Fonti per la storia di Caiazzo in età moderna – Parte I

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ABBREVIAZIONI

ASFi = Archivio di Stato di Firenze
AGCS = Archivio Guicciardini Corsi Salviati

SOMMARIO

1) ASFi, AGCS, filza 149 "Caiazzo I. Documenti relativi alle compre di detti Beni. Privilegi e grazie domandate circa il possesso dei medesimi. Busta di documenti relativi". 1, "Inserto di relazioni, note d'entrate su della città di Caiazzo e sue ville, e delle terre di Dugenta, Arcole e Torello, prima dell'acquisto fattone dal signor Bardo Corsi; sono in numero di 10 originali quasi tutti con intitolazione, postille ecc. di mano di esso Bardo".

1615 circa

La città di Caiazzo è numerata insieme con i sua casali fuochi [nuclei famigliari] 600, sebbene io credo che [vi] sia qualcosa [di] vantaggio, perché nelle** numerationi che fa la Corte sempre è con vantaggio delle terre; et è vicina a Napoli miglia 24 in circa. La città è numerata e li casali sono [di] poche case ciascuno. L'aria di Caiazzo è ottima, e la città sta in buon posto. Il Vescovado rende 71000 [ducati] l'anno in circa, et è vescovo un Acquaviva, fratello cugino del Cardinale Acquaviva morto, il quale [vescovo] a quanto sento è [di] humore stravagante et è poco d'accordo con i popoli di Caiazzo. Le genti di Caiazzo sono gente assai civile, e non vi è gran povertà né gran ricchezza, e tutti attendono alle loro cose, e hanno bellissimo territorio, di dove abbondantemente cavano il loro vivere, et è benissimo cultivato con abbondanza di oliveti, et anche selve; e quest'anno hanno una [una] buonissima entrata di olii. Sento anche che sono genti assai quiete. Il padrone à [ha] le prime e seconde cause et elige il Governatore della città, al quale la città paga le provvisioni per l'anno, e li dà casa franca da abitare; e tutti li proventi pecuniari che si fanno sono di essa città; il quale Governatore, servata la forma delle Prammatiche di questo Regno, si fa ogn'anno. Vi à [ha] anche il Barone un iuspatronato di un beneficio senza cura, che rende dai 50 ai 60 [ducati] l'anno. Vi è un castello, il quale sopra sta alla città, nel quale abitarono essi [baroni e/o feudatari] anticamente, ma da che lo comprò il Principe di Conca- o che havesse dubbio che fin troppo [fosse] sottoposto al vento, o che altro lo movesse- lo trascurò e per sé e per la sua casa [famiglia], cominciò un'altra casa per sua abitatione, vicina al Vescovado e alla piazza, e lassò in abbandono il detto castello; e dopo la morte del Principe [il castello] fu affittato al Marchese di Quarata [Corato], il quale seguitò di lassarlo andare male, e così è andata tutta l'abitazione in malora, che chi [chiunque] lo volesse ridurre ad abitare, ci vogliono parecchie migliaia di ducati. La casa dove abitò il Principe è capace di potersi abitare largamente, ma non è finita, anzi se non si rimedia andrà in rovina; ma si può rimediare con qualche centinaio di ducati, e poi il Padrone potrà ridurla in quello stato che li piacerà; ché, secondo me, a volerla ridurre a perfetione ci vorrà poco.
Non vi è giardino del Barone, sebbene dicono che fuori della città lo voleva fare il Principe. Questo luogo e tutti li altri del Principe di Conca sono stati molti anni o affittati o come se non havessero Padrone, perché questo Principe di oggi, giovane, molto poco conto tiene delle cose sue, si che non è da meravigliarsi se le sue cose sono deteriorate et in mal grado. A Caiazzo da Napoli si va per diverse strade, e la più corta credo sia quella da Caserta, ma di là non si può andare in carrozza fino in Caiazzo; vi è anche la strada che passa da Santa Maria di Capua, la quale l'ho fatta [percorsa] io, e si passa [per] una scafa, la quale è [per] la metà del Padrone di Caiazzo, e l'altra dell'abate di un'abbazia qui vicina, la quale è oggi del Cardinale Sfondrato [Paolo Emilio Sfondrati], per la quale strada si va in carrozza sin dentro Caiazzo, e la strada è assai buona, ché vi è solo [per] due miglia in circa un posto fangoso in tempo di pioggia. Li corpi d'entrata sono boschi, che possono rendere e hanno reso molto [di] più- che quando si caricano di ghianda può cavarsene molti cesti- li quali stanno bene per fare l'industria de' porci. [I boschi] possono anche rendere meno quando sono del tutto sterili, e quest'anno non hanno fatto ghianda ma hanno fatto certo cerro, il quale pure serve per i porci ma non è tanto buono. Con tutto il malgoverno del Principe se ne cava questa [poca] somma, ma questi boschi bisogna far conto di servirsene il Barone per sé, e farci l'industria che [da cui] ne ricaverà ottimo ritratto [risultato]. Vi sono anche terraggi [terreni] di grano e farro e un poco di riso; questi terraggi, in mano a [un] Padrone che ne habbia cura, credo possino rendere da vantaggio. Ho anche dedotto dalle entrate de' mulini e scafe quello che si può spendere in circa [ogni] anno, acciocché l'entrata si vegga netta il più che si può. Come si vedrà in detta lista di entrate vi è la Portolania e Zeccha [Zecca] per 200 ducati l'anno; [di] quest'entrata oggi il Principe non è in possesso, perché se l'è presa la Corte [Regia], sebbene quando il Principe comprò [il feudo] dal Conte di Caiazzo li fu promesso in specie detta Portolania e Zeccha. Però questa [cosa] a Vossignoria non havrà a dar noia, perché o ci daranno questa entrata libera e chiara o pagheranno quel manco che si riporta. Li altri corpi d'entrata sono in essere e non hanno difficoltà, e quello che si ricaverà da essi sarà [ad] utile, o danno, del compratore. Paga la città di Caiazzo ducati 2300 di [oneri e/o pagamenti] fiscali, ché questi medesimamente sono stati dal Re venduti [devoluti] a diversi, e volendo [Vossignoria] li potrà havere nell'istesso modo detto di supra. Con il contratto che Vossignoria à [ha] della compera che fece il Principe [di Conca] vedrà ogni altro particolare che li piacesse. Si può eligere un Erario, cittadino della [stessa] terra, il quale è obbligato a pigliare il peso di vendere le entrate, le quali stanno a carico e rischio suo. Vi sono anche le Baronie di Dugenta, Arcole e Torello; in queste oggi non ci sono vassalli ché l'aria non è buona e non hanno avuto un Padrone che le habbia protette. Questi luoghi sono vicini a Caiazzo miglia 4 in circa. Ci sarebbe da farci un scafetta nuova, ché su un certo luogo sul fiume [Volturno] si passa dal territorio di Caiazzo a quello di Dugenta, la quale è vicina a Santa Maria di Capua miglia 9. Il territorio di esse è grandissimo, [parte] ne è del Barone e parte di altri particolari [proprietari] e chiese. Il Barone il suo [terreno] lo può seminare e su quello di altri può far pascere li sua animali, quando loro [i proprietari] non seminano. Come Vossignoria havrà visto lo [il feudo di Dugenta] comperò il Principe dal Duca di Sant'Agata, dal contratto del quale [acquisto] Vossignoria vedrà ogni chiarezza; e anco di [terreno] poi [il Principe] ne à [ha] comprato da Giovanni Ferrante de Stefanellis [per] moia [moggia] 450. in circa. Quello che è proprio del Padrone saranno terre lavorative per moia [moggia] 1300 in circa e di bosco 200 in circa; e perché Vossignoria sappia cosa è un moio [moggio], le dico che in un moio [moggio] quasi si semina un tomolo di grano, che sono staia due di cotesta misura; le terre delli altri particolari giudicano che siano molte [di] più, e di queste facilmente Vossignoria ne havrà buona parte con sua comodità et a prezzo molto basso; intanto con le sue pecore si goderà l'erbaggio. Questo luogo [Dugenta e gli altri feudi] à [ha] bisogno d'aiuto, e qualche altra cosa, per tirarci la gente a lavorare et abitare, e sento da tutti che sia cosa da farci gran profitto. Il Principe, con essi luoghi, ci à [ha] da dare tutto il bestiame che ebbe dal Duca di Sant'Agata quando lo comprò, e mancandoci qualcosa lo à [ha] da rifare in danari. Oggi quel che ne cava il Principe è due taverne che stanno affittate, con incluse moia [moggia] 40 di terra. Se il Principe non ne cavò molto fu per il suo malgoverno. Dalle 3000 pecore [acquisite contestualmente dal marchese Corsi] si possono calcolare almeno 1200 ducati l'anno di rendita. Ci sono le taverne e la bagliva che oggi rendono poco, ma che in buona mano facilmente renderebbero di più, ché bisogna raccomodare la taverna; e anche dal bosco si può ricavare un buon ritratto [risultato]. Ciascuno di questi territori è giudicato un tesoro nascosto e pure io li ritengo un'ottima compera, ricordandomi di quel proverbio che dice "cosa fatta è terra disfatta", e con li guadagni diverrà ogni cosa buona.

Nota del Curatore:
A tergo del documento c'è un'annotazione vergata di proprio pugno dal marchese Bardo Corsi:
"Relatione di Caiazzo e Dugenta fatta dal signor Benedetto Biffoli doppo che fu stato in quel luogo, prima che io li comprassi".

2) ASFi, AGCS, filza 149 "Caiazzo I. Documenti relativi alle compre di detti Beni. Privilegi e grazie domandate circa il possesso dei medesimi. Busta di documenti relativi". 1, "Inserto di relazioni, note d'entrate su della città di Caiazzo e sue ville, e delle terre di Dugenta, Arcole e Torello, prima dell'acquisto fattone dal signor Bardo Corsi; sono in numero di 10 originali quasi tutti con intitolazione, postille ecc. di mano di esso Bardo".

prima metà del XVII secolo

La città di Caiazzo anticamente fu posseduta da' signori Sanseverini, primi in questo Regno; dopo per mezzo della contessa Maddalena, figlia del signor Sanseverino e della signora Hippolita Cibo [o Cybo], heredi del contado di detta città, pervenne in lo dominio dei signori de'Rossi, del conte di San Secondo, l'ultimo che fu il conte Hercole de'Rossi; [il quale], come dissoluto la vendé al signor Principe di Conca, di felice memoria, per cento e dieci, e più milia [mila] ducati; la quale [città di Caiazzo] fu tenuta, e stimata, da quel signore, come cosa carissima, e dove disegnò tener sua casa continuamente, dovendo uscir da Napoli. Vi edificò un palazzo, con haverci speso molte migliaia di ducati, et per [i] 18 anni che [la città e/o il feudo di Caiazzo] fu in suo dominio, sebbene fu affittata per tre milia [mila] e cinquecento ducati l'anno, stimò et honorò questa città, come la più cara e bella cosa che avesse in tutto il suo dominio. Della continenza, bontà dell'aria, territorio, frutti, et ampiezza di boschi, e cacce d'ogni sorte, et vicinanza presso Napoli de 24 miglia- e otto sopra Capua- già deve Vossignoria stare informata a quest'hora; perciò lascio questa parte, et riaggiornerò. Delli vassalli, ché per non essere stato il padrone sopra [di loro] molti anni sono, molti di essi son divenuti temerari, et insolenti, et poco on niente timorosi della giustizia; et questo particolarmente perché alcuni delli Governatori, che pro tempore vi sono stati, poco ha curato di voler fare la giustizia nelli delitti occorsi, ancorché gravi, perché han procurato di far il fatto loro, mediante danari, poco stimando il servizio di Dio, la riputazione del Barone, et il buon reggimento de' poveri sudditi, dal qual mancamento et negletto [negligenza] della giustizia, ne son nati ogni giorno maggiori disordini; et forse, per giusto giudizio divino, per il negletto [trascuratezza] dell'autorità del Barone, bisognò che una volta il signor Principe di Conca strapazzasse questi tali tristi con duro carcere a più anni. Come ho detto, li Governatori, mirando solamente al loro utile, han pretermesso molte cose in disservitio del Padrone. Che sebbene è vero che li proventi son della città [di Caiazzo], la quale perciò se [si] stima una Repubblica in decimo sesto [sedicesimo], e le pene pecuniarie che nascono dalle disobbedienze e delitti vanno in beneficio della città, come padrona delli proventi per sentenza havuta da…. anni [or] sono, dal Sacro [Regio] Consiglio, al tempo del conte Giulio de' Rossi, e delle esationi [esazioni] se n'è stata e sta in pacifica possessione- e con questa conditione fu venduta e comprata- nulladimeno, quando il Barone vuole, et ha il suo Governatore veramente fedele, nelli delitti che occorrono li [gli] ordina che amministri la giustitia retta, la quale nessuno in effetto la vuole per dinanzi la casa sua. Alli delinquenti, et nelli casi dove li deve componere, habita prius partis remissione, sta al Governatore di componere il quanto, ché li eletti ce devono intervenire solamente per far il fisco et ché la città non resti defraudata, ché qua la cosa è passata in male uso, perché non si fanno compositioni mai per il suo verso [per il verso giusto]; et se pur se ne fa alcuna, [di composizione e/o causa], dove se [si] meritasse pena di quantità grande, perché il Governatore ha ricevuto il fatto suo non se [si] cura d'altro; et di qua nasce che gli eletti se [si] stimano loro superiori al Governatore, et il Barone [così] haver poca autorità con loro e con li vassalli; ma quando le compositioni si componessero proportionatamente, et conformi alli delitti, forse ognuno ce pensaria [penserebbe], e staria [starebbe] sempre su la sua, [pur] di non haver la disgratia del Barone, et disservirlo [rendergli un cattivo servizio] o disgustarlo in le cose di suo servitio e satisfatione; et su questo deve mirar grandemente il Padrone, quando manda il suo offitiale, che dovrà esser sempre fedele, intendente et non interessato, che per danari; quando occorresse al Barone, far mandar in galera, o condannar conforme alla giustizia, chi delinquesse; non si facesse maschera con li proventi, et s'intendesse con li eletti, con far copositioni basse et vergognose, et così lassar passar li delitti impuniti; però bisogna far le compositioni giuste, et castigar li tristi, perché così ne nasce poi col servitio, et beneficio commune, anco la riputatione et cognitione dell'auctorità del Barone, et del vero valore, e peso del privilegio delli proventi; il quale, come ho detto, è sempre contro li delinquenti, quando vuole il Padrone. Hor, stante questo disordine delle compositioni basse, ci sono alcuni cittadini seditiosi, quali vanno sempre sollevando l'ignoranti a voler litigare col Barone, o con altri, senza che prima s'habbia sana consulta della raggione; et questo, oltre per la malignità di parer Patres Patriae, anco per il loro proprio interesse, già che le liti si agitano nelli Regii Tribunali. Et questi tali se fanno far eletti per andar loro in Napoli a tanto il giorno, o vi mandano loro parenti, et vanno così cercando le liti come il male li medici, senza mai voler arrivare alle sentenze, come appunto ha fatto l'altro giorno, nel dover prestare il debito giuramento del ligio homagio [omaggio], che per nutrir questa pratica, quanto han possuto [potuto], contraddicendo ad una cosa tanto giusta, vi hanno speso nell'andar e ritornar da Napoli, mandar corrieri, cavalli, et giornate de' commissarii et altre persone vocate in Napoli, più di centocinquanta ducati, che poi al dare di loro conti, fan passare queste spese, così mal fatte, in altre partite, et sotto colori d'altre occorrenze della Città. Al che il Barone, come padrone e primo cittadino, deve molto bene haver l'occhio con operar che ogn'anno si veggano li conti dell'Università, con far che v'intervengasi [intervenga] un huomo [uomo] suo, a ciò non s'imbrogliano le carte, come s' fatto sempre, et hoggi più che mai se fa. Et qualche volta compliria [converrebbe] far passar questi conti per [i] Razionali di Summaria [Sommaria], come s'è fatto molte volte ad istanza di qualche buon cittadino, con far osservar le Regie Pragmatiche su questo particolar di conti d'Università e così non se [si] procurarà mai nessuno l'elettato per suo proprio guadagno, togliendosi il modo di spender del pubblico per commodo privato. È degno anco di consideratione che il più delle volte gli eletti tengono le parti con li fornari, bottegari, e macellatori e altre sorte de genti, et non se mira a mille frodi, et mancamenti notorii che da tali se fanno et si permettono, et se alcuno ne facesse resentimento contro di questi, l'istessi eletti le favoriscono essendo interessati; et ciò pubblicamente già che quelli che vi han da mirare, come [siccome] son giudici annali e catapani son dependenti e creati da loro, et per questo non se ne può haver giustizia, tal che nasce mancamento grande alli poveri bisognosi et al pubblico, in materia dell'abbundantia. Però deve il Barone ordinare al suo offitiale che, quando se [si] manca d'attendere e di ben governare su queste materie, publichi [pubblichi] dalli officiali della Città a chi sta commesso il carico; Vi ponga la mano lui con castigar gli eletti, et dependenti, che consentiscono a tali frodi, le quali son passate in tanto abuso per la protettione che ne sogliono tenere li eletti, come s'è detto, che spesse volte la povera gente patisce grandemente, così nel comprare come nel vendere, per il vitto quotidiano, con disservitio de Dio, male esempio de' buoni e et negletto del Governatore che vi tiene il Barone.
Quando vengono alloggiamenti de' soldati ordinarii, o extra, le patenti del Signor Viceré ordinano, così al Governatore come a gli eletti, che alloggiano per facultà li cittadini. Il Governatore, per che tal negotio è senza lucro, e di fastidio, non vi s'intriga, lasciando fare a gli eletti, e questi fan poi pagare et alloggiare a li poveri. Ché quando vi assistesse il Governatore al fare del repartimento, informato o informandosi delle facultà, e potere di ciascuno, non sarriano [sarebbero] così facilmente gravati li poveri; perché li eletti, che si veggono senza superiori, fanno a modo loro, li parenti franchi, et li amici, et adherenti ancora, dal che nasce una rovina grande, poiché li ricchi ne passano franchi, et viene solo provata la povertà, et plebe, la quale poi per evitar questo aggravio et detractio [detrazione] d'alloggiamenti et contributioni è sempre pronta in consentire alli publici [pubblici] parlamenti a quanto propongono o dimandano li eletti, li quali non cercano altro che sempre imponere li pagamenti e trovar modo d'attaccar liti col Barone, col Vescovo o con altri, e così far mala mercantia d'andare innanzi et indietro sotto pretesto di servitio pubblico et da Napoli et da Roma, o trovar altro colore per ingannar la gente minuta, et arrivare al fatto loro proprio.
Conviene anco breve, vera et fidel cognitione di questi vassalli, come de loro conditioni, virtù, o mancamento, et chi sia affetionato al Barone, o no, come se [si] son mostrati molti nelle piazze publiche [pubbliche] in questo atto di prestar giuramento, dove han contraddetto così apertamente ad una cosa giusta e debita molti di essi; et per ciò si deve dare ordine espresso a tutti i suoi ministri che nelle occasioni che ogni giorno si rappresentano di tali maligni e tristi se ne tenghi quel conto che si conviene senza mai mirarli e, potendo, se gli facci la giustizia retta, et così all'incontro [al contrario] se debbiano [si debbano] favorire li vassalli seguaci, fedeli et amorevoli in tutte le occorrenze del Barone, che così osservando l'officiale ognuno pensarà [penserà] servire il Padrone, e non saranno li maligni e litigiosi di nullo potere, perderanno il seguito della plebe, non potendo essere più gravati da questi tali; staranno con maggior decoro il Governatore e li buoni servitori, et affettionati vassalli. Et per l'avvenire, stante questo buon ordine, di dovere, e per raggione dovrà il Popolo nominare li affettionati del Barone, et quelli che non vogliono liti ma procurano la quiete et il buon governo, accertando Vossignoria per conchiusion del tutto che osservandosi li ordini suddetti senza dubbio ogni giorno acquisterà più iurisdictione et vassallaggio obediente, et ogn'uno sarà timoroso della giustitia et procurerà con buon opere haver la gratia del Signor Iddio, e del Padrone, che l'ha dato Sua Maestà Divina.
Con che bacio a Vossignoria Illustrissima la sua mano et gli prego dal Signor Dio prosperità continua.

3) ASFi, AGCS, filza 149 "Caiazzo I. Documenti relativi alle compre di detti Beni. Privilegi e grazie domandate circa il possesso dei medesimi. Busta di documenti relativi". 1, "Inserto di relazioni, note d'entrate su della città di Caiazzo e sue ville, e delle terre di Dugenta, Arcole e Torello, prima dell'acquisto fattone dal signor Bardo Corsi; sono in numero di 10 originali quasi tutti con intitolazione, postille ecc. di mano di esso Bardo".

1615 circa

La città di Caiazzo è posta in Terra di Lavoro, 24 miglia discosta da Napoli, 24 da Benevento e 8 da Capua; è posta su di un colle assai fertile, ha quattro belle uscite, ed è di aere molto buono; consta di fuochi (nuclei familiari) 600 circa e ha 2500 abitatori. Il territorio, e il contado, vicino alla città è coltivato: consiste nella maggior parte in vigne, che fanno vini buoni e crudi; in oliveti, che producono oli così buoni e dolci, stimati pari a quelli venafrani, che loda tanto Orazio. Vi sono frutti così d’estate come d’inverno, non solamente bastanti per la città ma da darne fuori. Il territorio del contado è, per la maggior parte, lavorativo e dà grani in grande quantità; vi sono alcune selve fruttifere di ghiande, e inoltre vigne e oliveti. Questo territorio del contado viene coltivato dagli abitatori di sette ville che stanno per esso disperse; una delle quali verso Capua, che è la maggiore di tutte, si chiama la Piana: consta di 300 abitatori in circa, e il suo territorio è per la maggior parte arativo. Un altro villaggio si chiama Li Vascelli e San Silvestro, che è di sette o otto case in circa e, per il più, è boscoso il suo territorio, ma vi sono fichi eccellentissimi. Nella contrada di Sant’Angelo e tutti i Santi, dove sono due case abitate solamente, vi sono ghiande e una grande quantità d’arbori vitati e castagne. La villa di San Giovanni e Paolo, che sta in un colle soprastante alla città, consta di case 40 e abitatori 200, ha territorio vignato, olivato e, per parte, boscoso; e queste genti esercitano l’arte del campo per lo più. Verso Bucciano vi è un’altra villa di sette o otto case, dove vi è un gran territorio da lavorare. La Frustella, dove vi sono tre o quattro case, ha un territorio olivato. Li Sparani, altra villa di 20 e più case, ha territorio lavorativo, arbustato (arborato) con viti. Per la maggior parte di tutto il contado passa il fiume Volturno. Nella città non vi è distinzione di nobiltà, ma tutti indifferentemente entrano nel governo e nell’amministrazione pubblica. Vi sono otto dottori di legge fra preti e laici; e due o tre di medicina, cinque o sei notari, e molti altri che vivono del loro senza fare esercizio; il resto si applica nell’arte del campo o in altre mercanzie e nell’allevare maiali per l’esuberanza di ghiande; si applicano molti nel far vasi di terracotta, che vendono per i dintorni. Eppure v’è stato un tempo in cui da questa citta sono venuti al mondo cinque alti prelati: l’arcivescovo di Nazareth Fabio Mirto Frangipani, l’arcivescovo di Salerno Mario Bolognini, il vescovo di Caiazzo Ottavio Mirto Frangipani, che fu arcivescovo di Taranto e nunzio in Fiandra, il vescovo di Cariati Tarquinio Prisco e il vescovo di Alessano Orazio Rapari. Non vi sono ricchezze degne di considerazione, poiché non esiste un uomo che superi la disponibilità di diecimila scudi, e vi è gente che vive in povertà. Nel contado sono tutti poveri; nella villa della Piana sono solamente quelli di Casa Marocco che possiedono qualche migliaio di scudi di valsente. Le acque della città non sono buone; vi è solamente una cisterna grande nella piazza, che è cosa magnifica, e alcuni pozzi in poche case private. Fuori della città, un quarto di miglio discosto, vi è il fonte della Fistola, d’acqua assai buona e perpetua, ma non conducibile alla città perché sta al basso; a un tiro di pietra discosto pure dalla città vi è un altro fonte, quello dei Galloni, che ha acqua buona, ma è secco d’estate. Da quanto si è detto appare che grano, olio e vino la città abbia a sufficienza, e se d’estate dovesse mancare un po’ di vino, ha comodità di provvedersene dai luoghi vicini. Carne porcina ne ha in tant’abbondanza che ne manda gran copia in Napoli, e tutti ne tengono salata nelle case loro; le altre carni sono buone e sufficienti; vi è gran copia di animali selvatici, volatili e quadrupedi, né mancano pollami. Rare volte il pesce giunge dal mare, per essere la città discosta dalla marina 24 miglia; ve n’è, e buono, di fiume; in posti sei o sette miglia vicini vi è una grande quantità di trote, di cui molte sono tanto grosse che pesano 12 libbre. Vi è dovizia grande di prugnoli, di asparagi, tartufi e funghi nelle loro stagioni. Ha formaggi solamente paesani, non cattivi, e a sufficienza, né mancano nella loro stagione i latticini. Patisce un po’ d’erbaggi in estate ma ne vengono dai luoghi vicini quotidianamente e a sufficienza. Insomma, per lo vivere si sta bene, la legna si dà a buon mercato, e vi sono fieni assai. Gli abitatori, quando si sentono gravati dai padroni, per la vicinanza di Napoli ricorrono in Vicaria e alla Camera Regia. Non vi sono uomini molto scandalosi o facinorosi per natura. Preti vi sono in gran numero poiché in tutto passano i 120. Vi è la cattedrale con 24 persone, un arcidiacono, due primiceri, sei canonici preti, quattro diaconi, e otto canonici suddiaconi, un accolito e due lettori. Vi è la chiesa della Santissima Annunziata, patronale della città, dove, come in collegiata, servono in 12 tra preti, frati e clerici. Vi sono ancora tre chiese parrocchiali e tre monasteri di Frati Conventuali, che sono in 6, Cappuccini nel numero di 12, e Zoccolanti riformati, che sono 14. Nel contado vi è un sacerdote solamente nella Piana. A Caiazzo vi è una scuola a modo di seminario. Il clero è quieto, serve la Chiesa e non è scandaloso. Il vescovo è il signor Don Horatio Acquaviva d’Aragona, fratello carnale del signor Cardinale Ottavio d’Acquaviva, ultimamente morto, del Duca Geronimo d’Atri, del Conte di Conversano, e del Beato Rodolfo, gesuita martirizzato in Goa per la fede. Sarà d’età di 60 anni circa, e dicono che suole patire d’apoplessia. Questo prelato è stato sempre in discordia con i baroni, con la città, con il clero e con la Corte Regia. Fu fatto vescovo nel primo anno del pontificato di papa Clemente VIII senza esame, preso dalla Congregazione dei Cistercensi dove, per dispensa di papa Gregorio XIII, passò dall’abito dei Cappuccini, che aveva portato per molti anni. Prima di essere cappuccino fu colonnello dei soldati veneziani. Otto mesi dopo aver preso possesso della sua Chiesa ebbe dalla Sacra Congregazione del Concilio di Roma un Vicario Apostolico e con questi fu governata quella Chiesa sino al secondo anno del pontificato di Nostro Signore il papa, quando la buona memoria del Cardinale d’Acquaviva, per levarlo da Napoli, lo fece restituire nella sua giurisdizione nell’agosto 1607 e d’allora in qua sono stati molte volte laici e preti a querelarsi di lui in Roma, in maniera che gli animi ancora stanno per tutte le parti alterati, e Monsignore sta sempre in contrasto. Modo di privarlo del vescovato io non lo vedo, essendo di una casa così nobile. Ha questo prelato un animo molto grande e spende tanto volentieri; e si riduce alle volte non solamente a non aver da vivere, ma nemmeno d’aver lume la sera in casa. Di suo non ha un mobile al mondo, sta molto scarso di vestiti e i suoi parenti non s’interessano di lui. Nella compra di Caiazzo vanno anche le Castella: Alvignanello è un luogo di 12 o 15 fuochi, aere cattivo, gente poverissima; il territorio è per la maggior parte boscoso e dà grani molto cattivi. Di simile qualità è Campagnano, sebbene abbia cinque o sei case di più. Squille ha 20 case, un territorio assai grande, boscoso e arativo, ma più coltivato degli altri, e con grani di miglior qualità per essere più vicino a Caiazzo. Raiano (Ruviano), che è nella diocesi di Caiazzo, è un villaggio di 40 fuochi, territorio boscoso e arativo, e d’aere poco buono. Vicino a questo castello vi è una barca del barone (feudatario), che passa sul Volturno; un’altra è sotto la villa della Frustella nel contado di Caiazzo, e un’altra ancora sta presso il mulino baronale (di Pietramala) vicino a Capua, e fuori del territorio di Caiazzo, ma sotto la giurisdizione del padrone della città. Caiazzo e il suo distretto confinano da una parte con la baronia di Alvignano, del Principe di Caserta, e con la baronia di Formicola, del signor Duca di Maddaloni, e la baronia di Raiano. Da un’altra parte c’è il fiume Volturno e di là la baronia di Morrone (Castelmorrone), e Dugenta, del signor Principe di Conca, la baronia di Limatola dei signori Gambacorta. Capi popolo sogliono essere il dottore in legge Giovanni Lorenzo Gentile, il medico Pompeo Lampiero, che vogliono sempre dominare. Giovanni Battista Alberti e Paolo di Novello, medico, fanno i repubblicani. Alfonso d’Alois, napoletano e abitante in Caiazzo, ho inteso faccia il duca in modo che gli dicano Sua Altezza. Bisognerebbe tenere tutti questi un po’ mortificati perché con un minimo d’ardire sarebbero inquieti. Nel resto in tutti questi regna gran doppiezza e bisogna star sempre avvertiti.

A tergo del documento c'è un'annotazione: Relazione di Caiazzo fatta da Giovanni Francesco Feronia, che già stette Vicario in detta città.
[Evidentemente la relazione era per il marchese Bardo Corsi]

[da 8076]

4) ASFi, AGCS, filza 53 "Carteggio da Caiazzo", inserto n° 5.

8 luglio 1655

Illustrissimo signore e mio Padrone colendissimo Marchese Antonio Corsi,
Dopo la mia ultima lettera, di nuovo non ho da aggiungere a Vostra Signoria Illustrissima solo che giovedì 29 del passato giorno di San Pietro nella taverna di Dugenta fu ucciso Francesco Gambacorta, quello col quale abbiamo la lite di Melizzano, da Don Tomaso Carafa, che stava pranzando in detta taverna con la moglie del Principe di Frasso, morto molti mesi or sono; il detto Don Tomaso, essendo stato provocato da Francesco Gambacorta- il quale gli andava anche addosso con l’archibugio a cane calato- cacciò mano alla spada e gli diede una stoccata, che subito lo fece cadere in terra morto; e nell’istesso tempo della stoccata, mentre cascava, Francesco sparò con l’archibugio e diede tre botte nel braccio destro di Don Tomaso, che sta ancora lui moribondo; il detto Francesco portava una squadra di venti uomini, e si dovette sparare tanto poiché al morto si trovò un’archibugiata al petto, che gli aveva trapassato il giubbone e il corpetto senza offendergli la persona. Per tal causa sono andati carcerati a Maddaloni e a Napoli il capitano di Dugenta, il mastro d’atti e i tavernieri. Sicché, per tal causa potrebbe sospendersi per qualche tempo la lite di Melizzano; però, la moglie del detto signor Francesco, che ha una figlia, non tirerà avanti il giudizio- a questo ci vuol tempo ancora- prima che ne sia dichiarata tutrice. Questo è quanto posso dire a Vostra Signoria Illustrissima, alla quale fo riverenza.
Da Caiazzo, l’8 di Luglio 1655

[da 4686]

5) ASFi, AGCS, filza 160, inserto 12 “Relazione della città e Stato di Caiazzo fatta da me Giovanni Farsi l’anno 1689 che fui a farne visita”.

1689

[da foto (2687) 2723 a ]

Illustrissimo Signore,
La città di Caiazzo, dove mi son portato di comandamento di Vostra Signoria Illustrissima, è posta in altissimo colle, godendosene la sua principale vista dalla città di Capua, distante da questa miglia otto, e da Napoli ventiquattro; è circondata da mura con molte torri et il giro di essa batte a poco più di un miglio; vi sono quattro porte chiamate: Porta Vetere, S. Pietro, Anzia e Porta Pace, sopra ciascheduna delle quali tanto da fuori, che di dentro, sono dipinte a fresco tre Arme, cioè di Spagna, di V.S. Illustrissima, e della medesima Città; in questa sono otto chiese: la prima, la Cattedrale, col titolo di Santa Maria Maddalena, dove, oltre quel Vescovo, che presentemente è Monsignor Giacomo Villani, da Rimini, vi uffiziano ventidue canonici, fra i quali vi si comprendono un arcidiacono, e due primicerii, godendo ciascheduno competente entrata, secondo la diversità de' loro canonicati; non usano questi cappa, mozzetta, o rocchetto ma semplicemente la cotta, et al braccio una pelle di vaio foderata di taffettà pavonazzo, toltone le suddette tre dignità che l'hanno pure di vaio con fodera di taffettà cremisi; tutti assistono giornalmente ai cori senza alcuna vacanza ma non però hanno precisa obligazione di celebrarvi ogni mattina la messa; il disegno di questa [cattedrale] è assai antico, distinto, con tutto ciò, in tre navate; alle due laterali è la volta, l'altra di mezzo è a tetto, e credesi non possi esser anco questa capace della volta mediante la fiacchezza delle mura; pensa però Monsignor Vescovo farci con qualche tempo la soffitta, havendo per questo già pronto buona parte del legname; solo in questa è il fonte battesimale, et in tempo di Quaresima si usa la predica, quando da un Cappuccino e quando da Riformato, a che provvede la Città per recognizione la somma di scudi ventiquattro, compreso il vitto. La sacrestia, rispetto ai paramenti vescovali, è benissimo provvista; per quelli che servano [servono] per i canonici ne sta mediocremente. Vi sono quantità di reliquie, et in specie il braccio destro di San Luca, et un pezzo di osso di Santo Stefano, già Vescovo di detta Città, la quale l'anno scorso per maggior venerazione di essa reliquia gli ha fatto fabbricare un busto d'argento, dicono di valore di scudi settecento in circa; non vi sono altri argenti, che un calice con sua patena, et un incensiere con sua navicella.
Congiunto a detta chiesa, da una parte è la casa di Monsignor Vescovo, detta da quei cittadini "il Palazzo Vescovale", habitata dal medesimo e sua famiglia, che consiste [:] in due preti, uno in carica di vicario, l'altro di mastrodatti [cancelliere], che supplisce anco di segretario, due staffieri, et un cuoco. L'entrata di questo Prelato in oggi si calcula che batta circa ad un migliaio di scudi, provenienti da grani, e biade, decime, e dall'affitto d'un molino di rendita al presente scudi quattrocento in circa; dall'altra parte vi è il Seminario, a spese di che sono provvisionati due maestri, uno leggendo Lingua Latina, l'altro insegnando il Canto fermo a dodici giovanetti, quali in oggi vestono a proprie spese con sottanella pavonazza, come è solito delli altri Seminarii; non sono però spesati, ma terminate le scuole, e funzioni della chiesa, dove servano [servono] per clerici, se ne vanno ai pasti, e riposo alle case loro. La seconda chiesa, che si chiama della Città, col titolo della Santissima Annunziata, è uffiziata di sole messe da diversi preti; ha in contro uno spedaletto, che a proprie spese serve di alloggio a poveri passeggeri, e di più, fa allevare e condurre fino all'età di sette anni tutti quei figlioli lassativi da persone incognite di nottetempo, che sono dell'istessa sorte che noi chiamiamo col nome di Innocenti. Alla terza, col titolo della Santissima Concezione, vi sono le Monache dell'ordine di San Francesco, in oggi al numero di trenta, e sono la maggior parte forestiere, la dote delle quali per le velate è di scudi trecento, per le servigiali di soli scudi cento; queste sono governate da due preti, uno in qualità di cappellano e confessore, l'altro pure di cappellano e procuratore, vigilando questo agli effetti delle medesime, che sono dei migliori di quel territorio. Alla quarta, col titolo di San Francesco de' minori Conventuali, sono da uno in tre frati; vi è un piccol conventino, però malissimo in ordine, minacciando da ogni parte rovina; gode annua entrata di scudi centotrenta in circa, ma perché questa non è bastante per lor mantenimento, van cercando talvolta limosina per la Città suo territorio. La quinta è col titolo di San Niccola [Nicola], dove, eccettuate le feste comandate, non vi si celebra; in questa vi si aduna altra Confraternita del Santissimo Rosario.
La sesta, col titolo di San Pietro, è uffiziata da un solo prete solo le feste, e pure in questa vi si aduna altra Confraternita della Madonna del Carmine. Le due ultime, col titolo una di Sant'Antonino Arcivescovo di Firenze, [l'altra] di San Biagio, eccettuati i giorni della lor festa, stanno continuamente chiuse. Di dette otto chiese ve ne sono tre parrocchiali, cioè la Cattedrale, dove nei giorni festivi si insegna la dottrina Cristiana, San Nicola, a che sono sottoposti i ministri di Vossignoria Illustrissima, e San Pietro.
Poche Case [famiglie] son quelle che stimansi con qualche comodità, et almeno per di fuora mostrino buona apparenza, e posso dire a Vossignoria non esservene che dua [due], una di Don Emilio Melchiorri, l'altra dei Mazziotti, le restanti malissimo in ordine e da non farne che pochissimo conto; et appresso noterò quei cittadini che possino dirsi comodi, vivendo di loro entrate, che annualmente sono nell'infrascritte somme: [a] Luigi e Domenico Mazziotti, scudi 250; [b] Carlo Ferruccio, scudi 250; [c] Onofrio Melchiorri, scudi 200; [d] Don Emilio Melchiorri, scudi 200; [e] Gaetano Forgione, scudi 200; [f] Marzio Forgione, scudi 200; [g] Don Fabio Fusco, scudi 150; [h] Notar Giulio Cesare Marrocco,
scudi 150; [i] Bartolomeo Manzelli, scudi 100; [l] Egidio Manzelli, scudi 100. Vi sono altri che godono cinquanta o poco più di scudi d'entrata, ma per lo più sono bisognosissimi, passandosela sull'industria del campo; non vi si vedono botteghe, salvo che due spezierie, un fondaco, e pochi artisti [artigiani].
Consta presentemente la Città di numero 250 fuochi [nuclei famigliari] che, calculato per ogni fuoco sei persone, fanno in tutto il numero di 1500. Pochissimi son quelli che possino dirsi ben'affetti alla Casa di Vossignoria Illustrissima, salvo che i due Forgione, i Fuschi, e Vincenzio Alberti; degli altri, et in particolare dei Mazziotti, non è da fidarsene, sendosi [essendo], per quello [che] ho inteso, nell'occorrenza, di dar minima sodisfazione.
Possiede la Città cinque copri d'entrate, che sono gli appresso [:]
[a] La Buonatenenza, di annui scudi 200- compresi li scudi 65, che gli bonifica Vossignoria Illustrissima delli scudi 130 che dovrebbe- restandone defalcata la metà in riguardo di Monsignor Illustrissimo [il Vescovo] che, come ecclesiastico, non è tenuto a tal peso…scudi 200.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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