Fioravanti, Leonardo

Dizionario storico delle scienze naturali a Napoli dal Rinascimento all’Illuminismo

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Leonardo Fioravanti (Bologna, 10 maggio 1517 – 1583 / 1594) è stato un medico e chirurgo, autore di diverse opere medico-scientifiche in volgare. Stando a quanto racconta nel Tesoro della vita humana, egli avrebbe riunito nella sua casa napoletana colleghi, amici e discepoli, con i quali avrebbe condotto numerosi esperimenti di alchimia e medicina.

Cenni biografici

Benché sulla base di documenti d’archivio sia possibile accertare alcune tappe nella vita di F., la maggior parte delle informazioni giungono dai suoi stessi scritti, e vanno dunque considerate con opportuna cautela.
F. nasce nel 1517 a Bologna, dove forse si forma come chirurgo. Nel 1548, privo di alcun titolo, si imbarca per la Sicilia: qui racconta di aver imparato l’arte della distillazione e di essersi guadagnato la stima della nobiltà spagnola con eccezionali operazioni chirurgiche. Nel 1549 si sposta a Messina, e da lì si imbarca per Napoli, dove arriva dopo alcune soste in Calabria e Campania. A Napoli F. entra al servizio del viceré spagnolo don Pedro de Toledo, e partecipa come medico militare prima alla spedizione italo-spagnola per la cattura di Africa (1550-1551; odierna Mahdia, in Tunisia), quindi alla campagna contro Siena (1552). Sempre in quegli anni ottiene la licenza per l’esercizio della chirurgia dal protomedicato napoletano.
Nel 1555 lascia Napoli per Roma, dove esercita illegalmente fino al 1557, quando il protomedicato locale estende al territorio romano la licenza ottenuta a Napoli qualche anno prima. Stando a quanto racconta F., a Roma le sue cure miracolose gli avrebbero procurato l’aperta ostilità dei colleghi laureati, ostilità culminata in un processo da cui F. sarebbe uscito sconfitto.
Perso il processo, nel 1558 F. si sposta a Venezia, dove rimane quasi ininterrottamente fino al 1576. Qui entra in contatto con artigiani, farmacisti e colleghi, ma anche con il vivace ambiente editoriale della città, stringendo solidi rapporti con diversi poligrafi. In questo periodo scrive numerosi testi di medicina (e non solo) in volgare, in cui mette a frutto l’esperienza acquisita negli anni precedenti. Nel frattempo, continua ad esercitare la professione medica, mentre cerca protezione e fama presso varie corti d’Italia, con scarso successo. Nonostante nel 1568 ottenga finalmente il dottorato in medicina dall’università di Bologna, F. continua ad avere dissapori con i colleghi e guai con la legge per via dei suoi trattamenti non convenzionali. Viene imprigionato e processato almeno due volte, a Milano (1573), e a Madrid (1577), dove era arrivato nel 1576 per mettersi al servizio del re Filippo II.
Da qui in avanti le informazioni su di lui si fanno scarne. Probabilmente rientrato dalla Spagna dopo il processo, potrebbe aver trascorso gli ultimi anni tra Napoli, Roma e Venezia. Proprio a Venezia viene pubblicata la sua ultima opera, Della fisica (1582), largamente debitrice dell’esperienza spagnola. La data di morte non è certa, ma sembrerebbe successiva al 1583.

Contributo alle scienze naturali in Napoli

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La recente storiografia ha riconosciuto proprio nel periodo napoletano gli anni decisivi per la formazione medica di F. L’importanza di quegli anni è ben testimoniata dalle stesse opere del medico, ricche di aneddoti personali relativi al soggiorno napoletano. Nel Tesoro della vita humana (1570), un’autobiografia raccontata attraverso la sua attività medica, F. loda i medici di Napoli, considerandoli «i più dotti nelle lettere, et i più esperti nella pratica, che si possa trovare in molti luochi» (c. 71v). Il bolognese porta uno degli esempi più interessanti di questa avanguardia medica dell’Italia meridionale quando ricorda che «sono ancora nel regno di Napoli huomini che rifanno il naso a chi l’havesse perso» (c. 72r), con riferimento alle rinoplastiche effettuate dai fratelli Pietro e Paolo Vianeo a Tropea, in Calabria. La rinoplastica era una delle operazioni più complesse da eseguire nel Cinquecento, e le tecniche per praticarla erano custodite gelosamente dai barbieri-chirurghi. I fratelli Vianeo seguivano il cosiddetto “metodo italiano”, che impiegava i tessuti muscolari del braccio per la ricostruzione del naso. Nel suo viaggio da Messina a Napoli, F. si fermò a Tropea e con uno stratagemma riuscì a carpire il segreto dei Vianeo, che riportò anni dopo nel Tesoro della vita humana (cc. 47r/v). È possibile che proprio il Tesoro sia servito da fonte a Gaspare Tagliacozzi, pioniere della chirurgia plastica, il quale descrisse il metodo italiano in maniera più elaborata e organica nel suo De Curtorum Chirurgia per Insitione Libri Duo (1597). La tecnica osservata da F. e descritta poi da Tagliacozzi conobbe alterne fortune, ma era ancora praticata in pieno Novecento.
Quello della rinoplastica è solo uno dei tanti “segreti” di cui F. si impadronì durante i suoi spostamenti attraverso il Sud Italia. La teoria e la pratica medica che egli sviluppò nel regno di Napoli caratterizzarono la sua attività (e i suoi contrasti con le istituzioni mediche) da Roma a Venezia a Madrid, e furono poi divulgati al largo pubblico nei suoi scritti. Il successo e le molteplici traduzioni di questi ultimi, inoltre, permise alle idee di F. di diffondersi anche in Francia, Inghilterra e Germania. In questo senso, si può dire che F. non contribuì tanto allo sviluppo delle scienze naturali a Napoli, quanto piuttosto alla divulgazione di certa parte della cultura medica e filosofica napoletana (e più in generale dell’Italia meridionale) in Italia e oltralpe.
In particolare, William Eamon ha suggerito che il naturalismo di Bernardino Telesio (1509-1588) potrebbe aver avuto una certa influenza sul pensiero di F. Secondo lo studioso, infatti, il bolognese sarebbe stato attratto soprattutto dalla convinzione telesiana che la natura debba essere indagata secondo i suoi stessi principi. D’altronde, parlando nei suoi libri di un’età d’oro della medicina, F. insiste proprio sul fatto che essa fosse guidata dalla semplice osservazione della natura e dal rispetto delle sue regole. Ponendosi in aspra polemica con la medicina classica e in particolare con la teoria degli umori (da cui peraltro non riuscirà mai a sganciarsi del tutto), F. propone una "medicina nuova" che – come quella dei primordi – prenda ad esempio la natura e ne agevoli il potere rigenerativo. Il bolognese è dunque fautore di un “primitivismo medico” (nelle parole di Eamon), ovvero di una pratica guidata dall’esperienza e dall’osservazione, diffidente del sapere libresco e degli insegnamenti universitari e ricettiva nei confronti della cultura popolare. Per F. infatti l’esperienza, assieme alla ragione, è alla base della conoscenza; ne consegue che l’ampliamento di quest’ultima non passa per lo studio dei libri, ma dalla pratica e dall’osservazione continua, fatta “camminando il mondo”. Il viaggio ha pertanto un ruolo centrale negli scritti di F. (e la sua stessa vita ne attesta l’importanza): è “camminando il mondo” che si possono (ri)scoprire i segreti dell’arte medica non tramandati dalla tradizione scritta. Più di una volta egli esalta il sapere di levatrici e contadini, risultato di una pratica trasmessa oralmente per secoli, contrapponendolo alle astratte elucubrazioni dei dottori laureati.
È dunque dalla natura e da chi è più prossimo ad essa, non dai testi universitari, che si può apprendere il vero modo di medicare. Di ciò F. sembra convinto fin dai suoi primi anni di attività, come mostrano la curiosità e lo spirito d’osservazione che animano le pagine del Tesoro della vita humana dedicate alle erbe e alle pratiche mediche napoletane, di cui si riporta qui un estratto:

«Il paese di Napoli produce manna, reubarbaro, turbit, aloe, et una infinità grande di simplici rarissimi. Et oltra di ciò nelle campagne vi sono bagni, stufe, sudatorii, laghi, et diverse miniere, dove le genti vanno di lontan paesi e per ricuperare la perduta sanità […] Iddio e la natura hanno ancor dato i rimedii naturali per sanarsi. Imperoché dentro la città appresso santa Lucia al lito del mare, vi è una fontana, che sorge di acqua ferrata, che sana quelli che patiscono flusso di corpo […] Nasce, non molto lontano dalla città, | una radice di herba simile alla zengia che in quel paese la chiamano radice di san Francesco, la quale pistandola, et dandone per bocca sana quasi tutte le specie di febri, che vengono con freddo. Et se la fosse quartana, vi aggiongono un’erba che la chiamano cercugnolla». (cc. 71v-72v)

Un altro aspetto caratteristico della medicina di F. è il frequente ricorso alla distillazione per ricavare quintessenze dal grande valore terapeutico (distillare i simplices voleva infatti dire purificarli, conservandone e anzi amplificandone le virtù). La medicina chimica venne sperimentata da F. prima in Sicilia, e poi soprattutto a Napoli, dove egli si era subito messo in contatto con gli alchimisti locali e aveva iniziato a distillare e sperimentare nuovi composti. Proprio a Napoli F. potrebbe essere venuto a conoscenza delle teorie alchemiche attribuite a Raimondo Lullo (ca. 1232-ca. 1315), largamente diffuse e discusse nei circoli intellettuali napoletani del ‘500. Alla base dell’alchimia pseudo-Lulliana c’era la pietra filosofale, che oltre a trasformare i metalli in oro sarebbe anche stata una potente panacea. L’idea di una medicina universale era particolarmente allettante nel Cinquecento, periodo in cui alle ricorrenti epidemie di peste e agli altri mali largamente diffusi si era aggiunto il propagarsi di una nuova malattia quale la sifilide. Le potenziali applicazioni mediche dell’alchimia erano di estremo interesse per F., secondo il quale tutte le malattie (o quasi) erano riconducibili non allo squilibrio degli umori, ma a un’indisposizione dello stomaco. Questa convinzione sosteneva la ricerca di un rimedio che, purgando lo stomaco, fosse in grado di curare tutti i mali. Non a caso, F. chiama “pietra filosofale” un distillato fortemente emetico di sua invenzione (descritto già nel 1561 nella sua prima pubblicazione, i Capricci medicinali) che impiegava largamente nelle sue cure per espellere la corruzione dallo stomaco dei pazienti.
Inoltre, sempre nel Tesoro della vita humana F. ricorda come nella sua casa napoletana si riunissero colleghi, amici e discepoli, con i quali il medico avrebbe fatto esperimenti di alchimia e medicina in quella che lui chiama «la mia accademia» (c. 234v). Tra i membri di questa “accademia” spicca il nome del Marchese della Terza, Giovanni Battista d’Azzia, che era stato membro dell’Accademia dei Sereni, ma anche patrono di Girolamo Ruscelli (1518-1566) e membro della sua (forse solo fittizia) Accademia Secreta. Le parole con cui Ruscelli descriverà l’Accademia Secreta nella prefazione ai Secreti nuovi di maravigliosa virtù (pubblicati postumi nel 1567) mostrano una società che, come il circolo fioravantiano e come la poco più tarda Accademia dei Secreti di Giovan Battista Della Porta (1535 - 1615), era dedita alla ricerca e sperimentazione dei segreti della natura. A questo proposito, Eamon ha anche ipotizzato un incontro tra F. e il giovane Della Porta: il medico bolognese racconta infatti di uno specchio in grado di moltiplicare le immagini mostratogli da un gentiluomo napoletano, simile a uno degli specchi descritti da Della Porta nella sua Magia naturalis.
La realtà delle accademie napoletane sembra dunque intrecciarsi con l’attività di F., e il D’Azzia non è l’unico conoscente del bolognese ad essere coinvolto in questo milieu; anzi, il network di pazienti e colleghi suggerisce che il medico fosse ben inserito negli ambienti culturali locali. Egli infatti ricorda nei suoi libri molti altri personaggi illustri attivi a Napoli in quegli anni, benché la sua tendenza all’enfasi e all’autocelebrazione spinga a una cauta valutazione della rete di conoscenze da lui esibita. F. chiama ad esempio a testimone del felice esito di alcuni suoi trattamenti i medici Giovanni Francesco Brancaleone (1500 – 1570 ca.), fondatore e membro anch’egli dei Sereni; e Donato Antonio Altomare (1520 ca. – 1566?), animatore dell’Accademia Altomareana. Quanto alla clientela, questa era composta sia da nobili e soldati spagnoli (grazie anche alla protezione del viceré, alla fama acquisita in Sicilia e alla sua partecipazione alla campagna d’Africa) che da napoletani, inclusi esponenti dell’aristocrazia locale quali il D’Azzia; proprio questi ultimi gli avrebbero facilitato l’accesso ai circoli culturali locali e l’avrebbero messo in contatto con le teorie di Lullo e Telesio.
Se i protagonisti della scena culturale napoletana sono citati a più riprese, le accademie e i circoli in cui questi erano inseriti non vengono nominati direttamente dal F. D’altronde, egli non accenna mai nemmeno alle tensioni politiche tra il governo spagnolo (da cui F. era protetto) e la nobiltà napoletana (che F. curava). Queste tensioni erano esplose appena prima dell’arrivo di F. a Napoli, con i moti del 1547 (a fronte della minaccia dell’istituzione di un Tribunale locale dell’Inquisizione), e avevano spinto il viceré Don Pietro de Toledo a chiudere le accademie letterarie e filosofiche come quella dei Sereni, viste come pericolosi focolai di pensiero eterodosso e sovversivo. Non ci sono riferimenti a questo difficile clima sociopolitico nell’opera di F., il quale ricorda Napoli con affetto e nostalgia, come «una delle belle, famose, et nobili città, che hoggidì sia sopra la terra» (Tesoro, c. 71v).

Impatto nel contesto italiano ed europeo ed eredità intellettuale

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Con la sua personalità istrionica, le molteplici edizioni dei suoi libri e l’invenzione di farmaci dai nomi mirabolanti e dalla miracolosa efficacia, F. è riuscito a lasciare un’impronta duratura, in Italia e in Europa. L’immagine che ne viene data dal Cinquecento ad oggi oscilla tra quella di un geniale empirico e quella di un ciarlatano. La sua eterodossia e il suo atteggiamento gli procurarono numerosi detrattori (soprattutto tra i colleghi universitari), ma anche diversi estimatori e seguaci. Il successo di F. è ben attestato dalla fitta corrispondenza (pubblicata nel Tesoro della vita humana) che intratteneva con colleghi, amici e pazienti da tutta Italia. Tra quelli che F. considera suoi discepoli, alcuni raggiunsero una certa notorietà: va citato almeno Giuseppe Moleti (1531 – 1588), suo aiutante a Messina e a Napoli (dove rimase quando F. partì per Roma), che in seguito esercitò con successo la professione medica a Venezia e insegnò matematica all’università di Padova.
L’apprezzamento per la distillazione in campo medico guadagnò a F. anche la stima dei seguaci di Paracelso: in effetti, benché per molti aspetti la medicina fioravantiana si discosti da quella paracelsiana, esse s’incontrano proprio nell’applicazione dell’alchimia alla farmacologia. F. probabilmente conobbe le teorie di Paracelso durante il soggiorno veneziano, e loda il medico svizzero in quanto «raro et divino nell’arte alchimica», annoverandolo fra «quelli, che sono stati inventori, et hanno trovato molte cose di mirabil virtù, da fare diversi esperimenti» (Della fisica, pp. 169-170). Ciò ha spinto Antonio Clericuzio a considerare F. non solo uno dei primi sostenitori italiani delle idee di Paracelso, ma anche uno dei più importanti divulgatori in Italia della medicina chimica, fortemente promossa dal medico svizzero.
Quale che fosse la validità scientifica della sua “nuova medicina”, va quantomeno riconosciuto a F. l’indubbio merito di aver contribuito alla disseminazione del sapere medico in volgare. Con la sua mente inquieta e curiosa, la sua medicina basata sull’esperienza, il suo spirito d’osservazione, il suo desiderio di fama, le sue doti comunicative e di autorappresentazione, F. incarna molti dei valori sociali e culturali più apprezzati nell’Italia del Cinquecento, e ciò dà probabilmente conto – almeno in parte – del suo successo. Già alla fine del Cinquecento Tommaso Garzoni lo chiamerà il Fioravanti glorioso, annoverandolo tra i "professori di segreti", ovvero quegli indagatori della natura e delle sue virtù occulte (nonché autori dei libri di segreti, fortunato genere letterario che invase il mercato librario europeo tra Cinque e Seicento). Un secolo più tardi il nobile napoletano Giuseppe Donzelli lo ricorderà come «espertissimo empirico» nel suo Teatro farmaceutico, dogmatico e spagirico (1667), in cui riporterà anche la ricetta inventata da F. per la preparazione delle cosiddette “pillole angeliche”. Tra gli originali rimedi del medico bolognese, il più longevo è stato comunque il famoso “balsamo di Fioravanti”, prescritto e venduto fino alla fine del Settecento.
Infine, vale la pena ricordare come il nome di F. appaia – seppur in chiave comica – anche nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile, il quale nella novella di Peruonto descrive il protagonista come «scauzo e vrenzoluso, che senza leggere lo Scioravante [i.e., Fioravanti] potive pigliarete na vista de li secrete». La citazione di Basile testimonia la presenza del F. “professore di segreti” nell’immaginario popolare partenopeo, sottolineando una volta di più la fortuna che la persona del medico bolognese ebbe a Napoli ben oltre la sua morte.

Bibliografia

Opere di Leonardo Fioravanti

  • Secreti medicinali, appresso Lodovico Avanzo, Venetia, 1561. Titolo alternativo: Secreti medicinali.
  • Del compendio de i secreti rationali, appresso Vincenzo Valgrisi, Venetia, 1564.
  • Dello specchio di scientia universale, appresso Vincenzo Valgrisi, Venetia, 1564.
  • Del regimento della peste, appresso Andrea Revenoldo, Venetia, 1565.
  • La cirugia, appresso gli heredi di Melchior Sessa, Venetia, 1570.
  • Il tesoro della vita humana, appresso gli heredi di Melchior Sessa, Venetia 1570
  • Della fisica, per gli heredi di Marchio Sessa, Venetia, 1582.

Altre fonti primarie

  • Giambattista Basile, Lo cunto deli cunti ouero lo trattenimiento de' peccerille, vol. 1, appresso Ottavio Beltrano, Napoli 1634.
  • Giuseppe Donzelli, Teatro farmaceutico dogmatico, e spagirico, per Giacinto Passaro, Napoli 1667.
  • Tommaso Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, appresso Gio. Battista Somascho, Venetia 1585.
  • Gaspare Tagliacozzi, De curtorum chirurgia per insitionem libri duo, apud Robertum Meiettum, Venetiis 1597.

Studi

  • Douglas Biow, Constructing a maverick physician in print: Reflections on the peculiar case of Leonardo Fioravanti’s writings, in Id., On the importance of being an individual in Renaissance Italy: Men, their professions, and their beards, pp. 117–151. University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2015.
  • Piero Camporesi, Camminare il mondo: Vita e avventure di Leonardo Fioravanti, medico del Cinquecento, Garzanti, Milano 1997.
  • Ruben Celani, Fioravanti, Leonardo, in Marco Sgarbi (a cura di), Encyclopedia of Renaissance Philosophy, Springer, Cham 2020.
  • Antonio Clericuzio, Medicine, alchemy and natural philosophy in the early Accademia dei Lincei, in David S. Chambers and François Quiviger (a cura di), Italian academies of the sixteenth century, The Warburg Institute, London 1995.
  • Giorgio Cosmacini, Nell’età del Rinascimento, in Id. Ciarlataneria e medicina. Cure, maschere, ciarle, Cortina, Milano 1998, pp. 37-61.
  • William Eamon, “With the rules of life and an enema”: Leonardo Fioravanti’ medical primitivism, in Judith Veronica Field et al. (a cura di), Renaissance and revolution: Humanists, scholars, craftsmen and natural philosophers in early modern Europe, Cambridge University Press, Cambridge 1993, pp. 29-44.
  • William Eamon, Science and the secrets of nature. Books of secrets in medieval and early modern culture, Princeton University Press, Princeton 1994.
  • Wiliam Eamon, Alchemy in popular culture: Leonardo Fioravanti and the search for the philosopher’s stone, «Early Science and Medicine» 5, (2), 2000, pp. 196–213.
  • William Eamon, Pharmaceutical self-fashioning, or how to get rich and famous in the Renaissance medical fashion industry, «Pharmacy in History» 45 (3), 2003, pp. 123–129.
  • William Eamon, The professor of secrets: Mystery, medicine, and alchemy in Renaissance Italy, National Geographic Society, Washington, DC 2010.
  • William Eamon, A theater of experiments: Giambattista Della Porta and the scientific culture of Renaissance Naples, in Arianna Borrelli, Giora Hon e Yaakov Zik (a cura di), The optics of Giambattista Della Porta (ca. 1535–1615): A reassessment, Springer, Cham 2017, pp. 11–38.
  • William Eamon e Françoise Paheau, The Accademia segreta of Girolamo Ruscelli: a sixteenth century italian society, «Isis», 75 (1984), pp. 327-342.
  • Piero Gambaccini, Il glorioso Fioravanti de’ miracoli, in Id., I mercanti della salute: le segrete virtù dell'imbroglio in medicina, Le lettere, Firenze 2000, pp. 127-148.
  • Amelia Perfetti, L'alchimia a Napoli tra Cinquecento e Seicento: Leonardo Fioravanti e Giovan Battista della Porta, «Giornale critico della filosofia italiana» 17 (2), 1997, pp. 171-183.
  • Alfredo Perifano, La théorie cachée ou de la pratique vulgarisée dans le Compendio de i secreti rationali (1564) de Leonardo Fioravanti, in Dominique de Courcelles (ed.), Ouvrages miscellanées et théories de la connaissance à la Renaissance, École des chartes, Paris 2003, pp. 117-129.
  • Paolo Santoni-Rugiu e Riccardo Mazzola, Leonardo Fioravanti (1517–1588): A barber–surgeon who influenced the development of reconstructive surgery, «Plastic and Reconstructive Surgery» 99 (2), 1997, pp. 570–575.

ARTICLE WRITTEN BY RUBEN CELANI | STORIADELLACAMPANIA.IT © 2021

Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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