il Dio della Marcia dei Profeti- il Dio che ci scruta tutti al vaglio della misura esatta e del metro indefettibile. Nella gara degli Iddii un Poeta sceglierà certo quello di loro che manda il verme a seccare il ricino- come si legge in Gionata- perché è quello il Dio che, evidentemente, impugna contro la farmacopea la palma che dà l’olio del Monte Oliveto.
Bisogna farsi attenti alla vocazione dei Popoli. Nella grandiosa varietà polifonica delle loro anime molteplici un Poeta sente il suono della Canna unica- la più alta dell’Organo- e si esalta e si inebria verso la meta comune di Gerusalemme, la Città lucente che sorride nella Speranza e nella Fede dell’Umanità in cammino.
Ad una siepe che separa-, e che un Rousseau maledice-, il Quirite della Romanità, che rigetta gli adulterii di Sionne, contrappone il labaro di un Augusto inflessibile. Un agone che fa guerreggiare i Popoli a petto nudo e a campo aperto li unisce nella marcia della Città lucente; mentre i nascondigli e gli agguati delle trincee separano le genti e comprimono il Potenziale della Vita.
Dio maledica la malavoglia!
La felicità dei Popoli non istà nel cansare ch’essi si nutrano assieme al buon cibo anche delle loro lagrime frequenti, ma di evitare che si cibino del mal pane chiesto al solco ove ha fermentato il loro stesso sterco. Sapersi meritare la raccolta abbondante e la vendemmia opulenta con le buone opere significa evitare di dare alla Terra gl’ingrassi con le deiezioni del bestiame: non è questo il senso della Battaglia del Grano?
Quando Dante disse del Poeta essere Egli il vero sapiente volle anticipare la confutazione degli errori dell’Economista: costui dimenticò l’Anabasi di Senofonte pioniere, e cercò l’abbondanza prosaizzando il mondo. Volle tenere gli occhi dell’uomo rivolti al vallo, distraendoli dalla volta stellata. Da qui la saettante protesta di Lamartine: Non metterai già una cifra al posto del cuore!
Non sono dunque io l’economista che ha ubbidito al verso del Poeta della Francia dei Reali? Non so se viso di Poeta sia potuto risplendere in una Ode sacrata al mio supplizio che è l’Epitalamio del Martire; ma a me già piacque assai il trapasso Vostro felice dal campo delle Lettere a quello dell’Azione.
Dacché la migliore Poesia è quella con la quale il Poeta effonde le sue Gesta e non quella che manda ai torchi dello stampatore. Questo trapasso doveva valere a caratterizzare un’epoca nella storia della famosa Repubblica delle Lettere: l’unione psicologica del pensare, del sentire e dell’agire.
Non vogliamo l’Epica dei personaggi che vivono un’inafferrabile esistenza negli spazi della immaginazione, ma vogliamo che gli Orlando e i Ruggiero e i Goffredo e gli Achille e gli Ettore e i Sacripante riempiano le scene della vita reale.
Vogliamo, fortemente vogliamo, alfierianamente vogliamo restituire alla Cavalleria il suo compito, che si credette dai temerarii scaduto. Vogliamo che la Poesia, fattasi coraggio, ci liberi dal guano putrido degli ignobili e dal trivio dei Beoti! Noi che sappiamo volere!

Enrico Leone

10) Un pensiero per Paolo Orano

Ottimo [Paolo] Orano2

È venuto il tempo di sviluppare il Tuo motto: "Leo de tribu Judae". Ci dobbiamo porre all’altezza della carta per lo studio della Terra Santa! Bisogna mondare il Terraccio delle sue scorie, e ridare alla Scuola la dignità ora perduta, all’Altare il culto ora falsificato, al Trono lo scettro ubbidito, all’Officina il lavoro produttivo, alla Caserma la volontà ora mortificata dalla coazione inintelligente.
Bisogna mantenere i nostri impegni. Abbiamo fatto cantare “Primavera di bellezza” e la Parola non deve cadere ma assurgere al significato morale che Le dà San Giovanni nel Vangelo.
Insomma, integriamo la formula: "Dalla marcia a Roma alla marcia a Gerusalemme".
Ho parlato della “Rinascita dei valori religiosi”. Nel patimento lacerante di questi tre anni di Calvario ho rullato il tamburo per Voi miei fidi, miei compagni, miei Amici!
La Vittoria deve essere nostra a qualunque costo, debellando le male arti dei nemici del Vero.
L’Azione non sospese mai le pubblicazioni. Riafferreremo presto il filo che gli avversari credevano di averci saputo spezzare fra le mani. Riconfermiamoci nel Patto della nostra Giovinezza e camminiamo sicuri e diritti per il nostro sentiero sempre innanzi verso l’Altura. Pensate alla mia salvezza, che è causa di pubblica salute. Vogliamo edificare la Roma con la prima Pietra, con la Pietra viva, con la Pietra Agatana.
A noi! Tuo sodale

Enrico Leone

11) Saggio sul pessimismo

Non c’è chi non intenda quale immane sforzo di volontà mi costino questi scritti dolorosi nei quali procuro di ricordarmi al pubblico, dal quale aspetto soccorso e riparazioni.
Mi trovo sommerso- or volge il sesto anno di supplizio!- in una realtà fantasmagoricamente stregata, ove è soppresso ogni filo di logica e di cortesia. Rumore di chiavistelli, sbatacchiar di usci, impazzare di parole oscene, strisciare di scarponi: un pandemonio insensato che risponde col suo assurdo mostruoso alla dirittura adamantina del mio insegnamento di Umanità.
Il pessimismo antico dei Profeti si accorda con quello moderno degli Hartmann, dei Leopardi, degli Shopenhauer a farci penetrare le illusioni del mondo, ma poco ci ammaestra sui modi pratici di controllarle onde non ci risultino funeste.
Nel campo sereno della speculazione l’illusione, della quale geme in arte e in religione il pessimista, è il distanziarsi del fenomeno dal principio che lo regge, è la rottura fra la realtà empirica e la essenziale.
Il temperamento razionale patisce da questa deviazione; il temperamento irrazionale, che è sempre concomitante con una deplorevole depressione dei poteri vitali, non solo si adagia alla deviazione ma ricorre alle coercizioni per attribuire norma all’accidentale e perseguitare l’essenziale.
Il pessimismo fa udire i suoi gemiti accorati-, solleva la Tavola dei Valori contro la quale si accaniscono con il loro abbruttamento i nemici dello slancio vitale-, ma ha da pigliare mille precauzioni per premunire gli entusiasti dalle imboscate degli schifi.
La esperienza dolorosa ci mostrò che, alle prese col brutto, senza coscienza e senza fede, l’uomo religioso e morale viene afferrato nelle sue spire e abbandonato per paura di quelli che pur amerebbero di vederlo trionfare. La religione abdica e rimette la partita ad un mondo successivo nel quale l’abbruttatore troverà castigo e il virtuoso premio.
Questa soluzione non è degna di nessun sacerdote. È una diserzione codarda dinanzi al nemico: è l’abdicazione della luce dinanzi alle tenebre.
La propaganda non è una manifestazione verbale che si esaurisca nella predica di parole, è un’operazione di atti di vero combattimento, intesi a fare sloggiare il nemico dalle sue posizioni di predominio.
La realtà deformata-, che ci impongono i vischi con le loro torture e i loro chiavistelli-, deve essere risanata con l’azione strenua dei volenterosi. Il vero fedele sa che la preghiera sta nell’atto che tiene accesa la lampada del Genio della Vita crescente.
Gli schifi che la mettono al lucignolo fumigoso con i loro sozzi ricatti si ridono delle prediche; bisogna rintuzzarli, contrapponendo al mondo degli inerti il mondo solidale dei vivi. Ecco il compito al quale ho chiamato a rullo di tamburo, e a suono di campana e a squillo di tromba le anime vogliose di ridare alla realtà il suo nerbo, depurandola della infiltrazione necrotica che la fa ribaltare nel mondo fenomenico degli accidenti. Questo linguaggio metafisico ha cessato da tempo di essere onorato.
Al concreto significava che l’inferiore accoppa il superiore e se lo tiene ligio.
Ma l’inferiore ebbe i suoi cortigiani stipendiati che si assunsero questa onesta impresa: non potendo dare al superiore la dignità, che gli è dovuta, insignirono dei titoli della superiorità l’inferiore.
Ma non senza sarcasmo e non senza la segreta speranza della riscossa. Che cosa è l’attesa messianica? È la viva speranza di dare al mondo degli oppressi quel tanto di solidarietà che gli occorre perché il vivo renda al mondo l’intera libertà del suo respiro, spezzando il ferrigno giogo degli abbruttatori.

Enrico Leone

12) Al figlio Pietro

Amatissimo Figlio,

Vorrei che gli Amici che “mi vogliono bene” si persuadessero che è tempo di passare all’azione risolutiva, intesa a strapparmi dal torchio ove fui messo a gemere dai nemici della Scuola e del Lavoro.
In questi cinque anni di martirio inenarrabilmente straziante ho sempre sperato che la reità dei perfidi venisse controbattuta dalla pietà dei buoni, e che l’alito caloroso del mio entusiasmo civico venisse coronato dalla mobilitazione d’un Esercito della Salute che ci liberasse tutti dalle ritorte della Malabestia.
Io ignoro tutto quanto succede e si svolge nel mondo; volte a volte provo l’impressione che le mie parole vi risuonino accette e vi inducano alla convinzione ragionata di appoggiare la mia proposta di ricostruzione mondiale, di colonizzazione libera, di reintegrazione dei valori spirituali e di affrancamento dai tozzoni morbigeni.
Ma poi la cupa realtà nella quale verso,- in preda e in balia di chi si ostina a celarmi con una infame cortina il mondo dei vivi e mi rifiuta ogni notizia-, mi dà la sensazione della vanità dei miei sforzi. Procuro di attingere nella intrinseca bontà dei miei consigli-, precettati dinanzi ad un muro sordo-, la persuasione che ad essi dovrà seguire un buon frutto, anzi mi addebito talvolta-, e quasi me ne fo colpa-, il dubbio che il seme che io getto nel solco non fecondi la messe sperata.
Ma resto sempre solo dinanzi al problema di coscienza: un mondo che non mi corrisponde, e che mi abbandona, quando comincerà a provare rimorso per l’ostinato supplizio che infligge a un genio di buona volontà? Quando verrà al pentimento?
Gli “Amici che mi vogliono bene” vogliono con la loro richiesta di miei scritti darmi malleveria che le mie idee cominciano a trovare il terreno opportuno per svilupparsi e concretarsi. E di questo loro attestato sono singolarmente riconoscente. Ma dopo un quinquennio di atroce supplizio occorre convenire che è ben strano che il piano di ricostruzione-, che io ho tracciato-, non abbia già trovato le organizzazioni operaie e contadine adatte a metterle in opera e a dargli pieno effetto. Ecco l’enigma!
Se- come spero- le mie concezioni sono state radiofonicamente raccolte e registrate esse non sono più un’elucubrazione astratta o peggio il delirio tragico d’un martire martirizzato, ma trovano già corpo e sostanza in una vasta zona della realtà.
Ne avrà già tratto una nuova orientazione il politico come il geografo, il tecnico come il fisiologo. Ecco quel che mi aspettavo dagli “Amici che mi vogliono bene”: un rapporto sul grado d’influenza pratica che le mie concezioni di sindacalismo internazionale sono riuscite ad esercitare nei vari ambienti sociali. Non sono un fanatico; tampoco un settario. Si può consentire o dissentire ma non si può più oltre tacere. Il silenzio sarebbe marcata codardia e feroce ammutinamento contro il galantuomo buttato per reato di utopismo fra il ciarpame degli assonnati dal cloroformio. Occorre rispondermi o corrispondermi. Io manco ancora d’una base di azione che mi dia il suolo su cui puntare i piedi.
Sono stato posto in condizioni di pazzia forzata, e questo è delitto che dovrà espiarsi. La civiltà ci ha perduto il suo onore. Agli "Amici che mi vogliono bene" chiedo un’assistenza operosa e non un consenso verbale. Maledetto chi ti ruba tuo Padre!

Enrico Leone

13) Saggio esistenzialistico

L’attesa messianica non rinunzia alla fede d’un al di là, ma sa ch’esso non può certo essere di premio ai sofisti che affermano l’esistenza del cielo per evadere ai doveri di questo mondo.
In questo senso l’ateismo che reagisce alla mistica defezionaria è forma seria di religione, quando dice con Giovanni Bovio: "Qui il seme, qui il solco, qui la spiga!".
Prorogare ad un altro mondo i doveri che c’incombono già in questo significa aumentare le illusioni, che invece dobbiamo ammaestrarci da noi stessi a controllare.
Chi è il direttore di una Scuola? Non è quello che la dirige, ma quello che ha le qualità eminenti di saperla dirigere?
La valutazione di pregio ci evita di metterci in balia dell’illusione. Lo schifo impone alla Scuola il ventisettista che gli è più ossequiente? Ma ecco che i padri di famiglia, gli scolari, i maestri si lasciano guidare dal migliore e correggono praticamente lo scarto.
Della Chiesa dirai che non ha per Papa chi è stato assunto ai fasti del soglio pontificio dalle brighe della diplomazia bianca o nera, ma il sacerdote che con più fervore interpreta le esigenze spirituali dei Fedeli.
La realtà fenomenica deformata dal giogo bruto delle astuzie e delle prepotenze viene notevolmente controllata se procuriamo di interpretarla secondo i valori di pregio, invece di accoglierla allo stato greggio con cui ce la impone la tristizia degli abbruttatori.
Ma l’ideale sta nell’accordare la realtà col suo pregio intrinseco. Controllare le illusioni è provvido. Guai a coloro che si lasciano ingannare dalle apparenze cedendo alle gerarchie falsificate. Valutare all’intrinseco l’esistenza per avere una esatta guida alle nostre azioni è il primo dei nostri obblighi, anche se ci espone a qualche rischio.

Enrico Leone

14) Per A. Loria

Amatissimo Professore Loria,

Veggo nella vostra cartolina indirizzata al mio Pietro un calore morale che mi è chiara testimonianza che in questi anni di frangenti crudeli ho avuto attorno a me il consenso dei Buoni.
Possa la nostra opera acquistare quell’entusiasmo sionista del “Ritorno a Casa” che-, quando mette radice nel cuore intimo dei popoli-, ripone in vita le tradizioni più nobili, tralignate nel traffico delle epoche di decadenza. Noi siamo alle prese, nonché coi decadenti, coi decaduti e smidollati, che si fanno una forza della loro aggressività per le Tavole dei migliori Valori umani.
Credo che l’Università venga pigliando contatto crescente con le sfere della produzione-, animandole del soffio della intelligenza piena degli uffici sociali-, dell’azione lavorativa, che è un volere, un disegnare, un pensare per ogni agente.
Il primo padre dell’Economia Politica (ma c’era anche il nonno Pethy a tacere della corda di Montchretien) sospirò l’alleanza dell’intelligenza con le operazioni esecutive.
La sua nozione netta della improduttività dei ceti-, che si mantenevano estranei ai fatti della Produzione della ricchezza materiale-, era in sé e per sé l’appello agl’intellettuali del clero, dell’esercito, del funzionarismo, del ceto politico di rientrare nei quadri della razionalità sociale, pigliando contatto coi lavoratori del braccio per “celebrarne” le operazioni quotidiane.
L’idea delle 3 otto per correnti molteplici di pensiero si viene pronunciando nei vari rami della scienza anche se poté sembrare talvolta che si potesse trattare d’una trovata tribunizia per assicurare i successi elettorali ai procaccianti della politica spoliatrice.
I peggiori nemici d’un principio di azione sono proprio quelli che più se ne fanno banditori, quando non l’entusiasmo civico li ispira ma il bollore catilinario delle passioni. È banalità di suburra credere che l’idea delle 3 otto fu una bizzarria suggerita da Lafargue, genero di Marx, ad un rumoroso congresso Parigino.
Anche se è un’idea che non fu onorata dal martirio dei pionieri di Chicago-, perché in questi sette anni di eccessivo distacco mi è avvenuto anche di dover dubitare dell’ardore degli Anarchici-, è di sicuro la risultanza psicologica a cui arriva ogni uomo di ragione quando si richiama ai compiti della sua coscienza.
Le classi manuali devono poter accedere ai tesori della cultura.
Quando se ne vedono escluse dalla protervia dei ceti improduttivi fanno della loro ignoranza un’arma per nuocere allo stuolo degl’intellettuali.
Così mi sono sentito dire che l’avere avuto amicizia troppo spinta coi libri, l’avere accordato un castelletto di fiducia eccessiva alle Scuole intellettualistiche mi ha preparato la dura espiazione del castelluccio di Capodichino.
Io non presento nessuna palinodia. Ho sempre atteso all’integrazione della personalità umana, agendo a fare della Officina una Scuola sperimentale e della Scuola un’officina intellettuale.
Ma non avevo mai e poi mai sospettato che la cultura in sé potesse essere una derivazione paretiana, intesa a velare l’antagonismo brutale fra i lavoranti del braccio e gli oziosi del cervello; io vedevo il callo del pensiero nell’istessa visuale del callo alle mani.
La storia una narrazione rigorosamente controllata; la geografia il prodotto della vita storica; la demologia un riflesso della struttura economica; la jurisprudenza la forma razionale nella quale raggiungono il loro equilibrio contemperante gli elementi dell’eterogeneità sociale; le arti la manifestazione del Genio creativo, tanto più potente quanto più prosciolto dalle infezioni mecenatiche; l’ingegneria arte di scienza imparziale; che cosa avrei da correggere a questa concezione di oggettività?
Hanno fatto soffiare attorno a me il tanfo diabolico dei sospetti. Non hanno avuto presa sulla mia coscienza. Credo-, come prima-, che il ceto intellettuale e il produttivismo cercavano il ponte di Teano d’incontro. E credo che lo troveranno. Con affetto Vostro sventurato

Enrico Leone

Bibliografia

Page created by Armando Pepe | Storiadellacampania.it © 2020

CLORI%20Botticelli%20header%203.jpg

Storia della Campania. Risorse in rete per la storia del territorio e del patrimonio culturale
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241686 | DOI 10.5281/zenodo.3408416

COME CITARE | CODICE ETICO | NORME REDAZIONALI | CREDITI E CONTATTI

The content of this website is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) License