Di Massa, Benedetto

Dizionario biografico dei legionari fiumani provenienti dalla Campania

di Danilo Scappaticci

Un caso di patriottismo inconsapevole, frutto della propaganda nazionalista prima e di regime poi, viene alla luce grazie allo scavo negli Archivi del Vittoriale, e prende forma e sostanza in Benedetto Di Massa (fu Gaetano), nato a Pontecorvo (Frosinone) nel 1899, la leva degli arditi e degli eroi, coloro i quali non ancora maggiorenni furono gettati sulle nevi alpine in modo da ripagare con il proprio sangue la disfatta di Caporetto. Dal centro dell’Alta Terra di Lavoro, città fregellana e legata al "Ponte Curvo" che costeggia il fiume Liri, partì per la Grande Guerra come tanti suoi coetanei ma, prima caratteristica originale, non varcò il Rubicone bensì venne spedito al sole di una colonia italiana appena conquistata, quella Tripolitania che per i nostri avi era ancora una terra sconosciuta e sostanzialmente estranea, dove durante il Primo conflitto mondiale furono mandate copiose truppe per sedare le rivolte delle tribù indigene ed estirpare la cultura araba e berbera. In questo clima di esaltazione delle virtù nazionali, della cosiddetta italianità in chiave dialettica e oppositiva rispetto alla cultura islamica e araba, maturò un profondo senso di ribellione nei confronti delle istituzioni costituite e dopo la fine del conflitto fu attratto dalla propaganda della Vittoria Mutilata, la quale aveva come oggetto il confine orientale e le terre dalmate promesse nel Trattato di Londra (1915) e aveva trovato nel vate Gabriele D’Annunzio il capo culturale e militare del risarcimento territoriale e del rifiuto degli accordi di pace stipulati a Saint Germain, nei quali fu esclusa la presenza italiana dalla Dalmazia, in favore della creazione di uno Stato che unificasse le popolazioni dei Balcani Occidentali. Come altri della sua generazione, venne sedotto dal messaggio dannunziano e prese parte con convinzione-, il pugnale tra i denti e le bombe tra le mani-, alla Marcia di Ronchi nel settembre del 1919 e, come si evince dal carteggio in possesso degli Archivi del Vittoriale, permase nella città del Quarnaro fino alle cinque giornate del Natale di Sangue, quando i legionari entrarono in conflitto con l’Esercito italiano, che doveva tutelare gli accordi sul destino ormai definitivo di Fiume, divenuta città libera in attesa di un ulteriore compromesso tra il Regno d’Italia e il nascente Regno di Jugoslavia (in quei giorni ancora Regno di Serbia e Montenegro), soluzione promossa e portata a termine in sede diplomatica dal Governo Giolitti, secondo cui furono considerati illegittimi sia i legionari dannunziani sia l’occupazione manu militari.
Di Massa afferma come il suo servizio durante le giornate di sangue fosse localizzabile nei pressi della linea ferroviaria Mattuglie-Fiume e che qui egli, con il grado di caporalmaggiore, avesse combattuto agli ordini del maggiore Giuseppe Nunziante e del tenente Ettore Salinitro contro la Regia Guardia, gli Alpini e i Reali Carabinieri. Da una lettera, del 1936, indirizzata a D’Annunzio si evincono le informazioni biografiche che lo riguardano: nel 1926 entrò nei Monopoli di Stato e lavorò per circa un decennio come operaio presso lo stabilimento per la lavorazione dei tabacchi a Pontecorvo.
Sempre nel 1936 supplicò D'Annunzio di fargli recapitare un attestato di partecipazione all’impresa fiumana, documento che prefigurava la possibilità di una promozione all’interno dei Monopoli di Stato, con la quale si sarebbe affrancato dalla mansione di operaio per accedere al ruolo di commesso, equiparabile al rango di impiegato: un'incombenza più leggera dal punto di vista fisico e retribuita in maniera migliore .
Per tale missiva non troviamo una risposta di D'Annunzio; pertanto è presumibile che la supplica sia stata di fatto disattesa e ciò si può desumere anche da un secondo documento trovato presso gli Archivi del Vittoriale.
Durante i primi mesi del Secondo conflitto mondiale l'avanzata del Reich hitleriano sembrava inarrestabile, avendo i tedeschi appena conquistato la Polonia e accingendosi nell’inverno 1940 ad invadere la Scandinavia e la Francia. L’ormai quarantenne pontecorvese, in un Paese alleato con la Germania ma ancora non cobelligerante, sembrava preoccupato per l’avanzamento di carriera e per tale motivo inoltrava formale richiesta al comando provinciale di Frosinone (nel 1927 divenuta capoluogo di una nuova provincia in cui ricadeva il distretto di Pontecorvo, dopo la dissoluzione amministrativa di Terra di Lavoro) della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, al quale tornava a descrivere con minuzia di dettagli la sua partecipazione alla spedizione fiumana, ribadendo stavolta l’appartenenza e la regolare iscrizione al Partito nazionale fascista. Nella formale richiesta affermava di non aver potuto presentare una lettera di corroborazione da parte dei suoi superiori (il maggiore Nunziante e il tenente Salinitro), che ne attestasse cioè la presenza durante il Natale di Sangue. Al comando della Milizia volontaria di Frosinone suggeriva di rivolgersi all’Ufficio stralcio dei legionari fiumani, il quale avrebbe dovuto rilasciare l’attestato di partecipazione e la relativa medaglia; in più, sempre dalle sue parole, si evince un altro interessante particolare circa il fatto che tali attestazioni, nella loro articolazione burocratica, non rappresentavano affatto la stadio conclusivo del processo istruttorio con il quale l’ex legionario avrebbe potuto finalmente diventare commesso nell’industria dei tabacchi. Infatti, una volta ricevuto l’attestato originale da parte dell’Ufficio stralcio, tale certificazione doveva essere comunque valutata dal direttorio provinciale del Partito nazionale fascista. Ciò dimostra come la creazione di un apparato concorrente a petto degli ordinamenti, figli dello Statuto Albertino e della Corona, fosse una realtà consolidata, frutto di un progressivo ma inesorabile svuotamento delle istituzioni, tratto distintivo che aveva caratterizzato la fisionomia del regime fascista. Inoltre la possibilità di diversi riconoscimenti ai reduci dell’impresa fiumana, ricompense di natura economica diretta oppure (come nel caso del Di Massa) di tipo indiretto, con la facilitazione di carriera all’interno di singole strutture dello Stato, veniva gestita esclusivamente dalle istituzioni concorrenti, cioè dal partito-stato fascista; appaiono infatti in questa vicenda gli apparati legati al governo, dalla milizia allo stesso Partito nazionale fascista, senza che vengano mai menzionate strutture statuali come l’esercito e i vari ministeri. Insomma, l’impresa fiumana-, e la sua collocazione storica all’interno del regime fascista-, fu gestita con l’obiettivo patente di esaltare il carattere ribellistico di una generazione che, maturando e avanzando negli anni, trovava una forma di ristoro concreto e ad un tempo simbolico attraverso la conclamata esaltazione della fiducia e dell'abnegazione verso quegli ideali che mossero il primo fascismo, il quale nella sua evoluzione e pervicace azione di adattamento alle condizioni reali del Paese perse la primigenia carica eversiva in favore di una molecolare e prevalente burocratizzazione. La vicenda di Benedetto Di Massa, un legionario di provincia e un fascista per così dire "normale", dimostra il tratto ambivalente di questa esperienza durata un ventennio.

Fonti e bibliografia

  • Gardone Riviera (BS), Archivi del Vittoriale degli Italiani, Archivio Fiumano, serie legionari, cartella 1 (intestata a Albery Giuseppe ma la pratica interna è su Benedetto Di Massa).
  • Gardone Riviera (BS), Archivi del Vittoriale degli Italiani, Archivio Fiumano, corrispondenza, cartella «Benedetto Di Massa».
  • Tommaso Baris, Il fascismo in provincia: politica e società a Frosinone (1919-1940), GLF editori Laterza, Roma 2007.
  • Armando Pepe, Le origini del fascismo in Terra di Lavoro (1920-1926), Aracne, Canterano 2019.
  • Mario Isnenghi e Paolo Pozzato, Oltre Caporetto: la memoria in cammino, Marsilio, Venezia 2018.
  • Guido Melis, La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista, Il Mulino, Bologna 2018.
  • Antonio Scurati, M: il figlio del secolo, Bompiani, Milano 2018.

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Hinc felix illa Campania est, ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles et temulentia nobilis suco per omnis terras incluto, atque (ut vetere dixere) summum Liberi Patris cum Cerere certamen. Hinc Setini et Caecubi protenduntur agri. His iunguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Leburini campi sternuntur et in delicias alicae politur messis. Haec litora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosior oleae liquor est, hoc quoque certamen humanae voluptatis. Tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, Campani.
[Plinius Sen., "Nat. Hist." III, 60]

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Storia della Campania. Risorse in rete per la storia del territorio e del patrimonio culturale
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